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19/08/2022

La campagna elettorale più finta che sia mai esistita

Non è difficile vedere che tutto l’agitarsi dei vari protagonisti ufficiali della cosiddetta “politica” italiana avviene intorno al nulla. Fioccano naturalmente le promesse e i “programmi”, ma tutti sanno – anche gli elettori, ormai – che si farà quello che viene consentito dai vincoli europei. Cioè poco, se va bene, o il contrario, com’è più probabile.

Non a caso il presunto leader più spianato sull’”agenda Draghi” (che è la sintesi delle direttive europee per proseguire il percorso fissato dal Next Generation EU) aveva aperto la campagna del Pd su ius soli, cannabis e altri diritti civili che dovrebbero essere scontati in una “società liberale”. Ma che soprattutto non costano nulla in termini di finanza pubblica o, tanto meno, privata.

Dall’ultradestra ringraziano, proponendo un ritorno al bigottismo sull’aborto o alla “difesa della razza”, mentre sul piano economico promettono di tutto (pensioni minime a mille euro, flat tax, azzeramento della riforma Fornero sulle pensioni, azzeramento del reddito di cittadinanza, ecc).

Non serve uno scienziato per cogliere le assurdità intrinseche di questo ciarlare da cialtroni.

Abbassare le tasse significa ridurre le entrate dello Stato; e raddoppiare le pensioni minime (come sarebbe peraltro sacrosanto...) significa aumentare le spese. Le due cose insieme sono impossibili, anche senza ricordare la scure europea che pende sulle decisioni nazionali che vanno a toccare il bilancio (e il debito).

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma sarebbe inutile fare solo brevi accenni polemici. Vedremo di entrare nel merito nel corso delle prossime settimane da qui al 25 settembre...

I sondaggi chiariscono invece al meglio la “condizione strutturale” in cui è ridotta la competizione politica in questo paese e in tutto l’Occidente neoliberista.

Vengono “sondaggiati” infatti soltanto alcuni soggetti scelti ad insindacabile giudizio del “sistema di potere”, legittimati non dalla capacità di rappresentare settori sociali diversi (o insiemi di settori) ma dalla presenza mediatica.

Abbiamo per esempio una strabordante presenza di due personaggi socialmente insignificanti, come Calenda e Renzi, che nonostante il battage pubblicitario martellante non riescono a raccogliere più del 5% delle intenzioni di voto (gli incerti o tendenzialmente astenuti viaggiano tra il 30 e il 40%...).

Idem dicasi per molti altri gruppuscoli di notabili (Bonino, Toti, Lupi, Di Maio, Fratoianni, Speranza, ecc.) che servono come foglie di fico “alternative” per le esigenze dei gruppi maggiori di mostrarsi capaci di creare “campi larghi”.

Stiamo evidentemente parlando di un gruppo di complici intercambiabili, in competizione tra loro solo per guadagnare posizioni nella graduatoria di “affidabilità” a poteri che sono fuori (e più importanti) del Parlamento ed anche del Paese.

Poteri che controllano i principali gruppi mediatici, cui è affidata la selezione dei “candidati affidabili”, mentre gli altri sono semplicemente ignorati (a parte poche comparsate occasionali in orari improbabili per dare comunque l’impressione del “pluralismo”).

In questo modo “la politica”, e soprattutto il rito elettorale, viene ridotto a marketing da supermercato. Gli elettori-consumatori vengono instradati a comprare (votare) un prodotto soltanto perché “visto in televisione” (i giornali, com’è noto, non li legge più nessuno...). Con buona pace della funzione di “rappresentanza politica” che gli eletti dovrebbero poi esprimere.

La conferma viene dal mercato delle vacche che, in tutti i gruppi in competizione, ha deciso le candidature su collegi ingranditi dalla riduzione dei parlamentari. Quasi da nessuna parte sono stati candidati “espressione del territorio”, travolti dalla necessità di ospitare “personaggi centrali” che devono per decisione divina essere presenti nel prossimo Parlamento.

Il che, naturalmente, è la dimostrazione del fatto che l’attuale “classe politica” è scelta al di fuori dei vecchi meccanismi di selezione dei “rappresentanti del popolo” (diversi per classi sociali e valori di riferimento).

Ed anche quando il malessere sociale individua delle “alternative”, per quanto vaghe e improbabili (è il caso dei Cinque Stelle nel 2018), scattano immediatamente una serie di meccanismi costrittori che dividono, scompaginano, comprano (in senso letterale) i nuovi “rappresentanti” di quel malessere, riconducendoli nell’alveo dei “politici mainstream”. Il riferimento a Di Maio è solo uno delle centinaia possibili...

Il tutto, è necessario ricordarlo, mentre si addensano una marea di problemi difficilissimi da risolvere sul piano economico, ambientale, climatico, finanziario, produttivo, sociale, ecc., che faranno della “stagione autunno-inverno” un campo di battaglia sociale e politico di prima grandezza. E che seppellirà tutte le chiacchiere di questi giorni nell’ignominia…

In questo quadro il tentativo di Unione Popolare merita attenzione per quanto saprà fare per sovvertire questa logica, mettendo al centro gli esclusi dalla società che vengono – naturalmente – esclusi anche dal novero dei soggetti che hanno “diritto di parola in politica”. E quindi sulle scelte generali del Paese.

“Eleggere” uno o più parlamentari in questa lista, insomma, servirà per rendere visibili gli interessi degli esclusi (lavoratori, pensionati, giovani, studenti, disoccupati, migranti, ecc.).

Sarà una battaglia controcorrente, non una passeggiata in favore di telecamera...

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