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29/08/2022

Il freno tirato del “governo per gli affari correnti” e lo spettro di Robin Hood

Sugli scenari recessivi dovuti all’aumento dei prezzi per i prossimi mesi, si alternano valutazioni credibili – e preoccupanti – e allarmismi strumentali ed elettorali mentre prende corpo l’Agenda Robin Hood in contrapposizione a quella di Draghi.

In molti infatti stanno tirando per la giacca il governo Draghi ancora in carica per “gli affari correnti”, ma questo non sembra volersi far coinvolgere più di tanto, anzi.

I provvedimenti adottati fino ad ora sono stati la tassazione sugli extraprofitti delle aziende in alcuni settori (energia soprattutto) e il decreto aiuti con il congelamento delle accise sui carburanti.

In Italia l’imposta sugli extraprofitti è stata introdotta e disciplinata dall’art. 37 del dl 21/2022. Viene calcolata sulla differenza tra operazioni Iva attive e passive nel periodo che va dal 1° ottobre 2021 al 30 aprile 2022 e il saldo del periodo dal 1° ottobre 2020 al 30 aprile 2021. Il prelievo è stato aumentato in questi mesi dal 10 al 25% (Unione Popolare ha proposto di portarla al 90% e nessuna multinazionale si dovrebbe strappare i capelli per questo, ndr). Il gettito atteso da questo provvedimento era di quasi 11 miliardi. Ma finora lo Stato ha incassato solo 1 miliardo.

Il prelievo sugli extraprofitti non riguarda però solo le società energetiche ma anche le industrie minerarie e alimentari che, come le prime, hanno visto schizzare i loro profitti non per abilità manageriale ma per cause esterne. Da questa tassazione straordinaria al momento sono però escluse le imprese farmaceutiche del Big Pharma, che pure di extraprofitti ne hanno accumulati parecchi dalla pandemia di Covid, anche qui a causa di un fattore esterno.

Il Governo Draghi viene sollecitato per reperire le risorse da usare per finanziare nuovi aiuti a imprese e famiglie in difficoltà.

La causa è l’enorme aumento dei prezzi dell’energia dovuto alla speculazione sul mercato di Amsterdam alimentata successivamente dalle sanzioni europee alla Russia e dalle conseguenze della guerra in Ucraina.

Questo mercato privato del gas ha di fatto sostituito i contratti bilaterali a lunga scadenza tra i vari paesi e consente non solo ai trader della materia prima, ma anche a quelli finanziari, di determinare il prezzo dei contratti a termine sul gas naturale. I prezzi future riguardano consegne di gas più lontane nel tempo e possono essere negoziati più volte prima della scadenza. Le scommesse sui future da parte dei fondi speculativi sulla borsa TTF di Amsterdam, hanno creato una scarsità artificiale di gas e portato i prezzi del gas a un livello insostenibile, ben prima della guerra in Ucraina e della sanzioni alla Russia.

In un sistema a libero mercato, in questo caso dei prezzi energetici, la formazione del prezzo del gas (in sigla TTF, Title Transfer Facility) viene generato nella borsa di Amsterdam. Il gas più caro che importiamo è però quello liquido che viene dagli USA, dove il prezzo, definito Henry Hub, viene stabilito attraverso le transazioni effettuate in terminal di esportazione in Florida per i volumi che vengono esportati verso tutto il mondo.

Le società energetiche italiane, anche quelle a residua partecipazione pubblica, acquistano il gas da questi canali ma non rendono noto il prezzo a cui l’acquistano. Pare che neanche il ministro Cingolani sia riuscito a farsi dire il prezzo reale di acquisto da parte dalle società energetiche italiane, neanche di quelle in cui il Mef è azionista.

Nonostante le pressioni delle forze politiche fomentate dalla campagna elettorale, da Palazzo Chigi fanno sapere che “non sono in arrivo misure imminenti, siamo in affari correnti”. La linea decisa del presidente del Consiglio, Mario Draghi, e del ministro dell’Economia, Daniele Franco, è chiara: no al ricorso a un aumento del deficit. Da Palazzo Chigi affermano come al solito (ma solo in questi casi) che “prima occorre trovare le risorse” e poi si possono prendere i relativi provvedimenti. Per reperire altre risorse, quantificate in almeno 30 miliardi, c’è chi ipotizza un aumento della tassa sugli extraprofitti delle imprese del settore energia (ora del 25%), ma le imprese contestano il prelievo e finora il governo ha incassato poco più di 1 miliardo rispetto agli 11 preventivati.

Tra le ipotesi c’è la proroga del taglio delle accise sui carburanti, ovvero la conferma della riduzione di 30,5 centesimi al litro del prezzo della benzina e del gasolio. La misura in corso scade il prossimo 20 settembre e pesa per circa un miliardo al mese di mancati introiti fiscali per lo Stato. Un’altra ipotesi riguarda la messa a disposizione di un pacchetto di settimane di cassa integrazione gratuita per le imprese costrette a fermare o a ridurre temporaneamente la produzione per via del caro-energia.

Qualcuno pensa al rafforzamento del credito d’imposta sui maggiori costi delle bollette, che è del 25% degli stessi per le imprese energivore e gasivore e del 15% per le altre, ed è stato già finanziato anche per le bollette del terzo trimestre dell’anno con 3,4 miliardi di euro nel decreto legge Aiuti bis. Le proposte sul tavolo prevedono l’aumento delle aliquote del credito d’imposta, la sua estensione anche agli esercizi commerciali e la proroga al quarto trimestre del 2022.

Ci si trova di fronte a due strade: o si agisce sulla fiscalità azzerando accise e Iva sui prodotti energetici per contenere i prezzi (ma qui interviene la tagliola dei conti pubblici e della diminuzione delle entrate fiscali) oppure si comincia a colpire con tutta la potenza di fuoco possibile la speculazione finanziaria sui prezzi delle materie prime. Insomma togliendo più denti possibili agli squali.

Sulla prima ipotesi il “governo degli affari correnti”, o quello che uscirà dalle elezioni, metterà le mani avanti con i problemi di bilancio e dei vincoli europei. Sulla seconda un governo che non mette in discussione la supremazia del libero mercato e degli interessi privati non agiterebbe neanche la siringa per l’anestesia.

Un governo che avesse una visione del presente e del futuro per la propria popolazione agirebbe virtuosamente su entrambe le leve: sottraendo ricchezza a pochi speculatori e redistribuendola alla maggioranza della società che è chiamato a tutelare, sia agendo contro la speculazione sui prezzi sia sulle fonti della tassazione dalle quali recuperare le risorse necessarie.

Per questo occorre una rottura. Se invece di Unione Popolare volete chiamarla “Agenda Robin Hood” va bene lo stesso, il significato è quello. Il problema è avere nelle faretre più frecce possibili.

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