Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Sinistra con le pezze al culo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sinistra con le pezze al culo. Mostra tutti i post

18/06/2018

Il triste Stefano (Fassina)

Che qualcosa non doveva essere giusto lo deve aver capito quel giorno che un corteo di lavoratori lo ha cacciato a calci urlandogli dietro la cosa del jobs act. Da quel giorno Stefano è tormentato.

L’anno scorso si aggirava al corteo contro i 50 anni della UE. Un caffè e all’uscita dal bar... “ciao come stai, ci sei anche te oggi?” e lui: “no figurati, passavo di qui saluto due compagni”.

Poi scrive per LEU (ancora!!!) testi durissimi contro la UE e le banche ma li legge davanti a Grasso e company tutti immersi in telefonate con Renzi, Draghi e Marchionne. Ma lui insiste, sempre più triste.

Ieri si aggirava alla partenza del corteo del 16 giugno. Anche lì in disparte, bandiere sue non ne vede. Qualcuno gli fa un cenno con la mano, lui sorride. Qualcuno una pernacchia e manco sta li a sbatterlo fuori. Di giornalisti che lo intervistano nemmeno mezzo. Chissà che pensa.

Io dico questo: Stefano noi non siamo settari. Tu, da solo e senza i tuoi amici. Vieni lì, beccati due insulti e un paio di testate. Poi mettiti lì col megafono da solo davanti a un mercato rionale. Col sandwich attaccato al collo con scritto: prima gli sfruttati, potere al popolo.

Con calma fai volantinaggi, presidi, piccoli interventi in plenaria dove ti si ascolta in silenzio senza neppure un applauso che poi ti allarghi. Poi vediamo... Non sarei settario con te, volantinaggi da fare ce ne sono sempre. E dopo qualche mese di militanza, un caffè e una birra insieme la si prende dai... noi non siamo come i tuoi amici.

Fonte

16/12/2016

Sessismo nei movimenti: lui mi ha stuprata e la sua ragazza mi ha cacciata via dagli spazi militanti

Lei scrive:
Cara Eretica,

sto leggendo i post sullo stupro di gruppo a Parma e altre storie di donne che raccontano mettendo in rilievo la rabbia sopita per tanto tempo, come se non ne avessero diritto e non vi fosse alcuna ragione per nutrirla o spingerla in direzione di chi le ha ferite. Vorrei contribuire con una riflessione a posteriori, su un fatto che ha riguardato me e che avrei preferito non ricordare.

Qualche anno fa io ero quella con le calze strappate e gli abiti scollati che frequentava lo spazio occupato, partecipavo alle feste e mi ubriacavo o assumevo sostanze che mi rincoglionivano per tutta la serata. Ci sono state situazioni in cui qualcuno mi ha messo le mani addosso approfittando del mio stato. Amici che mi riaccompagnavano a casa, compagni che mi sorreggevano per portarmi in macchina o quelli che venivano a farmi “compagnia”, anche loro ubriachi, nel letto in cui avevo trovato posto per smaltire.

Non mi sono mai sentita una cattiva persona per quello che facevo e non rimpiango di aver vissuto così un po’ di anni della mia vita. Mi sentivo circondata da persone simili a me ed ero parte di un gruppo che in un modo o nell’altro faceva cordone in situazioni di conflitto. Ero parte di qualcosa fino a quando il ragazzo di una dello spazio non mi accompagnò per tutta la serata e poi con la scusa di aiutarmi ad andare in bagno a vomitare mi stese per terra e senza che io avessi la forza di muovermi mi stuprò.

La porta del bagno non era chiusa a chiave e quando un ragazzo la aprì trovò me per terra, semisvenuta, con i pantaloni e le mutandine abbassate e lui che si stava sistemando per uscire. Li sentii ridere e commentare il mio stato e l’altro disse che se non mi alzavo era perché ne volevo ancora. Si abbassò e la sua mano mi sfiorò sul viso, mentre la porta si richiudeva e io ebbi una reazione adrenalinica per paura di essere rimasta sola con un altro stupratore. Mi tirai su come una bambola a molla.

Avevo la faccia sfatta, il trucco spalmato sulla faccia e a malapena riuscii a sistemare i pantaloni e le mutande e poi cercai di raggiungere l’esterno per trovare qualcuno che mi desse un passaggio fino a casa. La voce si era già diffusa e mi vidi arrivare una spinta dalla fidanzata del mio stupratore. Non ebbi la forza di fare niente e ma ricordo con chiarezza che risuonarono nella stanza le parole “troia” e “vattene”.

La vergogna mi impedì di tornare in quel posto per qualche settimana e quando tornai trovai la stessa situazione e la ragazza che faceva la padrona del gruppo e che sfidava il fidanzato a farmi capire che non c’era posto per me. Lui eseguiva perché pagava lo scotto del “tradimento”, immagino, e doveva dimostrare che ero stata io a buttarmi tra le sue braccia e a provocarlo.

Ho trascorso mesi a ricevere insulti su internet e quello che mi è dispiaciuto di più è stato l’isolamento sociale. Eppure, pensavo, non ho fatto niente per farmi odiare. Non l’ho denunciato, non l’ho neppure sputtanato e mi sono tenuta per me l’umiliazione e la vergogna che continuavo a provare. Che idiota che ero. Imbecille, ridicola e codarda.

Sono sparita da quel contesto o, per meglio dire, la prima donna del gruppo, l’altra, è riuscita a farmi il vuoto attorno, lei e gli altri, e a impedirmi di restare nei luoghi che frequentavo. Ho dovuto ricrearmi un’altra vita, mentre quelli mi perseguitavano e mi insultavano dicendo ad altre persone che non dovevano fidarsi di me perché ero solo una troia che si scopava i ragazzi di altre e che poi li accusava di stupro.

Ho pagato con la solitudine quello che vissuto e anch’io sono passata attraverso il mio periodo di depressione, farmaci, psichiatra, tutte cose che avrei potuto evitare, forse, se avessi avuto una rete sociale migliore. La solitudine ti ammazza. L’isolamento è istigazione al suicidio, bisogna ricordarselo.

Ora sto bene, è passata, non mi interessa di quello che dicono, ho cambiato vita, mi sono messa a studiare, mi divertiva andare in altri posti e oggi sono una persona serena. O almeno lo ero fino a che non ho letto dello stupro a Parma. Mi ha smosso tutto e mi sento male come se fosse successo a me. Quanti altri episodi come il mio o il suo esistono e nessuno ne sa niente? Quante sono le compagne chiamate bugiarde, pazze, infami?

Che il numero sia alto o basso ora ci sono anch’io che abbraccio la compagna di Parma e altre che hanno vissuto episodi analoghi. Grazie per lo spazio.
*****

Lungi da me voler proporre/imporre giudizi di qualsiasi “moralità”, per altro su ambienti che conosco soltanto esteriormente, ma leggendo queste testimonianze non riesco a capacitarmi di quale “movimento” possano produrre questi spazi sociali di aggregazione oltre una versione esteticamente alternativa del canonico “sballo” di sistema – quello da discoteca con tutte le proprie declinazioni: dal nazional popolare alla “nella notte” di memoria 883, alle cronache degli sballi VIP-borghesi alla Lapo Elkann –.
Nel mio piccolo, sono condotto a supporre che anche per questo, a livello di “sistema”, i movimenti, da un trentennio abbiano imboccato la via dell’assoluta marginalità all’interno dei contesti sociali.

*****

Fonte

07/12/2016

Nostalgia del marcio “a sinistra”. Repubblica lancia Pisapia

Non se ne sentiva la mancanza, diciamolo... Neanche il tempo di metabolizzare la clamorosa sconfitta dei golpisti di Renzi, infranti sul 60% di "accozzaglia" schierata a difesa della Costituzione antifascista, ed ecco che dalle ovattate stanze dei pensatori di Repubblica esce il nuovo coniglio dal cappello: Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano espressione della brevissima stagione "arancione". Incaricato nientepopodimeno che di lanciare un "nuovo soggetto politico" – Campo Progressista – per ricucire il ricucibile nella morta gora che va da Sinistra Italiana, ex Sel, bersaniani di complemento, franceschiniani ondivaghi, giovani turchi precocemente invecchiati, personalità dalla personalità fluttuante ma ansiosa di presenza visibile...

Il faro centrale resta comunque Matteo Renzi, immaginato come inamovibile perno su cui far girare l'ennesima ristrutturazione del "campo di centrosinistra".

Ci sarebbe da ridere, dopo che anche gli asini hanno ascritto la vittoria del NO a un malessere sociale, inter-generazionale, salariale, che unifica il paese da Nord a Sud e si ingigantisce nelle isole.

A prima vista sembrerebbe che ai piani alti di Repubblica abbiano perso il lume dell'intelligenza. Ma come? Quello che ha fatto il Jobs Act, abolito l'art. 18, blandito le banche più criminali, guadagnato l'appoggio della peggiore massoneria, scassinato ciò che restava della sanità pubblica, massacrato quel poco di buono che ancora c'era nella scuola pubblica, ecc... lo vuoi imbellettare come il "nuovo centrosinistra"? A questo qui vorresti assicurare l'appoggio di quella accozzaglia di senza futuro, cui probabilmente vorresti aggiungere anche ciò che resta di Rifondazione, Pci, ecc? Ossia quelli che – per scelta ragionata o obbligata, per amore o per forza – hanno dato comunque un contributo a far vincere il NO?

La logica è sempre la stessa, profondamente anti-politica: quella dei "contenitori" in cui si vorrebbero affastellare nomi e organizzazioni, frammenti e ambizioni individuali; rigorosamente senza uno straccio di programma o progetto politico che non sia il far poi parte di un contenitore più grande, in grado di vincere le prossime elezioni o almeno assicurare un congruo numero di poltrone occupabili.

Identica anche l'idea di considerare – in un certo senso giustamente – le varie aggregazioni di parlamentari come pezzetti di un puzzle in cerca di un disegnatore per accettare un certo posto. Del "distacco tra politica e paese reale", tanto biasimato nei primi due giorni post-referendum, nessuna traccia. Pensano possa essere ricucito così, costruendo un'altra "macchina comunicante", incaricata di diffondere una nuova narrazione...

Non sappiamo dire se qualcuno ci cascherà, almeno nell'area della "sinistra radicale". Certo si vede dietro la schiena di Pisapia un groviglio di fili tenuti in mano da un elenco di improbabili pupari... Certo si tratta di un tentativo idiota, tipico di chi crede ancora che basti sventolare qualche drappo rossiccio (o "arancione") per vedersi beneficati dal voto popolare, per portarlo poi in soccorso dei sempre più deboli fautori dell'integrazione dell'Unione Europea, dell'euro, ecc.

Unica condizione pretesa, evocata come una "rivoluzione epocale", il banale "basta con Verdini e Alfano". Per fare cosa? Non importa, ce lo diranno da Bruxelles...

Roba da zero virgola sul piano sociale, dunque anche su quello elettorale. Prove di distrazione di massa... Pardòn, distrazione di un ceto politico fatto di caporali senza esercito. Nulla di concreto, solo un feu follet natalizio, per un tentativo disperato. Dipingere ancora il golpista sconfitto come "leader della sinistra" e portare confusione supplementare in un campo deserto da tempo.

Qui di seguito il delirio seriosamente esposto dal foglio fondato da Scalfari, ormai approdato all'idea di "governo oligarchico caritatevole".

*****

Pisapia: pronto a unire la sinistra fuori dal Pd. Renzi dialoghi con noi, basta Alfano e Verdini

di Sebastiano Messina

"È il momento della verità" avverte Giuliano Pisapia. Ognuno si assuma le proprie responsabilità, dice l'ex sindaco di Milano: e quando si andrà a votare, "al più presto possibile, con una legge elettorale che sia uguale per le due Camere", lui è pronto a tornare in pista. Per riunire il popolo di sinistra che non si riconosce nel Pd sotto la bandiera di un nuovo soggetto politico – il Campo Progressista – disponibile a un'alleanza leale con Renzi. Ad una condizione: che lui rompa con Alfano e con Verdini.

Lei è stato uno dei pochi uomini alla sinistra del Pd che si è schierato a favore della riforma, e a Milano il Sì ha vinto. Pochi conoscono meglio di lei i sentimenti del popolo di sinistra. Perciò le chiedo: è il momento giusto, secondo lei, per andare a elezioni anticipate?
"Io penso che ormai non si possa più andare avanti così. Forse febbraio è troppo presto, ma è ora che si vada a elezioni. Ed è indispensabile che non ci si vada con queste leggi elettorali. È del tutto evidente che ci sono alcuni punti dell'Italicum su cui la Corte costituzionale indirettamente si è già pronunciata, e vanno modificati. E poi non si può andare a votare con due leggi elettorali diverse per Camera e Senato, che quasi sempre producono due maggioranze diverse. Io credo che il Paese abbia bisogno di una legge elettorale che sia più democratica e permetta agli elettori di scegliere i propri parlamentari, con un premio di maggioranza che garantisca la governabilità senza essere eccessivo come è nell'Italicum. E non c'è dubbio che l'unico modo per superare il problema sia quello di assegnare il premio di maggioranza non al singolo partito ma alla coalizione vincente ".

Nel Pd c'è chi dice: abbiamo perso il referendum, ma noi abbiamo il 40 per cento e tutti gli altri devono dividersi l'altro 60 per cento. E' così?
"Un momento: il 40 per cento del Sì contiene voti di centro-destra che certo non sarebbero disponibili per un'alleanza di centro-sinistra. Mentre nel 60 per cento del No ci sono tanti voti di elettori di sinistra che invocano l'unità del centrosinistra, e sono pronti a votare una coalizione che abbia questo segno".

Già, ma al momento non c'è. Oggi Renzi potrebbe coalizzarsi solo con il Nuovo Centrodestra di Alfano, a giudicare da quello che accade alla sua sinistra. A meno che nasca un nuovo soggetto politico, raccogliendo l'eredità di quei "sindaci arancione" di cui lei era l'esponente numero uno.
"Questo è il momento della verità. I cittadini vogliono che ci sia un Parlamento che garantisca la governabilità, dove le mediazioni avvengano tra forze politiche che si riconoscono negli stessi valori e negli stessi principi. Oggi non è così, perché siamo in uno stato di necessità e non c'è una maggioranza alternativa a questa. Però le elezioni sarebbero, per il Pd, il momento decisivo per le sue scelte. Renzi dovrebbe scegliere se guardare a un'alleanza a sinistra, formando un centrosinistra, o un'alleanza con il Nuovo Centro Destra che trasformerebbe il Pd in un partito geneticamente modificato. Il popolo del Pd, io lo conosco bene, non accetterebbe mai la seconda soluzione".

E quindi?
"Quindi serve un'alleanza aperta, diamole un nome: Campo Progressista, che riunisca le forze di sinistra in grado di assumersi una responsabilità di governo. Non per motivi di potere ma per fare le cose di sinistra. Intendiamoci: anche questo governo ha fatto cose di sinistra, penso alle unioni civili, ma ha dovuto fare anche altre cose che nascevano dalla necessità di arrivare a un compromesso con un partito di centro-destra. Questo non va più bene".

Chi vedrebbe lei, in questo Campo Progressista? C'è già un progetto, un embrione?
"A Milano ho partecipato a due iniziative intitolate "Dopo il 4 c'è il 5", pensando proprio al dopo-referendum. E naturalmente il tema era questo. Ecco, lì ho visto che ci sono gli spazi per questo progetto. E in questi mesi, girando l'Italia, partecipando a tante iniziative, mi sono accorto che il popolo di sinistra non aspetta altro ".

Lei ha in mente un soggetto politico alla sinistra del Pd, che si allei con Renzi alle prossime elezioni… "Mettendo dei paletti ben precisi: nessuna alleanza con le forze di centro- destra o con quelle persone che non hanno la credibilità o l'affidabilità necessarie, anche se i loro voti oggi sono diventati indispensabili in Parlamento ".

Quindi né Alfano né Verdini. Ma su quali forze potrebbe contare, in concreto, un partito di sinistra che nascesse oggi?
"Guardi, alle ultime amministrative in tantissimi Comuni grandi e piccoli sono nate delle liste di sinistra che si sono rivelate determinanti per la vittoria del centrosinistra. Gran parte di queste sono diventate associazioni culturali. È necessario riunirle, metterle in rete, ragionare insieme ".

Ma come? Dove? Quando?
"A Milano, come le dicevo, abbiamo già fatto due iniziative. Il 18 dicembre a Roma si incontrerà tutta quella parte della sinistra che ritiene che il Partito democratico non possa che essere suo alleato, e voglia collaborare lealmente in un'ottica di centrosinistra assumendosi le sue responsabilità. Il giorno dopo ci vedremo a Bologna, dove sarà presente anche il sindaco di Bologna, Merola, e Gianni Cuperlo, che sono del Pd, ma anche io e il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, che non siamo del Pd. Chiaramente sarà fondamentale vedere cosa deciderà la Direzione del Pd. Ma questo è il momento della scelta".

E Sel? E Sinistra Italiana? Dentro o fuori?
"Noi ci rivolgiamo alle forze organizzate a livello locale. Poi l'appuntamento di Roma è organizzato da una parte della sinistra che viene da Sel e da Sinistra Italiana. Non verranno quelli che ritengono il Pd un partito geneticamente modificato e non ritengono possibile nessuna alleanza. Io rispetto la loro posizione, ma noi vogliamo dare voce alla grande richiesta di unità del centrosinistra che ho sentito girando per l'Italia. E riuscire a parlare ai tanti disillusi che non sono più andati a votare, o hanno votato turandosi il naso. Dobbiamo restituire l'entusiasmo di fare politica agli italiani di sinistra che l'hanno perso".

Fonte

17/10/2016

Atene. (S)vendute le frequenze tv, congresso ‘bulgaro’ per Syriza

Da ben ventisette anni i più importanti gruppi finanziari, industriali e commerciali operanti in Grecia spadroneggiavano nel mondo della televisione privata senza versare un soldo nelle casse dello Stato, o al massimo pagando pochi spiccioli. Dopo tre decenni di legge della giungla finalmente Atene ha varato una nuova cornice che prevede che le frequenze vengano assegnate ai soggetti privati sulla base di un’asta.

Il problema – in realtà i problemi sono due – è che le quattro frequenze televisive nazionali sono state letteralmente svendute per la modica cifra complessiva di 250 milioni, e che ad impossessarsi del lauto bottino sono stati quegli oligarchi che hanno da sempre spadroneggiato nel settore e che sembrano aver vinto l’ennesima partita, anche se a condizione di aprire un po’ i cordoni della borsa, nei confronti di un governo che non sembra riuscire a tenere botta su nessun fronte.

Per soli 246 milioni di euro le quattro frequenze se le sono aggiudicate Skai, Antenna, Yiannis Kalogritsas e Vangelis Marinakis. Numerosi i ricorsi presentati da alcuni degli esclusi e quindi alla fine i beneficiari dell’operazione potrebbero essere altri. Nel frattempo Kalogritsas è stato già escluso, perché le autorità fiscali lo stanno indagando dopo aver scoperto che all'inizio della interminabile crisi economica ellenica la Attika Bank lo aveva favorito concedendogli ben 127 milioni di euro in prestiti a tassi di favore all’interno di una relazione definita ‘clientelare’ tra il magnate e la banca.

Chi sono gli altri colossi che si sono aggiudicati il monopolio dell’informazione nei prossimi anni? Ce lo racconta Francesco De Palo, su Il Fatto Quotidiano:
“Skai rientra nel gruppo appartenente a Aristides Alafouzos, armatore e vero principe del paese da sessant’anni. E’ stato il primo ad usare il business degli olii combustibili per diversificare i guadagni. Ha sei compagnie di navigazione (sotto l’egida della società Argonautis che opera con le controllate Shell Sea, Sea Pearl Enterprises, Zenith Maritime, Corporation Bigael, Kyklades Marittime) una grande flotta mercantile, una società di costruzioni. Il primo affare diverso dal petrolio lo fa appunto inglobando l’emittente televisiva Skai, che ha in pancia un canale all news, una radio, una casa editrice, oltre a quotidiani e periodici. Di Alafouzos è anche il quotidiano Kathimerinì, il primo in Grecia a dotarsi di una versione online in lingua inglese, oltre ad una piattaforma radiofonica con le stazioni Melody e RED 96,3. (...) Ma nel suo curriculum ecco la discutibile partnership con l’imprenditore Vangelis Marinakis, proprietario della squadra di calcio dell’Olympiacos Pireo, per via del business delle scommesse sportive Bwin.

L’altro vincitore delle frequenze è appunto la nuova società di trasmissione Alter Ego, che altro non è che il vestito nuovo del magnate e armatore Marinakis. E’ stato il principale sponsor di Tsipras nella regione dell’Attica, dove ha fatto eleggere sindaco al Pireo il vicepresidente dell’Olympiakos, Vaghelis Moralis, e fatto vincere la governatrice Rena Dourou, fedelissima del premier. Tra l’altro Marinakis è pluriaccusato di contrabbando di carburante e lo scorso anno in Grecia all’interno di una delle sue petroliere è stato rinvenuto il più grande quantitativo di eroina mai sequestrato nel Paese. Il processo però non può proseguire: capitano della nave ed equipaggio, principali testimoni, sono stati trovati morti”.
Per tentare di salvare la faccia – qualche media complice e tollerante sempre pronto a giustificare l’ingiustificabile si trova sempre – il ministro alla Presidenza del Consiglio Nikos Pappas, che ha gestito la vicenda, ha assicurato che 50 milioni derivanti dalla vendita delle frequenze saranno utilizzati per l’assunzione di 4000 dipendenti pubblici nel martoriato settore della Sanità.

Una promessa che, se anche dovesse andare in porto, rappresenterebbe una goccia nel mare e che comunque non può cambiare di segno un’operazione sostanzialmente in perdita.

E’ in questo contesto che ieri Alexis Tsipras ha ottenuto un consenso bulgaro, alla guida di una Syriza ampiamente depurata e sterilizzata, al termine del congresso della formazione. Il primo ministro ellenico è stato rieletto presidente con il consenso del 92.39% dei delegati. Nel 2013 Tsipras aveva ottenuto ‘solo’ – si fa per dire – il 74% dei voti, ma allora nel partito c’erano numerose aree conflittuali, critiche, antagoniste che sono state buttate fuori o hanno deciso di uscire da Syriza dopo il voltafaccia del governo che, nonostante il massiccio sostegno popolare ricevuto nel referendum del 5 luglio 2015, decise di piegare la testa e firmare il Terzo Memorandum con la Troika.

Durante la tre giorni di dibattito le uniche voci critiche sono state quelle del cosiddetto ‘Gruppo dei 53’, o di ciò che ne rimane, che ha espresso la propria contrarietà alla firma del Terzo Memorandum e ad alcune attuazioni del governo – come la riforma del mercato del lavoro e della contrattazione collettiva – affermando che c’è il rischio che “il compromesso da scelta tattica si trasformi in scelta strategica”.

Durante il suo intervento Tsipras ha promesso di battersi, nei prossimi mesi, affinché i diritti dei lavoratori non vengano ulteriormente decurtati, come invece pretende il Fondo Monetario Internazionale, e per costringere i cosiddetti ‘creditori’ a rispettare gli accordi sottoscritti. Inoltre il capo del governo ha assicurato che il suo obiettivo è sottrarre il paese alla ‘tutela’ dei creditori e rompere il “circolo vizioso” del debito, della recessione e dell’austerità. Ma l’azione di governo, finora, è stata estremamente subalterna ai diktat provenienti da Bruxelles e Berlino e il paese è letteralmente in bancarotta, con le poche risorse finanziarie a disposizione in buona parte destinate a ripagare i prestiti imposti a durissime condizioni dai partner europei e dal Fmi.

Dopodiché i circa 2800 delegati hanno approvato un documento proposto dalla direzione che sostanzialmente conferma l’identità di sinistra – seppur normalizzata e compatibile – del partito ma giustifica la scelta di tradire il programma riformista con cui Syriza ha vinto le elezioni. Nel documento approvato Syriza afferma di aver commesso alcuni ‘errori’ nella compilazione del cosiddetto ‘Programma di Salonicco’ – oltretutto già ampiamente depurato delle rivendicazioni più radicali del passato – sovrastimando le possibilità di manovra rispetto alle pressioni dei mercati e della Troika. Gli obiettivi allora dichiarati – si afferma – erano giusti ma di difficile realizzazione, a causa della situazione finanziaria “estremamente difficile” e delle pressioni internazionali.

Il presidente di Syriza ha ricevuto dal congresso un mandato ad ampliare la cooperazione e la collaborazione con forze politiche socialdemocratiche ed ecologiste all’interno dell’Unione Europea – escludendo quindi alleanze con forze politiche della sinistra radicale e comunista – al fine di formare quella che il documento definisce “un’ampia alleanza progressista che ponga un freno alle politiche neoliberiste”. Non a caso nel suo intervento di sabato Tsipras ha avuto parole di elogio nei confronti del leader dei laburisti britannici, Jeremy Corbin, affermando che la sua leadership dimostra che si può essere un partito di massa e allo stesso tempo di sinistra.

Il Congresso ha anche deciso un cambiamento dello Statuto del partito e della composizione di alcuni organismi dirigenti. Da ora, il Comitato Centrale sarà composto da 151 membri e non più da 201 come in passato, e di questi un terzo dovranno essere donne. Inoltre il numero di rappresentanti istituzionali non potrà superare il 25% del totale dei componenti del Comitato Centrale; un deciso intervento da parte di Tsipras ha convinto i delegati ad escludere i parlamentari da questo limite, al contrario di quanto era avvenuto in una prima votazione (poi ripetuta). Il Congresso di Syriza ha anche deciso la creazione di una ‘Commissione per l’Etica e la Trasparenza’ incaricata di vigilare sia sull’operato del governo sia su eventuali casi di corruzione e di clientelismo all’interno della formazione.

Per Tsipras il problema è riuscire a mantenere la presa su quell’elettorato che ha permesso a Syriza di piazzarsi in testa alle ultime due elezioni, convincendolo della bontà delle sue ricette oppure che, semplicemente, al tentativo da parte del suo governo di rendere le imposizioni della Troika meno pesanti e antipopolari non esiste attualmente nessuna alternativa. Ma mentre la direzione del partito si blinda e gli spazi di radicamento sociale e popolare sono sempre più esigui – e aumentano invece le contestazioni da sinistra – i sondaggi affermano che se si votasse di nuovo Syriza perderebbe una parte consistente dei propri voti a favore dell’astensione o addirittura del centrodestra di Nuova Democrazia, data saldamente in testa alle intenzioni di voto. La sfiducia sociale nei confronti del governo aumenta, ma non sembrano beneficiarne né Unità Popolare – nata da una scissione di sinistra di Syriza – né il Partito Comunista.

Fonte

23/09/2016

Militant vs il Cazzaro nero


Saremo sinceri, in questi ultimi anni abbiamo quasi fatto il callo ai reiterati tentativi di sdoganamento dei fascisti da parte di certi “sinistrati” in cerca di audience. C’avevano già provato Paola Concia, Piero Sansonetti, Andrea Colombo e la redazione de “Gli Altri” per cui l’ultima marchetta a Ca$aclown di tal Saverio Tommasi (che confessiamo di conoscere poco) ci fa schifo, ma non ci sorprende. Quelle che invece proprio non si possono sentire sono le sparate di quel cuore impavido del “Cazzaro nero”, al secolo Simone Di Stefano, che dice che loro agli antifascisti gli hanno sempre menato… questo a dimostrazione di quanto va affermando la scienza medica da tempo, ovvero che esiste un legame stretto tra le pizze prese e l’insorgenza del morbo Alzheimer.

19/07/2016

Foto rivelatrici


L’immagine degli scontri sotto la Torre Eiffel durante la finale dei campionati europei è a dir poco emblematica. Emblematica nel senso che svela l’idiozia generalizzata che si cela dietro alla dittatura (a)social che governa, di fatto, le nuove forme possibili di socialità. Appena uscita, il solito carrozzone radical-indignato, quello che promuove boicottaggi online degli eventi sportivi, che s’intristisce perché c’è ancora chi segue il calcio invece di fare la rivoluzione, che ci inviterà a non guardare le Olimpiadi proponendo raduni vegan o tweet storm contro il capitalismo, questo carrozzone a cui internet ha dato purtroppo voce, ha avviato la valanga sociologica sul popolo bue davanti al maxischermo contrapposto al popolo in lotta dietro, che si scontrava con la polizia. Sembrava davvero l’immagine perfetta: il calcio come gigantesco oppio dei popoli, simboleggiato dal maxischermo che tratteneva metaforicamente la popolazione dal prendere coscienza dei suoi reali interessi. Eppure, incredibile!, nel giro di poche ore tutta questa narrazione velenosa crollava di fronte alla più prosaica realtà dei fatti: gli scontri sono scoppiati perché la piazza era piena e la polizia francese aveva chiuso le entrate, impedendo così di vedere la partita sul maxischermo al resto della popolazione giunta fin sotto la Torre Eiffel. Davvero uno smacco inaccettabile per quei rivoluzionari di professione che dalla tribuna social orientano le nostre vite distratte dai bagliori del Capitale.

Eppure, anche in vista delle Olimpiadi, occorre davvero liberarsi da questa visione completamente fuorviante, che in nome di una presunta purezza ideologica invita a boicottare determinati eventi da internet. Il primo sillogismo artefatto è la contrapposizione tra “tifosi” e “militanti politici”. In altre parole: se non ci fosse il calcio (o qualsiasi altro evento di massa sportivo), organizzato dal Capitale per distogliere attenzione dai problemi concreti della vita, non ci sarebbero i tifosi, dunque ci sarebbero più militanti politici (o comunque gente più attenta ai problemi sociali invece di perdere tempo con sovrastrutture culturali alienanti). Questo ragionamento è completamente a-storico, a-dialettico e anti-sociale e descrive degnamente il processo involutivo di certa sinistra. E’ a-storico perché interpreta lo sport di massa e competitivo unicamente come prodotto funzionale al capitalismo, non cogliendo che lo sport esiste da quando esiste l’uomo come animale sociale. Lo sport è una delle manifestazioni di questo bisogno di cooperazione della specie umana. E’ una forma rituale necessaria, pertanto presente in ogni epoca e in ogni società. Dall’antica Grecia all’Unione sovietica, lo sport agonistico *non è* un’alienazione determinata dal capitalismo, ma semmai questi se ne appropria indebitamente, trasformando una propensione umana in fattore produttivo legato al profitto (ma questa è la dinamica tipica che definisce il capitalismo stesso).

In secondo luogo, la natura anti-sociale del ragionamento per cui i tifosi sono cittadini alienati contrapposti all’emancipazione dei militanti politici non coglie che le due “categorie” – se così vogliamo chiamarle – non si escludono ma si sovrappongono. Solo chi non ha mai attraversato il marciapiede di casa o non è mai entrato in un quartiere popolare può contrapporre due cose che in realtà sono la stessa: il militante politico in genere è anche un tifoso, e viceversa un tifoso può essere anche un militante. Se non vediamo sfilare la rivoluzione sotto il balcone di casa non è perché “c’è il calcio”; se “la gente” non protesta, non scende in piazza, non si organizza, non è certo perché frenata dai fumi inibitori del pallone. Le due cose vanno di pari passo e, guarda caso, la scarsa mobilitazione sociale di questi anni porta anche alla lenta scomparsa del tifo organizzato dagli stadi. I fenomeni di partecipazione collettiva, sia politica che d’altro tipo, vanno di pari passo in una società, non sono settorializzati secondo i nostri gusti. Ma per capire questa cosa bisognerebbe per l’appunto partecipare effettivamente, non filosofeggiare dalla poltrona di casa.

Tutto questo però non comporta, come conseguenza, che i grandi eventi sportivi non possano essere effettivamente contestati, anzi. Negli ultimi anni in particolare questi hanno preso la forma della “grande opera” volta a mascherare i fallimenti della politica. In questo senso, ma non “a prescindere”, andrebbero effettivamente contestati. Ma questo lo si dovrebbe fare nella realtà, non da facebook. Perché in quanto ad alienazione organizzata e gestita dal capitalismo, niente controlla di più i pensieri collettivi di quanto stanno facendo in questi anni i social network. Criticare fenomeni di partecipazione collettiva come il tifo calcistico da un qualche social network significa, come minimo, concentrarsi sulla pagliuzza altrui senza notare il pilone autostradale conficcato nella propria coscienza. E’ per questo che noi siamo dalla parte dei tifosi, e in particolare dei tifosi organizzati: perché lo siamo anche noi, proprio perché siamo anche militanti politici.

Fonte