Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/03/2017

Il Lingotto come scenografia di una rovina politica

Le immagini della convention democratica del Lingotto rimandano plasticamente alla rovina del nostro tempo. A cominciare dal luogo scelto, che vorrebbe rimandare ai “valori del lavoro”, ma che più mestamente certifica un mondo “democratico” – fatto di convention e ristoranti, turismo e terziario avanzato – completamente sconnesso con la realtà. Il problema della riconversione immateriale del Lingotto è esattamente uno dei problemi del nostro tempo. Si dirà che la fabbrica è chiusa da più di un trentennio, che l’unico modo per riqualificare l’area era riconvertirla a struttura funzionale all’intrattenimento culturale, che il modello stesso della grande fabbrica è andato in pensione con la caduta del muro, anzi diversi anni prima. Verità mediatiche spacciate per ovvietà, ma che non reggono a una minima prova dei fatti. Anzitutto, perché la grande fabbrica non solo resiste nel nostro paese, ma si moltiplica nella manifattura globalizzata in Europa e nel resto del mondo. Non chiude la grande fabbrica perché non più funzionale, ma sposta la propria sede per ragioni di risparmio. Un po’ diverso dal dire che la fabbrica non serve più o che “l’economia 4.0”, come va di moda dire oggi, ha preso il sopravvento sulla produzione materiale. Più semplicemente, occhio non vede, cuore non duole. Più onesto sarebbe ricordare che al capitale quel modello manifatturiero serve eccome, ma che spostato in Polonia o in Bangladesh garantisce più profitti economici e meno seccature politiche. Trasformare le strutture produttive in ricettive del turismo d’élite è una scelta politica, non una necessità economica. Così come decidere di spostare la produzione della Panda da Pomigliano in Polonia. L’immagine del Lingotto post-moderno è allora quella di una società apparentemente post-industriale, ma concretamente neo-coloniale. E’ infatti nelle colonie produttive che l’economia nazionale difende una competizione internazionale, fondata sempre e solo sulla propria capacità industriale, ma dislocata laddove una bassa conflittualità e un’elevata redditività ne garantiscono i margini di profitto. La location azzeccata insomma: un simbolo della cultura post-moderna per un partito fondato sull’essenza di quella narrazione.

Marco Imarisio sul Corriere di sabato 11 marzo riesce a dare una fotografia esatta di quale società si sia ritrovata nella tre giorni “democratica”: «questo strano Lingotto che dovrebbe raccogliere la parte più nuova del Pd somiglia invece a una fotografia in bianco e nero, con l’establishment torinese di sempre alle loro spalle, l’uomo forte di Comunione e Liberazione, i banchieri, gli eterni funzionari che nel 2011 accompagnavano Pierluigi Bersani a Mirafiori e ora fanno la scorta a Renzi […] Sembra di stare al congresso di Scelta civica». Volontaria o meno, questa foto rimanda a una realtà più concreta di quanto probabilmente il giornalista del Corriere immagina. Un’accolita di banchieri e imprenditori, funzionari democristiani e cacicchi locali, transitati da Bersani a Renzi non per conversione ideologica (ma quale, poi?), ma per funzionalità politica. Questo mondo dovrebbe costituire, molto banalmente, il campo della nostra nemicità. Eppure questa avversione banale, addirittura implicita al concetto stesso di sinistra, così non sembra essere. Sempre sul Corriere dello scorso sabato, è Maria Teresa Meli a smascherare il trucco politico che si prepara alle prossime elezioni: «l’ex segretario del Partito democratico guarda con interesse a ciò che Giuliano Pisapia sta costruendo a sinistra. L’obiettivo vero è quello di riuscire a riconquistare l’oltre 40% di voti ottenuti alle elezioni europee del 2014». Anche qui, forse involontariamente, viene svelato il cuore della fetazione di soggetti a “sinistra” del Pd. Ormai assodato il carattere neocentrista del progetto renziano, serve una copertura a sinistra, vista la fase proporzionale che si sta aprendo e dunque l’impossibile autosufficienza dei soggetti politici. Ci penseranno dunque Pisapia e Bersani a colmare il vuoto elettorale che la stretta centrista aprirà nel conto elettorale del Pd. Con l’assenso dello stesso Renzi, che benedice l’operazione “progressista” di Pisapia perché naturale alleata al Pd, e puntando a quel 40% e oltre che, tutti insieme, diverrebbe possibile raggiungere. Molti, facile prevederlo, cadranno nel tranello, magari agitando lo spauracchio leghista o pentastellato, pur di riproporre l’eterna logica del fronte popolare tanto agognato a sinistra contro il nemico assoluto di turno.

Ma a sinistra del circo elettoralistico appena tratteggiato, cosa si muove? Non tutto, ma molto passerà dal 25 marzo. Volenti o nolenti, quella giornata segnerà uno spartiacque. Nel giorno in cui l’Europa verrà a celebrare il proprio liberismo, le due piazze della “sinistra” costringono a una presa di posizione. Da una parte si va componendo il fronte euro-liberista dell’Arci e della Cgil, dei Cobas e degli tsipriani di tutta Europa; dall’altra la sinistra anti-liberista. Per una volta, non potrà essere solamente una battaglia numerica. E’ una rottura che si impone nelle scelte politiche di ciascuno. Pur nelle diversità, o si è contro il liberismo europeista, o si è a favore: tertium non datur. Girarsi dall’altra parte sulla questione capitale dei nostri giorni, cioè sul liberismo criminale incarnato nelle istituzioni Ue, significa abbandonare ogni prospettiva conflittuale, ogni credibilità politica, ogni velleità alternativa allo stato di cose presenti. Se la piazza anti-liberista è eterogenea e ancora impreparata a una sintesi minima, la piazza euro-liberista è la piazza dei Pisapia e dei Cofferati, dei Fratoianni e dei Fassina, dei D’Alema e delle Camusso. E’ insomma parte di quel problema contro cui lottiamo ogni giorno. E contro questo problema l’ambiguità non paga più.

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10/03/2017

Il Pd di Renzi prova a ripartire dal Lingotto

Il PD (R) tenta di ripartire dal Lingotto di Torino dopo la severa bastonata del referendum. In vista delle primarie il clan che dirige quello che fu un “partito personale” e che ormai appare come in piena crisi di identità, ritiene di dover avviare l’itinerario della propria rivincita da un luogo che ritiene “evocativo”: lo stesso dal quale nel 2007 fu lanciata l’idea di un partito riformista che raccogliesse le residue forze di quelli che si ritenevano epigoni delle più forti tradizioni politiche nella recente storia d’Italia: quella del Partito Comunista e quella della Democrazia Cristiana, intesa quest’ultima come luogo dell’unità dei cattolici in politica. Qualcuno parlò di “amalgama mal riuscita”.

In effetti l’idea di ripartire dal Lingotto non è evocativa di nulla: se si pensa di utilizzare questo tipo di richiamo si deve già parlare di analisi sbagliata perfino dal punto di vista della costruzione di un ipotetico “immaginario”.

Anzi, dal punto di vista dell’impatto simbolico l’effetto è esattamente contrario: il Lingotto evoca, prima di tutto, una clamorosa sconfitta (quella del 17 a 11 inflitta nel 2008 da Berlusconi a Veltroni), e poi una serie di illusioni gettate al popolo perché vi credesse allo scopo di fargli seguire pedissequamente il capo puntando a realizzare il metodo che è stato definito “dell’uomo solo al comando”.

In tempo di crisi l’antica risposta dell’uomo forte. Il PD, poi trasformatosi in PD (R) (il solco di questa trasformazione però era già stato tracciato ben prima dell’avvento di Renzi) si è rivelato un partito che ha finito con lo svolgere una funzione drammaticamente letale per la credibilità del sistema politico italiano attraverso l’esaltazione della “vocazione maggioritaria” e la forma – politica dettata dalle primarie dell’individualismo competitivo.

Soprattutto il PD ha fallito la propria vocazione governista attuando il tentativo più oscuro di manomissione dell’identità repubblicana del nostro Paese (quella fragile identità ereditata dall’unico vero fatto storico di coinvolgimento di popolo: la Resistenza).

Un tentativo di manomissione per fortuna respinto dalla volontà popolare proprio nel momento in cui ci si stava avviando a compiere un pericoloso salto nel buio.

Si è verificato uno scontro brutale quando, saltata l’intermediazione partitica, si è cercato di imporre un’ulteriore processo di verticalizzazione del potere a fronte, invece, di una organizzazione sociale sempre più orizzontale.

Si è così smarrito il senso comune dell’agire politico e il PD si è trasformato nel campione di questo smarrimento, mentre altri procedevano per la strada della semplificazione delle risposte rivolte ad una sempre più complessa articolazione della domanda.

La risposta nel referendum è stata chiara, ma la lezione pare non sia stata ben appresa: il 4 Dicembre PD e alleati partivano dai 12.706.169 voti (PD-NCD-Scelta Civica-SVP) raccolti alle elezioni europee del 2015 che avevano fatto registrare 27.371.747 voti validi.

Il 4 Dicembre si è registrato un massiccio ritorno alle urne con 32.851.715 voti validi. Il SI’ ha incrementato il proprio numero di voti di sole 726.039 unità, mentre il NO è salito di 4.753.929 voti: un vero e proprio “plebiscito alla rovescia” (alla fine il NO ha registrato 19.419.507 suffragi) che ha fornito una indicazione politica fortissima riguardo la “pars destruens” del sistema politico. IL PD ha dunque fornito un formidabile contributo al processo in atto di distruzione del sistema.

Tutto ciò è avvenuto mentre si aprivano le porte a opzioni politiche molto pericolose, dichiaratamente di destra nei contenuti anche se ammantate di molteplici dimensioni pre – politiche: il vaffa, il giustizialismo, il prevalere di una falsa democrazia diretta.

Nel mentre, la destra espressamente “dichiarata” riprendeva fiato poggiando sull’altro pilastro del fallimento storico delle classi dirigenti; quello riguardante l’Europa (sulla questione europea pesano le maggiori responsabilità di un establishment dimostratosi, prima di tutto, incapace di analisi politica e succube dell’economia) con il relativo – drammatico – corollario delle guerre e dei relativi flussi migratori.

Queste sono le ragioni sommariamente esposte per le quali manca al sistema politico italiano la “forza evocativa”.

Nessun Lingotto, ma neppure nessun ipotetico Teatro San Marco potrà restituire credibilità a un quadro esausto, laddove la capacità di rappresentanza politica si è esaurita in un gioco sterile che ignora le contraddizioni reali di una società sfrangiata all’interno della quale le persone comuni faticano a trovare ragioni di convivenza quotidiana.

Troppi appuntamenti annunciati sono stati mancati nel degradare progressivo della possibilità di espressione collettiva delle istanze sociali come ha dimostrato la complessiva qualità di governo dimostrata nel corso degli anni avanzando un vero e proprio “arretramento etico” che, tra pranzi, cene, autopromozioni milionarie, intrecci di bassa leghe, coinvolge anche i nuovi arrivati al banchetto del potere.

La sinistra si è smarrita da tempo dentro questo dedalo oscuro. Uno smarrimento iniziato almeno da quando, venticinque anni fa, non si trovò la forza per innestare un processo di innovazione che tenesse conto della storia e della realtà rappresentata dai soggetti sociali di effettivo riferimento.

Al momento dello scioglimento del PCI non c’era nessun “gorgo” ad attendere i naviganti, soltanto la tristezza di un esercizio dell’autonomia del politico fondato sulla ricerca di consenso in via plebiscitaria di elezione in elezione, senza cultura, senza pedagogia, senza aggregazione civile e sociale.

La grande incognita rimane quella del quando e del dove una sinistra coerente troverà la strada per ricostruirsi e presentarsi seriamente sulla scena politica: difficile riuscirci però senza aver cercato almeno il bandolo della matassa delle grandi e inedite fratture che oggi agitano la scena mondiale.

Altro che la riscoperta della “gentilezza”: sarà il duro confronto con le grandi contraddizioni sociali del nuovo medioevo il banco di prova per ritrovare la strada di una sinistra coerente con la propria storia.

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