Il tribunale di Catania non convalida nuovamente i provvedimenti del governo in materia di trattenimento dei migranti. Nonostante la campagna di linciaggio e dossieraggio contro la giudice Iolanda Apostolico, a Catania un altro magistrato non ha convalidato sei provvedimenti di trattenimento disposti dal questore di Ragusa.
In questo caso il giudice chiamato a pronunciarsi è Rosario Maria Annibale Cupri, che ha disposto l’immediato rilascio dei sei cittadini tunisini, richiedenti protezione internazionale.
Come noto, la norma attuale prevede il trattenimento presso un centro detentivo – in questo caso la nuova struttura di Modica – del richiedente asilo/protezione che provenga da un cosiddetto paese sicuro (e la Tunisia è stato ritenuto fino ad oggi un “paese sicuro”). 28 giorni è il termine entro il quale il richiedente dovrà sapere se la sua domanda di asilo/protezione può o meno essere accettata. Nel caso in cui non volesse essere trattenuto deve versare personalmente e all’atto delle procedure di identificazione, poco meno di 5.000 euro.
Il giudice Iolanda Apostolico, qualche giorno fa, non aveva convalidato i provvedimenti di trattenimento, attirandosi durissimi attacchi da parte della Lega e della maggioranza di governo per le motivazioni della sua decisione. La Lega è arrivata a chiedere le dimissioni del magistrato senza mai interrogarsi sulla fallacità del decreto approvato dal governo messa in evidenza dalle ordinanze dei magistrati.
Il giudice aveva ritenuto che non fossero state rispettate le norme europee e che quelle ‘interne’ fossero incompatibili; trattenere una persona limitandone la libertà personale per esaminare i suoi documenti, sarebbe un provvedimento non proporzionato e il richiedente non può essere trattenuto al “solo fine di esaminare la sua domanda”. Anche sul versamento della fidejussione, il giudice Apostolico si era espresso: il fatto che non sia possibile che l’importo possa essere versato da terzi, sarebbe incompatibile con la direttiva 33/2013 dell’Unione europea.
Nel provvedimento che non convalida i trattenimenti disposti dal questore di Ragusa per sei tunisini, il giudice Cupri riporta che i provvedimenti erano stati presi “per non avere consegnato il passaporto o altro documento equipollente in corso di validità e per non avere prestato la garanzia fideiussoria secondo le disposizioni del decreto del ministero dell’Interno di concerto con il ministero della Giustizia e il ministero dell’Economia e delle Finanze del 14 settembre 2023, recante indicazione dell’importo e delle modalità della prestazione della garanzia finanziaria a carico dello straniero durante lo svolgimento della procedura per l’accertamento del diritto di accedere al territorio dello Stato”.
Il giudice argomenta dichiarando che “come già affermato da precedenti decisioni di questo Tribunale, in procedimenti di convalida riguardanti cittadini tunisini, le cui motivazioni sono condivise”, ritiene che la cosiddetta “garanzia fidejussoria” non sia misura alternativa al trattenimento ma un “requisito amministrativo imposto al richiedente prima di riconoscere i diritti conferiti dalla direttiva 2013/33/Ue, per il solo fatto che richiede protezione internazionale”.
Il trattenimento sarebbe quindi una misura non idonea, in linea con quanto già sostenuto dalla giudice Iolanda Apostolico cioè che il richiedente non può essere trattenuto al solo fine di esaminare la sua domanda (art.6 comma 1 d.lgs 142/2015; art.8 della direttiva 2013/33/UE) e che il trattenimento deve considerarsi misura eccezionale e limitativa della libertà personale, ex art.13 della Costituzione. La normativa nazionale non sarebbe compatibile con quanto previsto dai dettami della normativa europea. Il giudice Cupri nel dichiarare la non convalida ha disposto il rilascio delle persone trattenute.
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06/10/2023
La cultura della legalità è di destra
Il nemico del giorno, per l’intero governo Meloni e soprattutto per il solito Salvini, è il magistrato di Catania che ha negato l’imprigionamento nel Cpr di Pozzallo per quattro migranti salvati in mare, di nazionalità tunisina, in quanto aveva ravvisato nel recente decreto del governo pesanti profili di incostituzionalità e persino di contrasto con le normative europee.
Se sia così o no lo deciderà la Cassazione, presso cui il governo ricorrerà per ottenere il suo “agognato risultato”: imprigionare naufraghi in attesa di rispedirli nel paese di provenienza. Un po’ come facevano gli statunitensi un secolo fa con gli immigrati italiani e non, arrivati pagando un regolare biglietto di terza classe (nella stiva, in pratica) e reclusi a Ellis Island in attesa di “controlli”.
Il “nemico del giorno” è un magistrato donna, contro cui si è scatenata la caccia scavando nella biografia, con il concorso di fascioleghisti locali e – il sospetto è legittimo, quando è il governo ad agire – dei soliti “servizi”.
Viene fatto circolare un video relativo ad una manifestazione di cinque anni fa, ai tempi del blocco della nave Diciotti (della Guardia Costiera, peraltro) che aveva salvato un certo numero di naufraghi (in obbedienza al diritto internazionale e alla “legge del mare”), ma che l’allora ministro dell’interno (toh, proprio Salvini) non voleva far sbarcare per “difendere i confini italiani” (da una propria nave militare!?).
Tra i manifestanti che gridano slogan (parole, insomma, non bastonate o molotov) viene isolato il volto di una donna che i governisti identificano nel magistrato.
Salvini scrive: “25 agosto 2018, Catania, io ero vicepremier e ministro dell’Interno. L’estrema sinistra manifesta per chiedere lo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti: la folla urla ‘assassini’ e ‘animali’ in faccia alla Polizia. Mi sembra di vedere alcuni volti familiari...”.
Prima di questo video per giorni la vita privata della dott.ssa Apostolico è stata vivisezionata dai segugi di Salvini e company, arrivando a confondere i commenti della pagina Facebook del marito con i likes del magistrato, per ricavarne così l’immagine di una attivista politica più che di un funzionario dello Stato.
Non sappiamo se sia vero e neanche ci interessa. Perché il punto decisivo non sono le convinzioni e la libertà individuale di un singolo magistrato (ne critichiamo aspramente a decine, su queste pagine), ma l’idea che tutto il governo sta mettendo in atto a proposito della “legge”.
Un’idea decisamente semplice e semplificatrice per cui una maggioranza politica, avendo i numeri in base a elezioni (discutibili per il numero dei votanti e per i meccanismi escludenti, a cominciare dalle “soglie di sbarramento”), “legifera” trasformando le proprie opinabili opinioni in “regole assolute” che tutti devono rispettare.
Rientrino oppure no nella cornice della Costituzione e nella legislazione europea (che, ricordiamo, è prevalente su quelle nazionali, nel bene come nel male).
Insomma, è l’arbitrio puro e semplice trasformato in “legge”. Come si è visto con il “decreto anti-rave”, con quello denominato “Cutro” (a legittimazione di una strage di migranti messa in conto, se non addirittura voluta) e in diverse altre occasioni.
Segnaliamo, tra l’altro, che la stessa feroce determinazione arbitraria non vale per soggetti sociali che detengono qualche ricchezza e dunque qualche potere in più rispetto a migranti, lavoratori, studenti, frequentatori di rave, ecc.
È notizia di queste ore che, nello stesso Consiglio dei ministri, il governo ha prorogato di sei mesi lo “stato di emergenza” per i migranti, mentre nel “decreto tariffe” si è completamente rimangiato il cosiddetto “tetto” ai prezzi dei voli aerei, contro cui avevano protestato il boss di Ryanair e la stessa Commissione Europea.
Non basta. A margine si è tenuto un “tavolo tecnico” con i cosiddetti “balneari” (i titolari privati di “concessioni” per l’installazione di stabilimenti sulle spiagge), al termine del quale si è stabilito che non verrà applicata la normativa europea (secondo cui le concessioni andrebbero messe a gara e non autorizzate “aumma aumma”).
Ci sarebbero infatti “liberi” i due terzi delle coste italiane e, semmai, si farà qualche gara solo per le nuove concessioni. Magari su qualche scogliera...
Insomma, vittoria totale per i furbetti del bagnetto…
Stessa cosa per la famosa “tassa sugli extraprofitti delle banche”, venduta per settimane come una delle misure “giuste” in favore dei “più deboli”, ma ritirata in disordine di fronte alla rimostranze dei banchieri, della Bce e della UE. Forti coi deboli, deboli coi forti... insomma, fascisti.
È questo insieme di decisioni che identifica la “cultura della legalità” di questo come dei governi precedenti. “È legale quello che decidiamo noi, e tutti zitti”.
Bisognerebbe quasi ringraziare i fascioleghisti al governo perché rendono fisicamente visibile quello che altrimenti era solo un concetto, giustissimo ma “aereo”. Il “rispetto della legalità” non ha nulla a che fare con la “giustizia” e anzi può essere assolutamente il contrario di una qualsiasi idea di giustizia.
Lo hanno già dimostrato nel Ventennio, per esempio con le leggi razziali. Che erano “leggi” a tutti gli effetti giuridici, ma erano anche la massima espressione dell’infamia dei governanti.
La “cultura della legalità” ha prodotto danni irreparabili nel “popolo di sinistra” (ha dissolto la legittimità costituzionale del diritto ad opporsi, equiparando qualsiasi manifestazione del dissenso a “violenza”), costituito il brodo di coltura di un “qualunquismo perbenista” che si è poi materializzato nei Cinque Stelle, fatto da alibi alle peggiori bastardate del PD (prima e dopo Renzi e Draghi).
Ora, “finalmente”, arrivano i fascioleghisti a far vedere a tutti che “cultura della legalità” significa soltanto obbedienza a chi comanda. A prescindere da ogni merito, programma, rappresentanza sociale.
Per fortuna non c’è bisogno di doversi inventare una cultura più umana e giusta, perché esiste da sempre e va certamente fatta tornare “cultura di massa”.
È il grido che sale sempre più forte dal Sud del mondo e dalle periferie metropolitane dell’imperialismo, persino negli Usa, dove torna il conflitto sindacale vero.
Ribellarsi è giusto.
Fonte
Se sia così o no lo deciderà la Cassazione, presso cui il governo ricorrerà per ottenere il suo “agognato risultato”: imprigionare naufraghi in attesa di rispedirli nel paese di provenienza. Un po’ come facevano gli statunitensi un secolo fa con gli immigrati italiani e non, arrivati pagando un regolare biglietto di terza classe (nella stiva, in pratica) e reclusi a Ellis Island in attesa di “controlli”.
Il “nemico del giorno” è un magistrato donna, contro cui si è scatenata la caccia scavando nella biografia, con il concorso di fascioleghisti locali e – il sospetto è legittimo, quando è il governo ad agire – dei soliti “servizi”.
Viene fatto circolare un video relativo ad una manifestazione di cinque anni fa, ai tempi del blocco della nave Diciotti (della Guardia Costiera, peraltro) che aveva salvato un certo numero di naufraghi (in obbedienza al diritto internazionale e alla “legge del mare”), ma che l’allora ministro dell’interno (toh, proprio Salvini) non voleva far sbarcare per “difendere i confini italiani” (da una propria nave militare!?).
Tra i manifestanti che gridano slogan (parole, insomma, non bastonate o molotov) viene isolato il volto di una donna che i governisti identificano nel magistrato.
Salvini scrive: “25 agosto 2018, Catania, io ero vicepremier e ministro dell’Interno. L’estrema sinistra manifesta per chiedere lo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti: la folla urla ‘assassini’ e ‘animali’ in faccia alla Polizia. Mi sembra di vedere alcuni volti familiari...”.
Prima di questo video per giorni la vita privata della dott.ssa Apostolico è stata vivisezionata dai segugi di Salvini e company, arrivando a confondere i commenti della pagina Facebook del marito con i likes del magistrato, per ricavarne così l’immagine di una attivista politica più che di un funzionario dello Stato.
Non sappiamo se sia vero e neanche ci interessa. Perché il punto decisivo non sono le convinzioni e la libertà individuale di un singolo magistrato (ne critichiamo aspramente a decine, su queste pagine), ma l’idea che tutto il governo sta mettendo in atto a proposito della “legge”.
Un’idea decisamente semplice e semplificatrice per cui una maggioranza politica, avendo i numeri in base a elezioni (discutibili per il numero dei votanti e per i meccanismi escludenti, a cominciare dalle “soglie di sbarramento”), “legifera” trasformando le proprie opinabili opinioni in “regole assolute” che tutti devono rispettare.
Rientrino oppure no nella cornice della Costituzione e nella legislazione europea (che, ricordiamo, è prevalente su quelle nazionali, nel bene come nel male).
Insomma, è l’arbitrio puro e semplice trasformato in “legge”. Come si è visto con il “decreto anti-rave”, con quello denominato “Cutro” (a legittimazione di una strage di migranti messa in conto, se non addirittura voluta) e in diverse altre occasioni.
Segnaliamo, tra l’altro, che la stessa feroce determinazione arbitraria non vale per soggetti sociali che detengono qualche ricchezza e dunque qualche potere in più rispetto a migranti, lavoratori, studenti, frequentatori di rave, ecc.
È notizia di queste ore che, nello stesso Consiglio dei ministri, il governo ha prorogato di sei mesi lo “stato di emergenza” per i migranti, mentre nel “decreto tariffe” si è completamente rimangiato il cosiddetto “tetto” ai prezzi dei voli aerei, contro cui avevano protestato il boss di Ryanair e la stessa Commissione Europea.
Non basta. A margine si è tenuto un “tavolo tecnico” con i cosiddetti “balneari” (i titolari privati di “concessioni” per l’installazione di stabilimenti sulle spiagge), al termine del quale si è stabilito che non verrà applicata la normativa europea (secondo cui le concessioni andrebbero messe a gara e non autorizzate “aumma aumma”).
Ci sarebbero infatti “liberi” i due terzi delle coste italiane e, semmai, si farà qualche gara solo per le nuove concessioni. Magari su qualche scogliera...
Insomma, vittoria totale per i furbetti del bagnetto…
Stessa cosa per la famosa “tassa sugli extraprofitti delle banche”, venduta per settimane come una delle misure “giuste” in favore dei “più deboli”, ma ritirata in disordine di fronte alla rimostranze dei banchieri, della Bce e della UE. Forti coi deboli, deboli coi forti... insomma, fascisti.
È questo insieme di decisioni che identifica la “cultura della legalità” di questo come dei governi precedenti. “È legale quello che decidiamo noi, e tutti zitti”.
Bisognerebbe quasi ringraziare i fascioleghisti al governo perché rendono fisicamente visibile quello che altrimenti era solo un concetto, giustissimo ma “aereo”. Il “rispetto della legalità” non ha nulla a che fare con la “giustizia” e anzi può essere assolutamente il contrario di una qualsiasi idea di giustizia.
Lo hanno già dimostrato nel Ventennio, per esempio con le leggi razziali. Che erano “leggi” a tutti gli effetti giuridici, ma erano anche la massima espressione dell’infamia dei governanti.
La “cultura della legalità” ha prodotto danni irreparabili nel “popolo di sinistra” (ha dissolto la legittimità costituzionale del diritto ad opporsi, equiparando qualsiasi manifestazione del dissenso a “violenza”), costituito il brodo di coltura di un “qualunquismo perbenista” che si è poi materializzato nei Cinque Stelle, fatto da alibi alle peggiori bastardate del PD (prima e dopo Renzi e Draghi).
Ora, “finalmente”, arrivano i fascioleghisti a far vedere a tutti che “cultura della legalità” significa soltanto obbedienza a chi comanda. A prescindere da ogni merito, programma, rappresentanza sociale.
Per fortuna non c’è bisogno di doversi inventare una cultura più umana e giusta, perché esiste da sempre e va certamente fatta tornare “cultura di massa”.
È il grido che sale sempre più forte dal Sud del mondo e dalle periferie metropolitane dell’imperialismo, persino negli Usa, dove torna il conflitto sindacale vero.
Ribellarsi è giusto.
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