Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/01/2023

[Contributo al dibattito] - La pace è finita, l’Unione Europea anche

di Sandro Moiso

Lucio Caracciolo, La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2022, pp. 144, euro 16,00.

È un agile libricino, ma c’è da augurarsi che la Befana in persona oppure qualche amico premuroso o caro parente l’abbia fatto pervenire nella tradizionale calza appesa al camino (o dove diavolo si voglia) dei lettori. Soprattutto di coloro che, ancora infatuati di filo-sovietismo e vetero-stalinismo d’antan, credono e affermano, senza mai averne letto una parola o un rigo, lo scarso interesse che rivestirebbero i saggi e gli studi di Caracciolo per i “compagni”. Spesso accusandolo di un filo-atlantismo ad oltranza che stride in maniera evidente con tutto ciò che l’autore va dicendo e scrivendo da anni.

Anche quelli che si ostinano a ritenere che la geopolitica sia “roba di destra” farebbero meglio a leggere il libretto oppure richiedere la consegna dello stesso da parte del drone con la scopa caratteristico del 6 gennaio. Poiché se è vero che acquistare «Limes», la rivista di cui Caracciolo è direttore, tutti i mesi può rivelarsi impegnativo e costoso, la lettura e l’acquisto di questo ultimo suo lavoro potrebbe occupare poco tempo e pesare non molto sulle tasche dei singoli (parlando comunque di tempo e soldi ben spesi).

Ma allora cosa conterrà di così importante il testo di cui si sta qui parlando, chiederà qualche lettore storcendo già il naso. La risposta è già nella prima riga, e in quelle seguenti, senza ombra di dubbio.

Il 24 febbraio 2022 è definitivamente finita la fine della storia. Trent’anni dopo la pubblicazione del saggio di Francis Fukuyama sopra La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), l’invasione russa dell’Ucraina impone il sigillo all’illusione di emanciparci dalla prigionia del tempo, stigma di ogni progressismo occidentale. Fukuyama scriveva all’indomani del miracoloso biennio avviato dal crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989) e chiuso dal suicidio dell’Unione Sovietica (25 dicembre 1991), con i decisivi passaggi dell’unificazione tedesca (3 ottobre 1990) e dello scioglimento del Patto di Varsavia (1° luglio 1991) […] Il presidente George H. Bush preconizzava un Nuovo Ordine Mondiale (ancora!), fondato sull’incontestata, pacifica, benevolente egemonia a stelle e strisce. I cantori della vittoria americana nella Guerra fredda annunciavano il trionfo della Nuova Roma. Pax americana, dunque?
Non proprio. Prima il lungo decennio della Guerra del Golfo e dei conflitti di successione jugoslavi, poi il ventennio della “guerra al terrorismo” con le fallimentari invasioni di Afghanistan e Iraq, infine la contestazione russa dell’ordine americano […] parallela all’analoga sfida cinese al primato di Washington […] Finita era la pace, non la storia. A Bush padre come a quasi tutti i contemporanei sfuggiva che la fine dell’impero sovietico e la scomposizione dell’URSS in quindici repubbliche che dalla sera alla mattina vedevano i loro pseudoconfini amministrativi eretti a frontiere di improbabili Stati, segnavano il tramonto del vecchio ordine, non l’alba del nuovo. Le rovine dell’edificio crollato. Costruito dopo il 1945 sulla spartizione dell’Europa per mano dei suoi conquistatori – base della doppia egemonia americano-sovietica sul pianeta – ostruivano qualsiasi velleità di impiantarvi il Sistema-Mondo definitivo, già battezzato “Washington Consensus”. Stiamo ancora spalando tra le macerie del vecchio ordine, mentre i residui muri portanti su cui americani e altri occidentali imperniavano l’ideale dell’umanità metastorica si rivelano perfettamente inadatti allo scopo. Viviamo il rovesciamento della fine della storia: le storie della fine1.

Dovrebbero bastare queste poche righe a contestare le convinzioni di coloro che ritengono l’autore un ferreo sostenitore degli Stati Uniti e dell’atlantismo a ogni costo, ma poiché non è intento di questa recensione difendere o salvare una personalità pubblica dalle critiche di carattere ideologico, è invece importante sottolineare che, in fin dei conti, ciò che anima il pensiero di fondo di Caracciolo è un europeismo costretto oggi a fare i conti con la Storia. Proprio questo aspetto sembra infatti costituire il cuore del saggio: analizzare le prospettive dell’Europa e della sua presunta unità di fronte alle sfide poste dalla crisi, indubitabile, dell’Occidente americano e dall’insorgenza, più che dal sorgere, di potenze economico-militari e dalle ancor ampie risorse energetiche tradizionali a loro disposizione.

I soliti critici ideologici, con le menti tradizionalmente avvolte nelle fette di salame tardo marxista-leninista e per questo motivo scarsamente attenti alla realtà dei fatti, spesso dipingono l’Occidente come un tutt’uno, in cui gli attori nazionali sono tutti fedelmente legati all’obbedienza al canone e al volere degli Stati Uniti d’America e mai in contrasto al loro interno se non per quisquilie di carattere etico e giuridico. Finendo col costituire soltanto l’altra faccia della medaglia del pensiero embedded di pennivendoli “inconsapevoli e felici” come Massimo Giannini2, mentre la realtà, fotografata anche nelle pagine del testo qui proposto, appare ben diversa.

Realtà che, al di là degli evidenti contrasti tra Europa del Nord ed Europa mediterranea, tra stati dei confini orientali e stati occidentali all’interno del continente oppure se vogliamo delle immarcescibili polemiche e rivalità mediterranee tra Italia e Francia, travestite amabilmente da “questione migratoria”, e della Francia con gli Stati Uniti sulla necessità di una Difesa comune europea (possibilmente a guida francese) che si distacchi in parte o del tutto dalla Nato (a cui, però, Macron intende vietare l’accesso all’Ucraina guerriera e filo-americana di Zelensky), risalente ancora ai tempi della grandeur sognata da Charles De Gaulle, vede il centro di ogni turbolenza economica, politica militare accentrarsi al suo vero cuore: la Germania, riunificata nel 1990 e ancora una volta a caccia del suo ruolo di comando sul continente.

Prima dell’Ottantanove le due Germanie avevano cautamente stabilito rapporti piuttosto intensi, spesso segreti. Molto più di quanto lo schematismo della Guerra Fredda prevedesse. E di quanto la grande maggioranza degli stessi tedeschi, su entrambe le sponde, immaginasse. All’ombra di ideologie e narrazioni storiche specularmente opposte – doppia negazione, dunque affermazione – l’una conferma e dimostrazione dell’altra, si dipanava un filo rosso percepibile a chi non mettesse la testa nella sabbia o non fosse stordito dalle rispettive propagande. Filo che negli ultimi trent’anni, almeno fino alla svolta del 24 febbraio, ha riportato la Germania al rango di protagonista economico ma anche geopolitico su scala mondiale. Ma sempre a rischio di rompersi il collo, proprio quando il ritorno della Potenza del Centro – Zentralmacht Europas […] – sembra scolpito nella pietra3.

Nel delineare i “due blocchi” tedeschi riunificatisi nel 1990, l’autore ci ricorda che:

La più piccola delle due Germanie (quella ex-orientale – NdR) è stata e rimane la più tedesca. Così come, a suo modo, la Bundesrepublik preunitaria non può essere ridotta a base avanzata dell’impero americano in Europa occidentale, l’altra Germania non è mai stata un mero satellite dell’URSS. Il graduale ritorno della Germania unita nella storia avviene attingendo al patrimonio identitario custodito dalla DDR molto più che dalla Bubdesrepublik delle origini. Se l’Ovest annette l’Est, l’Est inietta nell’Ovest quelle dosi di codice nazionale, non necessariamente democratico, preservato nei quarant’anni di controllo sovietico. Trovando a occidente dell’Elba un terreno più fertile di quanto apparisse in superficie4.

La storia ha il respiro lungo. E ci ricorda come quel decisivo spazio nel cuore dell’Europa sia culturalmente autocentrato. L’identità tedesca, dal romanticismo in poi, verte su valori orgogliosamente specifici […] È l’architrave sul quale si è costruito il Secondo impero e la cui versione aggiornata sta riportando i tedeschi di oggi al senso di appartenere, malgrado tutto, a un soggetto storico dotato di un proprio codice culturale. Di una specifica missione […].
Nell’Europa eterodiretta dai due poli esterni (USA e URSS – NdR), la risultante politica di questo sentimento collettivo era latente neutralismo. Rifiuto di ridursi a meri strumento delle superpotenze. Ben sapendo come queste divergendo su quasi tutto convergessero nel considerare lo spazio tedesco intrinsecamente pericoloso, da mantenere sotto stretta sorveglianza. Tale neutralismo era fondato su un nazionalismo segreto, per certi versi passivo e persino inconsapevole. Nella Germania Federale prendeva la forma dell’Europa, maschera e insieme confortevole vestito dei propri interessi di Stato. Di fatto nazional-statali5.

L’europeismo tedesco-occidentale era il nazionalismo possibile nel mondo della Guerra fredda. Almeno quanto lo era il francese. Ma senza la gloria, il messianismo universalista della Grande Nation […] Allo stesso modo, sulla riva destra dell’Elba il tardo prussianesimo dai colori socialisti coltivato dalla DDR era il seminazionalismo possibile nel blocco imperiale sovietico. Dal 1990 in poi le due correnti carsiche sono emerse, mescolandosi. Il neonazionalismo tedesco risorto a partire dai “nuovi Länder”, anche ma non solo sotto specie del partito Alternative für Deutschland, conferma il diverso tono cultural-politico fra le due Germanie, socialmente e culturalmente distinte quanto istituzionalmente riunite. Soprattutto annuncia la rilegittimazione del discorso nazionale anche all’Ovest. L’europeismo germanico ha sempre meno remore a mostrare il suo scopo nazionale, anche se il mantello giallo-stellato resta irrinunciabile6.

Nel tanto parlare che si fa, a Sinistra come a Destra, in maniera negativa oppure positiva, di sovranismo sempre questo si dimentica ovvero il fatto che si tratta soltanto di un nazionalismo diversamente travestito, che ha potuto sopravvivere, come ben dimostra il caso tedesco, sia sotto il tallone democratico-liberale americano che sotto quello socialista-autoritario dell’URSS e del Patto di Varsavia. Sono riflessioni necessarie che proprio il testo di Caracciolo, anche indirettamente, invita e obbliga a fare.

Oggi la Germania, sempre meno vestita da Europa, vuole iniziare a riprendere in mano il proprio destino, stando all’ormai famosa formula di Angela Merkel7. I successori della cancelliera, a cominciare dal non spettacolare Olaf Scholz, inclineranno ad allargare lo spazio di autonomia della Bundesrepublik anche rispetto ai soci europei e alla superpotenza americana8. La traiettoria imboccata dopo il 1990 porta la Germania a trattare l’Europa sempre meno da foglia di fico e sempre più da area di influenza. Selezionando al suo interno, a partire dal classico spazio mitteleuropeo (Nord Italia incluso), i partner da associare più strettamente facendo leva sul vincolo monetario e sull’integrazione economica, da volgere per quanto utile in leva geopolitica9.

La guerra in Ucraina ha contemporaneamente sia rallentato che accelerato tale processo, che vedrà come centrale una ristrutturazione della presunta unità europea, destinata a finire sia per effetto delle pressioni americane sia di quelle russe e tedesche. Un nuovo, importantissimo, elemento del nuovo disordine mondiale che il testo di Caracciolo, borghese intelligente e pacato non certo uno pseudo-comunista da operetta o da social assetato di fake, ci aiuta a prevedere.

Prima dell’invasione russa dell’Ucraina la Germania pareva avviata nel medio periodo verso la piena affermazione come potenza regionale dotata di una sfera d’influenza più o meno travestita da “Europa” […] La guerra in corso colpisce i pilasti della Bundesrepublik: il vincolo strategico con l’America, il vincolo energetico con la Russia, affossato dalle sanzioni; la speciale relazione economica con la Cina, mercato di primario interesse; e la stabilità economico-monetaria dell’Eurozona. Vedremo quanto questo influirà sulla traiettoria geopolitica della Germania, che non intende certo rinunciare a nessuno dei fondamenti del suo benessere e della sua potenza10.

La guerra ha coinvolto la Germania e i suoi interessi e deciderà della sorte dell’Europa che, ancora una volta come nel corso delle guerre napoleoniche, prima, e della Prima e della Seconda Guerra mondiale, poi, in assenza di significativi rivolgimenti classisti, sarà nuovamente spartita, suddivisa e riunificata soltanto per mezzo del rombo dei cannoni e il clangore delle armi. Lo sappiano gli amanti dei discorsi fintamente antimperialisti in bianco e nero. Noiosissimi, scontati e totalmente inutili.

Note

  1. L. Caracciolo, La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2022, pp. 7-8  

  2. Cfr. M. Giannini, Le democrazie “resilienti” e l’anno zero delle autocrazie, “La Stampa”, 31 dicembre 2022 

  3. L. Caracciolo, op. cit., pp. 93-94  

  4. Caracciolo, cit, p. 93  

  5. Ibidem, pp. 94-95  

  6. Ibid., p.95  

  7. Che, non va mai dimenticato, anche se nata ad Amburgo nel 1954, ha trascorso gran parte della sua gioventù nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR), fino a diventare, dopo le elezioni del 18 marzo 1990, portavoce dell’ultimo governo della stessa prima della riunificazione, avvenuta nell’ottobre di quello stesso anno – NdR  

  8. Come dimostrano gli investimenti militari programmati nei mesi scorsi, già sottolineati su «Carmillaonline», che hanno portato la Germania ad essere la terza potenza per investimenti nel settore militare a livello planetario – NdR  

  9. Caracciolo, cit., pp. 95-96  

  10. Ibidem, p. 96


Fonte

13/11/2022

Guerra e rivoluzione nell’immaginario cinematografico contemporaneo

di Sandro Moiso

Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque (pseudonimo di Erich Paul Remark, 1898–1970) costituisce sicuramente una delle pietre miliari della letteratura anti-militarista del ‘900 e ancora oggi, in tempi di nuove guerre che sembrano ripetere scenari e motivazioni ideologiche e geo-politiche del primo macello imperialista, potrebbe lasciare un segno indelebile in chi volesse leggerlo.

Pubblicato per la prima volta sul giornale tedesco «Vossische Zeitung» nel novembre e dicembre 1928 e in volume alla fine di gennaio del 1929, ebbe subito grande successo e venne successivamente tradotto in 44 lingue. Mentre per il cinema ha visto realizzate tre versioni, uscite grosso modo a quarant’anni di distanza l’una dall’altra: «All’ovest niente di nuovo» (All Quiet on the Western Front) diretto da Lewis Milestone (1930); «Niente di nuovo sul fronte occidentale» (All Quiet on the Western Front), film TV diretto da Delbert Mann (1979) e, per finire, «Niente di nuovo sul fronte occidentale» (Im Westen nichts Neues) diretto da Edward Berger (2022) e attualmente disponibile su Netflix.

Ed è proprio su quest’ultimo che vale la pena di tornare a riflettere, dopo la recensione già pubblicata su Carmilla domenica 6 novembre. Unico dei tre ad essere di produzione tedesca, mentre i primi due erano di produzione americana e anglo-americana, porta con sé alcuni elementi di indubbio valore, insieme ad altri che ne limitano l’efficacia, indirizzandone i contenuti più su problematiche di battaglia politica interne alla Germania attuale che alla sottolineatura dell’originario antimilitarismo voluto da Remarque nel suo libro. Vediamo ora perché.

Il romanzo descriveva l’inumanità della guerra in ogni suo aspetto, attraverso la prospettiva di un soldato diciannovenne, Paul Bäumer e si basava, almeno in parte sull’esperienza di guerra dell’autore che, dopo il compimento dei 18 anni, fu chiamato alle armi nell’Esercito imperiale tedesco con la sua classe di leva, nel novembre 1916, ed inquadrato inizialmente nel 78º Reggimento di fanteria.

Nel giugno 1917 fu assegnato al 15º Reggimento di fanteria della riserva e inviato nelle trincee delle Fiandre Occidentali. Il 31 luglio 1917 rimase ferito abbastanza gravemente e dopo essere stato dimesso il 31 ottobre 1918, venne infine congedato il 5 gennaio 1919.

Nella sua opera più famosa, Im Westen nichts Neues, con un linguaggio semplice e toccante descrisse in modo realistico la vita durante la guerra. Nel 1933 i nazisti bruciarono e misero al bando le opere di Remarque, mentre la propaganda di regime faceva circolare la voce che discendesse da ebrei francesi e che il suo cognome fosse Kramer, cioè il suo vero nome al contrario.

Il film di Edward Berger rispetta in parte la trama del romanzo e, va detto subito, è certamente uno dei film più realistici, insieme a Uomini contro di Francesco Rosi (1970) e Torneranno i prati di Ermanno Olmi (2014), a sua volta tratto da un racconto di Federico De Roberto (La paura) del 1921, sulle condizioni in cui si svolse la guerra di trincea che caratterizzò il primo conflitto mondiale, soprattutto sui fronti europei.

Un film che gronda letteralmente sangue, fango, violenza, paura, fame, orrore e merda. Sia fisica, quest’ultima, che ideologica. Ma che non sa sottrarsi alla vita politica della Germania odierna. E alle sue menzogne. Così, mentre la parte realistica patisce a tratti un eccesso di effetti drammatici che allontanano la narrazione da quella più stringata e per questo più efficace del libro, quella storico-politica, ben poco presente nell’opera di Remarque, avanza giustificazioni sul comportamento della socialdemocrazia tedesca che possono forse far piacere all’attuale cancelliere Olaf Scholz, ma che sicuramente non rispettano gli eventi accaduti in Germania sul finire di quel conflitto. E anche al suo inizio, che segnò la catastrofe della Seconda Internazionale con il tradimento degli ideali internazionalisti e antimilitaristi che avrebbero dovuto caratterizzare il movimento operaio e i partiti socialisti.

Il troppo umanitarismo, soprattutto mostrato nella figura del ministro che firma l’armistizio con gli alleati, nasconde e ignora gli eventi, prossimi all’esplosione rivoluzionaria, che spinsero nel 1918 il governo tedesco (e probabilmente anche quelli alleati) a cercare una rapida, anche se costosa, soluzione del conflitto. Dimostrando così come nell’immaginario collettivo odierno, pilotato dagli interessi nazionali e dall’ordine costituito, ogni riferimento alla rivoluzione o all’azione dal basso in direzione di un governo dei consigli costituisca il vero, inviolabile tabù.

Come ha scritto lo storico Fritz Fischer, a proposito di quegli eventi:

Con la richiesta di inoltrare immediatamente domanda di armistizio, presentata dal Comando supremo dell’esercito al governo del Reich, la Germania doveva rinunciare alla lotta; non si poteva più parlare seriamente di mire belliche tedesche. La Germania ormai poteva considerarsi fortunata se fosse riuscita a salvare ancora almeno la sua posizione di grande potenza europea e semplicemente cavarsela liscia dall’inevitabile sconfitta […] Come via d’uscita [il ministro degli esteri Paul von Hintze il 29 settembre 1918] fissò la «fusione di tutte le energie della nazione per la battaglia difensiva finale» per mezzo della dittatura o della democratizzazione, della «rivoluzione dall’alto». Il Kaiser e i generali rifiutarono la «dittatura» – per poterla realizzare era necessaria la vittoria – e si dichiararono favorevoli a «incanalare» la democratizzazione secondo la proposta di Hintze. Questa mobilitazione delle ultime forze doveva servire a estorcere un armistizio ed una pace fondati sulle proposte del presidente americano Wilson […] Il Kaiser, il Comando supremo, il governo del Reich erano d’accordo sia con la «rivoluzione dall’alto», sia con i principi di Wilson.[…]
Da questo momento tutti gli sforzi tedeschi per la pace si concentrarono sugli Stati Uniti d’America. In conformità con gli accordi del 29 settembre, il nuovo governo tedesco presieduto dal principe Max del Baden pregò pertanto il presidente Wilson nelle prime ore del 3 ottobre 1918 «di prendere l’iniziativa per stabilire la pace» e per addivenire a un armistizio immediato, dichiarando la volontà della Germania di accettare una pace fondata sui 14 punti1.
Contemporaneamente procedeva la «democratizzazione». Ma nella Germania imperiale la vittoria delle istituzioni parlamentari e democratiche [era] il frutto di una premeditata «rivoluzione dall’alto», per prevenire la «rivoluzione dal basso» e porsi al tempo stesso in una posizione il più possibile favorevole ai fini delle trattative con le potenze vincitrici […] Per la prima volta nella storia tedesca l’ingresso nel governo di capi partito della fama di Erzberger [leader della sinistra del partito cattolico] e Scheidemann [principale esponente parlamentare della Socialdemocrazia tedesca] conferì al gabinetto carattere parlamentare. Il Reichstag sanzionò molto più tardi, il 27 ottobre, con l’approvazione accordata alle leggi di modifica costituzionale presentate dal governo, dietro pressioni di Wilson, la nuova evoluzione che doveva rendere il parlamento titolare della sovranità. Comunque, troppo tardi per arrestare la rivoluzione, che arrivò ancora a scoppiare per via degli indugi nelle trattative d’armistizio e del timore che la guerra avesse a continuare.
Al tempo stesso, la vittoria sulla rivoluzione conseguita grazie all’alleanza tra il capo della socialdemocrazia maggioritaria Ebert e Hindenburg, che era rimasto alla testa dell’esercito dopo l’abdicazione di Guglielmo II, doveva costituire agli occhi delle potenze occidentali la migliore raccomandazione della giovane repubblica, che sperava di veder mitigare le condizioni di pace per via della sua qualifica di antesignana della lotta contro il bolscevismo. In effetti gli alleati, proprio per via della funzione stabilizzatrice che il governo Ebert-Noske esercitava nel cuore dell’Europa2, permisero con le loro condizioni di armistizio che la Germania continuasse a tenere le sue truppe all’Est contro la rivoluzione rossa, fino a quando non fossero sostituite da forze alleate3.

Certo, anche nel testo di Remarque mancano queste riflessioni ma, in compenso, in maniera asciutta ed efficace, i veri mostri si dimostrano essere quelli del nazionalismo o della disciplina militare prussiana, e sono mostrati nella figura del docente liceale che convince gli studenti ad arruolarsi e negli ufficiali rigidi esecutori degli ordini. E ciò basta a delineare il clima in cui Paul, Albert, Haie, Müller e Kat recitano gli ultimi imponderabili atti delle loro esistenze, prima studentesche o proletarie. Mentre uno solo sarà destinato a salvarsi, Tjaden.

Ed è proprio il finale del libro a mostrare tutta la distanza, tra il film di oggi e la scrittura di allora, nel descrivere la morte, un mese prima della fine della guerra, di Paul che ha narrato le vicende in prima persona fino a poche righe prima.

Egli cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Era caduto con la testa in avanti e giaceva sulla sul terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così 4.

Ma se le differenze a livello di narrazione e drammatizzazione possono essere pienamente comprensibili e spesso condivisibili, soprattutto quando il film mette particolarmente in risalto la miseria della vita dei soldati nelle retrovie e al fronte, in special modo la fame5 e il desiderio di una donna, niente affatto comprensibile e ancor meno condivisibile è la scelta di “esaltare” la figura dei rappresentanti del nascente governo parlamentare e dei socialdemocratici.

Sia per la funzione avuta da questi ultimi, soprattutto all’inizio della guerra, nel votare i crediti governativi in appoggio al nazionalismo tedesco, sia per la funzione autenticamente controrivoluzionaria svolta da quel governo al momento della sua nascita, con la decapitazione del movimento spartachista anche per mezzo dei Freikorps6, l’instaurazione di una politica volta allo stesso tempo a garantire, per la borghesia tedesca, una “pacifica” transizione dall’Impero alla repubblica parlamentare e la sostituzione delle istanze di classe, avanzate dai consigli degli operai, dei soldati e dei marinai che si andavano formando nelle settimane a cavallo della fine della guerra, con le richieste di stabilità e continuità avanzate dalla borghesia industriale, dal comando dell’esercito e dai rappresentanti degli junker e della aristocrazia terriera e militare.

Come il nascente nazismo abbia poi ripagato i rappresentati di quell’esperienza governativa è stata la storia degli anni successivi, fino dall’elezione a cancelliere di Hitler nel 1933, a dimostrarlo. Quello che infastidisce, perciò, ancor di più nel film è il maldestro tentativo di separare con una improbabile linea netta le responsabilità politiche, militari e, perché no, morali della socialdemocrazia tedesca da quelle dell’esercito e dei governi precedenti, creando una figura di riferimento “ideale” dal punto di vista del “male” nella figura del generale che invia a poche ore dalla fine della guerra i propri soldati al massacro, in un’azione insensata, così come si vorrebbe sostenere da sempre che il nazismo non affondasse le sue radici nel nazionalismo, negli interessi economici e militari della borghesia e dell’aristocrazia tedesca, ma soltanto in una distorta e malata concezione del mondo.

Ecco allora che anche i soldati devono essere dipinti come pecoroni, ancor più che pecore, disposti ad obbedire a qualsiasi ordine, anche il più assurdo. Dimenticando, però, che proprio nei giorni finali del conflitto, durante i quali si svolge la maggior parte degli avvenimenti della seconda parte del film, i soldati e i marinai stavano insorgendo, ribellandosi proprio contro quegli ordini, quei generali e quello Stato che la socialdemocrazia fu chiamata a difendere, come sottolineato nelle considerazioni svolte prima da Fischer. Ancor più, e soprattutto, dopo l’abdicazione del Kaiser e la proclamazione della Repubblica il 9 novembre 1918.

Proiettato sul momento attuale, quel fraintendimento non appare affatto casuale o non voluto. Da una parte la socialdemocrazia odierna, guidata da Olaf Scholz, dall’altra i cattivi di Alternative fur Deutschland, in mezzo la Germania con tutte le sue difficoltà (economiche, energetiche, militari...) che, per senso del dovere e della patria i socialdemocratici di oggi, come quelli di ieri, devono affrontare e risolvere. A costo di far precipitare ancora una volta il paese in una guerra (se a fianco della Nato o meno è ancora da decidere) indiscutibilmente “mondiale” oltre che europea.

Ecco perché allora l’opera di Berger appare non solo ambigua, ma anche servile nei confronti di interessi che sono ancora gli stessi di quelli che contribuirono a scatenare il primo e, anche, il secondo conflitto mondiale. Autentiche lacrime di coccodrillo che coprono, cercando di annebbiare lo sguardo dello spettatore, quell’atto di eroismo collettivo che andò dalle prime rivolte dei soldati e dei marinai del novembre 1918, che costrinsero governo e comandi militari ad accelerare i tempi dell’armistizio, all’insurrezione di Berlino tra il 5 e il 12 gennaio 19197. Unico, autentico barbaglio di luce in un tempo che oggi, per opportunismo intellettuale o per semplice ignoranza della Storia, si vorrebbe rappresentare soltanto come nero e oscuro.

Note

  1. Si veda qui per i 14 punti di Wilson – NdR.  

  2. Reprimendo l’insurrezione spartachista del gennaio 1919 e ordinando l’eliminazione fisica, poi avvenuta in quei giorni, di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht- NdR.  

  3. F. Fischer, Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918, Einaudi, Torino 1965, pp. 813-815  

  4. E. M. Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Oscar Mondadori, novembre 1965, p. 237  

  5. Ad esempio, nel romanzo di Remarque, Kat muore per una scheggia di shrapnel nel cervello invece che per aver rubato delle uova in una cascina.  

  6. Corpi franchi o milizie volontarie irregolari in cui erano arruolati ex- militari e combattenti dall’indirizzo decisamente anti-bolscevico e nazionalista  

  7. Per il susseguirsi degli eventi rivoluzionari in Germania fino al 1923, si consultino: Pierre Broué, Rivoluzione in Germania 1917-1923, Einaudi, Torino 1977; P. Frolich-R.Lindau-A. Schreiner-J. Walcher, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania 1918-1920, Edizioni Pantarei, Milano 2001; P. Frolich, Guerra e politica in Germania 1914-1918, Edizioni Pantarei, Milano 1995; A. Rosemberg, Origini della Repubblica di Weimar, Sansoni, Firenze 1972; D. Authier-J. Barrot, La Sinistra Comunista in Germania, La Salamandra, Milano 1981; E. Rutigliano, Linkskommunismus e rivoluzione in Occidente, Dedalo Libri, Bari 1974; V. Serge, Germania 1923. La mancata rivoluzione, Graphos, Genova 2003

 Fonte

05/04/2019

Una guerra civile ancora invisibile

di Sandro Moiso

Marco Revelli, La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, Einaudi, Torino 2019, pp. 224, 14,00 euro

Nell’attuale buriana di riflessioni, più ideologiche che seriamente politiche, foriere più di confusione che di chiarezza, la riunificazione e la rielaborazione in un unico volume dei tre saggi di Marco Revelli già precedentemente apparsi in libreria appare davvero come cosa utile e necessaria. Si tratta infatti di Populismo 2.0 (Einaudi 2017), Finale di partito (Einaudi 2016) e Poveri noi (Einaudi 2010) e fin dai titoli si comprende come siano tutti indirizzati a comprendere la rinascita del fenomeno populista e la crisi dei partiti politici così come si sono caratterizzati nel corso del ‘900 (in particolare di quelli di ”sinistra”) nel corso dell’ultimo decennio. Guarda caso quello determinato, socialmente e politicamente, dalla più grave crisi economica successiva a quella del 1929 e sicuramente non inferiore alla prima sia in termini qualitativi sia quantitativi (miliardi di dollari e di euro perduti, disoccupazione, riduzione degli apparati produttivi e fallimenti bancari e aziendali).

Revelli, docente di Scienze della Politica presso l’Università del Piemonte orientale, costituisce una delle poche voci superstiti e menti ancora lucide dell’esperienza torinese di Lotta Continua e la parte migliore di quell’ormai lontana stagione politica si riflette nell’attenzione con cui l’attuale insorgenza di movimenti anomali e potenzialmente fascisti viene esaminata non a partire da principi assoluti e universali, ma dalle reali cause economiche e sociali che li hanno determinati. Così come, ad esempio, quel gruppo politico, scomparso a Rimini nel 1976, aveva cercato già di fare nei confronti del malessere del Meridione d’Italia a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, da quello indirettamente manifestato dal sottoproletariato napoletano fino ai fatti di Reggio Calabria e ai boia chi molla che ne avevano preso in mano le redini.

Oggi come allora, infatti, non si tratta soltanto di storcere il naso davanti alle espressioni politiche e ai comportamenti delle plebi in rivolta, nascondendosi sostanzialmente dietro ad uno sventolio di bandiere rosso-pallide e a dichiarazioni e parole d’ordine di carattere generale come quelle espresse da Nicola Zingaretti subito dopo la sua elezione a nuovo segretario del PD, secondo il quale le tre parole chiave per l’azione della sinistra, oltre a quella della realizzazione del TAV Torino-Lione, dovranno essere “scienza, società e giustizia”, lasciando invece cadere qualsiasi proposta riguardante l’istituzione di un salario minimo, ritenuta una trappola (forse per gli imprenditori) dal fratello, caratterizzato soltanto da un indice di gradimento decisamente inferiore, del commissario Montalbano.

Si tratta piuttosto, ed è proprio quello che Revelli fa nei suoi saggi, di comprendere come l’attuale rinascita del populismo derivi dall’affanno e dalle difficoltà economiche in cui è venuta a trovarsi una significativa parte dell’ex-classe media (comprensiva di larghi settori di classe operaia garantita) e dalle mancate risposte che i partiti della tradizione novecentesca non hanno saputo dare alle domande di sicurezza (soprattutto economica e lavorativa) e di prospettive che da tale settore sociale sono pervenute in maniera sempre più urgente e ultimativa.

Risposte che nemmeno una parte consistente della “sinistra” sedicente antagonista ha saputo dare, trovando forse più facile affiancare le parole d’ordine e i principi generali espressi da quella istituzionale. Facendo magari anche finta che un problema come quello dell’accoglienza dei migranti possa essere affrontato seriamente insieme a chi non solo ha collaborato alla realizzazione dei campi di concentramento in Libia, ma ha anche ampiamente utilizzato la manovalanza a bassissimo costo venutasi a determinare a seguito delle migrazioni ai fini dei profitti delle proprie aziende e cooperative. Magari nel settore della distribuzione della pubblicità in buca o altri settori a bassissimo o nullo investimento.

Una sinistra che accontentandosi di sottolineare l’evidente funzione di propaganda elettorale svolta sia da “quota 100” che dal reddito di cittadinanza, non si chiede mai, ma proprio mai, perché siano questi due provvedimenti a suscitare maggiormente le ire e le contrarietà della Commissione europea, dell’Ocse e di Confindustria. Evitando così di parlare di come questi provvedimenti possano raggiungere il loro obiettivo politico proprio in grazia del bassissimo livello dei salari e delle scarse garanzie sociali e lavorative che caratterizzano ormai la seconda economia manifatturiera d’Europa.1

Bassi salari e scarse garanzie a favore dei lavoratori che costituiscono la vera attrattiva per l’investimento estero in Italia, altro che infrastrutture e legalità, costantemente sventolate come necessità (si pensi al Tav) soltanto per permettere alla classe imprenditoriale più scalcagnata d’Europa di accedere in maniera quasi gratuita ai finanziamenti europei. Basti come esempio la fretta espressa da Confindustria e gran parte dell’arco parlamentare di giungere ad una prima decisione sui bandi di Telt, non tanto per realizzare davvero l’opera inutile e costosa, ma soltanto per iniziare ad accedere senza riduzioni di sorta agli 813 milioni di finanziamenti europei in scadenza.

Esempio che fa il paio con la richiesta di aumento della turnazione che la Fiat-FCA ha avanzato nei confronti degli operai dello stabilimento di Pomigliano, pur continuando a lasciare a casa, naturalmente a spese dello Stato, dell’INPS e degli operai stessi, quelli precedentemente messi in cassa integrazione. Stato, INPS, buste paga ridotte e finanziamenti europei usati davvero come bancomat per le imprese italiane, ancora una volta senza che alcun demagogo di sinistra abbia qualcosa da ridire o argomenti su cui ironizzare.

Ora il testo di Revelli si libra un po’ più in alto rispetto a tali scontate riflessioni e allo stesso tempo si addentra più in profondità nel malessere, spesso agitato da una rabbia sorda, che sta alla base di un cambiamento di segno politico, quello avvenuto con il diffondersi delle simpatie nei confronti dei partiti populisti e sovranisti, che non appartiene al solito ricambio elettorale, ma che sarà destinato a segnare una non breve stagione politica, sia in Italia che in Europa.

Proprio su questo aspetto, e non sui singoli personaggi o partiti, punta il dito e dirige l’attenzione del lettore il testo di Revelli. Sia quando affronta l’analisi sociologica e territoriale del voto pro o contro la Brexit, sia quando nella prima parte della terza sezione, quella tratta da Poveri Noi, ed intitolata significativamente La terza chiave. La guerra non vista, prende spunto proprio dalla crisi dei mutui subprime del 2008 per giungere alla situazione italiana attuale e al successo di Donald Trump o, almeno, alle ragioni del suo elettorato nelle ultime presidenziali americane.

Un elettorato che si è sentito definire con disprezzo deplorable, plebeo, dalla candidata democratica Hillary Clinton e che già si era sentito respinto tra i white trash dalla crisi economica e finanziaria.
“Noi tutti ci siamo misurati con la crisi, con quella che meccanicamente chiamavamo la crisi economica. Ma ho l’impressione che non si abbia bene l’idea della dimensione del terremoto sociale prodotto dalla recessione in Occidente dal 2007 al 2014-15, a cominciare dall’epicentro dal quale è partita, dagli Stati Uniti, con l’esplosione dei mutui subprime. Quella tempesta quasi perfetta ha prodotto uno spostamento sociale paragonabile a una guerra.”2
Prosegue poi Revelli:
“Si calcola che negli anni di picco della crisi, dal 2007 al 2012, quasi un adulto americano su venti abbia perso la casa a causa dell’incapacità di pagare i mutui. Ciò equivale a più di dieci milioni di persone. In prevalenza capifamiglia, o monogenitori con figli. Dieci milioni di famiglie vuol dire una trentina di milioni di persone che hanno perso il loro bene comune più prezioso a causa di una dissennata (e nella sostanza criminale) politica sui mutui e le compravendite messa in campo da istituzioni finanziarie, banche e agenti immobiliari senza scrupoli. A questi numeri, già drammatici, vanno aggiunti poi tutti quelli che – non proprietari, ma affittuari – sono stati buttati fuori per morosità, perché il salario non era sufficiente a pagare l’affitto o perché la perdita del lavoro li aveva privati del reddito. [...] Ancora nel 2016 si sono registrate negli Stati Uniti 2.300.000 intimazioni di sfratto. Una tragedia sociale che ha generato una mutazione demografica senza precedenti; dovuta a una migrazione di proporzioni bibliche [...] Un esodo più massiccio di quello avvenuto durante il Dust Bowl: la catastrofica crisi agraria che colpì gli Stati Uniti e il Canada tra il 1931 e il 1939 a causa di violente tempeste di sabbia,3 e che provocò lo spostamento dalle Grandi Pianure di 2 milioni e mezzo di contadini.”4
Questo esodo massiccio, simile a quello causato da una guerra ufficialmente mai dichiarata, ha avuto aspetti militari e sociali le cui vittime non erano assolutamente preparate ad affrontare. Né a livello pratico né a livello di possibile immaginario.

Il primo aspetto ha visto infatti nascere intorno al “fenomeno degli sfratti un vero e proprio sistema con squadre di sceriffi il cui lavoro a tempo pieno è quello di eseguire gli ordini di sfratto e di pignoramento, con aziende di traslochi specializzati i cui equipaggi lavorano tutto il giorno, ogni giorno della settimana, con centinaia di società di data mining che vendono rapporti sugli inquilini.”5

Il secondo prende avvio dagli istanti immediatamente seguenti l’esecuzione dello sfratto quando tutti gli averi degli sfrattati “sono abbandonati sul marciapiede dai facchini o caricati su un camion e portati in un deposito a pagamento, fino alla ricerca di una nuova abitazione in un quartiere più lontano, più degradato, più insicuro.”6

L’esodo degli sfrattati genera quindi:
“Un movimento non lineare (a raggiera), frattale (a macchie di leopardo), centrifugo (dai centri alle periferie). Ma soprattutto selettivo, al punto da invertire la tendenza verso l’integrazione registrata nel corso dei precedenti decenni. Gli espropri delle case per mancato pagamento delle rate dei mutui hanno infatti riguardato soprattutto la classe media bianca e le frazioni di altre etnie desiderose di ascesa, spingendo le famiglie colpite verso quartieri più periferici e degradati, aggravandone il senso di abbandono e accentuandone la conflittualità orizzontale con gli altri poveri.”7
Una proletarizzazione violenta e rapidissima che, come è facile immaginare, ha portato sfiducia e timore anche tra coloro che pur appartenendo allo stesso strato sociale non sono ancora stati toccati dal problema ma che lo hanno visto delinearsi improvvisamente come possibilità sul limitare del proprio orizzonte. Un mutamento profondo della faccia triste dell’America che si va a sommare all’evaporazione della centralità del settore manifatturiero nei paesi a capitalismo maturo.
“No si tratta solo dei disoccupati. Si tratta anche di uomini e donne che, pur avendo un lavoro – pur essendo tra i «fortunati» – tuttavia sono e restano in condizioni di povertà. Sono poveri che lavorano.”8 Così negli Stati Uniti “gli americani censiti come poverissimi, in quanto titolari di un reddito di oltre la metà inferiore alla soglia di povertà federale, sono 21 milioni, mentre quelli semplicemente poveri perché fanno fatica a far fronte ai bisogni più elementari raggiungono addirittura i 105 milioni, circa un terzo della popolazione.”9
Si tratta di coloro che spendono più del 70% (la categoria di poveri oggi in maggiore espansione) del loro salario per pagare una affitto che, prima o poi, non riusciranno più a pagare; di mamme sole, soprattutto nere, con bambini che hanno maggiori difficoltà a trovare un lavoro compatibile con i loro impegno di madri; in altri casi di operai bianchi dequalificati, ex-manovalanza delle aree siderurgiche e minerarie della rust belt e che sono quelli che peggio sopportano il proprio impoverimento perché abituati a considerarsi come la spina dorsale del paese.

Settori sociali ai quali i miti dei diritti universali, dal femminismo alla Me Too al generico antirazzismo, non possono dare risposta e che, troppo spesso, servono soltanto ad aumentare il loro senso di distanza ed isolamento, con tutta la rabbia, la frustrazione e le paure che ciò comporta.

A conferma e aggiornamento dei dati fin qui riportati basti ricordare come proprio in queste ultime settimane la Fed abbia riscontrato, con “stupore”, che almeno 7 milioni di americani, in gran parte under 30, hanno smesso di pagare anche le rate contratte per l’acquisto dell’auto, nuova o usata che questa sia.(qui)

Ma se è sempre giusto parlare della crisi politica, sociale ed economica a partire dal centro dell’economia Occidentale perché come avrebbe detto Marx “il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato il suo avvenire”, occorre adesso, in chiusura, confrontare i dati fin qui esposti con quelli italiani.

E anche in questo caso il libro di Revelli si rivela utile e ricco di informazioni. Anche in grazia del fatto che l’autore si è occupato del problema della povertà come presidente della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale (Cies).

Nel 2006 era già possibile rilevare che
“a fronte di un tasso di povertà relativa di per sé preoccupante (7.537.000 persone, il 12,9% dell’intera popolazione), la percentuale di famiglie povere con capofamiglia occupato (breadwinner) era in modo anomalo elevato (quasi un quarto dell’insieme). La situazione non era migliore se a lavorare erano due membri [...] Nei due anni successivi s’incominciò a utilizzare anche l’indicatore di «povertà assoluta» da cui risultò che nel 2008 le persone in tale condizione erano 2.893.000 (pari al 4,9% della popolazione) [...] dati che non sono ancora nulla, rispetto a quanto registra l’Istat per il periodo più recente: nel 2017 le persone in condizione di povertà assoluta sono arrivate alla cifra record di 5.058.000. l’8,4% della popolazione, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima e giungono a sfiorare il 12% tra le famiglie operaie (dove il tasso di povertà relativa è addirittura del 19,5%) [...] Anche in Italia questo processo non è stato solo una forma di erosione del reddito, è stato anche un processo di lacerazione dell’autostima, di cancellazione dell’identità collettiva e dell’identità individuale, è stato un processo di rottura dei sistemi di relazione e dei legami sociali. La folla che ha lasciato dietro di sé questa crisi è una folla solitaria: un’enorme massa di individui che si sentono abbandonati. [...] E potremmo aggiungere, traditi. Ingannati. Defraudati. Da tutti.” 10
Un’autentica folla di profughi interni, in Italia come negli Stati Uniti, composta dalle vittime di una guerra civile dichiarata dalla finanza e dall’imprenditoria contro i lavoratori e i poveri. Una guerra civile il cui scopo era, e rimane, quello di accumulare sempre più ricchezza ad un polo soltanto della società, sempre più ristretto. Un problema di ricerca di identità, collettiva e personale, di pratiche di lotta e rivendicazione, di opposizione ai governi dell’esistente e di organizzazione sul territorio cui non basterà, e non basta già più, rispondere con frasi fatte o, peggio ancora di scherno e superiorità, pena il contribuire a trasformare questa massa di diseredati autentici nell’autentica massa di manovra di un sovranismo sempre più autoritario, fascista, razzista e guerrafondaio.

Note
  1. Soltanto per fare un esempio: in Francia, subito dopo le prime manifestazioni dei gilets jaunes il governo ha portato il salario minimo a più di 1200 euro netti, mentre qui da noi gli aventi diritto al reddito di cittadinanza potranno rifiutare ogni impiego con una paga proposta inferiore agli 858 euro mensili.  
  2. M. Revelli, La politica senza politica, Einaudi 2019, p. 177  
  3. Un autentico disastro ambientale causato dall’impoverimento del terreno agricolo a seguito del suo ipersfruttamento, soprattutto in Oklahoma – NdR  
  4. M. Revelli, op.cit., pp. 177-179  
  5. Ibidem, p.178  
  6. Ibid., p. 178 
  7. Ibid., p. 179  
  8. ibid., p. 180  
  9. ibid., . 181  
  10. ibid., pp. 182-183  
Fonte

06/03/2019

La guerra che viene

È da poco in libreria La guerra che viene, edito da Mimesis, una raccolta di interventi di Sandro Moiso, già pubblicati tra il 2011 e il 2018 su Carmillaonline.

Moiso, redattore storico della rivista, si cimenta in un’operazione ardita: affrontare la categoria della guerra moderna – nella sua proteica inafferrabilità – e provare a ricondurla dentro un ragionamento complessivo sulla crisi sistemica. Operazione difficile, dicevamo: perché in questa epoca indecifrabile e terribile, le ragioni della guerra (il piano politico), lo svolgimento della guerra (quello militare e geostrategico) e il racconto della guerra (l’immaginario collettivo che la coltiva), sono campi ormai sostanzialmente inseparabili. Il volume, quindi, con la forza della “narrazione in diretta”, prova a dipanare questi fili. E ci riesce nella misura in cui l’autore elide l’approccio accademico – lo studioso che contempla e “classifica” i mille aspetti della complessità – e sceglie una lettura generale, unificante, uno sguardo militante – di una militanza intellettuale che analizza per sovvertire.

Con questa impostazione Von Clausewitz finisce a testa in giù, come già insegnò Foucault in tempi non sospetti: la politica è metafora e surrogato provvisorio della guerra. Anzi, come dice Valerio Evangelisti nella bella introduzione: nel sistema capitalistico ogni politica è in ultima analisi politica di guerra, perché il sistema capitalistico, pone a suo fondamento una vera guerra (tale fu la fase dell’accumulazione originaria) e si sviluppa come guerra permanente di classe, per perpetuare le condizioni della valorizzazione.

Da questo punto di vista, per Moiso, guerra e crisi sono categorie letteralmente inseparabili e solo la lettura di tempi e modi della crisi, può anticipare la comprensione della tendenza alla guerra:
“la peste che ha causato la fine precoce e inaspettata del caro estinto non si sa se è arrivata da ovest con il virus Lehman oppure da oriente con un virus greco [...] Gli esorcisti al governo dichiarano di avere cure formidabili: carta straccia moltiplicata per centinaia di miliardi per casseforti trasformate già in camere mortuarie e tagli, tanti, agli impiegati dello Stato, ai lavoratori, ai loro stipendi [...] Alzati e cammina, si ostinano a recitare, senza smettere di litigare tra loro, nei loro sepolcri imbiancati, i signori del potere, della finanza e della guerra. Ma il giocattolo si è rotto, e non funziona più.” (pag. 20)
Non è più tempo di perversi ottimismi, nella lettura del rapporto ciclo economico/guerra – qui non si tratta di “programmare” un grande evento bellico che ci traghetti oltre la crisi, navigando su fiumi di sangue:
“Forse una guerra europea e mondiale potrebbe riportare per qualche tempo il pallone alla giusta pressione, ma più si analizzano i cicli storici di accumulazione e dominio imperialistico, più ci si accorge che sono destinati ad essere progressivamente più brevi. Quanti secoli ha impiegato l’Europa a diventare il centro del mondo? E in quanto tempo sono crollate le sue fortune? E quanto è durato il “secolo americano”? Cinquant’anni, settanta? E quanto durerà il predominio cinese? (pag. 21)
No, qui non si tratta di una lettura schematica degli eventi – le classi dirigenti che organizzano la guerra anticiclica – quanto di un disvelamento inarrestabile, una tracimazione di significati: la guerra, a partire dalla guerra sociale e civile che incuba nelle società ricche e decadenti d’Occidente, sta rivelandosi senza pudori, come la pura essenza del rapporto di capitale. E quindi c’è da mappare una microfisica delle guerre, cominciando dai nostri quartieri, dai territori ribelli, dalle forme della governance economica.

Polemizza, l’autore, anche dentro un campo culturale di prossimità:
“così per decenni, una certa sinistra, quella democratica e riformista, fino a certe frange della cosiddetta estrema sinistra, ha potuto crogiolarsi nell’illusione che la guerra, come strumento di risoluzione delle contraddizioni dell’imperialismo, fosse ormai superata. Si, certo, poteva svilupparsi qua e là in giro per il mondo, sotto forma di scontro tra Stati e regimi sottomessi all’impero e alla finanza del capitale occidentale, oppure tra gli stessi popoli che non ne accettavano logiche perverse e ingiustizie palesi, ma, per Dio, sempre a casa d’altri”. (pag.29)
E questa acquiescenza spesso si traduceva in accettazione della “eterna e mefitica barzelletta delle guerre umanitarie” – l’idea che un po’ di conflitto bellico, qua e là, ben controllato, in forme di operazioni di polizia internazionale, fosse in qualche modo fisiologico o benefico:
“Mentre chi da tempo indicava la guerra come fase ultima della della risoluzione dei conflitti economici e sociali scatenati dalla brame capitalistico-finanziarie, finiva con l’essere indicato, a seconda delle occasioni, come visionario, profeta di disgrazie o portavoce di una concezione politica ormai morta e sepolta”. (pag. 29).
Guerra come categoria totale, quindi. A cominciare dalla contesa daziaria e commerciale:
“Naturalmente tra guerra commerciale minacciata e missili lanciati, corre una certa differenza. Ma solo apparentemente perché i missili di oggi, indipendentemente dal fatto che ad essi segue o meno una ulteriore escalation militare, anticipano soltanto quelli che domani, e in quantità ben maggiori, potranno essere lanciati sui competitor, imperialisti o meno, che non volessero adeguarsi alla Weltanschauung americana che vede ormai svilupparsi nel mondo intero il suo spazio vitale.” (pag.37)
Una visione meno schematica della categoria guerra, ci conduce anche oltre gli schematismi convenzionali: se la durata è la forma delle cose, quando inizia o finisce uno stato di guerra?
“Infatti oggi affermare che la seconda guerra mondiale si è svolta tra il settembre del 1939 e l’agosto del 1945, non è più così corretto. Sono dati di comodo, soprattutto per i manuali scolastici, ma è chiaro che il secondo conflitto mondiale andrebbe datato almeno al 1936, se non addirittura dagli accordi di spartizione degli imperi firmati a Versailles. Così la guerra futura, anche se dovesse iniziare nei prossimi giorni oppure negli anni a venire, affonderebbe chiaramente le sue radici almeno negli avvenimenti seguiti alla caduta dello Scià di Persia, alla fallita invasione sovietica dell’Afghanistan e in quelli successivi alla fine dell’URSS (1989) e alla riunificazione tedesca (1990) con la guerra del Golfo e le guerre balcaniche. Da allora infatti gli Stati Uniti hanno perseguito un obiettivo di destabilizzazione completa del mediterraneo e del Vicino Oriente che, con la caduta di Assad, avrebbe dovuto essere portata a termine”. (pag. 31)
Un nuovo travestimento delle guerre di conquista e di rapina, è il capitolo delle cosiddette guerre umanitarie: la retorica sui diritti umani (di volta in volta donne troppo velate, dissidenti repressi, rivoluzioni colorate, minoranze perseguitate) è la clava che si abbatte sui regimi ostili di cui promuovere il rovesciamento:
“Gli appelli a salvare cristiani e yazidi, nascondono solo le mire imperialistiche diverse dei vari attori. I civili, e ci dispiace ancora una volta per tutte le anime belle che, dalla Serbia all’Afghanistan al Kurdistan di oggi, hanno sempre giustificato come ‘umanitari’ i bombardamenti e gli interventi militari occidentali, non interessano realmente a nessuno. Dalla Striscia di Gaza a Mosul, passando attraverso tutta la storia delle guerre del XX secolo e del XXI secolo, nessuno si preoccupa realmente di loro o della loro sorte. Tutti potenziali ostaggi della guerra, degli imperi o degli scoop mediatici”. (pag. 52)
Ma la guerra totale e “a pezzi” che sta ridisegnando le gerarchie di potere dentro la crisi, nasconde anche dentro il suo seno delle potenzialità di liberazione:
“Nel Rojava è infatti in corso una trasformazione dei rapporti sociali, economici e tra i sessi, destinata sicuramente a lasciare il segno sui movimenti sociali a venire e a ridefinire i compiti di quella che sarà la Rivoluzione del futuro. Esattamente come l’esperienza della Comune di Parigi contribuì a ridefinire, attraverso l’azione dei suoi protagonisti, i compiti del movimento operaio ottocentesco e novecentesco. Così tanto da costringere, all’epoca, i teorici del socialismo rivoluzionario, da Marx a Lenin, a perfezionare il proprio pensiero”. (pag. 106)
Dentro il fosco scenario di guerra, anche la crisi di egemonia delle classi dirigenti globaliste – che hanno guidato il mondo del dopo-Muro – è un processo di importanza cruciale. Le nuove leadership pseudo-sovraniste che emergono ovunque e interrogano il campo della sinistra, sono nemiche o esprimono istanze che consentono ancora margini di recupero ad un discorso di radicalità rivoluzionaria o perlomeno costituzionale e democratica?
“Ogni populismo, non può esservi dubbio su questo, ha sempre finito, nel senso degli ultimi cento anni, con l’essere di destra. Non può più esistere, materialmente, un populismo ‘di sinistra’. Questo perché il populismo tutto, dalla Lega a Grillo passando per Le Pen, affonda le sue radici nel più bieco nazionalismo, nel localismo, e nella riduzione ad interesse privato ed egoistico di tutte le sofferenze sociali. Ovvero in tutto ciò che costituisce di fatto il cosiddetto sovranismo. Ma detto questo non si può assolutamente pensare che, in determinati frangenti, una significativa fetta di elettori potenzialmente ‘di sinistra’ non possa pensare di aggrapparsi ad una forza o ad un leader che faccia sua, in maniera caotica, egoistica o disordinata, le speranze prevalentemente riposte ‘a sinistra’. Da qui deriva che la nascita, lo sviluppo e il rafforzamento dei movimenti populisti e fascisti è sempre e principalmente dovuta all’incapacità delle sinistre di mantenere i propri riferimenti ed obiettivi di classe” (pag.152)
A chiudere il cerchio, un ottimo contributo di Gioacchino Toni incentrato sulle “guerre-visioni”, cioè di quel vasto campo in cui si formano letture, sguardi, opinioni e giudizi sulla guerra:
“parlare di guerre contemporanee significa inevitabilmente parlare anche di immagini e di immaginari. Se storicamente le immagini hanno documentato, pur nella loro parzialità, gli eventi bellici, da qualche tempo sembrano essere divenute sempre più parte della conduzione del conflitto [...]. Se all’interno di un’epoca contraddistinta dall’appetito visivo il fatto che molti conflitti bellici vengano mantenuti in uno stato di invisibilità contribuisce a renderli sconosciuti e incomprensibili, non di meno anche quando si ha copertura visiva delle guerre, queste tendono spesso a non essere percepite come tali, in quanto le immagini privilegiate, sono quelle volte al sensazionale che proiettano lo sguardo oltre la realtà in direzione spettacolare”. (pag. 231)
Tornando all’introduzione, Valerio Evangelisti colloca l’elaborazione di Moiso, in quella che: “in Francia è chiamata ultragauche una particolare corrente di estrema sinistra che combina bordighismo e situazionismo, con forti innesti di anarchismo”. Un punto di vista assai rigoroso, testardamente ancorato all’interesse di classe, irriducibile alle affiliazioni di partito o di setta tipicamente italiane. Questo volume rappresenta adeguatamente la cifra del complesso e articolato lavoro di analisi che Moiso tesse da anni su queste tematiche e merita di essere letto.

Sandro Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis edizioni, Milano-Udine 2019, pp. 239, € 20,00.

Fonte