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21/06/2026

La guerra alla Russia e i ras del nazigolpismo di Kiev

Promozione dell’industria di guerra. Réclame dei prodotti del complesso militare-industriale di mezza Europa e, di concerto, pubblicità del “crescente potenziale” bellico ucraino, di contro alla “catastrofica situazione” di una Russia che non solo non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno della capitale, ma sta perdendo sempre più soldati, come “certificato” dal ministro nazista della guerra Mikhail Fëdorov e come “provato” dai torquemadisti de Linkiesta, secondo i quali sarebbero «centinaia di migliaia» i militari russi «provenienti dalle regioni più povere, eliminati ancor prima di arrivare al fronte».

Ormai siamo (saremmo) in dirittura d’arrivo: Moskva non ha più speranze, è allo stremo, mentre l’avamposto della democrazia liberale europea è in procinto di assestare il colpo finale al Cremlino.

Sì, perché, dicono gli inquisitori pannelliani, ora «la guerra è arrivata a venti chilometri dal Cremlino, nel pezzo di Russia che il Putin deve tenere al riparo a ogni costo, per non collassare».

Come mai? La risposta è ovvia per qualunque filisteo liberale che si rispetti: in Russia c’è un dittatore – la teologia liberale, cui è estranea ogni concezione di classe e di rapporti tra le classi, non concepisce (o sa dipingere) altro che “un dittatore”, uno “zar”, mentre qualsiasi rappresentante della classe borghese nelle libere democrazie liberali è per ciò stesso un apostolo della fede – e il «patto non scritto tra il dittatore e i suoi sudditi è brutale, come in tutti i regimi: voi rinunciate alla libertà, io vi garantisco sicurezza. I russi sono ammutoliti da oltre vent’anni».

L’inferno in terra; che diventa paradiso solo quando si assicurano i lettori che in Russia ci siano così tante voci contrarie al regime, che i giornali europei non hanno sufficiente spazio per divulgarle tutte.

Ma qui viene il bello: dopo il massiccio attacco ucraino su Moskva, “lo zar” non è più in grado di «assicurare ai suoi cittadini che la guerra resterà fuori dal centro del potere». Che importa? Si è appena assicurato il lettore che i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni»; dunque, il problema è risolto alla radice.

Resta il fatto che, come ha dichiarato il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, i cittadini russi devono provare sulla propria pelle l’effetto dei bombardamenti sulle città e dovrebbero costringere “il dittatore” a dimettersi o, se del caso, convincere qualcuno della cerchia politica più ristretta o delle oligarchie finanziarie a “eliminarlo dalla scena”. Ma, i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni» e allora con che voce si faranno sentire?

Forse con quella dei media di regime italici, che fanno da megafono alle figure più in alto nella scala gerarchica della junta nazigolpista. Ecco allora che il Corriere della Sera offre spazio a una delle ugole del regime di Kiev, il “consigliori” presidenziale Mikhail Podoljak, che ribadisce il concetto caro alla liberaldemocrazia europeista: avanti con la guerra, perché è solo colpa di Moskva se non si può «passare a un processo negoziale realistico».

E allora, di fronte alla “volontà bellicista” russa, Kiev «non farà altro che intensificare i suoi attacchi sul territorio russo». Che, del resto, è quanto è stato ordinato a Zelenskij in più di un’occasione, non ultima quella del vertice G7 a Evian.

«La situazione è cambiata drasticamente», assicura Podoljak, e su tutti i fronti, sia sul campo di battaglia, sia nelle retrovie delle forze di occupazione, sia all’interno del territorio russo. Kiev, proclama il “consigliori”, riesce a colpire la «logistica russa, i terminal petroliferi, le raffinerie, gli impianti militari».

Il messaggio è chiaro: «se Mosca non accetterà un processo negoziale realistico e non porrà fine alla fase attiva della guerra, l’Ucraina aumenterà ulteriormente la pressione sulle infrastrutture che permettono alla Russia di continuare il conflitto».

Il medesimo messaggio viene lanciato anche a Bruxelles: per accrescere «ulteriormente la pressione», Kiev ha bisogno di ricevere ancora più armi e soldi; le industrie di guerra europee potranno vantare crescenti profitti con le aumentate esigenze di materiale bellico.

Questo da un lato; dall’altro, il copione che le cancellerie europee hanno affidato al nazista Podoljak perché lo mandi a memoria: «L’Europa oggi appare molto più assertiva e molto più consapevole delle conseguenze che un esito negativo della guerra avrebbe per il continente... Per questo deve essere un attore di primo piano in qualsiasi processo negoziale. Ma non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa».

Il famoso “vallo europeo” contro i “barbari asiatici”, tanto decantato dai tempi in cui a fare da presidente nell’Ucraina golpista era Petro Porošenko e primo ministro era il banchiere Arsen Jatsenjuk. L’Ucraina quale avamposto della guerra europeista contro la Russia; piazzaforte e poligono della sperimentazione delle nuove armi sfornate dalle industrie di mezza Europa e affidate all’uso da parte dei centri operativi ucraini, braccio operativo degli specialisti militari della NATO che dirigono le operazioni di bombardamento.

Il “consigliori” nazigolpista conclude la propria crociata affidando al Corriere della Sera il ritornello secondo cui «senza coercizione della Russia non ci saranno veri negoziati. Aspettarsi la buona volontà di Putin è un’illusione. Servono sanzioni più dure, soprattutto contro petrolio e gas, più armi a lungo raggio, più difesa antiaerea, più coordinamento tra Europa, Ucraina e Stati Uniti». Amen.

Dunque, più Europa, dice il “consigliori”, copiando i pannelliani di casa nostra, come se davvero quella sia la “via della pace”.

Il fatto è che, Europa o UE, è da tempo che le cancellerie europee e europeiste hanno scelto la strada della guerra, proclamandone sfacciatamente anche le scadenze. Ora, per accennare a un singolo passo, si dice che alla fine del maggio scorso, Vladimir Zelenskij avrebbe consegnato al magnate russo Roman Abramovic un messaggio, indirizzato a Vladimir Putin, contenente, pare, imprecisate “proposte di pace”.

L’incontro con Abramovic era stato confermato dallo stesso Zelenskij e ne aveva scritto anche il Financial Times, citando addirittura quattro fonti.

L’economista russo Serghej Bogacëv dice che a fare da intermediario per l’incontro sarebbe stato il capo della frazione parlamentare “Servitore del popolo” David Arakhamija, in passato partecipante a incontri bilaterali russo-ucraini, come quello, ad esempio, a Istanbul nel 2022, mandato all’aria da Boris “Macbeth” Johnson.

Ora, secondo Bogacëv, non appena le voci sull’incontro Zelenskij-Abramovic e sul presunto contenuto del messaggio da trasmettere a Moskva sono giunte all’intelligence britannica, Londra ha immediatamente iniziato a opporsi.

Ricordando l’attacco terroristico al dormitorio studentesco a Starobel’sk, l’economista russo ha sottolineato che non è stato un caso che qualcuno abbia trasmesso agli ucraini le coordinate per l’attacco: «chiaro che quando vengono assassinati giovani uomini e donne, la Russia non discuterà di nulla con Zelenskij, quale Comandante supremo delle Forze armate ucraine. I negoziati sono stati interrotti» prima ancora di cominciare.

Più o meno la stessa successione della messinscena a Bucha nel 2022 e anche, a guardar bene, del massiccio attacco di droni su Moskva, immediatamente successivo al via libera accordato a Kiev nel summit di Evian. In quest’ultimo caso, si è trattato di una prestazione dimostrativa, afferma Vasilij Stojakin su Ukraina.ru: «man mano che cresce la militarizzazione dell’industria in Europa (siamo consapevoli che l’Operazione speciale è finita da tempo e c’è invece una guerra con l’Europa?), tali prestazioni diventeranno la norma e, oltre ai droni con modeste capacità di combattimento, verranno sempre più utilizzati missili da crociera, indistinguibili nelle loro caratteristiche dalle attuali armi della NATO».

Non è ormai più un segreto che l’Ucraina si trovi in una posizione molto meno vulnerabile rispetto alla Russia, dato che si limita ad assemblare le componenti fornite dalle industrie europee e lo fa servendosi di infrastrutture parzialmente smantellate e decentralizzate. I danni all’Ucraina sono causati principalmente da attacchi alle infrastrutture di trasporto ed energetiche.

Le immagini della raffineria di petrolio di Moskva in fiamme, osserva Stojakin, si sono rivelate un ottimo spunto al vertice del G7 per la presentazione dell’azienda “ucraina” Fire Point, produttrice del missile “Flamingo” (il FP-5 ucraino è praticamente la copia del FP-5 prodotto dall’impresa britannico-emiratina Milanion) e per la dichiarazione di Zelenskij sul suo desiderio di pace. Bisogna ammettere che l’Ucraina sa come investire nelle pubbliche relazioni: sui media, tutto ciò appare più convincente di ogni attacco portato con gli “Orešnik” russi.

Ecco infatti che sui media di regime i ras della junta nazigolpista di Kiev vengono sempre presentati quali esponenti di una “libera democrazia europeista; rappresentanti di un “paese libero” aggredito da una “autocrazia”; gentiluomini che difendono i “valori europei” dall’aggressione di “barbari asiatici” che nulla hanno a che fare con “l’Europa”.

La fedeltà agli “ideali nazisti” da parte di quei ras che affamano il popolo ucraino e lo mandano al macello nell’interesse dell’Europa, viene ovviamente taciuta. Sono nazisti, ma la cosa, finché guerreggiano per noi, al nostro posto, non ci riguarda, si dice nelle cancellerie europee. L’importante è che siano dalla nostra (loro) parte.

Un po’ come succede, mutatis mutandis, a livello interno, quando l’intero arco liberal-borghese si “stringe a coorte” attorno ai “propri” fascisti, umiliati a livello planetario. È ancora il Corriere della Sera a riportare, tra le altre, le dichiarazioni della segretaria del PD Elly Schlein, secondo cui «Gli attacchi di Trump alla presidente Meloni sono inaccettabili e da respingere con forza, non accettiamo insulti rivolti al governo del nostro Paese».

Ipocriti: governo del “nostro paese” è l’esatta rappresentazione della visione liberale, aclassista, dei rapporti sociali, rapportata, nel caso specifico, a un governo che non perde occasione di esaltare le “passate glorie” della patria fascista.

Ipocriti. Se il soggetto che ha così “proditoriamente disonorato la patria” viene da terre lontane, allora i “patrioti” si stringono attorno al “vate” umiliato e offeso: «Chi schiaffeggia i nostri rappresentanti schiaffeggia l’Italia, non possiamo lasciarlo fare».

C’è una zuffa verbale tra due banditi; ma uno dei due è il “nostro” (loro) bandito e che importa che sia fascista. Anche oggi, come cent’anni fa, “non passa lo straniero” e il nostro cuore è tutto per la “nostra” presidente del consiglio.

Misero interclassismo liberale che si sbraccia per i “nostri”, siano essi nazisti di Kiev, rigorosamente “nostri” europeisti, o siano fascisti di casa, che militarizzano ogni aspetto della vita sociale in nome dei profitti del capitale. Liberalismo padronale.

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15/05/2023

Kiev minaccia: “se non ci date altre armi ci saranno attentati in Europa”

Sembra abbastanza chiaro che tutto l’Occidente neoliberista, dopo quindici mesi di guerra, stia cercando un’idea, una proposta, qualcosa che possa – se non mettere fine al conflitto in Ucraina – almeno fermare l’escalation. L’inferno nucleare è sempre meno sullo sfondo...

Possono aiutare in questo senso le mosse del Papa e quelle della Cina, anche se nessuno – nelle capitali euro-atlantiche – ammetterebbe mai pubblicamente che sta almeno “sperando” in un cessate il fuoco.

Le ragioni di questo tardivo “pacifismo”, come abbiamo altre volte ricordato, non sono affatto nobili, ma semplicemente “oggettive”.

Ci sono problemi seri nel rifornire di armi e munizioni l’esercito ucraino, con i paesi Nato ormai a corto di mezzi per una “guerra simmetrica” di vecchio tipo, dopo essersi specializzati in armamenti per quelle “asimmetriche”, ossia contro paesi debolissimi, in cui bastava bombardare dai cieli per qualche settimana e poi far avanzare truppe tutto sommato di piccola entità senza incontrare una immediata resistenza significativa.

Certo, poi iniziava ogni volta una guerra fatta di attentati, “piccole” azioni, con perdite anche importanti per le truppe imperiali, tanto che alla fine si cominciava il ritiro. Sia che gli obiettivi fossero stati raggiunti (parzialmente, come nei Balcani), oppure no (in Somalia, Iraq, Afghanistan, Siria, ecc.).

Soprattutto ci sono problemi seri per l’economia, specie quella europea, alle prese con una diversificazione obbligata dei rifornimenti energetici e dei mercati di sbocco per la propria produzione, visto il ginepraio inestricabile di “sanzioni” unilaterali che hanno finito per danneggiare quasi soltanto chi le ha proposte e imposte.

Inevitabile, dunque, che anche la giunta nazi-golpista di Kiev cominci a sentire in giro una certa aria di “disimpegno” dopo oltre un anno di giuramenti sull’“appoggio incondizionato fino alla vittoria” e mentre diventa intollerabile – soprattutto per la popolazione locale – una guerra impostata per continuare “fino all’ultimo ucraino”.

Un segnale importante del “malessere” – diciamo così – dei vertici di Kiev è stato ravvisato nell’intervista rilasciata pochi giorni fa da Mikhail Podolyak alla televisione di stato, in cui ha avvertito gli “alleati”: “Se l’Europa smette di fornire armi all’Ucraina, scoppierà una guerra in altri paesi. Il numero di attacchi terroristici in Europa aumenterà in modo significativo. In generale, in Europa non ci sederemo più nei ristoranti e non mangeremo più croissant in sicurezza”.


La formula è molto sintetica, sprezzante nei toni e nei termini (“non mangerete croissant in sicurezza” ricorda la solita Maria Antonietta del 1789...), ma non sembrano esserci molte interpretazioni possibili. Chi mai potrebbe cominciare a programmare attentati nei ristoranti europei – o in qualsiasi altro luogo di riunione della popolazione in genere – in seguito all’interruzione dei rifornimenti di armi all’Ucraina?

Non certo i jihadisti dell’Isis o di Al Qaeda, né qualsiasi altra sigla evocabile.

Quello di Podolyak è insomma un avvertimento diretto, brutale, persino troppo stupido – sul piano diplomatico e non solo.

Ma la logica nazistoide del “principale consigliere di Zelenskij” segue il percorso già tracciato da altri storici alleati dell’imperialismo statunitense, prima usati e spremuti, poi buttati via.

Vale la pena di ricordare che proprio Al Qaeda e Isis sono nate dai gruppi ampiamente sostenuti dagli Usa in Afghanistan e Iraq (e Siria) fin quando sono tornati utili. E che proprio quei gruppi terroristici hanno preso a colpire le metropoli occidentali una volta “scaricati” e sponsorizzati da altri competitor (Arabia Saudita in testa).

Ha un fondamento concreto la minaccia di Podolyak? Beh, si sa per certo – l’ha denunciato lo stesso Pentagono – che una quantità rilevante di armi, munizioni ed esplosivi “donati” a Kiev sono scomparsi senza arrivare mai al fronte. In parte sono “riapparsi” sul mercato nero, in parte devono essere stati immagazzinati in depositi “non ufficiali”.

Quanto ai “combattenti” che potrebbero mettere in atto le minacciate ritorsioni, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Milioni di profughi ucraini sono stati accolti e ospitati in tutta Europa. In mezzo a milioni di persone, la maggior parte delle quali certamente alla ricerca di una seconda vita in pace, non dovrebbe essere difficile trovare teste marce disponibili.

Già nei mesi scorsi, e non solo in diverse città italiane, si sono visti all’opera nazisti ucraini in aggressioni contro antifascisti.

Le minacce di Podolyak non sono insomma le solite fanfaronate di un regime in difficoltà militari ed economiche. Sono minacce circostanziate e “credibili”, per cercare di costringere gli “alleati” a rispettare i patti (segreti e palesi) sottoscritti a suo tempo.

Anche di questo, in poche parole, portano la responsabilità i governi occidentali e le forze politiche che ci hanno portato a questo punto. Anche per questo non c’è differenza tra Draghi, Meloni o Schlein.

Chi vuole la guerra al fianco di certi regimi porta già ora la responsabilità di ogni cosa che potrà accadere quando – inevitabilmente – prevarrà la pace, molto probabilmente senza che gli altisonanti obiettivi di Kiev siano stati raggiunti.

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25/02/2023

Guerra in Ucraina - Kiev minaccia anche gli “alleati tiepidi”

Da due giorni il governo ucraino ha inserito Silvio Berlusconi nella lista nera dei nemici dell’Ucraina redatta dal «Центр Миротворец» Centro “Peacemaker”.

E finire in quella lista può avere conseguenze sinistre. Almeno 180 persone schedate sono state uccise.

Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino cosi MINACCIA l’ex cavaliere, azionista di rilievo del governo in carica:

«Se non sei più attuale, è meglio non commentare poiché non riesci a capire neppure gli effetti che certe vicende possono avere SULLA SICUREZZA DELL’ITALIA».

A me interessa poco della vita e della salute del Caimano e, non essendo mai stato un sovranista, non mi preoccupano gli attacchi alla “sicurezza nazionale”.

Prendo atto che il governo ucraino è passato, dalla “richiesta” di aiuto, al tentativo di estorsione con minacce.

E prendo atto che il governo “più fascista e più patriottico” del dopoguerra, non riesce nemmeno a pretendere il rispetto dei suoi amici e beneficati.

La Giorgia non si illuda, nel fronte di guerra su cui è schierata, a lei non spetta il ruolo di generalissima ma quello ben più modesto di badante.

Messa lì per nascondere le incontinenze dei suoi alleati interni e cambiare il pannolone ai suoi amici esterni.

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