Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/09/2024

Per Draghi l’industria militare Ue deve accedere ai fondi pubblici: io darei la priorità ad altro

di Paolo Maddalena

È recente la notizia che Mario Draghi, il responsabile numero uno della “privatizzazione” dell’immenso patrimonio industriale italiano, che ha arricchito la finanza straniera e ha reso povero il popolo italiano, ha scritto nel suo “Rapporto sulla competitività della Ue” che l’industria militare europea deve avere accesso ai fondi pubblici dell’Unione, sollecitando, a tal fine, la creazione di una “Autorità per l’industria della difesa”, ai fini della gestione centralizzata degli appalti dei vari Paesi dell’Unione Europea.

Altra eclatante e molto preoccupante notizia, che arriva dopo l’affermazione dell’estrema destra in Francia nelle ultime elezioni politiche, è la schiacciante vittoria della destra estrema nelle elezioni regionali dei Lander tedeschi di Turingia e Sassonia.

Questi due fatti hanno, a mio avviso, una causa comune: la “situazione economica fallimentare” prodotta dalla diffusione nell’Occidente, e specialmente in Europa e in Italia, del sistema economico predatorio del neoliberismo, che, puntando sul principio fondamentale della “concorrenza”, e producendo di conseguenza l’accentramento della ricchezza nella finanza (che non investe in imprese produttive, ma scommette su titoli e prodotti finanziari), ha prodotto disoccupazione, povertà e diminuzione generalizzata dei redditi.

In Italia il reddito delle famiglie è vistosamente diminuito e si attesta a oltre sei punti al di sotto di quello del 2008 (l’anno della grande crisi), mentre il reddito disponibile in Italia risulta inferiore di oltre 17 punti rispetto alla media europea (dati Istat). Paesi come la Germania sono addirittura in recessione.

E non si può negare che si deve proprio a questa debacle se le tendenze conservatrici si sono organizzate per difendere i loro privilegi assicurati dal neoliberismo, sostenendo la necessità di un riarmo dell’Europa (Draghi), mentre gli elettori, resi indecisi, passivi e indifferenti dalla politica fin qui seguita dai governi, non hanno saputo far di meglio che affidarsi a politici diversi da quelli che hanno governato negli ultimi 40 anni, e cioè all’estrema destra.

Un coagulo di avvenimenti che non promette nulla di buono. Ne costituisce un indizio non trascurabile il fatto che la proposta di Draghi è stata già recepita dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, la quale ha annunciato l’istituzione di un apposito Commissario alla Difesa.

Tutto questo è potuto avvenire perché, anziché procedere sulla via della realizzazione di una vera “federazione europea”, si è preferito realizzare una semplice “unione economica” (Delors), nella quale la fanno da padroni, in base al citato supremo principio della “concorrenza”, i Paesi economicamente più forti a discapito dei Paesi economicamente più deboli. Un dato che, riferito agli armamenti e alla difesa, suscita serie preoccupazioni, in ordine al quale potrà essere il Paese capofila di questa nuova politica.

E pensare che il 21enne Kalergi (di madre giapponese e padre austriaco), che per primo sognò una Europa federale, nel suo famoso libro Pan-Europa, scritto nel 1922, aveva avvertito che “è sulla base della cooperazione che sarà necessario fondare la federazione europea, in modo che nessuno Stato sarà sufficientemente forte da dominare gli altri”.

Mentre Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, nel famoso Manifesto di Ventotene scritto nel 1941 “Per una Europa libera e unita”, concludevano affermando che l’Europa dovrà essere costruita “da coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo”.

Altro che Unione economica a favore delle multinazionali e della finanza! Se ne tenga conto, prima di pensare agli armamenti dell’Europa.

Fonte

24/12/2021

Paolo Maddalena firma l’appello degli studenti: “la Costituzione lo vuole”

Riceviamo e pubblichiamo con grande piacere e sentito ringraziamento le “motivazioni” dell’adesione di Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale, all’appello scritto dalle studentesse e dagli studenti romani dopo le gravissime dichiarazioni da parte del Direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio, Rocco Pinneri.

Un appello che sta facendo il giro del paese e ha visto il riconoscimento di tantissime personalità e organizzazioni, dal mondo dell’arte, della cultura, della solidarietà, della politica, del sindacalismo di base, così come singoli/e cittadini/e che hanno deciso di prendere le parti della nuova generazione.

Il tentativo di mettere gli studenti e le studentesse gli uni contro gli altri – “vi chiedo di denunciare formalmente il reato di interruzione del pubblico servizio e di chiedere lo sgombero dell’edificio, avendo cura di identificare, nella denuncia, quanti possiate degli occupanti”, aveva scritto Pinneri – si sta infatti rivelando un autentico boomerang per il Direttore.

Le parole di Maddalena, che trovate al termine di queste poche righe, sono a nostro avviso stringenti perché colgono precisamente il problema sollevato dai giovani di oggi ed espresso per mezzo (e non come fine) delle occupazioni: la scuola così com’è non funziona, il sistema-azienda applicato alla formazione trascura il valore educativo alla vita nella collettività, l’esclusione dai processi decisionali di chi è oggetto delle decisioni stesse è un fattore antidemocratico.

L’arroccamento nei “palazzi” della classe dominante e la progressiva esclusione della popolazione dalla vita politica sono elementi di preoccupazione per il futuro del nostro paese.

Gli studenti allora, lottando per la loro scuola, lottano anche per il futuro di tutti noi.

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Sottoscrivo l’appello delle studentesse e degli studenti con la seguente motivazione: nella mia lunga carriera ho anche fatto l’insegnate universitario, sia come assistente, sia come libero docente di Istituzioni di diritto romano, sia come titolare di una Cattedra Jean Monnet di diritto ambientale comunitario, e posso dire, per esperienza diretta, che i giovani vogliono apprendere e, in genere, sono alla disperata ricerca di conforto e di amore in una società resa “barbarica” dall’imperante sistema economico predatorio neoliberista, che toglie la speranza del futuro, e riduce l’uomo a semplice merce.

L’insoddisfazione dei giovani sta proprio nel fatto che si trascura di insegnare loro il valore della persona umana e della sua partecipazione alla Comunità, e si tende a fare di essi dei semplici esecutori di ordini provenienti da grandi organizzazioni economiche transazionali.

Se la scuola non aiuta i giovani a farli crescere intellettualmente e moralmente, come è possibile ricorrere alla repressione anche di ingenue manifestazioni, peraltro fino a oggi ritenute possibili, in base al criterio, storicamente seguito, della, per così dire, “extra territorialità” degli edifici di alta cultura?

Versiamo peraltro nel campo dei “diritti fondamentali”, il cui esercizio va comunque regolamentato al di fuori di provvedimenti puramente repressivi (la repressione non serve a nulla e esaspera gli animi).

È probabile che stiamo transitando in una sorta di ordinamento giuridico “presidenzialista” e “autoritario”, il contrario di quanto il regime democratico costituzionale impone.

Chiedo, pertanto, in nome della Costituzione e dei principi fondamentali di libertà che essa contiene, di revocare le misure restrittive adottate in questo stato di cose, tenendo presente peraltro, lo “stato di necessità” nel quale i giovani, senza nessuna loro colpa, sono venuti a trovarsi.

Stiamo parlando di “diritti fondamentali” e, mettendo da parte, almeno in questo caso, ciò che altri ci chiedono, dobbiamo dire a gran voce: “la Costituzione lo vuole”.

Paolo Maddalena – Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale

Leggi e firma l’appello:

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28/07/2020

Le soluzioni prospettate per Autostrade: l'inganno degli inganni

L’inganno degli inganni è stato quello fatto dai nostri politici, che hanno trasformato in S.p.A. gli Enti e le Aziende pubblici la cui funzione era l’esercizio di un servizio pubblico. La S.p.A. è una società lucrativa, che mira a fare i soldi nell’interesse dei propri soci e non negli interessi di tutti i cittadini. L’Ente pubblico o Azienda pubblica sono invece un organo dello Stato comunità che ha come obiettivo il miglior funzionamento dei servizi pubblici.

Aver fatto credere che il trasferimento dei servizi pubblici, come la gestione delle autostrade, da un’azienda pubblica (Anas), che ha sempre svolto benissimo i suoi compiti, a un groviglio di inesperte società fameliche di soldi, è stato uno dei più gravi inganni nella storia d’Italia.

In questo momento la questione autostrade sta correndo su un binario assolutamente sbagliato.

La cosiddetta nazionalizzazione, intesa nel senso che la Cassa depositi e prestiti dovrebbe raggiungere il 51% delle azioni, è un altro falso, perché anche la Cdp da Ente pubblico, che raccoglieva i piccoli risparmi di migliaia di italiani, raggiungendo cifre molto ragguardevoli e aveva come compito quello di finanziare i servizi pubblici essenziali locali e nazionali, è stata trasformata in una banca d’investimento che non ha nessun interesse per il perseguimento dell’ottimizzazione dei servizi pubblici essenziali, ma solo l’interesse ad aumentare i propri guadagni.

Con queste trasformazioni di enti e Aziende pubbliche in S.p.A. (cioè società lucrative) la situazione delle Autostrade italiane si è inestricabilmente compromessa.

Infatti la S.p.A. Cassa depositi e prestiti rileverebbe il 30% della S.p.A. Autostrade e cercherebbe, e questo è un ulteriore assurdo, l’altro 21% con obbligazioni vendute sul mercato generale, il quale, come noto, non ha altro fine che quello speculativo e personale.

D’altro canto gli altri partner della S.p.A. Autostrade, che detengono il rimanente 49%, sono una miriade di soggetti, quasi tutti stranieri, da cui non è possibile pretendere la normale gestione di un servizio pubblico.

Basti pensare che la S.p.A. Autostrade è formata anche da Allianz, il fondo Dif, i cinesi di Silk Road e Atlantia, la quale ultima detiene l’88% della S.p.A. autostrade e ha al suo interno altri fondi o S.p.A.: il fondo Tci, il fondo sovrano di Singapore Gic, Lazard, BlackRock e Hsbc.

Affidare il servizio pubblico autostradale italiano, costruito con i soldi degli italiani a questa miriade di soggetti desiderosi solo di guadagni è un vero tradimento per gli italiani e una pura follia sul piano del funzionamento del servizio.

Da tempo gridiamo contro le privatizzazioni e le concessioni a privati di servizi pubblici e ora è arrivato il momento che il Popolo dica basta!

Limitandoci solo al problema autostrade, appare evidente: che da un lato i piccoli, ma numerosissimi risparmi dei lavoratori italiani, sono offerti a fameliche imprese che nulla hanno a che vedere con il motivo per il quale quei risparmi erano stati raccolti, e cioè per l’investimento in servizi pubblici essenziali, specialmente locali, e dall’altro lato c’è una serie innumerevole di soggetti che vorrebbero far parte della società autostrade solo per fini chiaramente speculativi.

È nella ritrasformazione delle S.p.A. in Enti o Aziende pubbliche, ben dirette e ben controllate, che si gioca l’avvenire dell’Italia.

Dovrebbe essere questo il primo punto del decreto rinascita, ma, come è noto, questo decreto ha la mente immersa nel neoliberismo e non farà altro che, come voglio specialmente Forza Italia, il Pd e Italia Viva, decretare un ulteriore e totale svendita del patrimonio pubblico italiano.

E tutto questo in palese e dolosa violazione del titolo terzo, della parte prima, della nostra Costituzione repubblicana e democratica.

Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

Fonte

16/07/2020

Autostrade: Il governo, con la mente ottenebrata dal pensiero predatorio neoliberista, inganna gli italiani e favorisce gli speculatori

La vicenda Autostrade si è risolta in un maggiore esborso a carico degli italiani, che sarà effettuato tramite la Cassa depositi e prestiti. Questa dovrà entrare nella costituenda società di autostrade aumentando il capitale sociale, fino a raggiungere il 51%, facendo in modo che la partecipazione azionaria dei Benetton, pur mantenendo il numero di azioni in suo possesso, non abbia più una posizione di maggioranza assoluta.

Insomma i Benetton, non solo non perdono nulla, ma guadagnano anche l’occasione di entrare in una società di maggior respiro.

Inoltre essi guadagnano altresì il fatto che la Cassa depositi e prestiti si accolla, con i soldi dei risparmiatori italiani, 10 miliardi di debiti da loro accumulati, assumendo addirittura anche l’onere di ristrutturare le autostrade lasciate cadere in rovina dagli stessi Benetton.

E non è tutto. Il governo ha avuto l’ardire di dare un altro colpo agli interessi italiani, favorendo l’ingresso nella costituenda società autostrade di società speculative straniere e, in particolare, associando alla Cassa depositi e prestiti la più nota delle società speculative americane: Blackstone, definendola un “partner istituzionale”.

Insomma, il governo non ha tenuto in nessun conto, che la gestione dei servizi pubblici essenziali, come le autostrade, è un bene fruttifero che spetta soltanto agli italiani, costruttori delle autostrade medesime. E non si è curato del fatto che questa immensa fonte di ricchezza è diventata una preda, sulla quale si avventano, come avvoltoi, i peggiori speculatori italiani e stranieri.

È stato un comportamento assolutamente riprovevole e in pieno contrasto con l’articolo 43 della Costituzione, secondo il quale la gestione dei servizi pubblici essenziali deve appartenere al Popolo italiano.

Se il governo avesse agito, con disciplina e onore (art. 54 Cost.), proprio e degli italiani, avrebbe dovuto trasformare l’Anas da S.p.A. in Azienda di Stato e fare in modo che tutti i profitti delle autostrade fossero versati al bilancio dello Stato italiano.

Ha agito invece come se la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali e della stessa Cassa depositi e prestiti (la quale raccogliendo i risparmi di milioni di lavoratori avrebbe dovuto mantenere la sua qualifica di Ente pubblico e non di S.p.A.) fosse un dato intoccabile.

In altri termini ha sostenuto l’attuale sistema economico predatorio neoliberista, che ha distrutto quasi interamente il patrimonio pubblico italiano e continuerà a farlo fino alla sua completa estinzione.

Esso, in particolare, ha ritenuto strumento valido le criminali privatizzazioni, anziché sostenere la nazionalizzazione del servizio autostradale (da gestire da parte dell’Azienda pubblica autostrade, Anas).

Ciò avrebbe significato muovere il primo passo verso un sistema economico produttivo di stampo keynesiano (peraltro l’unico previsto in Costituzione), che assicura gli interessi produttivi degli italiani, nonché una politica interna valida e aperta agli altri mercati, e non succube di essi.

Abbiamo invitato ieri il governo a un colpo di reni, oggi non ci resta che rivolgerci al Popolo, il quale nei momenti difficili ha saputo dimostrare, come nel secondo dopoguerra, la sua dignità e la sua capacità di rinascita.

E a questo Popolo che affidiamo la parola d’ordine scritte nella nostra Costituzione: “via gli speculatori italiani e stranieri, dai servizi pubblici essenziali, dalle fonti di energia, dalle situazioni di monopolio e dalle industrie strategiche”, che, ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, devono essere soltanto in mano pubblica o di Comunità di lavoratori o di utenti.

Si tratta di una rivoluzione culturale che la Costituzione ci impone, sancendo al suo interno il principio fondamentale del “diritto di resistenza”, da esercitare, con metodo democratico, anche di fronte allo strapotere del governo e del Parlamento.

Preghiamo tutte le associazioni che condividono queste idee di dare la loro condivisione alla mail segreteriamaddalena@gmail.com, in vista della valutazione dell’opportunità di inviare una seconda petizione al Parlamento oltre quella già inviata contro il Mes, che ha superato le 70 mila firme.

Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

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10/04/2020

Paolo Maddalena: "Senza solidarietà i trattati europei dovranno ritenersi estinti per l'art.11 della nostra Costituzione"

di Paolo Maddalena

Si è comportato molto bene nell’Eurogruppo dei ministri economici europei svoltosi ieri a Bruxelles, il nostro ministro dell’Economia il quale ha tenuto ferma la posizione espressa da Conte che si riassume nella parole: “no al Mes, si agli Eurobond”.

Purtroppo l’ignobile egoismo neoliberista di Germania, Olanda, Austria, Finlandia, Svezia e Danimarca si è opposto all’emissione di detti Eurobond, nel presupposto che non sarebbe possibile che tutti gli Stati si assumano l’onere della garanzia per i prestiti concessi ad altri Stati dell’Unione.

La posizione francese

La Francia ha assunto una posizione intermedia, proponendo che l’emissione di Eurobond debba essere limitata ad affrontare soltanto i danni provocati dal corona virus ai singoli e alle imprese. Ma anche questa proposta è stata respinta dall’Eurogruppo.

Ricordiamo che l’Unione europea è una “organizzazione internazionale a carattere sovranazionale”, il cui scopo fondamentale è quello di raggiungere una coesione economica e sociale tra gli Stati sovrani facenti parte di detta organizzazione.

L’atteggiamento di Germania, Olanda

L’atteggiamento di Germania, Olanda e degli altri paesi del Nord annienta questo scopo, senza tener conto del fatto che la convenzione di Vienna prevede che essi, agendo il tal modo, si pongono fuori dalla stessa organizzazione internazionale alla quale hanno aderito.

Ne consegue che, se dovesse permanere questa situazione, i trattati europei dovranno ritenersi estinti in base a quanto previsto dalla Convenzione di Vienna e ciascun Paese dovrà agire sulla base del proprio ordinamento costituzionale. E non si può non sottolineare in proposito che la Germania ha sempre fatto prevalere le decisioni della propria Corte costituzionale sull’attuazione dei trattati, mentre il legislatore italiano, molto improvvidamente, ha spesso fatto prevalere i trattati sulla nostra Costituzione, distruggendo così il patrimonio pubblico del Popolo sovrano.

Trattati e Costituzione

I fatti sopra detti impongono ai nostri politici di ispirarsi sempre e in ogni caso alla nostra Costituzione e di tenerla ferma soprattutto nei confronti di quei Paesi che hanno dimostrato di essere contrari alla coesione economica e sociale che i trattati prevedono.

Ne tengano conto Germania, Olanda, Austria e gli altri paesi del Nord che, finora impunemente (e non elenchiamo le loro enormi trasgressioni nell’osservanza dei trattati), l’hanno fatta da padroni.

Secondo l’articolo 11 della nostra Costituzione, o si agisce su un piano di parità, oppure gli accordi con gli altri Stati cadono nel nulla.

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04/03/2020

Fiumi di denaro statale per la sanità privata mentre si taglia sul pubblico

Gli effetti negativi del neoliberismo sono venuti in evidenza in occasione del corona virus.

Si deve ricordare al riguardo che i nostri governi, dopo aver tagliato drasticamente 72.000 posti letto, 8 mila dottori e 25 mila infermieri, mai rimpiazzati, hanno fatto in modo che il governo attuale sia stato costretto a chiamare in soccorso le strutture ospedaliere private a causa della mancanza di posti letto per la terapia intensiva negli ospedali pubblici.

L’associazione Aiop (l’Associazione italiana ospedalità privata) si è dichiarata disponibile a questo fine. Sennonché non è affatto chiaro se questo aiuto richiederà ulteriori spese da parte dello Stato.

Si deve sapere infatti che le cliniche private sono molto spesso “convenzionate”, il che significa che, oltre a far pagare il paziente che chiede di esser curato da loro, esse chiedono un rimborso allo Stato, asserendo di aver erogato alcune prestazioni ai singoli con un prezzo inferiore a quello dovuto.

Parlando soltanto della Lombardia, è da sottolineare che l’ammontare dei contributi concessi dallo Stato alle cliniche private di questa regione è di 7 miliardi su un totale destinato alla sanità pubblica di totale 17,4 miliardi.

Come si legge nell’articolo della Gabanelli del 2 febbraio 2018 apparso sul Corriere della Sera dal titolo: Sanità: il «buco» dei rimborsi, per le cliniche private ottenere una convenzione significa avere trovato una gallina dalle uova d’oro.

In altri termini tali cliniche triplicano il costo delle prestazioni mediche, in modo arbitrario, facendo in genere pagare un terzo ai privati cittadini e il resto allo Stato.

È dimostrata così l’assoluta incoerenza di un sistema economico predatorio di stampo neoliberista, che, anziché andare incontro alle esigenze del Popolo, finanziando la ben più economica attività del servizio pubblico nazionale, regala denaro pubblico a singoli imprenditori privati.

È da notare che alcuni ospedali pubblici, come quello di Tor Vergata a Roma, hanno fabbricati che potrebbero ospitare qualche migliaia di letti e sono inattivi per mancanza di fondi.

E allora ci si chiede: perché tutti i soldi destinati alla sanità, non vengano destinati alle strutture pubbliche, ma sprecati e dissipati fra strutture private?

Non diciamo che deve essere soppressa la sanità privata, ma questa, come prevede per le scuole private l’articolo 33 della Costituzione, deve essere esercitata “senza oneri per lo Stato”.

Questo assurdo deve finire!

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10/11/2019

Paolo Maddalena: "Nazionalizzare l’Ilva e mandare a casa ArcelorMittal. Lo impone l’articolo 54 della Costituzione"

Due sono i fatti rilevanti da sottolineare nella vicenda Ilva-ArcelorMittal. Innanzitutto l’oscillante pusillanime posizione dei governi, che si sono succeduti nel tempo, sulla concessione o non dell’immunità penale, senza tenere presente che questa concessione è giuridicamente impossibile e, se concessa, dovrebbe essere immediatamente cancellata dalla Corte costituzionale, trattandosi in pratica di una “licenza di uccidere”.

Tale immunità è stata concessa una prima volta da Monti poi in forma estesa da Renzi, inoltre prima revocata e poi tentata di riconcederla da Di Maio, e infine eliminata dai grillini con il decreto crescita e con il decreto imprese.

Per di più nella riunione tra governo e ArcelorMittal si è verificata una spaccatura tra M5s, che ha insistito per non concedere l’immunità e Pd, Leu e Iv, che invece, dimostrando inutile pavidità, hanno dichiarato di volerla ripristinare.

Una situazione altalenante che purtroppo espone il nostro governo alle critiche pungenti dell’opinione pubblica nazionale e internazionale.

D’altra parte assurda è la posizione di ArcelorMittal, la quale in sostanza, come si sono abituate a fare le multinazionali straniere, vuole scaricare sugli operai il rischio di impresa che è e deve restare dell’imprenditore.

ArcelorMittal ha avuto la baldanza di citare in giudizio il nostro governo per ottenere la rescissione del contratto, adducendo di aver assunto obbligazioni a condizioni inique, a causa di una falsa rappresentazione dei dati reali da parte del contraente italiano.

Si tratta di una falsità utilizzata come mero espediente cavilloso. ArcelorMittal dovrebbe leggere meglio l’articolo 1447 del Codice civile, secondo il quale “la rescissione del contratto può verificarsi quando una parte ha assunto obbligazioni a condizioni inique per la necessità, nota alla controparte, di salvare se o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona.” Ma qual era la situazione di pericolo attuale di un danno grave grave alla persona da parte di ArcelorMittal?

In questo caso il danno grave è stato subito dagli operai dell’Ilva, uno dei quali ha perso la vita a causa della cattiva manutenzione dell’altoforno numero 2, e dall’intera popolazione di Taranto, che ha subito un aumento gravissimo delle morti da tumore.

ArcelorMittal pesca nel torbido e non può essere considerato un contraente affidabile.

In realtà essa vuole una sola cosa: ridurre il personale di 5000 unità e impossessarsi delle commesse dell’Ilva per combattere la concorrenza delle altre imprese di settore.

È invece il governo italiano che deve chiedere con dignità, non la rescissione del contratto come vorrebbe ArcelorMittal, ma la risoluzione del contratto ai sensi dell’articolo 1453 del Codice civile secondo il quale: “quando uno dei contraenti non adempie alle sue obbligazioni, l’altro può, a sua scelta, chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno”. Ed è su quest’ultimo aspetto che il governo dovrebbe insistere.

Se ne avessimo la forza, suggeriremmo al governo di chiudere ogni forma di trattativa con ArcelorMittal, nazionalizzare per sempre questa industria, stabilendo quanta parte di essa risponda alle effettive richieste del mercato dell’acciaio e quanta parte invece deve essere invece riconvertita in altre attività assolutamente non inquinanti, le quali certamente produrrebbero molto profitto per lo Stato italiano, come è avvenuto per il bacino della Rhur che conteneva centinaia di industrie inquinanti che sono state riconvertite in attività culturali o di diporto.

Inviteremmo anche i lavoratori a costituirsi in una società cooperativa ai sensi dell’articolo 45 della Costituzione, dichiarandosi pronti a portare avanti l’attività dell’Ilva sotto la direzione di manager capaci e onesti, scelti da loro e di concerto con il governo.

Il momento è estremamente delicato e il governo ha la necessità inderogabile di non spezzare il rapporto di fiducia che il popolo ha nelle istituzioni.

E a tal fine, in questo momento, deve adottare una unica soluzione: nazionalizzare l’Ilva e mandare a casa ArcelorMittal. Lo impone l’articolo 54 della Costituzione che fa obbligo a tutti e in particolare a chi esercita pubbliche funzioni di osservare la Costituzione, che è legge fondamentale dello Stato ai sensi della disposizione diciottesima delle norme transitorie della Costituzione stessa, agendo per altro con “dignità ed onore”.

Fonte

18/10/2018

Perchè le nazionalizzazioni? “Genova come il Vajont, una tragedia a dimostrazione che sono necessarie”

L’esempio citato dagli organizzatori della manifestazione del 20 ottobre è significativo. Il crollo nel 2018 del ponte di Genova gestito da Società Autostrade è un po’ come il cedimento di quella diga sul Vajont nell’ottobre del 1963. Mentre in Italia partiva il processo di nazionalizzazione dell’energia (dicembre 1962), una infrastruttura gestita da una azienda privata – la Società Adriatica di Elettricità – provocava una tragedia ed una strage dovute all’incuria, ai mancati controlli, alla supremazia degli interessi degli azionisti.

Sabato 20 ottobre una manifestazione nazionale (almeno 30 i pullman annunciati) chiederà che nell’agenda politica del governo e del parlamento torni di forza la questione della nazionalizzazione dei servizi, delle aziende e delle infrastrutture strategiche del paese. Non solo. L’intero sistema di welfare, devastato dai tagli, dalle privatizzazioni e dalle esternalizzazioni del personale, deve tornare in mani pubbliche per riaffermare la priorità degli interessi collettivi rispetto a quelli privati.

“Il liberismo ha fallito” ha affermato Viola Carofalo di Potere al Popolo “e il governo fa ancora finta di niente e si muove sulle coordinate di quelli precedenti. Annuncia ma poi non realizza. La manifestazione si sabato è solo la prima di un autunno di lotte. I servizi devono ritornare in mani pubbliche come una garanzia per la sicurezza e uno stop agli speculatori privati”.

Pierpaolo Leonardi dell’Usb richiama un passaggio devastante come la modifica del Titolo V della Costituzione voluto dal governo D’Alema/Amato tra il 2000 e il 2001. “Hanno rovesciato il concetto di sussidiarietà affidando tutto ai privati e lasciando al pubblico solo quello che non interessava o costava troppo agli affaristi di ogni risma. L’escalation di privatizzazioni ha provocato danni profondi”. Anche per Leonardi il “governo parla di nazionalizzazioni ma poi non le fa. E allora entrano in campo i lavoratori per costringere il Parlamento a discuterne”. Leonardi richiama poi le due leggi di iniziativa popolare sulle quali l’Usb sta raccogliendo le firme, in particolare contro la tagliola dell’obbligo di pareggio di bilancio introdotto arbitrariamente nell’art.81 in Costituzione durante il governo Monti e che strozza ogni tentativo di rimettere gli interessi popolari nelle priorità dell’economia.

Riccardo Libutti, del Comitato Attuare la Costituzione animato da Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale ricorda come gli art.41,42 e 43 della Costituzione proteggono l’iniziativa privata se ha una funzione sociale, ma il modo in cui sono andate le cose dimostra esattamente il contrario, “quella delle nazionalizzazioni è una battaglia a tutto campo, politica, culturale e giuridica. Aderiamo pienamente allo spirito della manifestazione del 20 ottobre”.

“Un piano straordinario per la casa con un milione di case pubbliche in dieci anni” è quanto ha rivendicato Giacomo Gresta (Asia/Usb). “Nel contratto di governo si parla solo di sgomberi delle case occupate, e si tratta di 48mila famiglie che hanno occupato per necessità. In Italia si spende solo il 3% del bilancio per l’edilizia pubblica, negli altri paesi europei siamo a livelli del 20%/30%. Qui occorre un radicale cambiamento di rotta”.

Il VIDEO della conferenza stampa

Il corteo del 20 ottobre verrà aperto da una testa unitaria dietro lo striscione “Nazionalizzare, qui ed ora”. Subito dopo le realtà sociali e sindacali di Genova e poi le aziende dove i lavoratori hanno posto la questione della nazionalizzazione come unica soluzione credibile: dall’Alitalia all’Ilva, dalla Telecom alle aziende dei trasporti municipalizzate dove è in corso una lotta durissima contro la privatizzazione (vedi Atac, Anm ed altre). A seguire tutte le organizzazioni che hanno aderito alla manifestazione: Unione Sindacale di Base, Potere al Popolo, Partito Comunista Italiano, Piattaforma Eurostop, ex Opg “Je So Pazzo”, Clash City Workers, Risorgimento Socialista, Rete dei Comunisti, Partito della Rifondazione Comunista, Noi Restiamo, Patria e Costituzione, Comitato “Attuare la Costituzione, Senso Comune, Federazione dei Giovani Socialisti, Rete No War, BastAlternanza ed altre reti locali.

Il corteo partirà da Piazza della Repubblica (appuntamento ore 14.00) per concludersi a Piazza San Giovanni sfilando su via Merulana. In chiusura gli interventi dei rappresentanti delle organizzazioni promotrici.

Fonte

03/09/2017

Casa, proprietà privata e legge. Magistratura nel pallone

Per una singolare coincidenza temporale, il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, nonché – quattro anni fa – magistrato che richiese il sequestro preventivo dello stabile di Piazza Indipendenza, a Roma, teatro della violenta azione poliziesca arrivata sui media di tutto il mondo, è stato intervistato dal Corriere della Sera sullo scottante rapporto tra diritti e legalità.

Nella stessa giornata, noi ben più poveri giornalisti di Contropiano, pubblicavamo l’intervento del vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, sullo stesso tema. In particolare proprio sulla questione del diritto ad avere un’abitazione in cui raccogliere la propria famiglia, in qualche misura indipendentemente dall’entità dal reddito.

Il titolo del Corriere è decisamente classista: Albamonte: «Dobbiamo tutelare il diritto alla proprietà. Noi non siamo toghe con l’eskimo». Dobbiamo dire che il discorso svolto dal giudice Albamonte è meno volgare e tranchant del titolo, ma il problema è squadernato in modo molto netto, e crediamo sia corretto riportarlo per intero, senza le inutili forzature tipiche delle citazioni:
«Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice, a differenza del diritto di proprietà, e noi da questo non possiamo prescindere. Anche perché c’è il rischio di una ulteriore deresponsabilizzazione della politica e della pubblica amministrazione, che invece sono chiamati a farsi carico, ad esempio, del diritto alla casa. La sicurezza sociale non può essere ridotta a un problema di ordine pubblico in capo alle forze dell’ordine, come dice il capo della polizia; allo stesso modo non si possono caricare sulla magistratura scelte che spettano alla pubblica amministrazione e agli enti locali».
In sostanza, Albamonte sposa l’impostazione istituzionale già esplicitata dal capo della Polizia, Franco Gabrielli, intervistato pochi giorni fa dallo stesso giornalista – Giovanni Bianconi, sicuramente una delle firme più lucide e indipendenti su temi scivolosi come questo. In buona sostanza: i problemi sociali debbono essere affrontati e risolti dalla classe politica (governo e amministrazioni locali), ai magistrati compete esclusivamente il controllo della legalità positiva (le leggi che esistono in questo momento), così come alla polizia spetta solo il compito di far rispettare le decisioni della politica e le sentenze della magistratura.

In questo non c’è nulla di reazionario, dobbiamo dire, si tratta della pedissequa riproposizione dello schema liberal-democratico astratto. Semmai, si evidenzia in entrambi i casi una esplicita insofferenza per una classe politica ignobile che – non sapendo o volendo affrontare i problemi sociali – li scarica addosso a polizia e magistratura. Obbligando la prima a prendere decisioni “politiche” in materia di ordine pubblico (e, se ci sta di mezzo il commissario “spezzabraccia”, succede un disastro), e la seconda a forzare l’interpretazione dei testi legislativi per non far esplodere il contenuto delle leggi – questo sì, molto spesso socialmente reazionario e classista – di fronte a sofferenze sociali che solo una bestia può far finta di non vedere.

Il titolista del Corriere – dovrebbe esser noto che nei giornali più grandi è un mestiere a parte, che spesso passa sopra il testo degli articoli – coglie però la contraddizione non detta di questa astratta “correttezza istituzionale” di Albamonte per piazzare la propria impostazione ideologico-padronale: “il diritto alla proprietà” è l’unico diritto garantito dalla legislazione esistente, dunque è anche l’unico che la magistratura (e la polizia) devono difendere.

E in effetti la legislazione esistente non prevede in nessun luogo un diritto alla casa. Un “legalitario” ottuso, o un reazionario conseguente (finiscono per coincidere, sapevatelo...), ne può trarre dunque la conclusione che le occupazioni di immobili, a qualunque fine (abitativo, sociale, culturale, ecc), sono “semplicemente dei reati che vanno perseguiti”. Un politico di media intelligenza, di qualsiasi orientamento ideologico, sa invece che è suo preciso compito comprendere il modificarsi o il venire alla luce di bisogni sociali irrisolti o di nuova formazione, predisponendo gli strumenti legislativi e amministrativi per affrontarli.

L’esempio delle occupazioni di case a fini abitativi, a Roma, torna davvero utile. Si tratta di una pratica sociale esistente di fatto dalla Liberazione in poi, sostenuta prima da Cgil e Pci, poi soprattutto dai gruppi extraparlamentari di sinistra (i fascisti hanno occupato degli immobili a loro volta, ma per tutt’altri scopi, molto più “privati”), infine da movimenti specifici. Stiamo parlando, attualmente, di circa 5.000 persone abitanti in stabili occupati. Una goccia nel mare dei 3 milioni di residenti nella capitale, specie a fronte dei 200.000 appartamenti vuoti censiti dagli specialisti. Sindaci come Petroselli, Argan, Vetere, ma anche qualcuno meno intelligente, risolvevano un problema di queste dimensioni una volta al mese, a dir poco. Qui, dopo quattro anni e tre amministrazioni, siamo magicamente al punto di partenza, con 800 persone buttate per strada.

Le responsabilità della politica – nazionale e locale – sono evidenti. A sentire le varie dichiarazioni: a) non si possono costruire nuove case popolari perché le regole europee lo impedirebbero (Francia e Germania vantano una quota di edilizia residenziale pubblica vicina al 40%, l’Italia è scesa sotto il 2); b) non si possono requisire immobili invenduti dei palazzinari perché “bisogna rispettare la proprietà privata”; c) per lo stesso motivo, non si possono consentire le occupazioni. Messa così, non solo non esiste una soluzione possibile per un’”emergenza abitativa” di piccolissime dimensioni, ma nessuno ha il compito di risolvere il problema. “Devono sparire”, riassumeva il sempre sbrigativo “commissario Spezzabraccia”.

Albamonte (e prima di lui Gabrielli) provano a rompere il giochino, rifiutando il carico che la classe politica getta loro addosso ogni giorno in tutto il paese.

Ma lo fanno in un quadro concettuale e politico che di fatto li porta – volenti o nolenti (e Albamonte risulta addirittura un esponente di Magistratura democratica) – nel campo della reazione.

Perché al di sopra della legge esistente (l’insieme delle leggi approvate) c’è la Costituzione nata dalla Resistenza. La quale, come ricorda Paolo Maddalena, a differenza dello Statuto albertino, che tutelava i poteri del proprietario privato, tutela innanzitutto e soprattutto la “dignità della persona umana”, e, quindi, “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia come membro delle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 Cost. che, si badi bene, parla di “uomo” e quindi non solo di “cittadino”)”.

Scrivere, come fa l’anonimo titolista del Corriere, in parte avallato da Albamonte, che l’unico diritto da difendere sia quello della “proprietà privata”, ci riporta appunto indietro di un secolo (alla faccia della “modernità”...), ossia a quel “modello sabaudo” che vien fuori da ogni decisione politica e poliziesca di questi tempi.

In pratica, ricorda Maddalena, questa classe politica opera come se fosse stato cancellato l’art. 41 della Costituzione, secondo il quale: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

In punta di diritto, dunque (ed è paradossale che tocchi a dei militanti comunisti doverlo ricordare al presidente dell’Anm), se è vero che “Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice”, quello stesso magistrato ha tutta l’autorità e gli strumenti per interrogare la Corte Costituzionale sulla assurda situazione in cui si è venuto a trovare: quella di dover “tutelare un diritto” – costituzionalmente garantito, ma purché non rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana – calpestandone però molti altri che sono pure garantiti dalla Costituzione, ma non dalle leggi esistenti.

La posizione di Albamonte e Gabrielli, al dunque, diventa quella di Ponzio Pilato. Ne sono comprensibili le ragioni (chiamare “la politica” alle proprie responsabilità), ma sicuramente non le modalità e le conseguenze.

Su questo lasciamo volentieri la parola al costituzionalista Maddalena:
l’art. 2 Cost. oltre a “riconoscere e garantire” i “diritti inviolabili dell’uomo” (tra i quali c’è il diritto all’abitazione: vedi l’art. 47 Cost., letto secondo l’interpretazione da tempo data dalla giurisprudenza costituzionale), impone anche “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, per cui, nel caso in esame, l’Autorità competente si trova a dover stabilire se far prevalere l’interesse economico della multinazionale che vuole sempre maggiori guadagni, oppure la “dignità di persone” economicamente debolissime, senza la minima possibilità di procurarsi un alloggio e in uno stato di necessità, assolutamente inconfutabile. La risposta, ovviamente, è insita nella stessa proposizione del problema.
Ogni organo dello Stato, insomma, dovrebbe esser consapevole di questa perenne tensione tra norme costituzionali e leggi esistenti. Limitarsi a dire “il mio compito è solo questo” (rispettando dunque solo il dettato formale della legge) è già un muoversi su un terreno anti-costituzionale. Per essere più chiari: “a termine della vigente Costituzione repubblicana, non è giuridicamente possibile gettare intere famiglie sulla strada, per tutelare un presunto diritto di una multinazionale a compiere attività puramente lucrative”. Milena Gabanelli può non saperlo, Albamonte deve.


Non si tratta dunque di indossare l’eskimo o la grisaglia, ma di mantenere in vita la dignità morale dell’essere che ci cammina dentro. Infondo, ricordiamo sempre, anche le leggi razziali fasciste e i campi di concentramento nazisti erano “perfettamente legali”. Ma non per questo chi li gestiva venne perdonato dalla Storia e dagli uomini.

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02/09/2017

Sgomberi contro la Costituzione. Il diritto all’abitazione è prevalente

La Carta vigente non consente di gettare le famiglie per strada per tutelare un presunto diritto di lucro di una multinazionale.

Quanto accaduto per lo sgombero del palazzo in proprietà di una multinazionale in via Curtatone (Roma), occupato da numerose famiglie di migranti, impone alcune importanti considerazioni ai fini dell’adozione di provvedimenti che non siano in contrasto con la vigente Costituzione democratica e repubblicana.

Innanzitutto è da ricordare che quest’ultima, a differenza dello Statuto albertino, che tutelava i poteri del proprietario privato, tutela innanzitutto e soprattutto la “dignità della persona umana”, e, quindi, “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia come membro delle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 Cost. che, si badi bene, parla di “uomo” e quindi non solo di “cittadino”). Ciò posto, va considerato in punto di fatto che la multinazionale in questione, dei poteri riconosciuti dal codice civile al proprietario privato, il potere di “godere” e il potere di “disporre”, ha interesse a far valere quest’ultimo, considerato che essa, per un verso è una persona giuridica (una società commerciale) e non una persona umana capace di “godere”, e per altro verso l’attività che essa svolge è per l’appunto un’attività di compravendita o di locazione, un’attività cioè di “disposizione” della cosa.

Dunque, se si tratta di “disporre” di un bene, ci troviamo nel campo della “iniziativa economica privata”, di cui parla l’art. 41 della Costituzione, secondo il quale: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

A questo punto è da porre in rilievo che il citato art. 2 Cost. oltre a “riconoscere e garantire” i “diritti inviolabili dell’uomo” (tra i quali c’è il diritto all’abitazione: vedi art. 47 Cost., letto secondo l’interpretazione da tempo data dalla giurisprudenza costituzionale), impone anche “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, per cui, nel caso in esame, l’Autorità competente si trova a dover stabilire se far prevalere l’interesse economico della multinazionale che vuole sempre maggiori guadagni, oppure la “dignità di persone” economicamente debolissime, senza la minima possibilità di procurarsi un alloggio e in uno stato di necessità, assolutamente inconfutabile. La risposta, ovviamente, è insita nella stessa proposizione del problema.

Ne consegue che, a termine della vigente Costituzione repubblicana, non è giuridicamente possibile gettare intere famiglie sulla strada, per tutelare un presunto diritto di una multinazionale a compiere attività puramente lucrative.

Bene farà il Ministro Minniti, se nelle linee guida da inviare ai Prefetti, vorrà disporre che lo sgombero di case occupate può avvenire solo a seguito della ritrovata possibilità di offrire allo sgomberato altra idonea sistemazione.

Insomma, occorre essere chiari nell’affermare che le Autorità (la parola viene dal latino “augere”, che significa “far crescere”, a differenza della parola “potestas”, che significa “potere” e, dunque, sacrificare) devono “attuare la vigente Costituzione”, riaffermata e convalidata dal voto referendario del 4 dicembre ultimo scorso, e non lo Statuto albertino, in base al quale fu scritto il nostro codice civile.

Paolo Maddalena vicepresidente emerito della Corte Costituzionale

(questo contributo è stato pubblicato anche su Il Fatto quotidiano del 1/9/2017)

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30/05/2017

“Sui voucher il governo vìola la Costituzione”. Intervista a P. Maddalena

La reintroduzione dei voucher, in una versione ulteriormente peggiorativa e permissiva con le imprese, con il pieno sostegno parlamentare di Berlusconi e della Lega, è avvenuta all’indomani della cancellazione del referendum chiesto dalla Cgil, con circa tre milioni di firme. Cancellazione obbligata, dopo che lo stesso governo Gentiloni, qualche settimana fa, aveva abrogato con apposita legge i voucher.

Una mossa truffaldina mai compiuta da nessun governo in precedenza, perché per tutti era comunque prevalente il dettato costituzionale (una norma abrogata per evitare un referendum dovrebbe restare vietata per almeno dieci anni; qui non sono trascorse nemmeno 10 settimane...).

Su questa che è apparsa subito come una clamorosa violazione della Costituzione, Radio Città Aperta ha intervistato Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale; dunque una delle maggiori autorità riconosciute in questo campo.

*****

Buongiorno dott. Maddalena. Prima di tutto grazie per essere con noi. Ci occupiamo oggi di un tema molto attuale, e cioè la questione legata ai voucher. I voucher erano stati oggetto di una richiesta di referendum, per cui era stato raccolto il numero di firme necessarie. Questo referendum si sarebbe dovuto tenere ieri, dopo di che è saltato perché il governo ha accolto le istanze referendarie cancellando i voucher. Dopo di che il nuovo colpo di scena. Qualche giorno fa i voucher, usciti dalla porta, rientrano dalla finestra, come si dice. E’ normale secondo lei, da parte di un Parlamento, di un governo, un comportamento di questo tipo?

No, è assolutamente in contrasto con la Costituzione. Noi siamo arrivati all’assurdo. La classe politica, che sempre più si restringe entro se stessa costituendo una corporazione politica, non tiene più conto della volontà popolare. Questa è una cosa gravissima. C’era stato un referendum, viene bloccato un referendum e poi si cambia. Si cambia una disposizione di legge che il popolo voleva fosse fatta in modo diverso, quindi questo dimostra un po’ l’atteggiamento che si è avuto da molto tempo da parte dei nostri governanti, che non si rendono conto di essere rappresentanti del popolo e di gestire, semplicemente, interessi del popolo. Loro invece si oppongono agli interessi popolari e perseguono interessi che non sono quelli del popolo italiano, violando così in pieno la Costituzione nei suoi princìpi e spesso neppure facendo l’interesse nazionale – non si parla più di interesse nazionale, di interesse generale di tutti i cittadini – ma solo l’interesse o di singole imprese, o addirittura interessi personali, leggi ad personam, come abbiamo visto durante un ventennio. Questo criterio prosegue, facendo leggi a favore delle multinazionali e delle banche. Credo che il popolo italiano deve essere stanco di questa rappresentanza e deve completamente rinnovare questi personaggi venendo in prima linea, perché è importante tenere presente questo: la Costituzione non si fonda solo sulla rappresentanza, cioè non riconosce ai cittadini soltanto il diritto di voto, come voleva far credere il Cavaliere. I cittadini hanno un diritto di partecipazione che è sancito nell’art. 3 della Costituzione. Tutti i lavoratori hanno diritto di partecipare all’organizzazione politica, economica e sociale del paese. E ci sono gli strumenti. Uno degli strumenti è il referendum sul piano legislativo. Referendum e proposte di legge popolare. E invece sia del referendum che delle proposte di legge popolare il governo non tiene nessun conto. Ci sono migliaia di proposte popolari che giacciono in Parlamento, che non sono mai state prese in considerazione. Bisogna un po’ anche risvegliare i cittadini, perché i cittadini spesso dimenticano – quasi sempre dimenticano – che loro possono entrare anche nei procedimenti amministrativi. A questo riguardo, sul piano amministrativo, c’è stata una legge importante, la legge 241 del 1990, quindi una legge anche risalente nel tempo, che dà ai portatori degli interessi diffusi, che meglio si chiamerebbero diritti collettivi, di prender parte al procedimento amministrativo se si tratta di procedimenti che intaccano la loro volontà. Poi non dimentichiamo che c’è la via giudiziaria, cioè i cittadini possono ricorrer al giudice secondo l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione. I cittadini, singoli o associati, possono svolgere attività di interesse generale. La formulazione è ampia, tale da comprendere anche la via giudiziaria, per realizzare i fini di interesse generale. Quindi, insomma, credo che per un lato bisogna dire ai nostri rappresentanti politici che loro debordano dai loro obiettivi e dalle loro competenze, e non tengono in alcun conto la volontà popolare, quindi devono il rispetto. Dall’altra parte bisogna dire a tutti i cittadini che si facciano rispettare, che abbiano più dignità, che si sentano più popolo italiano e non un gruppo di persone disperse come un gregge abbandonato che non ha più chi si prende cura di loro.

Quelli che lei ha elencato poco fa potrebbero essere strumenti da utilizzare anche in questo specifico caso, quello legato ai voucher, per cercare di fermare questo nuovo testo che sarà varato?

Sì. Il testo che sarà varato potrà essere attaccato in vari modi. La prima applicazione che si farà del testo sul piano amministrativo potrà essere attaccato proprio sul piano amministrativo ricorrendo, appunto, alla legge 241 del 1990. Se fallisse questo rapporto con il responsabile del provvedimento, per ottenere una certa attuazione diversa da quella richiesta dai cittadini, allora si potrà anche impugnare il provvedimento amministrativo che scaturisce da questa nuova legge davanti al Tar, chiedendo la remissione degli atti alla Corte Costituzionale per farne rilevare la incostituzionalità. Noi abbiamo questo grande strumento della possibilità di ricorrere alla Corte Costituzionale in via incidentale; cioè dobbiamo prima impugnare l’atto davanti al giudice comune – secondo i casi, il giudice amministrativo o il giudice ordinario – chiedendo che la legge sia rimessa alle valutazioni della Corte Costituzionale per i suoi molteplici aspetti di incostituzionalità.

Un intervento di questo tipo può avere forse tempi più brevi rispetto a raccoglier nuovamente le firme...

La Corte Costituzionale ha tempi brevi. Io ci sono stato 9 anni alla Corte Costituzionale, ho visto che si esaurisce tutto nell’arco di un anno. In ogni caso per agire con urgenza davanti al giudice ordinario si può ricorrere all’art. 700 del codice di procedura civile, chiedendo un provvedimento urgente; e al Tar si può chiedere qualcosa di analogo, cioè la cosiddetta sospensiva che sospende l’attuazione della legge in attesa proprio che si faccia luce al riguardo.

Chiaro. In conclusione una battuta più personale. Quello che mi ha colpito della vicenda è il fatto che, quando sono stati cancellati i voucher, questa decisione non fu motivata con l’obiettivo del referendum. La motivazione ufficiale fu che non si voleva spaccare il paese, già diviso dopo la campagna elettorale per il referendum pregresso del 4 dicembre. Siamo di fronte ad una scusa bella e buona...

Noi viviamo nel mondo della menzogna. Nel linguaggio politico come nel linguaggio pubblicitario si vive nella menzogna. La verità è che sono questi atti che spaccano il paese, perché la cosa forse che più temono gli esponenti neoliberisti – che in questo caso stanno agendo – è quella di avere una massa di persone unite, che agiscono unitariamente. Quindi vogliono loro spaccare il paese, non è che siamo noi che spacchiamo il paese.

Chiarissimo. La ringrazio molto per il suo tempo.

Prego. Un saluto a tutti...

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28/01/2017

Attuare la Costituzione, Un dovere inderogabile

Dopo l’Assemblea generale dei Comitati per il No del 21 gennaio 2017, ed in linea di continuità con essa, si è svolta, a Roma, il 22 gennaio, l’Assemblea nazionale convocata dalla “Confederazione Sovranità Popolare” e da altre 30 organizzazioni. In tale occasione, oltre trecento persone, che si sono adoperate per la campagna del NO al referendum costituzionale e provenienti da diverse città d’Italia, hanno deciso unanimemente di convergere su un documento intitolato “Programma urgente per l’attuazione della Costituzione”. La riunione, iniziata alle ore 11, si è protratta fino a tarda sera e la sala ospitante è stata costantemente piena dall’inizio alla fine dei lavori. Si è avuta la netta impressione che l’Italia comincia a svegliarsi dal suo torpore e che la roccaforte dell’“indifferenza” inizia finalmente a disgregarsi.

Il fatto davvero importante è che detto documento, sul quale, si ripete, ha concordemente convenuto l’intera Assemblea, individua la “causa” fondamentale del nostro disastro economico nello scostamento della politica italiana dai “principi economici” della nostra Costituzione (a partire dalla lettera del 12 febbraio 1981 con la quale il Ministro del tesoro Andreatta scriveva al Governatore della Banca d’Italia Ciampi che quest’ultima era sollevata dall’obbligo di acquistare i buoni del tesoro rimasti invenduti), con la conseguenza di favorire le banche private e le imprese multinazionali ai danni degli interessi vitali del Popolo italiano. Di qui la necessità di un cammino inverso: quello di ritornare “all’attuazione” delle disposizioni costituzionali in materia. Una verità, in genere, occultata dai media, ma che deve essere svelata e diffusa.

D’ora in poi, dunque, la parola d’ordine è attuare la Costituzione, “redistribuendo” la ricchezza su una larga fascia di lavoratori soprattutto mediante l’intervento dello Stato nell’economia. Proprio il contrario di quello che prescrivono i Trattati europei e le numerose leggi fatte approvare dai governi che si sono succeduti dal 1990 in poi.

Le priorità da realizzare, secondo i suggerimenti dell’Assemblea, sono in corso di elaborazione e saranno rese pubbliche il più presto possibile.

Paolo Maddalena

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25/09/2016

Spiega il “No”, e Facebook lo congela

È accaduto alla pagina dell’ex vicepresidente della Corte costituzionale Maddalena. Dopo una serie di post molto popolari in cui si criticava la riforma, al gestore sono state impedite le condivisioni. Il giurista ha criticato sul social network la ministra Boschi e polemizzato con l’articolo del Financial Times. 

La pagina facebook di Paolo Maddalena

Andrea Fabozzi - tratto da http://ilmanifesto.info/spiega-il-no-e-facebook-lo-congela/

Se parli male della riforma costituzionale Renzi-Boschi, se inviti i cittadini a votare No al prossimo referendum e lo fai attraverso facebook, può capitarti di essere fermato. È successo a uno dei giuristi italiani più conosciuti, Paolo Maddalena. Giudice costituzionale dal 2002 al 2011, Maddalena (80 anni) è stato anche vice presidente della Corte. Adesso è impegnato sul fronte del No al referendum, così come tanti altri costituzionalisti. Ha firmato più di un appello contro la riforma Renzi-Boschi – in particolare quello promosso da Onida firmato anche da 11 ex presidenti della Consulta – in questi giorni di campagna elettorale è spesso invitato nei dibattiti.

Da poco, da metà luglio, Maddalena ha aperto una pagina facebook dedicata a questi argomenti, l’ha chiamata «Attuare la Costituzione». Dopo qualche settimana di rodaggio, la pagina ha cominciato ad essere conosciuta nella seconda settimana di agosto. E ha conosciuto un vero boom di visualizzazioni con due post. Il primo del 10 agosto scorso, a commento della «celebre» teoria della ministra Boschi, in base alla quale chi invita a votare No al referendum costituzionale «non rispetta il lavoro del parlamento». «Il parlamento è a servizio del popolo, del quale è rappresentante; è ovvio, quindi, che il rappresentato ha il potere-dovere di controllare l’attività del primo. Da sempre il referendum è stato ritenuto un atto sovrano del popolo, un’attività del tutto libera da qualsiasi condizionamento», ha scritto tra l’altro Maddalena.

Pochi giorni dopo, il 13 agosto, Maddalena ha deciso di rispondere alla serie di articoli pubblicati dalla stampa anglosassone, tutti preoccupatissimi di una eventuale vittoria del No. Il suo post merita di essere riportato per intero.

«Secondo il Financial Times la vittoria del No al referendum costituzionale produrrebbe effetti disastrosi per la nostra economia. Sta di fatto invece che il nostro referendum non è la Brexit e non può produrre nessun effetto economico. Dunque si tratta di una grande sciocchezza. Se poi si volesse prendere sul serio quest’affermazione allora non si potrebbe negare che essa costituisce una minaccia per la libertà di voto degli Italiani garantita dall’articolo 48 della Costituzione, secondo il quale “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Sarebbe allora confermato che la riforma giova soltanto alla finanza come richiesto da una nota lettere della J.P. Morgan, e non agli interessi del popolo italiano. Un’altra ragione dunque per votare No con assoluta convinzione, nonostante il silenzio sull’argomento da parte dei nostri organi istituzionali».
Quest’ultimo post è stato visto da oltre 20mila persone. La pagina di Maddalena ha cominciato a essere conosciuta. Probabilmente troppo, per le regole di facebook, per i suoi algoritmi o per chissà quali altri criteri. Non è dato sapere di più perché al gestore della pagina è arrivata solo una breve e perentoria notifica: «Ti è stato temporaneamente impedito di pubblicare nei gruppi». Un blocco che dovrebbe scadere il prossimo 25 agosto. In questo tempo facebook farà le sue verifiche probabilmente indotte dalla improvvisa popolarità della pagina. Che però è una pagina, come abbiamo detto, recentissima. In questo modo è stata fermata sul nascere e ha dovuto immediatamente scontare un dimezzamento delle visualizzazioni.

La pagina «Attuare la Costituzione» continua però a essere raggiungibile e si possono leggere anche i nuovi post di Maddalena. Che così commenta questa disavventura: «Sono molto sorpreso, facebook non ci ha spiegato la ragione di questa interruzione e spero che la questione venga rapidamente risolta». «Sul reale contenuto delle riforma – aggiunge – ci vengono raccontate molte bugie. Secondo la ministra Boschi, addirittura, la vittoria del Sì aiuterebbe il nostro paese a combattere il terrorismo. C’è molto bisogno di spiegare bene le ragioni del No perché questa riforma costituzionale non persegue l’interesse dei cittadini italiani».

21 agosto 2016

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Ennesima occasione in cui la "rete" perde il volto libertario che non le è mai appartenuto e si mostra per quello che è: un oligopolio che persegue interessi del tutto antitetici a quelli sociali, di qualsiasi ordine e grado.