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01/03/2017

Il teatrino della scissione e i personaggi sulla scena...

Come in tutte le scissioni, anche in questa del Pd c’è stato il solito teatrino di perfidi tramatori e pontieri, innamorati respinti e cantastorie che dicono che non ci si divide per una cosa come la data del congresso, ma soprattutto indecisi e ripensanti. Per uno scherzo della memoria, mi ricordano una nota canzone napoletana...


“E levete a cammesella
  A cammesella gnornò, gnornò

  E levete a cammesella

  A cammesella gnornò gnornò”



Essendo ormai giunto ad una età non verdissima (diciamo così), di scissioni ne ho viste ad ufo, non meno di una sessantina ed un paio ne ho fatte. Abbastanza per aver capito quale è il copione fisso di questa che, in fondo, è una sceneggiata: c’è lo scissionista che minaccia, va deciso verso la porta, poi si ferma, per dire che non è lui che se ne va ma l’altro che lo caccia, e torna un po’ indietro, dicendo che basterebbe un segnale, magari piccolissimo, per trattenerlo. E c’è “quello che resta” che si irrigidisce rifiutando stentoreamente “il ricatto”.

Lo scissionista riprende la via della porta e quello che resta fa una nuova proposta per trattenerlo, mentre con le braccia lo spinge vigorosamente verso la porta.

Poi entra in scena il coro di prefiche e padri nobili, che lamentano a gran voce quale grande sciagura sarebbe la divisione e perché la si debba assolutamente evitare; e via di questo passo, sino a quando non entra in scena “il pontiere” che tenta di ricucire lo strappo, sempre spargendo calde lacrime su quale orrenda ferita sarebbe la scissione.

Ed allora è fatta: quando entra in scena il “pontiere” è proprio sicuro che la scissione si fa, anche se, per il diletto del pubblico, l’avanti e indietro verso la porta va avanti ancora per un po’.

Qui non è mancata nessuna delle parti in commedia: ci sono i perfidi tramatori d’opposta sponda (Renzi e D’Alema), i pontieri (Franceschini, Orlando, Cuperlo), gli innamorati respinti (Bersani, Rossi, Speranza) i cantastorie che narrano la mancanza di motivazioni ideali della rottura (i giornalisti di Repubblica), i ripensanti (Emiliano) ed anche il coro di prefiche e padri nobili (Letta, Bindi, Prodi). Stavolta la voce di Napolitano è stata fioca, quasi non si è sentita: deve avere la raucedine.

Insomma, siamo seri, il Pd si è spaccato perché è un partito che non ha ragione di esistere. Prefiche e padri nobili lamentano la perdita del progetto. Progetto? Quale progetto? Quello del jobs act, della buona scuola, della riforma piduista della Costituzione, della riforma di Bankitalia che ha fatto fior di regali alle grandi banche?

Diciamoci la verità: il Pd, sin dalla sua nascita, con la famosa “fusione a freddo”, non ha avuto altro progetto che quello doroteo dell’occupazione del potere e basta. Con una differenza rispetto ai dorotei storici (Rumor, Piccoli, Colombo, Gava, Andreotti, Lattanzio, Gaspari, Bisaglia ecc.) quelli, amministrativamente, ci sapevano fare mentre questi sono un disastro.

Commoventi, poi, sono quelli che dicono di non capire le motivazioni della scissione, che sarebbe avvenuta su una stupidissima questione di date e su nessuna sostanza politica. Che Renzi canti il ritornello della data del congresso come unico motivo della scissione è logico: è una delle parti in causa e racconta la cosa nel modo a lui più favorevole, va bene, ci sta. Ma che altri ci caschino, o facciano finta di cascarci, è cosa da ridere. Ma insomma: la minoranza è accusata di aver sabotato la segreteria Renzi, di non averne condiviso le magnifiche riforme su scuola, lavoro ecc. sino al punto di dissociarsi apertamente in un referendum su una bazzecola come l’ordinamento costituzionale non conta niente o non ce lo ricordiamo?

E’ ovvio che la questione della data e delle modalità del congresso sono solo l’ultima goccia. La scissione vera è avvenuta nella notte del 5 dicembre, quando la minoranza ha brindato alla sconfitta del Pd nel referendum: beninteso, ho brindato anche io, ma, appunto, non sono del Pd. Bastava vedere gli scontri feroci fra i piddini sostenitori del Si e del No durante la campagna e il giorno dopo i risultati, davanti alle sedi del partito, per capire che aria tira.

A me è bastato vedere come si trattavano Rondolino e Gotor in una trasmissione, per capire che ormai si era all’insopportabilità fisica dell’altro. Non ci sono mai state le condizioni per un congresso che non fosse un campionato di lotta libera. E poi c’è la storia del partito a dire che questo è un esperimento fallito che è durato anche troppo.

Il Pds fu già il prodotto di un lungo periodo di “mutazione genetica” del vecchio Pci, da partito comunista in liberal-conservatore, ma facendo intendere alla base che fosse la prosecuzione del Pci in un abile travestimento. Poi, ci fu la fusione con la Margherita: una cinica somma di apparati ciascuno dei quali pensava di buggerare l’altro ed impadronirsi della ditta. Nel frattempo, il partito perdeva quasi il 25% dei suo elettorato di origine (e di più sul fianco dei Ds), oltre che una bella fetta di iscritti.

Poi, con la sostanziale sconfitta del 2013 e l’arrivo di Renzi, si completava una nuova mutazione genetica: il Pd perdeva gradualmente un’altra importante fetta di elettori, in gran parte ex Ds, sostituiti dalla massa degli elettori che nel 2013 votò per i partiti di centro (Sc, Udc eccetera). Quanto agli iscritti, sono precipitati a poco più di 100.000, equamente divisi fra carrieristi, affaristi e scalatori e vecchi un po’ decotti che ragionano come se questo fosse la prosecuzione del vecchio Pci.

Ormai il Pd è già Partito della Nazione e del leader. Non è Renzi l’abusivo del Pd, era proprio la sinistra che non aveva alcuna seria ragione per restarci. Che altro dovrebbe esserci per motivare la rottura?

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