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24/08/2022

Cile - Un bilancio essenziale dell'esperienza del MIR


Anche se non ho militato nel Movimiento de Izquierda Revolucionaria del Cile (MIR), ho sempre avuto grande rispetto e non poca ammirazione per i miristi, soprattutto per figure come Miguel Enríquez, Bautista Von Schouwen, Luciano Cruz e Lumi Videla. Pur non essendo membro del MIR, in più di un’occasione ho condiviso con loro imprese comuni, trionfi, speranze, dolori, sconfitte e frustrazioni.

Faccio parte della generazione che è stata testimone e protagonista dei processi incarnati da questi dirigenti e da migliaia di giovani rivoluzionari cileni degli anni ’60 e ’70 del XX secolo. Come militante della sinistra rivoluzionaria di allora, anche da storico e cittadino dei tempi attuali, ho un giudizio sulla storia del MIR già espresso in più occasioni che torno a condividere.

Poiché sappiamo che la visione e i sentimenti del cittadino tendono inevitabilmente a permeare il giudizio dello storico e, proprio perché mi annovero tra coloro che pensano che non esista una storia neutra, sono consapevole che il mio piccolo e marginale ruolo di osservatore e compagno di percorso in alcuni passaggi della storia del MIR, lambisce i miei apprezzamenti e giudizi storici.

Tuttavia, la mia qualità di storico e di cittadino mi obbliga a esercitare un giudizio critico sugli attori della storia, anche quelli che ci sono vicini o per i quali proviamo rispetto e ammirazione.

Riflettendo sulla traiettoria storica di Miguel Enríquez e del MIR cileno (menziono entrambi perché non è possibile riferirsi all’uno senza citare l’altro), sorgono tre grandi domande che vorrei condividere con voi. Tre domande in cui è possibile sintetizzare il bilancio storico essenziale che riguarda questi attori.

Innanzitutto, cosa rappresentano storicamente Miguel Enríquez e la generazione ribelle degli anni ’60 e ’70 del XX secolo? Poi, sembra pertinente interrogarsi sui successi e sugli errori di questi dirigenti e militanti. Infine, è necessario considerare quali sono gli elementi salvabili di queste esperienze nella prospettiva delle lotte libertarie del presente e del futuro.

Nonostante ognuno di questi problemi possa essere oggetto di lunghi dibattiti, in parte già svolti, in parte pendenti, approfitto dell’occasione che mi è stata offerta per fare alcune proposte a titolo di esplorazione, per “galoppare su questi temi”, come soleva dire lo stesso Miguel.

La prima domanda è forse la più facile a cui rispondere. Con la prospettiva che consente il trascorrere del tempo, oltre al culmine di alcuni processi storici, non c’è dubbio che la generazione rivoluzionaria degli anni Sessanta e Settanta, quella raggruppata attorno al MIR e ad altre organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, ha rappresentato il tentativo più decantato nella storia del Cile di “dare l’assalto al cielo”, cioè di conquistare il potere con un progetto rivoluzionario socialista incentrato sull’ottenimento della giustizia e dell’uguaglianza sociale.

Ho avuto il privilegio di agire in un momento chiave della storia, quando un’insolita confluenza di fattori di lungo e breve termine ha posto all’ordine del giorno in seno al già secolare movimento popolare cileno la questione dell’accesso al potere.

L’emergere di questa generazione rivoluzionaria è stato possibile grazie a numerosi fattori derivati ​​dalla crisi permanente della società cilena a partire dall’esaurimento del modello di sostituzione delle importazioni attraverso l’industrializzazione indotta dallo Stato e dal fallimento di varie esperienze politiche – dai governi radicali alla “Rivoluzione in Libertà”, attraversando il populismo ibañista della “Rivoluzione della scopa” e la “Rivoluzione dei manager” della destra di Alessandri – che hanno generato un atteggiamento di disponibilità politica a realizzare cambiamenti sociali più profondi in ampi settori del mondo popolare e delle classi medie, specialmente studenti e intellettuali.

A ciò si aggiunse il profondo impatto della Rivoluzione Cubana, il dissenso cinese dal “Vaticano ideologico” rappresentato da Mosca all’interno del movimento comunista internazionale e le rivoluzioni anticoloniali che si moltiplicarono dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e, in particolare, durante gli anni ’60.

Tutti questi eventi mettono la rivoluzione “all’ordine del giorno” sulla scena internazionale. Ma si trattava di una rivoluzione che non sarebbe più stata la semplice espansione geopolitica del cosiddetto “campo socialista” sotto la protezione della potenza militare sovietica, come era avvenuto nella maggior parte dei paesi dell’Europa Orientale durante la seconda metà degli anni ‘40, ma di un’autentica rivoluzione dalle basi popolari, una rivoluzione secondo i canoni classici del marxismo che la generazione rivoluzionaria cilena e latinoamericana degli anni ’60 e ’70 ha cercato di riprendere.

Ciò significava una rottura di grandi proporzioni rispetto alle concezioni e prassi parlamentari e legalistiche della sinistra che, nel caso del nostro Paese, si erano sviluppate – non senza alti e bassi – dalla metà degli anni ’30 [1].

Riassumendo, potremmo dire che l’impresa guidata da Miguel Enríquez è consistita nel tentare, sulla base di audacia, coraggio, spinta, decisione, intelligenza e sacrificio, di impossessarsi del “Palazzo d’Inverno”, secondo i postulati del leninismo e gli apporti teorici e pratici dell’esperienza cubana e del guevarismo.

La creazione di un partito di rivoluzionari di professione di stampo leninista si intrecciò con la concezione dell’organizzazione politico-militare ripresa dall’esperienza della guerriglia cubana e latinoamericana.

Il principale successo del MIR è stato quello di catturare lo stato di “disponibilità rivoluzionaria” di una vasta fascia di lavoratori, intellettuali e studenti, oltre a percepire che l’elezione di Salvador Allende a presidente della Repubblica apriva una situazione pre-rivoluzionaria.

I maggiori successi politici del MIR si registrano proprio in quegli anni, quando con audacia e flessibilità tattica inizia a diventare un partito con influenza di massa, un attore importante nella vita politica nazionale.

Forse uno dei suoi principali difetti è stata la mancanza di tempo. Nella sua frenetica esperienza storica, sia questa organizzazione come pure l’insieme della sinistra rivoluzionaria, non hanno raggiunto l’influenza e la maturità necessarie per capovolgere la situazione che si stava rapidamente trasformando da una crisi prerivoluzionaria in una controrivoluzione aperta.

Il contesto politico e ideologico di quegli anni rendeva molto difficile il necessario rinnovamento ideologico della sinistra cilena. Nel mondo bipolare della Guerra Fredda, delle definizioni a favore dell’uno o dell’altro campo, in un contesto in cui la lotta politica si poneva nella logica della guerra, lo spazio per revisioni critiche e introspettive era oggettivamente molto ridotto, in alcuni casi francamente insignificante.

Poi, sotto la dittatura, quel percorso era ancora più difficile. Certe concezioni e tendenze, a volte criticate, ma mai del tutto superate, come il fuochismo e il militarismo in alcune organizzazioni rivoluzionarie, insieme a certi errori di valutazione – come la sottovalutazione del potere del nemico e la sopravvalutazione delle proprie forze – si sono saldate nello sterminio fisico e nella sconfitta politica e militare del progetto rivoluzionario incarnato da Miguel Enríquez e dai suoi compagni.

Il progetto mirista è stato, in realtà, sconfitto in tre occasioni: la prima volta tra il 1973 e il 1976, quando la feroce repressione della dittatura liquidò una parte molto significativa della sua direzione storica, compreso lo stesso Miguel, e disarticolò molte strutture dell’organizzazione.

Una nuova ecatombe si consumò tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 e si concluse con notevoli perdite umane, politiche e materiali, azioni come l’“operazione ritorno” e il tentativo di insediamento della guerriglia di Neltume.

E una nuova sconfitta, questa volta eminentemente politica, è avvenuta nella seconda metà degli anni ’80, quando si è imposta la “transizione concordata”, che ha lasciato il MIR e le altre forze rivoluzionarie senza una valida alternativa, cioè senza una base sociale.

La sconfitta di un progetto significa la non validità della sua causa? Non necessariamente. Ritengo che gli ideali essenziali della generazione rivoluzionaria, cresciuta e sviluppatasi negli anni ‘60 e ‘70, siano ancora validi, poiché nel nostro Paese i grandi obiettivi di giustizia e di uguaglianza sociale non sono stati realizzati.

Ma questa è la nostra terza domanda: cosa c’è di salvabile in questi progetti al di fuori dell’esperienza stessa?

Siamo senza dubbio in un’epoca differente. Non viviamo più – come credevamo allora – “nell’era dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria”. Certo, siamo ancora nell’era dell’imperialismo (ora più globalizzato), tuttavia, solo un’imperdonabile cecità politica potrebbe farci credere che la rivoluzione proletaria sia all’ordine del giorno da qualche parte sul pianeta.

Quando le grandi trasformazioni sociali, economiche, culturali e ideologiche degli ultimi decenni del capitalismo globalizzato hanno diluito l’identità, inclusa una buona parte della base sociologica della classe operaia, quando l’emergere di nuovi attori sociali popolari configura un panorama più complesso e sfumato, solo una sconsiderata ostinazione nostalgica potrebbe portarci alla ripetizione dei modelli rivoluzionari classici.

Pochi sono, in realtà, i concetti e gli strumenti politici di quell’epoca che sono usciti indenni dalle burrasche storiche del tempo trascorso da allora [2].

I progetti marxisti di socialismo basati su due presupposti, un supporto materiale rappresentato dalla grande industria e un supporto sociale, la classe operaia, sono stati seriamente messi in discussione dall’esperienza storica e dall’evoluzione del capitalismo.

Finora, le basi materiali della grande industria non sono state altro che i supporti della riproduzione allargata del capitalismo e, in alcuni paesi, hanno prodotto forme statali totalitarie. Una nuova utopia rivoluzionaria, pena il ripetersi di esperienze con conseguenze disastrose, dovrebbe cominciare dal mettere in discussione questo presupposto, proponendo da subito un nuovo modo di produrre che non è ancora possibile prevedere.

Allo stesso modo, va notato che, nonostante le aspettative e i desideri, la classe operaia non è stata, in quanto tale, in nessun Paese del mondo, la forza sociale decisiva per la liberazione dell’umanità. Sebbene il suo carattere di classe sfruttata sotto il capitalismo sia un’evidenza storica indiscutibile, la sua essenza rivoluzionaria universale, in realtà, non è mai stata basata o confermata dall’esperienza storica.

Sebbene buona parte delle rivoluzioni del XX secolo siano state compiute in suo nome e con il suo appoggio, da nessuna parte questa classe, in quanto tale, ha esercitato la direzione reale di quei processi che hanno finito per costituire nuove forme di dominio e sfruttamento.

Questa constatazione non invalida il fatto che un progetto rivoluzionario anticapitalista non può che avere come base sociale i lavoratori e gli altri settori sfruttati o oppressi dal capitalismo, anche se ci obbliga a ripensare la questione dei soggetti sociali portatori del cambiamento.

Sicuramente il soggetto sociale rivoluzionario delle nuove lotte di liberazione è più vicino a quella visionaria percezione mirista dei “poveri della città e della campagna”, soggetto plurale, multiforme, dai contorni flessibili, che si costruisce attorno a determinati momenti e compiti storici.

Non si tratta più di trovare “la” classe messianica che è portatrice della liberazione dell’umanità, ma di articolare in un progetto rivoluzionario globale le aspirazioni dei lavoratori e degli altri settori sfruttati con quelle di altri segmenti etnici, sociali e culturali che mettono in discussione il capitalismo.

In questa prospettiva, il socialismo del futuro non può essere concepito semplicemente come un progetto che, presentato come “socialismo”, non sia altro che una forma specifica di capitalismo o socialismo di Stato.

Per la costruzione di un nuovo tipo di utopia è necessaria una profonda riformulazione delle basi teoriche, ideologiche, politiche e culturali che hanno ispirato i programmi e le pratiche dei movimenti politici e sociali di trasformazione sociale in Cile.

Cosa possiamo salvare allora dell’esperienza della generazione rivoluzionaria degli anni ’60 e ’70? In un mondo in cui la teoria classica della rivoluzione è entrata in crisi e in cui l’impulso vitale della rivoluzione russa si è estinto nel bel mezzo della fine disastrosa dei “socialismi reali”, è, senza dubbio, poco ciò che può essere recuperato dai riferimenti teorici, dagli strumenti e dalle strategie politiche di una volta.

Tuttavia, è molto ciò che si deve raccogliere in termini di decisione di cambiare il mondo e ciò che deve essere salvato sul piano della morale e della coerenza con i principi e le convinzioni.

Quando le classi dirigenti, attraverso i loro politici e intellettuali, offrono all’umanità solo la prospettiva di una eterna riproduzione del capitalismo, una sorta di congelamento o “fine della storia” senza progetti collettivi o utopie di cambiamento sociale; quando in paesi come il nostro la casta politica ci mostra giorno per giorno che per essa pensare, dire e fare sono tre cose diverse, l’eredità morale di Miguel Enríquez e della sua generazione rivoluzionaria continua ad avere un valore che, nella prospettiva delle lotte e utopie libertarie del futuro, non sarà puramente testimoniale.

La sfida storica per le nuove generazioni sarà quella di raccogliere questa eredità morale ed elaborarla attraverso il prisma di nuovi strumenti teorici che dovranno costruirsi da soli, recuperando quanto necessario dai contributi precedenti, senza riflessi nostalgici che portino alla ripetizione dei costosi errori del passato, ma senza cedere alle pressioni del sistema di dominio.

Sono certo che, prima o poi, questi nuovi uomini e donne valuteranno l’esperienza e l’eredità di coloro che li hanno preceduti e costruiranno, con lo stesso entusiasmo e coerenza, anche se con più lungimiranza e maggiore efficacia, le “grandi strade” libertarie del futuro.

di Sergio Grez Toso - Storico, accademico dell’Università del Cile. Email: sergiogreztoso@gmail.com

Note

[1] Sulla strategia elettorale della sinistra in Cile, vedi Sergio Grez Toso, “La izquierda chilena y las elecciones: una perspectiva histórica (1882-2013)”, en Cuadernos de Historia, N°40, Santiago, junio de 2014, págs. 61-93. Versione digitale.

[2] Varie delle idee espresse qua di seguito sono state sviluppate insieme ai componenti del collettivo Centro de Estudios Políticos sobre Chile (CEP-Chile) nel documento Una corriente socialista libertaria como alternativa de izquierda revolucionaria (Reflexiones para un proyecto transformador), París, Centro de Estudios Políticos sobre Chile, aprile 1985.

Fonte

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