Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2024

I David e la colonizzazione del simbolico

di Vincenzo Morvillo

La 69esima edizione dei David di Donatello conferma la oramai acclarata subalternità del mondo del cinema – non solo italiano, beninteso – alle logiche produttive e distributive. Che vuol dire al botteghino e al profitto.

A parte il meritatissimo premio a Elio Germano come miglior attore non protagonista (Palazzina Laf) capace di costruire un personaggio laido e subdolo, servile col padrone e spietato con i lavoratori; e a Michele Riondino, operaio lacerato e compromesso, ignorante e colmo di risentimento, nella stessa pellicola di cui firma anche la regia... il resto è puro conformismo in salsa “sinistrese” (nel senso “liberal-democratico”, insomma).

Le statuette alla Cortellesi per il miglior esordio alla regia (C’è ancora domani), per la miglior sceneggiatura originale e come miglior attrice sono uno schiaffo all’intelligenza registica e alle giovani generazioni, alla capacità drammaturgica e all’arte attoriale.

Riporto dalla recensione che scrissi per questo giornale:
«L'“opera prima” dell’attrice romana risulta, sin dai primissimi quadri, un irritante concentrato di cliché senza alcuna potenza espressiva.

Enfatico nella proposizione delle scene topiche, prontamente appesantite da sottolineature recitative e registiche, finisce coll’apparire stucchevole nel suo quasi arrogante didascalismo “di sinistra”. Un film banale sul versante drammaturgico e slabbrato su quello stilistico.

Incapace di dosare commedia, cifra grottesca e dramma sociale, la regista/attrice romana sbanda paurosamente nell’impostazione linguistica, mandando fuori giri la pellicola anche sul terreno recitativo.

Dalla palude della mediocre caratterizzazione e dell’enfasi mimico-gestuale che coinvolge un po’ tutti i protagonisti, si salvano solo alcune figure comprimarie e Romana Maggiora Vergano (la figlia Marcella)».
Non restava che il miglior film dunque, fortunatamente non premiato.

Statuetta che invece viene attribuita, ahimè con ben altre sei, al Garrone di Io capitano – l’altro acclamato fenomeno dell’italica stagione cinematografica – cui viene tributato anche il David come miglior regista.

Anche in questo caso riporto quanto scrissi per Contropiano:
«Durante le due ore di Io Capitano, la tortura non tormenta, la morte non atterrisce e non provoca rabbia, le prigioni non hanno il sapore indecente della vergogna e della claustrofobia, i trafficanti sono figure caravaggesche e il viaggio avviene sicuro sulle acque di un Mediterraneo petrarchesco. Chiaro e mansueto.

L’apice dell’ipocrisia nella costruzione del film, Garrone lo tocca tuttavia occultando opportunamente il livello politico delle responsabilità nella gestione dell’immigrazione clandestina.

Non si può trattare infatti un argomento tanto delicato e drammatico pensando di girare uno spot della TripAdvisor o dell’Alpitour.

Si prenda ad esempio quella che dovrebbe essere la pericolosissima e massacrante traversata del deserto.

Il nostro Garrone la gira con un glamour estetizzante che utilizza colori sgargianti da cartolina. Uno spot, appunto. Arricchito vieppiù dall’immagine onirica, in salsa felliniana (il riferimento è all’incipit di 8 1/2) o addirittura chagalliana, di una donna morta di stenti che si libbra in volo. Una cifra onirico-fiabesca che si ripeterà altre volte nel corso del film.

Nondimeno è proprio la fiaba il codice narrativo e linguistico che determina l’ambiguità di questa pellicola[… ]

Film ambiguo girato per non turbare troppo gli animi della borghesia. Per suscitare una clericale compassione. Una contenuta commozione (le facce dei ragazzi sono strepitose in tal senso). Ma non indignazione. Non rabbia. Non orrore».
L’aspetto più farsesco e allo stesso tempo avvilente riguarda però la produzione della pellicola in questione, prodotta da Rai Cinema.

Rai Cinema che poi premia sé stessa (è istituzione organizzatrice dei David, sic!) come appunto miglior produttore.

Emblema tragicomico, grottesco e surreale di questi David. Ma potremmo anche dire una barzelletta, che oramai viene ripetuta spesso nell’ambito dei Festival o dei Premi.

Purtuttavia, una cosa bella questi David e il film di Garrone ce l’hanno regalata. Il discorso di ringraziamento del ragazzo dal cui racconto è tratta la pellicola. Unico che abbia avuto il coraggio di chiedere “basta morti nella Striscia”.

Gli intellettuali e gli artisti italiani, notoriamente piuttosto vili, se ne sono guardati bene...

E allora, giusto per chiudere, alcune annotazioni in ordine sparso.

Qui non si premiano più i film (o gli spettacoli o i libri, o i quadri o la musica), quindi la creatività, l’urgenza, la sincerità artistica, l’analisi sociale e il pensiero divergente. Tutt’altro.

Qui è il mercato che premia sé stesso. La borghesia che contempla soddisfatta la sua immagine allo specchio. Lo star system che si autocelebra.

“Capirai che scoperta“, griderà qualcuno. Sì è vero, ma io il “critico” faccio. E per giunta con un background decisamente marxista.

Quindi dovrei essere in grado di inquadrare l’opera nel tessuto culturale, sociale, economico, politico, linguistico, immaginario, simbolico di riferimento.

Altrimenti me ne sto a casa. O mi lascio trascinare dalle placide acque del fiume e mi prendo comodamente il sole. È questione di coscienza. Innanzitutto politica.

Mi fanno ridere quelli che inneggiano al De André di “in direzione ostinata e contraria” e poi si accomodano alla mensa padronale del conformismo.

Per farla breve. Il premio come miglior attrice alla Cortellesi rappresenta un pericoloso ridimensionamento del lavoro attoriale sulla costruzione del personaggio.

Il suo – la pur simpatica e, in altre circostanze, convincente attrice romana – lo imbastisce di espressioni sovraccariche, sbigottite e fanciullescamente meste mentre il marito la gonfia; con contorno di imbarazzanti e ridicoli emoticon mimico-facciali.

Di ben altro spessore risulta certamente la Ronchi di Rapito, ma anche lei viziata dall’enfasi del contesto filmico.

L’unica che avrebbe meritato quindi è Linda Caridi (L’ultima notte di Amore), capace di far vivere un personaggio denso di verità, asciutto, in sottrazione, sfaccettato e rotto dall’ansia. Una contemporanea Lady Macbeth.

Mentre per il miglior attore, pur contento per chiari motivi di partigianeria del premio assegnato a Riondino (Palazzina Laf ha il non piccolo merito di riportare al centro del discorso filmico il tema del lavoro e di attaccare senza ambiguità le logiche dello sfruttamento neoliberista), sconcerta non leggere nella cinquina Fausto Russo Alesi (Rapito) al posto ad esempio dell’incongruente e impalpabile Mastandrea, o dell’ormai leggero quanto l’insostenibilità dell’essere, Pierfrancesco Favino.

Russo Alesi è attore solido, meticoloso, cesellatore di personaggi cui scava dentro con ossessione e precisione. Capace di coglierne sfumature e toni cui dare spessore emotivo.

Ma nulla. Il David del profitto e delle corporation produttive non lo nomina.

Come del resto il contemporaneo panorama cinematografico italiano non prende in considerazione pellicole e registi fuori dallo strangolante sistema distributivo e produttivo, che pure rianimerebbero l’asfittico panorama dell’italietta cinematografica.

Due esempi su tutti: Luna Gualano e Marco Proserpio, che hanno presentato in passato pellicole selezionate ai Festival di Roma e Torino.

In definitiva, se piace il conformismo, ci si tenga stretti i premi e il gossip che irrimediabilmente li connota.

Noi preferiamo il cinema, e l’arte in generale, come espressione e linguaggio del pensiero critico e affondo nella carne viva della borghesia.

È la battaglia delle idee per reinventare una cultura antagonista. Tuttavia per adesso vincono i padroni. Che hanno colonizzato reale, immaginario e persino la struttura simbolica.

Il ruolo di una critica che voglia dirsi quantomeno in opposizione agli ormai aridi diktat del mercato dev’essere, pertanto, chirurgico, senza mai indulgere alla convenzionalità e al lassismo del giudizio. Perché un cinema morto può soltanto meritare recensioni funerarie.

Attendiamo con ansia la Rivoluzione!

Fonte

30/03/2019

Un David con poco coraggio

Tenutasi mercoledì sera, e trasmessa su Rai 1, la sessantaquattresima edizione dei David di Donatello, presentata da un improbabile e quanto mai inadeguato Carlo Conti, ha visto trionfare, com’era d’altronde prevedibile, Dogman, di Matteo Garrone. Il film sul canaro della periferia romana, interpretato da uno straordinario Marcello Fonte, si è portato a casa, infatti, ben nove e meritatissime statuette. Tra cui quella simbolicamente fondamentale – perché denuncia la tendenza culturale in voga – di miglior film.

Or bene, chi scrive nulla intende togliere a Dogman e a Garrone. Il regista romano, autore di pellicole come L’imbalsamatore, Primo amore, Reality, ha una cadenza narrativa, un’originalità linguistica nell’approccio a tematiche complesse, un tratto espressionista sospeso tra la fiaba e il realismo, tra l’incubo e l’oscura tensione al godimento mortifero dell’umano inconscio, che senza dubbio spiazzano, affascinano, turbano, sgomentano.

Personalmente, ritengo Garrone capace come pochi di scendere tra i cunicoli bui del disagio esistenziale di cui è spesso preda l’individuo contemporaneo. Un individuo esiliato da sé stesso, vittima di una periferia psichica ancor prima che urbana, della quale Garrone riesce, con intelligenza e rara attitudine all’abrasione morale, a rivelare gli inquietanti paesaggi di orrorifica tenerezza e di agghiacciante solitudine, là dove più acuta e lacerante si fa l’emarginazione, la paranoia, la follia.

Ciò premesso, però, ritengo che il David di Donatello doveva – ripeto: doveva – andare a Sulla mia pelle. La pellicola diretta da Alessio Cremonini – cui pure è stato assegnato il David come miglior regista esordiente – e magnificamente interpretata da Alessandro Borghi (premiato col David per la miglior interpretazione) ispirata alla tragica vicenda di Stefano Cucchi. Il giovane tossicodipendente romano, barbaramente picchiato dai Carabinieri e assassinato, oltre che materialmente dagli sbirri, dalla struttura carceraria e dalla indecente, apatica, inadeguatezza del personale sanitario e medico che avrebbe dovuto curarlo.

E il David doveva essere assegnato a Sulla mia pelle per un motivo molto semplice: perché il film ha avuto il coraggio di raccontare quello che, oggi, sembra dover rimanere coperto sotto la coltre maleodorante dell’omertà. Racconta la violenza, in tutte le sue subdole declinazioni, esercitata dallo Stato e dalle sue istituzioni – Carabinieri, Polizia, Magistratura, strutture detentive e classe medica – ai danni dei cittadini, specie se appartenenti ai ceti popolari o se marchiati dall’infamante stigma di una presunta diversità sociale.

Dunque sì, il film doveva essere premiato per la sua alta valenza politica, in tempi non certo felici per un paese attraversato da pulsioni razziste, classiste, escludenti, elitarie, tendenti a palesare tutta la violenza viscerale di quella maggioranza silenziosa e omertosa, che non ha certo l’intenzione, non dico di mostrare compassione – che invece lascerei ai chierici – ma neanche di voltarsi a guardare verso qualcuno che avrebbe bisogno di una parvenza di solidarietà.

Un paese, l’Italia, dove l’individualismo e l’egoismo neoliberista si declinano, insomma, nelle forme più bieche dell’aggressione, della viltà, del dominio predatorio, dello stupro dell’anima – oltre che del corpo – e della negazione del diritto all’esistere di chi non è funzionale al sistema o, peggio, da esso si allontana. Una colpa che va prontamente e quanto più duramente punita!

Quel David sarebbe stato, allora, un atto dovuto, da parte del Cinema e della corporazione degli intellettuali, che tra l’altro nulla avrebbe inficiato anche sul versante della mera considerazione estetica e formale.

Sulla mia pelle, infatti, non è solo un film eticamente e politicamente importante, ma è anche un’opera di considerevole fattura estetica, e di pregevole qualità visiva, oltre che capace di trasferire, sul piano delle immagini, l’assunto filosofico e direi altamente democratico che sottende il film. Un assunto di denuncia e di libertà. Il che, non è certo cosa da poco, in un cinema italiano asfittico e deprimente sul piano dei contenuti.

Una pellicola, quella di Cremonini, come ebbi a scrivere proprio qui su Contropiano, «agghiacciante e struggente, intensa e tragica; furente, come uno squarcio su una tela di Brugel; urticante e penetrante, come una spada che buca la carne e rompe le vene; mortificante, essenziale, incazzata, lucida, anti retorica, coraggiosa. Ma soprattutto una pellicola necessaria, sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi». Sulla mia pelle disegna infatti il Calvario di un Cristo contemporaneo e capovolto, perso nelle lande, ghiacciate e indifferenti, della violenza. Violenza impersonale della Legge. Violenza corporale dello Stato.

Ci sarebbe voluto, quindi, un atto di coraggio intellettuale da parte della giuria e dell’Accademia del David. Un atto di coraggio e di sfida ad un potere e ad un sedicente stato democratico, sempre più elitari e classisti; sempre più securitari e repressivi; sempre più violenti verso la marginalità sociale e sempre più avvezzi all’esclusione di coloro che non sono ritenuti compatibili con il sistema. Un Potere ed uno Stato fondati sulla punizione, la vendetta e la galera. Un Potere ed uno Stato dove la condanna morale del peccatore e del reo può essere estinta solo tramite la genuflessione ipocrita di questi all’Istituzione legale e totale.

Un’entità quasi metafisica, dispensatrice di indulgenze attraverso i suoi più fedeli sacerdoti, laddove la vocazione autoassolutoria dalla trasgressione e violazione degli altrui diritti, sembra promanare addirittura da una Legge superiore. Quella di una Democrazia Assoluta, fondata su un’investitura divina che consente allo Stato – e a chi ne gestisce l’apparato ideologico – di percepirsi e comportarsi come un padre/padrone, una divinità intangibile e infallibile, nel suo delirio di autoreferenziale appartenenza di casta!

Purtroppo, gli intellettuali e gli artisti italiani confermano, invece, ancora una volta, la loro untuosa subalternità al Sistema, allo Stato, al Potere, che li protegge e li coccola fintantoché non si spingono oltre un compromissorio patto di non aggressione, non consentendosi di esercitare fino in fondo quel pensiero critico che pure dovrebbe essere la loro prerogativa. Mentre riaffermano così, quasi pervicacemente, la loro vocazione al conformismo e la loro adesione ad una cultura gastronomica – per dirla con Bertolt Brecht – ancorché linguisticamente raffinata, densa di significati e di risvolti sociali, non priva di poesia e pur capace di mordere politicamente. Come in Dogman, appunto.

Il David a Sulla mia pelle avrebbe pertanto rappresentato – secondo il mio, come sempre, opinabilissimo parere – una salutare inversione di tendenza e un segnale di risveglio delle (da tempo) assopite coscienze. Un segnale seppur minimo, lanciato dal cinema e dall’intellighenzia italiani, alla volta della sempre più reazionaria e conformista ideologia dominante all’interno della nostra penisola.

Seppur va evidenziato come, in una più vasta dimensione globale, ci si scontri con una sovrastruttura ideologica, oserei dire ormai totalitaristica, che plasma le ricche società occidentali a modello neoliberista, a composizione liquida – come diceva Baumann – e linguisticamente/simbolicamente talmente polisemiche da smarrire anche il senso profondo di sé e della stessa cognizione di una realtà a-finalisticamente reinterpretabile.

Una sovrastruttura totalitaristica di cui, riplasmandone il concetto – espresso da Walter Benjamin in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – sui rapporti di produzione e di potere interni alle nostre società, possiamo senz’altro affermare che agisca sull’Arte, i suoi codici e le sue strutture linguistico/semantiche, recidendone il legame autentico, profondo, con la vita quotidiana e con le condizioni concrete dell’esistenza, alterandone, perciò, la percezione da parte delle persone comuni.

I totalitarismi, infatti – affermava Benjamin – utilizzano l’esperienza artistica come strumento di controllo delle masse, attraverso un'”estetizzazione della politica”. Mentre più nuclearmente, diremmo noi anche recuperando Debord, che nelle società contemporanee, più complesse e penetrate da un altissimo tasso di pervasività mediatica e comunicativa, nonché da una composizione proteiforme di linguaggi, codici, enunciati, messaggi, visioni, è “l’estetizzazione dell’ideologia del Capitale” a farsi esperienza artistica.

L’esperienza estetica, insomma, viene strumentalizzata come forma di comunicazione non razionale ma carismatica, individualistica, eroica, fondata sul protagonismo purché sia, anche in senso negativo, per coinvolgere e massificare la folla.

Sulla mia pelle sembra andare, invece, in una direzione diametralmente opposta, ristabilendo proprio quel legame autentico, profondo, con la vita quotidiana e con le condizioni concrete dell’esistenza, di cui si parlava prima. Più che all’estetizzazione e all’emotività, mira ad un sussulto straziante dell’intelligenza e della coscienza, attraverso cui possa costruirsi, auspicabilmente, pensiero critico. Un film in sottrazione, quello di Cremonini, mai enfatico ed essenzialmente anti-retorico. Anche per questo andava premiato con la statuetta per il Miglior film. È mancato, invece, ancora una volta il coraggio.

Dogman, dunque, ha senz’altro meritato. Ma io ho paura di morire democristiano!

Fonte