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30/08/2022

La scuola tra economia di guerra e Covid

Con il passare dei giorni comincia a rendersi evidente che il prossimo inverno sarà durissimo per i cittadini europei e in particolare per gli italiani, soprattutto se appartenenti alle classi popolari. Un inverno di fame e freddo.

L’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità è incontrollato mentre è chiaro che la mancanza di adeguati approvvigionamenti di gas porterà probabilmente al razionamento energetico e alla riduzione del riscaldamento in case, luoghi di lavoro, scuole. Ciò senza considerare le quasi inevitabili ricadute del disastro energetico sull’occupazione.

Ciò è tanto evidente che il governo Draghi, responsabile di un tale sfascio, dovuto alla politica di guerra e alla scarsa energia nel controllare le conseguenti speculazioni, sta ora lavorando a un decreto che tenti di regolamentare l’uso dell’energia a partire dai prossimi mesi.

Alcuni settori della vita sociale ed economica saranno esentati dalle misure di risparmio energetico ma tra queste non è compresa la scuola che, ancora una volta, non è una priorità per il governo Draghi. In pratica, le scuole dovranno adeguarsi a diminuire per almeno il 20% il loro consumo energetico.

Amministrazioni locali e singoli istituti si stanno chiedendo come poter arrivare a un tale risultato, assai difficile da conseguire. Le soluzioni che sinora sembrano le più probabili sono quelle di una drastica riduzione del riscaldamento non solo in termini di gradi centigradi, ma anche di ore di funzionamento.

Ciò significa, in pratica rinunciare o ridurre drasticamente non solo le attività facoltative pomeridiane, ma anche non sapere come svolgere le ore curricolari, per esempio negli Istituti Tecnici e Professionali dove, a causa del carico orario che arriva spesso a 36 ore, le attività didattiche si prolungano nel pomeriggio.

Un’altra soluzione, non meno dannosa, è quella di tornare alla DAD almeno per un giorno alla settimana. Un risultato davvero encomiabile per il commissario euroatlantico per l’Italia, Draghi, che al meeting di Comunione e Fatturazione ha tronfiamente rivendicato di avere riportato tutti gli studenti in aula (abolendo il Covid per decreto, ma di questo parleremo più avanti).

In effetti, per poter risparmiare energia, le scuole non hanno altra scelta che ridurre le ore di lezione o riattivare la DAD. Questo perché il patrimonio edilizio delle scuole italiane è vecchio, degradato e in uno stato di cattiva manutenzione.

Le scuole non hanno isolamento termico, (salvo quelle, ahimé, dove ancora c’è l’amianto), i caloriferi sono privi di valvole di regolazione, i serramenti sono vetusti e mal funzionanti, l’illuminazione è garantita in genere da vecchi e tremolanti tubi al neon (altro che sostituire le lampadine) e spesso non ci sono tende.

Tutto ciò anche perché, al contrario di quanto affermato prima da Azzolina e poi da Bianchi nei due anni e mezzo di pandemia nelle scuole non è stato effettuato alcun serio intervento strutturale. Una delle poche difese dal contagio che hanno studenti e personale scolastico (consigliata peraltro dal Ministero e dal’ISS) è quella di aprire spesso le finestre per l’aerazione.

Ciò provoca, evidentemente, un aumento immediato del carico di lavoro degli impianti di riscaldamento. Si poteva tentare con l’installazione di aeratori automatici, ma il ministro Bianchi ha dichiarato che sono irrilevanti per la pulizia dell’aria (e comunque, per funzionare, richiedono energia).

I progetti di diminuire il numero di alunni per classe e di assumere nuovi docenti, peraltro, sono stati sommersi da cataste di inutili banchi a rotelle, di cartacce sul docente “esperto”, dagli sprechi per l’Alta Scuola di Formazione e di chiacchiere sulle STEM, in rapida sequenza tra il governo Conte 2 e quello Draghi.

Tra l’altro, quest’anno non si hanno ancora notizie sulla continuazione della presenza dell’organico aggiuntivo per il Covid.

Tale situazione grottesca di ordini e contrordini è quella che si troveranno ad affrontare studenti, docenti e personale ATA dopo due anni di una pandemia che potrebbe ripresentarsi in forme massicce nel prossimo autunno (anche durante l’estate ci sono decine di migliaia di casi al giorno e un centinaio abbondante di decessi quotidiani), mentre le scuole sono sottoposte alle dure leggi dell’economia di guerra.

Forse, l’unica soluzione, in un sistema scolastico in cui si enfatizzano le “nuove tecnologie” sarà quella di andare a scuola con i guanti, la copertina e le mutandone di palpignana della nonna.

Di tutto questo si discute assai poco in una campagna elettorale in cui le conseguenze della guerra non sono motivo di contesa tra i partiti al governo perché questi sono tutti d’accordo sulla linea bellicista, come lo è anche, peraltro, Fratelli d’Italia.

Quando si parla di scuola, invece, lo si fa soprattutto con promesse di mirabolanti aumenti di stipendio per il personale, che accomunano tutti i partiti. Quasi un milione di voti del personale scolastico fa gola a tutti. Tuttavia, ci chiediamo, quanto siano sincere tali promesse, perché i partiti di governo trascinano un contratto scaduto da quattro anni proponendo aumenti ridicoli.

Quanto alle altre proposte per la scuola, fa sorridere di compassione Berlusconi che, forse a causa dell’età, propone la scuola a tempo pieno (e l’apertura estiva, con le strutture fatiscenti di cui abbiamo scritto), dimenticando che in Italia c’era e fu proprio la sua ministra Gelmini a decretarne la fine.

Enrico Letta lancia la proposta alla “francese” dell’obbligo dai tre ai diciotto anni, degna di considerazione, ma che lanciata all’improvviso, all’inizio della campagna elettorale e senza alcuna seria articolazione sa tanto di tentativo di recuperare un po’ consenso e pagine sui giornali.

Peraltro si ricordi che le scuole d’infanzia statali, in Italia, sono una minoranza, essendo in gran parte private, che sono la preoccupazione di Tajani che vuole aumentarne i finanziamenti.

La destra si oppone a Letta perché “chi vuole andare a lavorare presto deve poterlo fare” sottintendendo che il diploma non è per tutti e riproponendo il vecchio adagio “c’è chi è nato per studiare e chi è nato per zappare”.

Calenda e la destra si trovano d’accordo sulla valorizzazione di istituti tecnici e professionali in raccordo con le imprese (cioè al servizio delle imprese). Fratelli d’Italia vuole una scuola “meritocratica” e rigorosa e per questo propone la reintroduzione del voto numerico per i bambini di sei anni.

Insomma, un tale serraglio elettorale tutto appare tranne che attento ai problemi reali della scuola, che riaprirà nelle condizioni di cui abbiamo scritto.

Per risolvere il problema del rientro, però, arriva la segretaria della CISL scuola che chiede una task force per i provvedimenti anticovid.

Ridete pure, si chiede un intervento emergenziale per un problema che esiste da due anni e mezzo.

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