Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/08/2024
Perché l’assassinio dei leader di Hamas e Hezbollah da parte di Israele non fermerà la resistenza
Dopo dieci mesi in cui ha progressivamente ma costantemente perduto quell’egemonia militare detenuta per decenni, Israele sta ora cercando di recuperare terreno e di ristabilire il controllo colpendo Beirut e Teheran in meno di 24 ore.
Le azioni di Israele non si limitano però alla mera dimostrazione di forza: esse sono progettate per aumentare la pressione sull’Asse della Resistenza. L’obiettivo strategico sarebbe quello di rompere l’unità della coalizione resistente, facendo leva su capacità militari tali da definire uno scenario di guerra totale, cosa che né Israele, né Hezbollah, né lo stesso Iran desiderano.
Tale pianificata dinamica ha lo scopo di sconvolgere i piani degli avversari, costringendoli a riconsiderare la loro unitarietà inducendoli a concessioni favorevoli per Israele. Tel Aviv, infatti, punta sull’idea che i timori di un’ulteriore escalation spingano Hezbollah e Iran a esercitare pressioni su Hamas perché soddisfi alcune delle sue richieste nei negoziati per il cessate il fuoco. Inoltre, Israele ipotizza che una vera escalation – specie se provocata da sue azioni mirate – forzerebbe Stati Uniti e alleati occidentali a offrire sostegno militare e diplomatico.
Sebbene Washington non sia alla ricerca attiva di un conflitto più ampio, Israele confida negli Usa non esitanti a soccorrerlo se la situazione dovesse degenerare. In altre parole, Israele persegue una politica di coinvolgimento con rischi calcolati, consapevole del fatto che, se le cose dovessero mettersi male, l’esercito americano accorrerebbe in sua difesa, in un’altra guerra in Medio Oriente.
Da un po’ di tempo, Israele sta sondando le reazioni dei suoi nemici, non potendo fare a meno di osservare la contenuta risposta dei palestinesi a seguito dei proclami di successo riguardanti l’assassinio di Muhammad al-Deif, comandante militare di Hamas a Gaza. Ciò ha portato i pianificatori strategici israeliani a concludere che, per quanto un accordo diplomatico resti prioritario, non saranno certo omicidi mirati a farlo naufragare.
Inoltre, i calcoli di Israele inducono a supporre che, sebbene Hezbollah e Iran possano considerare le incursioni a Beirut o a Teheran come escalation tali da sollecitare un’inevitabile risposta, entrambe le parti probabilmente eviteranno poi di scatenare un conflitto totale e quindi guerra aperta. Questo consolida la fiducia di Israele nella propria capacità di condurre azioni mirate evitando un conflitto regionale più ampio.
Tali manovre avrebbero probabilmente avuto luogo indipendentemente dall’incidente di Majdal Shams. Le operazioni correnti e la spirale di eventi omicidi si verificano in un momento in cui Israele può trarre vantaggi strategici anche se poi dovesse piegarsi alla firma di un accordo. Accumulando successi tattici, Israele mira infatti a riaffermare il potere di causare l’escalation del conflitto.
È un approccio che riflette uno sforzo calcolato per consolidare la propria posizione negoziale, assicurandosi di conservare un vantaggio decisivo in qualsiasi potenziale confronto. Israele cerca così di dimostrare di possedere ancora resilienza e volontà belligerante, anche se la guerra si trascina da mesi con evidenti segni di frattura interni alla società israeliana e sfiducia nell’operato militare.
Il culmine di ciò si è osservato negli ammutinamenti e moti insurrezionali messi in atto davanti alla famigerata prigione di Sde Teiman, in protesta contro la detenzione di nove soldati israeliani accusati di stupro di gruppo ai danni di un prigioniero palestinese.
Storia e politica di Israele nell’assassinio di leader palestinesi
La nozione di assassinio è profondamente radicata nella storia della regione araba: lo stesso termine ha qui le sue origini. Tra l’XI e il XIII secolo, durante i tumulti delle Crociate, gli Ismailiti Nizari – conosciuti come “Hashashin” – utilizzarono l’assassinio come strumento strategico per eliminare i leader che si opponevano alla loro causa. Tuttavia, l’importanza dell’assassinio nella regione va ben oltre la semplice etimologia.
Questa regione, a lungo soggetta all’invasione coloniale e alla frammentazione, è diventata un teatro in cui le regole convenzionali della guerra vengono sospese. In tale contesto, gli attori politici non allineati agli interessi egemonici occidentali sono inquadrati come eccezioni, con i loro leader esposti alla stregua di legittimo bersaglio da prendere di mira secondo modalità che violano regole e norme altrove osservate.
Israele ha perfezionato la pratica degli omicidi mirati, spesso associati all’arresto di leader chiave, per eliminare figure politiche e militari influenti. Questa strategia non si limita a neutralizzare le minacce immediate, serve a modellare la composizione e il carattere della resistenza che deve affrontare nella regione. Mediante queste operazioni letali, Israele cerca di coltivare una classe dirigente in Palestina e più in generale nel mondo arabo maggiormente allineata agli interessi statunitensi e israeliani, manipolando così le dinamiche della resistenza che si oppone alle sue politiche di appropriazione di terre, pulizia etnica e colonizzazione.
Queste tattiche si sono dimostrate efficaci nel rimuovere i leader palestinesi chiave in momenti critici della lotta. Per esempio, durante gli anni pre-Oslo, l’assassinio di figure cruciali come il vice e il terzo in comando di Yasser Arafat – Abu Iyad (Salah Khalaf) e Abu Jihad (Khalil al-Wazir) – ha spianato la strada all’emergere di una leadership più permissiva, ora incarnata da Mahmoud Abbas.
Durante la Seconda Intifada, Israele ha arrestato il leader di Fatah Marwan Barghouti e Ahmad Saadat, Segretario Generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (PFLP). Probabilmente ha avvelenato lo stesso Yasser Arafat e ha assassinato il comandante militare del PFLP, Abu Ali Mustafa, insieme a figure chiave all’interno di Hamas, come Abdul Aziz Rantisi e il fondatore di Hamas, Ahmad Yassin, assicurandosi che nessuna vera opposizione alla classe compradora palestinese potesse divenire egemone nella politica palestinese. Con tali operazioni, Israele ha cercato di rimodellare la coscienza della stessa classe dirigente all’opposizione. Dopotutto, se palestinesi, arabi o i loro leader rinunciassero alla causa, non ci sarebbe più nessuna causa di cui parlare. I nuovi leader non solo avrebbero timore per le loro vite, ma sarebbero anche più disponibili verso fini e obiettivi israeliani.
Per Israele, tale politica si è rivelata utile in passato, ma non senza conseguenze indesiderate. Oggi la frammentazione palestinese non è più insita in una coalizione o in un gruppo politico specifico. È una spaccatura tra una classe compradora pragmatica al governo in Cisgiordania, mentre gruppi di resistenza omogenei operano da luoghi come Gaza.
Mentre un tempo l’OLP incorporava varie correnti, includendo la posizione stessa di Mahmoud Abbas all’interno del suo tessuto organizzativo, l’attuale disposizione dei gruppi di resistenza sviluppa irrilevanti diversità di vedute sulle strategie da intraprendere nei confronti di Israele. Le differenze sono perlopiù tattiche o legate alle scelte dei sistemi di alleanza. In altre parole, l’assassinio di Ismail Haniyeh non porta automaticamente all’emersione di una leadership più compiacente perché il movimento rimane unito intorno al quadro della resistenza.
Inoltre, il rifiuto di Israele di accogliere figure come Mahmoud Abbas, o di concedere ai Palestinesi persino uno Stato bantustan, ha plasmato la coscienza palestinese in modo tale da rafforzare la convinzione che solo la resistenza può portare a cambiamenti strategici. Questo atteggiamento è stato rafforzato dal fatto che i negoziati sono inutili con una società israeliana arrogante e suprematista come dimostrato dai recenti disordini di Sde Teiman in difesa del diritto a stuprare prigionieri palestinesi.
Il declino dell’efficacia degli omicidi israeliani
La paura di Israele per la pace, unita alla sua insistenza nel mantenere il dominio attraverso la forza e la risibile presenza di figure come Mahmoud Abbas che ha coadiuvato la colonizzazione israeliana in Cisgiordania senza opporre resistenza, hanno portato i palestinesi e i gruppi di resistenza palestinesi a respingere qualsiasi approccio verso soluzioni negoziate. Queste dinamiche hanno consolidato la convinzione che un cambiamento significativo non può essere raggiunto attraverso il dialogo con uno Stato che continua a privilegiare la forza e l’egemonia rispetto a sforzi di pace genuini.
Ciò detto, i palestinesi hanno riformulato i metodi di resistenza e istituzionalizzato le strutture organizzative collegate. Il carattere di tali organizzazioni si è evoluto, divenendo meno dipendente dal culto della personalità o da profondi legami emotivi con singoli leader e più focalizzato sui ruoli organizzativi e sull’efficacia operativa. Sono finiti i tempi in cui i gruppi di resistenza crollavano nel disordine dopo la perdita di una figura chiave.
Oggi, i movimenti di resistenza palestinesi e libanesi si sono adattati alla realtà determinata da un assassinio di leader che può sì causare una battuta d’arresto tattica, ma non certo portare allo smantellamento delle loro operazioni. Anzi, in molti casi, questi gruppi hanno dimostrato resilienza, utilizzando tali incidenti come catalizzatori per un ulteriore consolidamento e rafforzamento dei quadri organizzativi. È un cambiamento che riflette la maturazione dei movimenti di resistenza dove ci si concentra su sostenibilità e continuità piuttosto che sull’influenza di singoli leader o di specifiche reti clientelari che mirano a costruire traffici di influenza all’interno di una specifica formazione politica.
Quindi, al di là dell’impatto tattico immediato, cosa si ottiene con questi omicidi? In alcuni casi, possono ritorcersi contro, come accaduto con l’assassinio del leader di Hezbollah Abbas Musawi, che ha poi spianato la strada all’ascesa di Hasan Nasrallah. In altri casi, queste azioni possono addirittura favorire l’emergere di comandanti più innovativi, in grado di assumere posizioni chiave.
Rimuovendo un leader, Israele può inavvertitamente creare spazio per un altro spesso più capace del predecessore. Per rendersi conto di quanto queste operazioni abbiano perso molto del loro potere, basta osservare lo sviluppo compiuto da Hamas e Hezbollah sulla scia di vari omicidi subiti in varie fasi storiche.
Questi omicidi rafforzano il legame tra le organizzazioni politico-militari e il contesto sociale più ampio in cui sono inserite, rendendo molto più difficile lo sviluppo di concrete scissioni. Invece di indebolire gli avversari, queste tattiche possono involontariamente consolidare unità e determinazione, colmando il divario tra le fazioni militanti e la popolazione. L’uccisione di leader di Hamas come Ismail Haniyeh, che era andato via da Gaza, rende più flebile il dissenso interno.
La reale ragione dell’attuale politica di Tel Aviv fondata sull’attuazione di specifici omicidi serve più come meccanismo per galvanizzare la società israeliana che per introdurre modifiche effettive al posizionamento politico o militare dei suoi avversari. L’efficacia di queste tattiche per destabilizzare i nemici di Israele è fortemente diminuita, rivelando il cambiamento di scopo di tali operazioni.
Invece di paralizzare le forze di opposizione, gli omicidi mirati funzionano ora principalmente come strumento di coesione interna, di mobilitazione del sentimento nazionale israeliano e di dimostrazione delle capacità operative e di intelligence di Israele che può così affermare di aver riacquisito potere nel determinare un’escalation diretta contro i suoi avversari.
In definitiva, questi atti sono dimostrazioni di abilità tattica volti a sancire la supremazia del potere israeliano, in gran parte destinati a impressionare gli stessi israeliani sfiduciati nei confronti del loro esercito e dell’apparato di intelligence. Quando Israele parla di “perdita di deterrenza”, non è preoccupato di una tale percezione da parte dei suoi nemici, ma da come sia percepito al suo interno. La retorica della deterrenza, perciò, non riguarda tanto minacce esterne quanto la tutela di una narrativa interna di forza e invincibilità del potere israeliano nella psiche collettiva della sua società.
Fonte
02/08/2024
Il leader di Hezbollah annuncia guerra aperta: “Israele ora ride ma piangerà presto”
Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha tenuto oggi un discorso nel quale ha annunciato una nuova fase della guerra, in cui Israele dovrà aspettarsi “rabbia e punizione”. Nasrallah ha dichiarato che le accuse di Israele per la strage di bambini di Majdal Shams sono servite solo a giustificare l’assassinio del comandante Fouad Shukr e che Hezbollah non c’entra nulla con quell’attacco: “Smentiamo completamente di aver bombardato. Siamo abbastanza coraggiosi da ammettere quando attacchiamo. Il nemico [Israele ndr] ci ha subito incolpati senza fornire alcuna prova”. Dunque, l’omicidio del comandante militare secondo il leader sciita non sarebbe stato, come in altri casi, un atto di ritorsione ma un’aggressione vera e propria, diretta anche contro i civili.
Funzionari e sostenitori di Hezbollah erano riuniti in gran numero a Beirut per partecipare al funerale di Shukr e per ascoltare il discorso del segretario generale Nasrallah, il quale ha lasciato poco spazio a dubbi: “Siamo andati oltre il semplice fronte di supporto. Questa ora è una battaglia aperta su tutti i fronti. Siamo entrati in una nuova fase. Gli israeliani hanno gioito per aver ucciso Fouad Shukr e Ismail Haniyeh nel giro di poche ore. Ridi pure ora ma presto piangerai molto”. Durante il discorso di Nasrallah l’esercito israeliano ha pesantemente bombardato il Libano del sud, uccidendo numerose persone, sia libanesi che siriane, nella città di Shamaa, dove è stata colpita un’abitazione. Tra le vittime ci sarebbero donne e bambini. Nasrallah ha dichiarato di aver ordinato ai suoi di rimanere calmi per il momento e di aspettare domani.
È in corso a Teheran l’incontro tra i rappresentanti degli alleati regionali dell’Iran, Libano, Iraq e Yemen per discutere di ritorsioni contro Israele dopo l’uccisione ieri di Ismail Haniyeh, il capo politico di Hamas, e del comandante militare di Hezbollah, Fouad Shukr, martedì in un attacco alla periferia meridionale di Beirut. I funerali di Haniyeh si sono svolti, con migliaia di persone, questa mattina nella capitale iraniana. Il leader di Hamas sarà sepolto domani in Qatar.
Israele questa mattina ha anche confermato di aver ucciso, lo scorso 13 aprile a Gaza, il comandante militare di Hamas, Mohammed Deif. La notizia è stata smentita dal movimento islamico.
I media arabi riferiscono della partecipazione di Hamas e Jihad islamica per i palestinesi, del movimento yemenita Houthi, di Hezbollah e di vari gruppi iracheni. Un altro funzionario iraniano ha comunicato che alla riunione saranno presenti la Guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, e alti membri delle Guardie rivoluzionarie iraniane.
“Il modo in cui l’Iran e il fronte della resistenza risponderanno è in fase di valutazione... Ciò accadrà sicuramente e il regime sionista (Israele) se ne pentirà”, ha detto giovedì alla TV di Stato il generale Mohammad Baqeri, capo di stato maggiore delle forze armate iraniane.
Lo scorso 13 aprile, l’Iran ha lanciato una raffica di missili e droni contro Israele in rappresaglia per l’attacco mortale sferrato da Tel Aviv contro il complesso dell’ambasciata di Damasco il 1° aprile, ma quasi tutti sono stati abbattuti.
“La risposta dell’Iran all’assassinio del martire Haniyeh sarà più forte di prima”, ha avvertito l’ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie Esmail Kosari.
AGGIORNAMENTI 1 AGOSTO
L’attacco israeliano nel Libano del sud ha colpito l’abitazione di una famiglia siriana, uccidendo la madre e due figli di età compresa tra i 10 e i 12 anni. I soccorritori starebbero scavando tra le macerie alla ricerca del terzo figlio. Si riportano anche vittime libanesi.
Secondo un’inchiesta di The New York Times, Ismail Haniyeh sarebbe stato ucciso da un ordigno esplosivo nascosto mesi prima nella camera d’albergo di Teheran in cui alloggiava. La bomba sarebbe stata azionata a distanza una volta avuta la certezza che il leader di Hamas si trovasse al suo interno.
Per queste ragioni Israele ha assassinato il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh
Quasi subito dopo l’inizio della guerra di Gaza, il 7 ottobre, Israele sperava di usare il genocidio nella Striscia come un’opportunità per raggiungere il suo obiettivo a lungo termine di una guerra regionale, che avrebbe coinvolto Washington, l’Iran e altri paesi del Medio Oriente.
Nonostante il sostegno incondizionato al genocidio a Gaza e ai vari conflitti in tutta la regione, gli Stati Uniti si sono astenuti dall’entrare in guerra diretta contro l’Iran e altri. Sebbene sconfiggere l’Iran sia un obiettivo strategico americano, gli Stati Uniti non hanno la volontà e gli strumenti per perseguirlo ora.
Dopo dieci mesi di guerra fallita contro Gaza e di stallo militare contro Hezbollah in Libano, Israele sta ancora una volta accelerando la sua spinta verso un conflitto più ampio. Questa volta, tuttavia, Israele si sta impegnando in un gioco ad alto rischio, il più pericoloso dei suoi precedenti azzardi.
L’attuale scommessa ha coinvolto come obiettivo un alto leader di Hezbollah con l’attentato dinamitardo in un edificio residenziale a Beirut martedì e, naturalmente, l’assassinio del leader politico più in vista della Palestina, per non parlare del più popolare. Haniyeh è riuscito a forgiare e rafforzare i legami con la Russia, la Cina e altri paesi al di fuori del dominio politico degli Stati Uniti e dell’Occidente.
Israele ha scelto con cura il luogo e il momento dell’uccisione di Haniyeh. Il leader palestinese è stato ucciso nella capitale iraniana, poco dopo aver partecipato all’insediamento del nuovo presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
Il messaggio israeliano era un messaggio complesso, per la nuova amministrazione iraniana – quello della disponibilità di Israele a intensificare ulteriormente il livello di scontro – e per Hamas, che Israele non ha intenzione di porre fine alla guerra o di raggiungere un cessate il fuoco negoziato.
Quest’ultimo punto è forse il più urgente. Per mesi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto tutto ciò che era in suo potere per ostacolare tutti gli sforzi diplomatici volti a porre fine alla guerra. Uccidendo il principale negoziatore palestinese, Israele ha consegnato un messaggio finale e decisivo: Israele rimane coinvolto nella violenza e in nient’altro.
La portata delle provocazioni israeliane, tuttavia, pone una grande sfida al campo filo-palestinese in Medio Oriente, vale a dire, come rispondere con messaggi altrettanto forti senza esaudire il desiderio di Israele di coinvolgere l’intera regione in una guerra distruttiva.
Considerando le capacità militari di quello che è noto come “Asse della Resistenza”, l’Iran, Hezbollah e altri sono certamente in grado di gestire questa sfida nonostante i fattori di rischio coinvolti.
Altrettanto importante per quanto riguarda la tempistica: la drammatica escalation israeliana nella regione, seguita da una visita di Netanyahu a Washington, che, a parte molte standing ovation al Congresso degli Stati Uniti, non ha fondamentalmente alterato la posizione degli Stati Uniti, basata sul sostegno incondizionato a Israele senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in una guerra regionale.
Inoltre, i recenti scontri in Israele che coinvolgono l’esercito, la polizia militare e i sostenitori dell’estrema destra suggeriscono che un vero colpo di stato in Israele potrebbe essere una possibilità reale.
Nelle parole del leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid, Israele non si sta avvicinando all’abisso, Israele è già nell’abisso.
È quindi chiaro a Netanyahu e alla sua cerchia di estrema destra che stanno operando in un tempo e margini sempre più limitati.
Uccidendo Haniyeh, un leader politico che ha essenzialmente svolto il ruolo di diplomatico, Israele ha dimostrato la portata della sua disperazione e i limiti del suo fallimento militare.
Considerando l’estensione criminale a cui Israele è disposto a spingersi, tale disperazione potrebbe alla fine portare alla guerra regionale che Israele ha cercato di istigare, anche prima della guerra di Gaza.
Tenendo presente la debolezza e l’indecisione di Washington di fronte all’intransigenza di Israele, Tel Aviv potrebbe realizzare il suo desiderio di una guerra regionale, dopo tutto.
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01/08/2024
L’Iran pronto a colpire Israele, Netanyahu vuole invadere il Libano
Israele non ha ancora rivendicato quello che è un atto di terrorismo in piena regola su territorio iraniano (come altri in passato), nel quale ha trovato la morte Isma’il Haniyeh, alto dirigente di Hamas e tra i negoziatori con Tel Aviv per il cessate il fuoco a Gaza. Il quale ovviamente ora si allontana in maniera quasi irreversibile.
Già in aprile Teheran aveva lanciato centinaia tra missili e droni verso Israele, come risposta all’attacco all’ambasciata iraniana di Damasco, dove erano morti diversi comandanti militari. Ma quella ritorsione a un atto illegittimo sotto tutti gli aspetti del diritto internazionale era stata comunicata a tutti gli attori in campo (compresi gli USA) con largo anticipo, per evitare un’escalation.
Ora, però, che l’intenzione sia la stessa è cosa più dubbia, e sembra che Israele stia rafforzando le proprie difese antiaeree nel nord del paese. Un attacco del genere di quello di aprile, evitando comunque obiettivi civili, è ciò di cui hanno parlato col New York Times i funzionari iraniani, rimasti anonimi.
L’idea potrebbe essere quella di un’operazione combinata tra l’Iran e le varie forze alleate, che in un qualche modo si oppongono al progetto sionista in Medio Oriente. Si tratterebbe dunque di un attacco simultaneo degli Houthi a sud, di Hezbollah a nord, di Teheran e alcune milizie irachene ad est: una situazione che metterebbe sotto pressione il sistema di difesa antimissilistica Iron Dome e potrebbe significare danni maggiori per Israele.
Khamenei avrebbe chiesto ai suoi comandanti di preparare anche dei piani di difesa in caso di conflagrazione della situazione nella regione, e dunque di guerra aperta con Israele. Una guerra in cui il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, ha detto aiuterebbe Tel Aviv pur chiamando alla ricerca di soluzioni diplomatiche.
Quello che è certo è che la morte di Haniyeh ha colpito profondamente i vertici iraniani, e per tutti è necessario riaffermare la sovranità del paese di fronte all’ennesimo attacco sul proprio territorio, per di più rivolto verso un alleato che doveva rimanere al sicuro. Da alcune fonti sembra che la sua posizione sia stata individuata tramite uno spyware passato tramite Whatsapp.
Ad ora è Hezbollah l’altra realtà di quello che è chiamato “Asse della Resistenza” ad essere maggiormente in pericolo. Per il politologo Gilles Kepel, esperto di Medio Oriente, l’invasione del sud del Libano e di Beirut, come già era successo nel 1982, è una questione di tempo, dopo l’omicidio mirato di Fouad Sukar la sera prima di quello di Haniyeh.
Per Kepel, Netanyahu ha tutto l’interesse a procedere con l’invasione, a meno che non si “giunga a un compromesso che rappresenti una vittoria per Israele”. Nella visita a Washington ha incontrato un Biden che non può opporsi perché non può perdere i voti su cui può contare nella comunità ebraica degli Stati Uniti.
Il primi ministro israeliano ha dunque qualche mese per muoversi, privo di veti e legacci, anche se già da tempo gli imperialisti occidentali non riuscivano più a controllare il “cane pazzo” sionista. Netanyahu, già sotto accusa per crimini di guerra e contro l’umanità, per salvare la sua carriera politica vuole mettere al bando ogni ipotesi di pace e potrebbe voler colpire Sinwar, leader di Hamas.
E probabilmente ottenere anche il ritiro di Hezbollah a nord del fiume Litani, come concordato dopo il conflitto dell’estate 2006. Senza queste vittorie, con la pressione esercitata dall’estrema destra nelle strade e al governo, Israele non si fermerà, rischiando di gettare tutto il Medio Oriente in guerra.
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I rischi del nuovo zugzwang in Medio Oriente
Due omicidi mirati in due giorni, uno nel cuore di Beirut ma soprattutto l’altro nella capitale iraniana Teheran, uno contro Fouad Shokor, un alto dirigente di Hezbollah, l’altro contro il capo politico e negoziatore di Hamas Ismail Haniyeh.
La scia di sangue lasciata da Israele continua ad allungarsi. A Tel Aviv e negli apparati della Hasbara magari si esulta e ci si inorgoglisce del fatto che Israele continua a voler e dover essere considerato un “cane pazzo” che è meglio non stuzzicare. Secondo questa logica nessun “nemico di Israele” deve o può sentirsi al sicuro, neanche nelle ambasciate all’estero o nella capitale di uno stato sovrano. Le convenzioni internazionali non esistono per i killer israeliani, esistono solo per tutti gli altri paesi ma, come dice Ilan Pappè, “fino a quando il mondo permetterà a Israele di fare quello che fa”, questa sembra l’antifona.
I due omicidi mirati contro i leader di Hezbollah e di Hamas hanno lo stesso effetto politico di un’ondata di bombardamenti a tappeto ma con meno vittime.
Non si capisce – o meglio si capisce benissimo – perché Israele non sia stata così selettiva nei confronti dei palestinesi di Gaza, dove invece ha scelto la strada della punizione collettiva, delle stragi di civili inermi, di quello che le istituzioni e la coscienza internazionale definiscono ormai come un genocidio.
I due omicidi di Beirut e Teheran si configurano come atti di guerra dichiarata. E sono in molti a ritenere che il governo israeliano questa guerra ad ampio spettro in Medio Oriente voglia farla. Il viaggio di Netanyahu negli Usa dà tutta l’impressione di aver ricevuto il semaforo verde anche su tale scenario.
La palla ora passa indubbiamente nel campo dell’Asse della Resistenza. Iran, Hezbollah, Ansarallah dello Yemen e Resistenza palestinese a questo punto devono decidere se accettare la sfida... o accettare la resa. Le soluzioni intermedie si sono andate assottigliando vertiginosamente con i negoziati su Gaza continuamente ritardati o ostacolati dalle pretese israeliane fino a diventare una foglia di fico o una tela di Penelope.
I rischi e i costi di questa scelta sono e saranno enormi per i paesi coinvolti e l’instabilità regionale e internazionale, ma subire impunemente attacchi nella propria capitale senza una reazione adeguata – anche all’estero e non obbligatoriamente sul terreno – segnerebbe la fine di ogni pretesa dell’Iran di rappresentare l’Asse della Resistenza. Lo stesso si può dire di Hezbollah.
E se Israele continua a dimostrare la propria superiorità sul piano militare e di intelligence, non è detto che questa possa essere assicurata in un conflitto aperto, a meno di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella guerra regionale in Medio Oriente. Ma in tal caso appare difficile che big come Russia e Cina possano rimanere a guardare e oggi nelle leadership di quei paesi non ci sono più ubriaconi di servizio come Eltsin o dirigenti inclini alla coesistenza pacifica ad ogni costo. Il contesto internazionale sta mutando significativamente anche rispetto a soltanto a tre anni fa.
In Medio Oriente siamo di nuovo allo zugzwang (1). I giocatori sono obbligati a muovere, anche rischiando molto. Rimanere fermi significa perdere comunque la partita.
Note
(1) obbligo di muovere in una partita a scacchi, anche se la mossa può dare effetti negativi.
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Medio Oriente - Siamo ad un punto di non ritorno?
“Gli assassinii politici e il fatto che i civili continuino ad essere bersaglio a Gaza (…) ci portano a domandarci come una mediazione possa riuscire quando una parte uccide il negoziatore dell’altra parte” ha scritto su X.
“La pace ha bisogno di partner seri” ha affermato Al Thani.
Il Qatar e l’Egitto sono i due paesi che fungono da mediatori, ma è chiaro che le trattative, già piuttosto infruttuose e a questo punto appese ad un filo, rischiano di essere giunte ad un binario morto.
All’assassinio di Ismaïl Haniyeh si aggiunge l’attacco in Libano di due giorni fa, con Hezbollah che ha dato conferma della presenza di Fuad Shukr nell’edificio colpito dai bombardieri israeliani, ma non della sua morte.
Sembra precluso qualsiasi avanzamento delle trattative per un cessato il fuoco a Gaza, dove sono morte ormai 40 mila persone, e anzi si rischia l’intensificazione di un conflitto che è già a tutti gli effetti e da tempo su scala regionale.
Con ciò che è accaduto è passato sotto silenzio l’attacco statunitense (quattro morti ed altrettanti feriti) su una base a Sud di Baghdad, che sarebbe stata utilizzata dalle unità della mobilitazione popolare.
Si parla di una agenzia di sicurezza nazionale egemonizzata dalle milizie sciite filo-iraniane, che hanno ripreso negli ultimi giorni gli attacchi alle basi statunitensi in Iraq e Siria.
Sia l’Iran che la dirigenza di Hamas, ed in precedenza quella di Hezbollah per l’attacco a Beirut, hanno affermato che vi saranno reazioni risolute.
L’ayatollah Ali Khamenei ha affermato all'agenzia IRNA: “Noi consideriamo che è nostro dovere vendicare il sangue che è stato versato sul territorio della Repubblica islamica dell’Iran”.
Dmitri Peskov ha condannato duramente l’uccisione del capo di Hamas in Iran, affermando: “noi condanniamo in maniera risoluta questo attacco (...) Noi pensiamo che questi atti siano diretti contro i tentativi di ristabilire la pace nella regione e possono destabilizzare in maniera considerevole una situazione già tesa”.
Il portavoce della diplomazia cinese, Lin Jian, ha usato parole simili: “Noi siamo molto preoccupati per questo avvenimento, noi ci opponiamo vigorosamente e condanniamo questo assassino”.
Prese di posizioni simili sono giunte da differenti paesi: Pakistan, Afghanistan, Iraq, Siria e Turchia. Particolarmente dura la condanna di Erdogan che scrive sul suo account X: “Che Dio abbia pietà del mio fratello Ismail Haniyeh, caduto martire a causa di questo odioso attacco”, denunciando “la barbarie sionista”.
Se gli attacchi israeliani sono diretti all’‘Asse della Resistenza’ che ha tenuto testa all’entità sionista, indirettamente tendono a colpire quei soggetti che si stanno spendendo per una soluzione diplomatica.
Far tacere le armi e porre sul piatto la creazione dello Stato palestinese come conditio sine qua non dell’avvio di un processo di pace nell’intera regione è un’ipotesi vista come fumo negli occhi da tutta la leadership politica israeliana.
Come ha ben spiegato Fulvio Scaglione nel suo editoriale sull’Avvenire di martedì 30 luglio: “molti paesi sostengono il diritto di Israele ad esistere, e quindi, a rispondere alle aggressioni. Questi stessi Paesi, però, non hanno alcuna leva per moderare le reazioni di Israele e soprattutto, nessuna influenza sull’approccio al vero problema: la costituzione di uno Stato palestinese. Al contrario: più insistono, più Israele (questo Israele almeno) radicalizza il rifiuto. Solo poche settimane fa, infatti, il Parlamento ha votato una risoluzione che definisce quell’ipotetico Stato “una minaccia esistenziale””.
È chiaro che siamo entrati in una logica di reazioni e contro-reazioni a catena e a somma zero, dove il punto di non-ritorno verso una escalation incontrollabile è dietro l’angolo visto che i precari equilibri geopolitici sono saltati da tempo e non solo in Medio Oriente.
Il blocco occidentale – compreso il governo del nostro Paese – è incapace di contenere l’azione militare israeliana, che anzi appoggia platealmente, ed il sionismo che, come ogni forma crepuscolare di colonialismo, si mostra come una belva ferita, ma non meno feroce.
Il probabile doppio assassinio mirato da parte di Israele, se non indebolisce la leadership delle due formazioni della resistenza libanese e palestinese, certamente allontana l’ipotesi di una soluzione alla tendenza alla guerra che domina il Medio Oriente.
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31/07/2024
Ucciso a Teheran il leader di Hamas Ismail Hanyeh
Haniyeh e una sua guardia del corpo avrebbero perso la vita “dopo che l’edificio in cui soggiornavano è stato colpito”.
Il leader di Hamas si trovava a Teheran per partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che si è svolta ieri. Secondo il quotidiano “New York Times”, il Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran ha convocato una riunione di emergenza in risposta all’uccisione di Haniyeh. La riunione d’emergenza è in corso presso la residenza della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei.
Hamas ha già confermato la morte del suo leader, puntando l’indice contro Israele: “Il movimento di resistenza islamica Hamas piange la morte del suo leader Ismail Haniyeh, caduto a seguito di un vile raid sionista contro la sua residenza a Teheran, dopo aver partecipato alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente iraniano”, afferma una nota diffusa dall’organizzazione palestinese. Musa Abu Marzouk, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato che l’uccisione di Haniyeh “non resterà impunita”.
Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, ha condannato fermamente l’omicidio di Haniyeh. Lo riferisce l’agenzia di stampa palestinese “Wafa”, secondo cui Abbas ha definito l’uccisione del leader di Hamas “un atto codardo e una pericolosa escalation”. Abbas ha invitato i palestinesi “all’unità, alla pazienza e alla perseveranza di fronte all’occupazione israeliana”.
Interpellati dall’emittente televisiva “Cnn”, rappresentanti delle Forze di difesa israeliane (Idf) hanno rifiutato di commentare l’assassinio del leader di Hamas, affermando che le Idf “non rispondono alle notizie dei media stranieri”. Stamattina le Idf hanno diffuso un comunicato in cui affermano che “non c’è alcun cambiamento nelle linee guida difensive del Comando del fronte interno”, e che la Difesa israeliana sta conducendo una “valutazione della situazione”. Un funzionario anonimo della presidenza Usa ha riferito invece all’emittente televisiva che “la Casa Bianca è a conoscenza delle notizie secondo cui il leader politico di Hamas Ismail Haniyeh è stato ucciso in Iran”. Il funzionario ha rifiutato di fornire ulteriori commenti.
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06/05/2017
Hamas, il nuovo leader è Ismail Haniyeh
Flessibile in politica e, allo stesso tempo, apprezzato e stimato dal braccio armato di Hamas, Haniyeh, spiegano gli analisti palestinesi, cercherà di rappresentare nel movimento un ponte tra le correnti più radicali e quelle considerate più pragmatiche che hanno avviato il percorso che ha portato nei giorni scorsi all’annuncio di uno Statuto di Hamas più moderato, alla presa di distanza dall’organizzazione-madre dei Fratelli musulmani e all’accettazione della nascita di uno Stato palestinese (temporaneo) solo nei territori occupati di Cisgiordania e Gaza, senza però riconoscere formalmente l’esistenza di Israele.
Haniyeh, che a differenza di Meshaal dovrebbe restare a Gaza, è chiamato inoltre ad avviare relazioni più distese con l’Egitto di Abdel Fattah al Sisi che, nemico dei Fratelli musulmani, partecipa al pesante blocco di Gaza che Israele attua da quando Hamas nel 2007 ha preso il potere nel piccolo lembo di terra palestinese. Già nei mesi scorsi il nuovo leader aveva avviato contatti fruttuosi con il Cairo che avevano portato a un lieve allentamento della pressione egiziana su Gaza. Il blocco però è sempre in vigore e solo oggi l’Egitto ha riaperto il valico di Rafah consentendo a migliaia di palestinesi, spesso malati gravi, in attesa da settimane se non da mesi di poterlo attraversare in ingresso ed uscita.
Il peggioramento delle condizioni di vita per i due milioni di abitanti di Gaza, frutto delle recenti decisioni prese da Abu Mazen, come il taglio del 30% del sussidio offerto a decine di migliaia di ex dipendenti dell’Anp e la fine del pagamento della bolletta energetica della Striscia, stanno mettendo in difficoltà Hamas e Haniyeh sarà forse costretto a venire a patti anche con il governo di Fatah a Ramallah mentre incombe l’ombra di un nuovo conflitto armato con Israele.
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