Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/08/2025

Gaza - centri aiuti della GHF sono trappole mortali

“I centri di distribuzione gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation (Ghf) e sostenuti dal governo degli Stati Uniti, sono diventati una trappola mortale.
Chiediamo che questo sistema letale venga immediatamente smantellato e sostituito con un meccanismo indipendente di distribuzione degli aiuti umanitari, sotto il coordinamento delle Nazioni Unite”
.

Lo scrive in un comunicato la presidente di Medici Senza Frontiere, Monica Minardi.

Il rapporto di MSF intitolato “Non sono aiuti umanitari, ma uccisioni orchestrate” riferisce che in sette settimane, tra il 7 giugno e il 24 luglio 2025, sono morte 28 persone, e 1.380 feriti, tra cui 71 minori, sono arrivati nelle cliniche di Medici Senza Frontiere di Al-Mawasi e Al-Attar, nel sud di Gaza, vicine ai siti della Gaza Humanitarian Foundation.

I minori avevano ferite da arma da fuoco, e 25 di loro avevano meno di 15 anni.

Un bambino di 12 anni era stato colpito da un proiettile all’addome, e 5 bambine, tra cui una di soli 8 anni, aveva una ferita da arma da fuoco al torace.

Non avendo alternative per procurarsi il cibo, le famiglie spesso sono costrette a mandare bambini e ragazzi, essendo gli unici della famiglia fisicamente in grado di affrontare il viaggio.

“Bambini colpiti al petto mentre cercano di procurarsi del cibo, persone schiacciate o soffocate dalla calca, intere folle brutalmente uccise da colpi d’arma da fuoco nei punti di distribuzione: nei quasi 54 anni di attività di MSF, raramente abbiamo assistito a simili livelli di violenza sistematica contro civili disarmati”, commenta Minardi.

“Ci appelliamo al governo italiano e al Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani – ha concluso la presidente di MSF – affinché questa inaccettabile situazione sia affrontata con determinazione nei rapporti diplomatici con il governo israeliano”.

Fonte: Ansa

P.S. Qualcuno ha sentito dire qualcosa da Tajani?

Fonte

25/08/2017

Piazza Indipendenza. La giunta Raggi se la cava così…ma Msf racconta un’altra versione


In effetti, c’è da restare senza parole... Specie dopo aver sentito come “un funzionario della questura” ha esortato i suoi uomini a spaccare braccia al grido di “devono sparire!”.

Il tutto è decisamente neonazismo, ma questa volta al sapore di demo-legalismo.

I lager li abbiamo già aperti, ora siamo passati ai rastrellamenti nei ghetti...

Link al video

Sono continuate per tutta la mattina le cariche alla stazione Termini. I rifugiati, accampati in strada dopo lo sgombero dell’edificio che occupavano dal 2013, hanno giudicato inaccettabili le proposte di sistemazione provvisoria giunte ieri dalle istituzioni.

Attorno alla stazione Termini è andata in scena una drammatica caccia all’uomo, con feriti (la maggioranza dei 13 soccorsi da Medici senza frontiere sono donne) e persone finite in ospedale. Un funzionario di polizia ha chiesto agli agenti di non dar tregua alle persone che si erano accampate in piazza dei Cinquecento. “Devono sparire, peggio per loro. Se qualcuno tira qualcosa spezzategli un braccio” ha detto.

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COMUNICATO STAMPA

Campidoglio, garantita prima assistenza a tutte le persone sgomberate in immobile via Curtatone

Roma, 24 agosto 2017 – In seguito allo sgombero delle persone ancora presenti nell’immobile di via Curtatone e nelle vie limitrofe, l’amministrazione capitolina si è attivata immediatamente per erogare assistenza e supporto a tutte le persone coinvolte. In particolare gli operatori della Sala Operativa Sociale (SOS) sono intervenuti garantendo priorità a tutte le fragilità: famiglie con minori, anziani non autosufficienti e disabili. Durante le procedure effettuate presso l’Ufficio Immigrazione della Questura, in via Patini, sono stati forniti viveri e bevande a tutti i presenti.

Nel complesso, all’interno dell’immobile privato, erano state censite 107 fragilità: 20 erano state prese in carico presso il circuito di assistenza capitolino nei giorni scorsi. Altri 28, di cui 9 minorenni, sono stati collocati oggi. Gli altri non hanno accettato le sistemazioni proposte ma continuano a ricevere tutta l’assistenza necessaria.

Nei mesi scorsi, nonostante ripetuti tentativi, per gli operatori della SOS non era stato possibile effettuare il censimento a causa dell’opposizione degli occupanti. Roma Capitale continuerà a mettere in campo tutti gli strumenti e le opzioni, come previsto dal decreto legge n. 14/2017 a propria disposizione per assistere le persone sgomberate dall’immobile di via Curtatone.

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Di avviso completamente diverso è invece l’equipe di MSF (Medici Senza Frontiere)

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COMUNICATO STAMPA MEDICI SENZA FRONTIERE

Sgombero Piazza Indipendenza: almeno 13 feriti tra i rifugiati

Roma, 24 agosto 2017 – Il violento sgombero attuato dalla polizia questa mattina, nel centro della città di Roma, ha provocato molti feriti tra un gruppo di 100 rifugiati, tra cui molte donne, anziani e disabili.

L’équipe di MSF sul posto ha trattato in poche ore 13 persone, la maggior parte donne.

“Abbiamo chiamato le ambulanze per cinque persone ferite. Altri avevano fratture e lacerazioni causate dai metodi coercitivi utilizzati dalle forze dell’ordine,” racconta Francesco Di Donna, Coordinatore Medico di MSF, presente in Piazza Indipendenza.

Gli operatori di MSF sono intervenuti direttamente dopo che una donna è stata colpita dal getto d’acqua di un idrante, è caduta e svenuta. “Non vi erano ambulanze sul posto al momento dei disordini”, prosegue Di Donna.

Le persone erano accampate in condizioni igieniche precarie e con accesso limitato ai servizi igienici da cinque giorni.

“E’ una vergogna che la mancanza di soluzioni abitative alternative abbia portato a una situazione di violenza. Urge garantire alle persone sgomberate un’alternativa dignitosa, a partire dai casi più vulnerabili”, dichiara Tommaso Fabbri, capo missione dei progetti di MSF in Italia.

La maggioranza delle persone assistite dall’équipe di MSF – presente da lunedì a Piazza Indipendenza per fornire supporto medico e psicologico alle persone che ne avevano bisogno – possiedono lo status di rifugiato. L’equipe di MSF era composta da un medico, due mediatori culturali e uno psicologo.

La foto è di Patrizia Cortellessa

Fonte

02/08/2017

Il “codice Minniti” mette fine alle Ong

Il “codice di condotta” imposto dal governo italiano alle Ong che prestano soccorso in mare è un mostro partorito dal ministero dell’Interno, con la fattiva collaborazione dell’Unione Europea («Chi firma il codice avrà l’assicurazione di poter accedere ai porti italiani, chi non firma non potrà beneficiare delle stesse rassicurazioni», ammette Natasha Bertaud, portavoce del Commissario per l’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos).

Gli unici effetti pratici saranno la riduzione dei salvataggi, dunque l’aumento dei morti in mare. Non siamo noi a dirlo, ma Medici Senza Frontiere, una Ong internazionale che non ha firmato il codice e ha inviato al ministro Minniti la lettera che più sotto riproduciamo.

Nel testo si critica nel merito, senza alcuno svolazzo “ideologico”. Il divieto di trasbordo da nave a nave, per esempio, colpisce soprattutto le navi più piccole; ossia quelle che hanno massa e potenza sufficiente per “stabilizzare” un barcone e gommone, sottraendolo alla deriva o all’affondamento, ma non la possibilità di ospitare a bordo tutte le persone soccorse. Se queste navi dovessero invece far questo e poi dirigersi verso il porto italiano più vicino, dovrebbero lasciare un po’ di gente in mezzo al mare e comunque ridurre la loro presenza nelle zone critiche (facendo la spola con i vari porti).

Anche per quanto riguarda la presenza obbligatoria di soldati o poliziotti armati a bordo delle navi, Msf fa notare che questo contravviene – sì – al principio no weapons che caratterizza l’organizzazione; ma anche che questo principio ha motivazioni estremamente pratiche, operative. Se dovesse essere accettato con lo Stato italiano, tutti gli Stati in cui Msf opera si sentirebbero autorizzati a fare lo stesso, compromettendo la stessa funzione dei medici impegnati. Non a caso, nel “codice” si prevede espressamente che il personale delle Ong “contribuisca attivamente alla raccolta di elementi utili ad attività di polizia e investigative”. Trasformando così volontari del salvataggio di vite umani in organi sussidiari delle polizie. Cosa potrebbe accadere in zone dove c’è una guerra? Chiunque comandi in un certo territorio si sentirebbe autorizzato a chiedere ai medici di Msf di “collaborare” nell’identificazione di nemici tra i feriti, mettendo così fine alla neutralità di quella e di tutte le altre organizzazioni similari (da Emergency in giù).

Bisogna dire che nella posizione di Msf non c’è nulla di sorprendente. Anche nella legislazione italiana, per esempio, gli agenti di polizia sono presenti all’ingresso dei pronto soccorso (con l’ovvia funzione di verificare se un ferimento o un malore sia o no conseguenza di un reato), ma ogni medico ha il potere di impedire loro di assistere alle visite, agli esami diagnostici o alle operazioni.

Da parte nostra possiamo solo aggiungere che il “codice Minniti” contribuisce definitivamente a chiarire natura e funzione delle varie Ong. Proprio la lettera di Msf, infatti, mette a punto il criterio oggettivo di questa distinzione tra chi è davvero “non governativo” e chi semplicemente fa finta di non esserlo, ma si mette a disposizione dei poteri di qualsiasi Stato nel cui territorio si trovi ad operare. Di fatto, con la filosofia di questo codice non potranno più esistere ed operare organizzazioni umanitarie indipendenti. (A chi oppone l’esempio di “Save the children”, che invece ha firmato, suggeriamo di leggersi la composizione del consiglio di amministrazione di questa presunta Ong, che potere vedere qui)


E’ una distinzione che avevamo ben chiara anche prima, naturalmente, ma ora diventa “oggettiva”, universale, lampante per tutti. Ed è una distinzione che ripercorre la storia ultraventennale del cosiddetto “terzo settore”, apparentemente (o parzialmente) indipendente e sussidiario rispetto all’apparato pubblico, in realtà “privato sociale” sussidiato per facilitare lo smantellamento del welfare.

Una critica esagerata? Beh, dopo Buzzi e Carminati...

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Gent.mo – Marco Minniti – Ministro dell’Interno


Gentile Ministro,

Le scriviamo per comunicarle la risposta di Medici Senza Frontiere (MSF) al suo invito a firmare il Codice di Condotta predisposto dal Ministero dell’Interno in consultazione con la Commissione Europea.

Ancor prima di entrare nel merito, ci preme innanzitutto ribadire l’apprezzamento della nostra organizzazione per l’esemplare ruolo svolto dall’Italia nel salvare centinaia di migliaia di vite lungo la pericolosa rotta del Mediterraneo centrale. In questi anni complicati, il disfunzionale sistema di asilo dell’Unione Europea e una risposta insufficiente da parte degli altri Stati membri hanno fatto ricadere sulle sole autorità italiane sfide importanti, che avrebbero meritato ben altra attenzione da parte della comunità europea e internazionale.

Anche a partire da queste considerazioni, MSF ha scelto di partecipare alla discussione sul Codice di Condotta con un approccio assolutamente aperto e costruttivo. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di garantire il miglior coordinamento possibile tra tutti gli attori coinvolti, contribuendo al tempo stesso a rimuovere ogni elemento di dubbio e sospetto sugli obiettivi e le modalità di lavoro delle organizzazioni umanitarie impegnate nel soccorso in mare.

Nel corso delle ultime settimane, abbiamo condiviso con il suo Ministero una serie di preoccupazioni sul Codice di Condotta, richiedendo chiarimenti su temi specifici e sollecitando emendamenti sostanziali che ci avrebbero messo nelle condizioni di poter firmare il documento. Dopo un’attenta valutazione della versione conclusiva del Codice, riconosciamo che sono stati fatti sforzi significativi per rispondere ad alcune delle osservazioni presentate da MSF e dalle altre organizzazioni. Tuttavia alcune delle preoccupazioni e richieste che abbiamo indicato nella lettera del 27 luglio scorso sono state lasciate senza risposta. Le linee di riferimento e l’impianto generale del Codice – dobbiamo dirlo con chiarezza – sono rimasti sostanzialmente immutati. Per questa ragione, con dispiacere e dopo attenta considerazione, riteniamo che allo stato attuale non sussistano le condizioni perché MSF possa sottoscrivere il Codice di Condotta proposto dalle autorità italiane.

Ben consapevoli del rilievo e delle possibili conseguenze di questa nostra decisione, vorremmo cogliere questa opportunità per spiegare apertamente e con maggiore dettaglio alcune delle motivazioni che ne sono alla base.

Abbiamo sempre sottolineato che l’attività di ricerca e soccorso (SAR) in mare ha il solo obiettivo di salvare vite in pericolo e che la responsabilità di organizzare e condurre questa attività risiede innanzitutto nelle istituzioni statali. L’impegno di MSF e delle altre organizzazioni umanitarie nelle attività SAR mira anzitutto a colmare un vuoto di responsabilità lasciato dai governi: auspichiamo che questo vuoto sia solo temporaneo e da tempo chiediamo agli Stati membri UE di creare un meccanismo dedicato e proattivo diricerca e soccorso che integri gli sforzi compiuti dalle autorità italiane. Dal nostro punto di vista, il Codice di Condotta non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso.

Al contrario, riteniamo che per la formulazione ancora poco chiara di alcune parti, il Codice rischi nella sua attuazione pratica di contribuire a ridurre l’efficienza e la capacità di quel sistema. Ci riferiamo in modo specifico all’impegno richiesto alle navi di soccorso di concludere la loro operazione provvedendo allo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro di destinazione, invece che attraverso il loro trasbordo su altre navi. Fatte salve le circostanze straordinarie indicate nel Codice, questa modalità di organizzazione delle operazioni riduce la presenza di assetti navali nell’area SAR e comporta aggravi non necessari alle navi di soccorso non predisposte per operare regolarmente i trasferimenti a terra delle persone. Nell’esperienza degli ultimi due anni, le navi più piccole hanno spesso fornito un contributo essenziale alle operazioni SAR, stabilizzando i barconi in difficoltà in attesa che navi più grandi provvedessero al soccorso e all’imbarco dei naufraghi. Le nostre unità navali sono molto spesso sopraffatte dall’elevato numero di barconi che si trovano contemporaneamente in stato di difficoltà, e la vita e la morte in mare è una questione di minuti. Il Codice di Condotta mette a rischio questa fragile equazione di collaborazione tra diverse navi con diverse capacità, comportando il rischio effettivo che le navi più piccole siano costrette ad abbandonare frequentemente la zona di ricerca e soccorso e, nel medio periodo, addirittura a cessare di operare.

Il Codice sembra poi ricercare il coinvolgimento di altri governi nel meccanismo di soccorso in mare, in particolare per l’impegno a informare immediatamente le autorità dello Stato di bandiera e a coinvolgere l’MRCC più vicino alla zona in cui si verifica un evento SAR. Fino ad oggi abbiamo lavorato sotto l’esclusivo coordinamento dell’MRCC di Roma, riconoscendo in ogni circostanza la più assoluta efficienza e dedizione. Abbiamo richiesto garanzie che l’obbligo di coinvolgere altri MRCC non avrebbe comportato rallentamenti nelle operazioni di soccorso e nella determinazione del luogo sicuro in base agli accordi internazionali. I cambiamenti apportati a questo impegno nella versione definitiva del Codice non rispondono sufficientemente a questa richiesta e poiché la non chiara assegnazione delle responsabilità tra gli MRCC attivi nell’area ha in passato provocato tragedie, questa rimane per MSF una preoccupazione cruciale.

Abbiamo infine esaminato le disposizioni del Codice alla luce dei nostri principi umanitari di indipendenza, imparzialità e neutralità. La presenza a bordo di funzionari di polizia armati è contraria alla politica “no- weapons” che applichiamo rigorosamente in tutti i nostri progetti nel mondo. È per noi anche una questione di sicurezza e per questa ragione ne richiediamo il rispetto sia agli eserciti e alle forze di polizia che ai gruppi armati e alle milizie di ogni tipo. Mentre la nuova versione del Codice garantisce che le attività umanitarie non saranno ostacolate dalla presenza di funzionari di polizia a bordo delle nostre navi, si richiede ancora alle nostre équipe di contribuire attivamente alla raccolta di elementi utili ad attività di polizia e investigative, e questo costituisce una distorsione sostanziale della nostra missione. Il Codice non fa poi alcun riferimento ai principi umanitari e alla necessità di mantenere la più assoluta distinzione tra le attività di polizia e repressione delle organizzazioni criminali e l’azione umanitaria, che non può essere che autonoma e indipendente.

Il rigoroso rispetto dei principi umanitari riconosciuti a livello internazionale è per noi un presupposto irrinunciabile. Essi rappresentano la sola garanzia di poter accedere, quasi ovunque nel mondo, alle popolazioni in stato di maggiore necessità, assicurando allo stesso tempo ai nostri operatori un sufficiente livello di sicurezza. Ogni compromesso su questi principi è potenzialmente in grado di ridurre la percezione di MSF come organizzazione medico‐umanitaria effettivamente indipendente e imparziale.

Siamo più che convinti che di fronte a queste motivazioni, così vitali per un’organizzazione come la nostra, anche lei comprenderà la responsabilità della posizione netta e rigorosa che abbiamo scelto di assumere, in una circostanza in cui è elevato il rischio che venga fraintesa o male interpretata dalle autorità e dall’opinione pubblica. Non è la prima volta che ci accade, temiamo non sarà l’ultima.

A queste osservazioni si aggiungono le preoccupazioni che già abbiamo condiviso con lei sulla drammatica situazione in Libia. Le persone di cui ci prendiamo cura nei centri di detenzione intorno a Tripoli e quelle che soccorriamo in mare condividono le stesse vicende di violenza e trattamenti disumani. Le strategie messe in atto dalle autorità italiane ed europee per contenere le partenze dalle coste libiche sono, nelle circostanze attuali, estremamente preoccupanti. La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare. Ovviamente le attività di ricerca e soccorso non costituiscono la soluzione per affrontare i problemi causati dai viaggi sui barconi e le morti in mare, ma sono necessarie in assenza di qualunque altra alternativa sicura perché le persone possano trovare sicurezza. Contenere l’ultima e unica via di fuga dallo sfruttamento e dalla violenza non è dal nostro punto di vista accettabile. Anche per questa ragione, il recente annuncio dell’operazione militare italiana nelle acque libiche costituisce un elemento di ulteriore preoccupazione che ci ha confermato la necessità di segnare l’assoluta indipendenza delle nostre attività di soccorso in mare dagli obiettivi militari e di sicurezza.

Nel comunicare la nostra impossibilità a sottoscrivere il Codice di Condotta nell’attuale formulazione, intendiamo confermare pubblicamente che tutte le operazioni di MSF in mare si sono sempre svolte sotto il coordinamento dell’MRCC e in piena conformità alle norme vigenti, nazionali e internazionali. Allo stesso tempo comunichiamo la nostra intenzione di continuare a rispettare quelle disposizioni del Codice che non sono contrarie ai punti sopra illustrati, tra cui quelle relative alle capacità tecniche, alla trasparenza finanziaria, all’uso dei trasponder e dei segnali luminosi. Confermiamo inoltre l’impegno a coordinare ogni nostra iniziativa con l’MRCC e anche a garantire l’accesso a bordo di funzionari di polizia giudiziaria, secondo quanto sopra espresso, così come la collaborazione costruttiva con le autorità italiane, nel pieno rispetto degli obblighi di legge.

Nel restare a completa disposizione per discutere con maggiore dettaglio la nostra decisione, le confermo la volontà di MSF di proseguire la collaborazione con il suo Ministero per contribuire a migliorare il coordinamento e l’efficacia delle operazioni di ricerca e soccorso in mare.

In fede,
Gabriele Eminente
Direttore Generale Medici Senza Frontiere Italia

Fonte

17/08/2016

Yemen, i crimini silenziosi di Riyadh

di Michele Paris

Il bombardamento dell’ospedale di Medici Senza Frontiere (MSF) in Yemen il giorno di Ferragosto è stato l’ennesimo crimine di guerra commesso dalla “coalizione” militare guidata dall’Arabia Saudita in questo paese. Come ha spiegato l’organizzazione umanitaria francese, le coordinate GPS della struttura erano state comunicate chiaramente a tutte le parti impegnate nel conflitto, così che la strage che ha prodotto almeno 11 vittime e una ventina di feriti è quasi certamente da considerarsi deliberata.

Le forze armate saudite e i loro alleati sono invischiati da quasi un anno e mezzo in una guerra sanguinosa per reinstallare il presidente-fantoccio dello Yemen Abd Rabbu Mansour Hadi. Quest’ultimo e il suo governo erano stati costretti alla fuga in seguito all’avanzata dei “ribelli” Houthi sciiti che chiedevano una maggiore partecipazione dei rappresentanti della loro etnia nel governo del paese.

Quella che era stata lanciata come una guerra di breve durata  si è trasformata ben preso in un pantano segnato da migliaia di vittime civili, ma anche da perdite talvolta pesanti per i sauditi. Riyadh considera di importanza fondamentale la presenza di un regime favorevole ai propri interessi nel vicino Yemen. La presa del potere da parte degli Houthi, collegati da Riyadh in maniera sbrigativa all’Iran, ovvero l’arcinemico regionale dell’Arabia Saudita, era stata vista perciò con estremo allarme nel regno sunnita, dove è oltretutto presente una forte e inquieta minoranza sciita.

La guerra in Yemen ha finora causato, secondo le stime ufficiali, quasi 7 mila morti tra la popolazione civile, mentre i bombardamenti della “coalizione” internazionale hanno distrutto gran parte delle infrastrutture civili - inclusi ospedali e scuole - di quello che già in tempo di pace era il più povero dei paesi arabi.

Le bombe saudite hanno spesso preso di mira in maniera deliberata obiettivi di nessuna importanza militare, al preciso scopo di terrorizzare e piegare la resistenza della popolazione e, in particolare, degli appartenenti alla minoranza sciita.

Portavoci di MSF hanno ricordato come la distruzione lunedì dell’ospedale situato nella provincia settentrionale di Hajjah abbia seguito altri tre episodi di questo genere che avevano interessato strutture gestite dalla loro organizzazione in Yemen dall’inizio della guerra. Solo due giorni prima, le forze saudite avevano inoltre ucciso dieci studenti di una scuola nella provincia settentrionale di Saada, controllata dagli Houthi.

Le immagini delle macerie e delle vittime del più recente bombardamento sono state riportate dai media di tutto il mondo e hanno spinto il regime saudita ad aprire un’indagine per fare luce sull’accaduto. Come nei casi precedenti, tuttavia, l’iniziativa non darà alcun esito. La distruzione di un altro ospedale di Medici Senza Frontiere lo scorso mese di ottobre venne ad esempio giustificata dai sauditi con l’utilizzo della struttura come base militare da parte dei “ribelli” Houthi.

Mentre le vere o presunte operazioni contro i civili da parte delle forze russe o del regime di Damasco in Siria vengono duramente condannate da governi e media in Occidente, i crimini ben documentati dell’Arabia Saudita in Yemen sono tutt’al più oggetto di blandi comunicati che invitano alla cessazione delle ostilità e a cercare di risparmiare gli obiettivi civili.

Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno peraltro condannato più volte i crimini commessi da entrambe le parti in guerra. Secondo le Nazioni Unite, però, le forze guidate dall’Arabia Saudita sono responsabili della maggior parte delle vittime civili in Yemen, tra cui più del 60% dei bambini uccisi dall’inizio del conflitto.

Se le responsabilità del massacro di lunedì in Yemen sono da attribuire interamente al regime saudita, non vanno dimenticate quelle degli Stati Uniti e degli altri governi che appoggiano sostanzialmente la guerra in questo paese. L’amministrazione Obama è con ogni probabilità preoccupata per i riflessi destabilizzanti del protrarsi delle operazioni militari saudite in Yemen. Tuttavia, Washington continua quanto meno a garantire appoggio logistico e assistenza a Riyadh nell’individuare i bersagli da colpire in territorio yemenita, senza contare le massicce forniture di armi.

Gli Stati Uniti operano inoltre da anni un programma di bombardamenti con i droni in Yemen, ufficialmente per eliminare affiliati ad Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), che ha fatto anch’esso un numero imprecisato di vittime civili.

La posizione americana spiega dunque il comunicato estremamente cauto emesso dal Dipartimento di Stato dopo la distruzione dell’ospedale di MSF. Non solo, la mancata condanna della strage del regime saudita dipende anche dal fatto che le stesse forze USA hanno commesso alcuni mesi fa un identico crimine a quello dell’alleato saudita.

A ottobre, cioè, un aereo da guerra americano aveva colpito una struttura dell’organizzazione umanitaria francese a Kunduz, in Afghanistan, uccidendo 42 civili innocenti. L’incursione era durata più di un’ora nonostante membri di MSF avessero contattato immediatamente il comando americano per chiedere di fermare i bombardamenti.

Anche in quell’occasione, l’indagine interna del Pentagono servì fondamentalmente a impedire che fosse fatta luce sulla verità e, come nel caso dei sauditi in Yemen, a sottrarre i responsabili da una più che legittima accusa per crimini di guerra.

Fonte

18/10/2015

Renzi, il diktat sull’Afghanistan

L’ordine amerikano – Renzi, il premier che non accetta “diktat da Bruxelles” lo riceve dalla Casa Bianca, anzi direttamente dal Pentagono per bocca del segretario alla Difesa statunitense Carter. Così appena Obama annuncia di lasciare uomini e armi in Afghanistan per tutto l’anno venturo, Palazzo Chigi rapidamente s’adegua. Settecentocinquanta militari italiani, tuttora in forza alla Resolute Support della Nato, resteranno sul suolo afghano. A fare cosa? Sicuramente a prendere ordini dal comando Usa prolungato d’un anno, tempo utile per investirne l’elezione presidenziale d’Oltreoceano. In una fase in cui si rimpasta la fisionomia geostrategica del Medio Oriente piccolo e grande, un disimpegno militare verrebbe giudicato dall’elettore statunitense medio come una resa a jihadisti e avversari in genere. Vantaggio che i Democratici non vogliono offrire ai Repubblicani. Il governo italiano fa da valletto a queste danze. Alla domanda su quali siano le prospettive del prolungamento della permanenza in Afghanistan nessuno degli strateghi di Washington risponde. Prendono tempo a vista.

Obiettivi falliti – Quel che appare evidente è l’inadeguatezza della costosissima struttura militare locale, sostenuta, assieme al governo della cosiddetta unità nazionale, dal Segretario di Stato Kerry. Due flop in un anno solo. La presunta normalizzazione afghana è una favola buona per la propaganda, i fatti dimostrano ben altro: tutte le province sono insicure, l’addestramento dell’ANF non riesce a creare reparti operativi e affidabili, il reclutamento (incentivato a suon di dollari) e le diserzioni si susseguono a ritmi costanti, vanificando gli impegni economici e spesso offrendo soldati e armi alla guerriglia talebana. A fare da pedoni in questa viziosa partita a scacchi ci sono pure i nostri militi, prevalentemente parà e carabinieri che operano a Kabul ed Herat. Gli altri centri della missione restano a Mazar-e Sharif, Kandahar, Laghman e dichiarano tutti un impegno “no combat” cioè non guerreggiante. Il termine risulta tale prevalentemente nelle belle risoluzioni dei summit. La realtà è un’altra e l’esempio sanguinoso è recente.

Crimini di guerra – Il bombardamento dell’ospedale di Médecins sans Frontières che ha prodotto morte di civili e distruzioni di strutture (peraltro sanitarie) veniva da una delle basi statunitensi in loco, quasi sempre “cinetiche”, come l’attuale linguaggio diversivo dei ministeri della Difesa definisce le operazioni offensive. A Kunduz la “cinetica” missilistica dell’AC 130 americano ha fatto 22 vittime e centinaia di feriti. MSF richiede un’indagine estranea ai soggetti coinvolti (US Army e ANF) classificando l’operazione come crimine di guerra. Ma tre giorni fa un tank americano è penetrato nell’area dell’ospedale colpito, dov’erano accumulati macerie e reperti successivi all’attacco, spianando ogni cosa nell’evidente intenzione di disperdere ogni possibile prova utile all’indagine. Con la presenza statunitense ogni tentativo d’inseguire la verità verrà vanificato. Perché questa è l’altra faccia dell’illegalità globale oggi presente in Afghanistan: il governo fantoccio di Ghani e i protettori occidentali uccidono, usurpano, corrompono assieme a warlords e talebani vecchi e nuovi.

Occupazioni definite missioni di pace – L’attuale sopruso attuato contro MSF è in linea con l’illegalità con cui vennero lanciati Enduring Freedom e missione Isaf, giuridicamente fuori da qualsiasi motivazione, compreso l’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, poiché rivolte a una nazione e un popolo estranei ad aggressioni e attentati. Non c’erano afghani nel commando che attaccò le Torri gemelle, né fu mai provata la presenza del saudita Bin Laden a Tora Bora, che comunque venne pesantemente bombardata, a due mesi dall’invasione dell’Afghanistan. Dal 7 ottobre 2001 la guerra privata voluta da G.W. Bush e proseguita da Obama, continua a vedere impegnati i partner europei, sebbene fra i grandi d’Europa la Francia abbia da due anni aggirato il pantano della presenza di proprie truppe e la Gran Bretagna lo mediti. Resiste una parte del partito conservatore, interessata a sostenere gli affari che imprese minerarie britanniche conducono sul posto.

Impegni e spese – L’Italietta è fuori da affari e geostrategie. Come storica “servitù militare” risponde ai comandi politici della Casa Bianca. Abbiamo ricordato l’impegno addestrativo rivolto alle truppe afghane, mentre gli uomini utilizzati da Unit Force 45 potranno essere mobilitati per le azioni più losche e feroci. Restano attivi anche i piloti della Task Force Air dislocati nelle basi emiratine di Al Bateen e Al Minhad. Prosegue anche la presenza di Eupol, missione di polizia per la sicurezza iniziata nel 2007. Scopo: consulenza e formazione per “soluzioni” ai loro problemi. I costi di Isaf hanno superato i cinque miliardi di euro, 750 milioni quelli delle missioni estere del 2013, saliti a 860 milioni per i primi nove mesi di quest’anno. In Afghanistan sono stati impiegati 120 milioni di euro per i militari, 85 per la logistica, 70 per la cooperazione (il cui finanziamento continua a essere agganciato a baschi ed elmetti). L’attuale annuncio renziano ha trovato in corsa 59 milioni di euro fino al 31 dicembre. Per i mesi restanti del 2016 la Finanziaria cercherà risorse.

Fonte

07/10/2015

La guerra Nato alle Ong sgradite

Scrive Gilles Dorronsoro, docente di Scienze Politiche alla Sorbonne, direttamente sulle pagine del quotidiano francese Libération, che il bombardamento dell’ospedale di Medecins sans Frontières di Kunduz “si mostra come un crimine di guerra legato alla pratica d’attacco dell’esercito americano rivolto alle stesse azioni umanitarie”. Le versioni palleggiate fra il comando Nato in Afghanistan e i portavoce del governo di Kabul si sono susseguite con fare contraddittorio. Una prima tesi parlava di errore, per la mancanza di segnalazioni e localizzazione dell’ospedale. Posizione immediatamente contraddetta dagli operatori umanitari, che facevano notare come ogni propria presenza viene segnalata a tutte le parti in conflitto, soprattutto a chi è organizzato in struttura militare stabile come lo sono gli eserciti. Peraltro il bombardamento, effettuato con caccia ad alta precisione di fuoco, è durato quasi un’ora, nonostante gli appelli telefonici rivolti dal MSF ai comandi americani. Una seconda tesi affermava la presenza all’interno del grande compound sanitario di guerriglieri talebani; i fatti l’hanno smentita, perché le vittime sono tutte civili (medici e infermieri) più i feriti ricoverati, fra cui tre bambini. Perciò afferma il professore “I bombardamenti ripetuti sono illegali rispetto a quanto previsto dal diritto internazionale e ignobili da un punto di vista morale”.

Quindi aggiunge una riflessione che avevamo anticipato giorni addietro “… in realtà c’è l’inquietante tendenza a criminalizzare l’intervento umanitario. L’ospedale è stato colpito perché curava anche i feriti talebani. Già a luglio s’era verificato un incidente diplomatico con le truppe afghane penetrate nella struttura, accusata di prestare cure agli insorti”. Secondo lo studioso ciò che si ha sotto gli occhi è un’estensione della linea politica bushiana, mai del tutto scomparsa nelle stesse decisioni dell’amministrazione seguente, unita alle pratiche militari statunitensi. “Essa non concede spazi e interventi umanitari protetti da leggi internazionali nelle zone di guerra. Tutti gli attori presenti diventano bersagli legittimi”. Tutto ciò appare come l’altro volto del terrorismo, chiosiamo noi, speculare a quello talebano o del Daesh, di chi odia le testimonianze, di cooperanti, volontari, giornalisti pena lo sgozzamento. Oppure li vuole ammansiti, come il cronista britannico “convertito” John Cantlie, l’altra faccia della tipologia del reporter embedded che racconta una nazione in conflitto dalla base Nato di Bagram o simili. Dorronsoro ricorda come “nel 2000 la casa Bianca lanciò una campagna contro la Croce Rossa Internazionale che denunciava le torture sui prigionieri, ritenendo tali denunce protettive nei confronti dei terroristi”. In più gli Usa hanno fatto delle Ong uno strumento di conquista e potere (elemento ben noto ai governanti locali e ai signori della guerra cooptati nelle istituzioni, beneficiari primi dei finanziamenti, ndr).

L’impunità a chi ha compiuto l’azione, a chi l’ha ordinata, a chi stabilisce certi protocolli comportamentali che hanno valenza eminentemente politica, è l’unica certezza che scaturisce dalla vicenda. L’inchiesta di cui il presidente Obama si fa portavoce è il classico fumo negli occhi che in ogni situazione geopolitica gli Stati Uniti propinano all’opinione pubblica internazionale. “In realtà gli americani rifiutano di riconoscere le proprie responsabilità - sostiene il docente parigino - e scommettono sulla velocità del cerchio mediatico per limitare il colpo politico dell’incidente. Né c’è nulla da attendersi dai governi europei, in virtù della loro dipendenza dagli Usa. Una possibile inchiesta delle Nazioni Unite, con risultati disponibili fra un mese, non spingerà l’esercito statunitense a mutare i suoi comportamenti”. In chiusura il professore lancia un accorato appello - a nostro avviso utopistico per quanto lui stesso ha dichiarato sulla linea dei governi occidentali - che comunque riportiamo: “Una comune presa di posizione di tutte le Ong che intervengono in contesti di guerra e un sostegno politico del Parlamento Europeo possono aumentare il costo politico del cecchinaggio operato dall’esercito statunitense verso le Ong. Ne va dei valori, della sicurezza, dell’umanità e finanche delle nostre libertà politiche”.

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06/10/2015

Afghanistan, la guerra che è sopravvissuta ai pacifisti

Chi ricorda la soporifera retorica di Bertinotti all'indomani dell'invasione in Afghanistan del 2001? L'acre sapore delle parole di circostanza ad uso elettorale? Era accaduto che Rifondazione, all'epoca, decise una entrata nei movimenti per fare un pieno di consensi da usare per trattare, con maggior forza rispetto al passato, con il centrosinistra. Andò così e Rifondazione, una volta al governo con Prodi, finì per sfarinarsi proprio sull'Afghanistan. Votando il rifinanziamento della missione militare, che da allora fino al 2011 produsse una cinquantina di morti. Sempre sotto la spinta dello stesso Bertinotti che, nel 2001, votò contro una guerra definita, nel discorso in parlamento, la “notte della politica” che comunque avrebbe portato ad una distruzione della Nato della quale “non saremo noi a piangere la fine”. Andò a finire come sappiamo ovvero che ad essere distrutta fu Rifondazione, che la Nato fu rifinanziata con i voti della sinistra che, alla prima scadenza elettorale visse una notte della politica, leggi bagno di sangue alle politiche, della quale non si è più ripresa. Mentre Bertinotti adesso fa l'intrattenitore nelle serate della Roma bene, intervistato a gettone per dire sempre la stessa frase: “il capitale ha vinto”.

Il punto vero però è che la guerra in Afghanistan è di gran lunga sopravvissuta a quel periodo. Come è sopravvissuta a un movimento che ha fatto grandi cortei, muovendo tanta etica, spegnendosi sempre prima, o molto prima, delle guerre che voleva evitare. L'invasione in Afghanistan è dell'autunno del 2001 ed è un effetto diretto dell'11 settembre, ed era stata pensata con più scopi:

a) dare una risposta immediata all'attentato alle torri gemelle, che andava trattato come un atto di guerra alla stregua di Perl Harbour;

b) spazzare via le basi di Al-Qaeda, responsabile dell'attentato, presenti in diverse parti nel paese;

c) liberarsi dei taliban che, dopo buoni rapporti degli anni precedenti, erano ormai ritenuti inaffidabili;

d) creare uno stato occidentalizzato al confine con l'alleato-non alleato Pakistan in modo da favorire gli amici di Washington nel paese, avvicinandosi all’Iran;

e) posizionarsi in tutta la nuova rete delle pipeline dell'epoca, il cui contenzioso sulla costruzione è alla base dell'attentato alle torri gemelle (come ricostruì Libération, mentre in Italia dominava la marea di cazzate complottiste, documentando le avvenute riunioni, e fratture tra governo americano e taliban sull'argomento prima dell'11 settembre);

f) legittimare lo stato di emergenza interno, ribadito dal Patriot Act del settembre 2001, utile per plasmare l'apparato militare industriale secondo le esigenze del nuovo secolo;

g) ribadire la leadership mondiale degli Usa incassando materialmente, in forma di appoggio politico e militare, la solidarietà ricevuta dopo l'11 settembre;

h) favorire la politica di tassi bassi della Federal Reserve come uscita dallo choc di borsa provocato dall'11 settembre, dopo lo scoppio dell'altra bomba: quella dei titoli tecnologici.

Curiosamente la guerra in Afghanistan è sopravvissuta anche alla bolla dei tecnologici e quelle successive compreso il grande botto Lehman Brothers. E sembra proprio in piena recrudescenza: la vicenda dei medici di MSF uccisi in un bombardamento di un ospedale (dove secondo la Nato si “nascondevano terroristi”) non è episodica anche se non ha suscitato enormi proteste. E’ un fatto legato alla battaglia di Kunduz, zona strategica dell’Afghanistan settentrionale, che infuria da mesi. Le forze occidentali, gli alleati più le truppe chiamate “esercito afghano” ovvero un governo che controlla un territorio poco più ampio della provincia di Roma, hanno provato a prendersi Kunduz. L’hanno invasa e ora stanno subendo la controffensiva dei talebani. Che, secondo diverse fonti, si sono ripresi una parte importante della città. Il bombardamento, che ha ucciso i medici di MSF, viene da questo scenario.

Non sarebbe male anche dare un’occhiata alle statistiche sui flussi di profughi. Dopo la Siria, la guerra dimenticata in Afghanistan fornisce il secondo grosso flusso di profughi verso l’Europa. Fonte Handelsblatt che, però, evita di ricordare il forte impegno militare tedesco nell’area, elemento di legame e di contrattazione, come di conflitto, tra le esigenze strategiche di Berlino e di Washington. Insomma un’area lontana, una guerra scomparsa finisce per produrre effetti “collaterali”, i profughi, della cui causa sembra persino essersi persa memoria.

Il rifinanziamento della guerra in Afghanistan, regalatoci dal voto di pacifisti da marcia arcobaleno come la Menapace, ci ha portato, come si sapeva, ad una guerra senza fine. Di cui, ogni tanto, vengono messi in discussione i costi, più quelli economici che quelli in vite umane, della missione. La vicenda dovrebbe ricordarci come l’opinione pubblica in sé, contraria nei sondaggi alla guerra afghana, possa contare davvero poco in questi casi. Ma dovrebbe aiutarci anche a ripensare il posizionamento geopolitico di questo paese. Nel 2016 sarà il quindicesimo anno di intervento italiano da quelle parti. Un inedito nella storia nazionale. Ci aspettiamo, quello si, come nei mesi scorsi una bella visita di Renzi in divisa. Anche qui caso unico di presidente del consiglio con le stellette, diluito nella noia e nella banalità di una propaganda a reti unificate che incontra l’indifferenza generale.

Redazione, 6 ottobre 2015

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05/10/2015

Afghanistan, uccidere civili e dimenticare

Ventiduemila pazienti curati e circa seimila operazioni chirurgiche effettuate nel 2014 in Afghanistan, ora però Medecins sans frontières lasciano il confine afghano perché diventati bersaglio di quello che  definiscono un ‘crimine di guerra’. Un’accusa che gli organismi Onu iniziano a considerare di fronte alle giustificazioni statunitensi. Da parte americana sono giunte nell’ordine: le scuse del presidente Obama, la promessa di un’inchiesta, le motivazioni del responsabile delle operazioni militari in Afghanistan. Da quest’ultime si riceve conferma che non accadrà nulla, visto che le regole d’ingaggio considerate d’urgenza non tengono conto di notizie conosciute, in questo caso le coordinate dell’ospedale e le angosciose telefonate compiute dal personale sanitario ai comandi americano e afghano ad attacco iniziato. I trenta minuti di fuoco non si sono fermati poiché a terra c’erano marines in difficoltà, erano questi ad aver richiesto il sostegno aereo e non importava nient’altro. L’AC-130 che bombardava è un mastino dell’aria che scarica le sue bocche di fuoco con geometrica precisione. Perciò fra le macerie dell’ospedale sono stati raccolti ventidue cadaveri e si contano decine di feriti sospesi al filo d’una sopravvivenza incerta, nel migliore dei casi menomata. Questo è accaduto, questo potrà succedere ancora, a Washington non si sentono in colpa.


E neppure a Kabul. Per la ripresa di Kunduz, tuttora parziale, sono stati sferrati dodici attacchi aerei con le conseguenze distruttive e luttuose che il popolo afghano ben conosce. Ma il governo Ghani e Tolo tv schivano il dramma di Medici senza frontiere ed elargiscono elogi all’intervento Nato come non fosse accaduto nulla d’inumano, come se le sofferenze della gente e di chi le fornisce reali aiuti umanitari, non quelli che mascherano uniformi e interessi geostrategici, fossero superflui. L’Ong sanitaria ha comunicato che durante l’emergenza della settimana di Kunduz ha assistito 400 persone. Ora, con la con la chiusura dell’ospedale e il ritiro del proprio personale, i feriti di questa o future incursioni dovranno prendere la strada di altre province, poiché piccole cliniche e infermerie della zona non sono equipaggiate per far fronte alle emergenze. Le aree di Baghlan e Takhar sono ad almeno due ore di viaggio, ma coi check-point disposti per via dall’esercito e dagli stessi guerriglieri talebani i fermi e le perdite di tempo risultano ordinari, rubando tempo prezioso ai soccorsi. Né l’apparato amministrativo e neppure parte della cittadinanza di Kunduz, certamente atterrita dall’assedio talebano, sembrano credere alle solenni dichiarazioni di MSF che nessun miliziano di Mansour stesse combattendo o si nascondesse nell’edificio, motivo per il quale i marines avevano richiesto l’assistenza aerea. Si guarda alla sostanza con cui si è riusciti a scongiurare un pericolo e non si bada ad altro.

Una ricercatrice di Human Rights Watch presente nel Paese afferma senza peli sulla lingua che “davanti al diffuso timore della popolazione per la sua sorte futura e alla debolezza delle Forze Armate locali la tendenza è passare dalla rassegnazione al cinismo”. Cosicché questi crimini vengono taciuti e sotterrati assieme ai cadaveri, come s’è fatto negli anni della guerra civile dei Warlords e con le prime diffuse stragi dell’Enduring freedom. Nella politica solo gli ultimi tempi della gestione Karzai vedevano il furbastro presidente, sempre ligio alle direttive della Casa Bianca, indignarsi per qualche “danno collaterale” di troppo e, assieme a qualche suo amico Signore della guerra (sic), inscenare qualche protesta ai protettori e finanziatori d’Oltreoceano. La linea adottata da Ghani appare ancora più meschina. L’uomo cresciuto sotto l’ala protettrice del Fondo Monetario Internazionale appare addirittura sulle homepage della Nato, quale esemplare di politico assoggettato alle direttive di quest’organo di guerra. Molto più che un ostaggio, un collaboratore a tuttotondo. Qualsiasi mossa giuridica per indagare sull’accaduto non solo troverebbe, come da copione, l’US Army a far quadrato sui suoi uomini e sulle decisioni prese, ma innescherebbe una sorta di ricatto attorno al ritiro dei marines dal suolo afghano, anticipato rispetto al 2016. Ghani è terrorizzato dall’ipotesi, dunque: che le bombe continuino pure a scandire le giornate afghane.

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04/10/2015

Kunduz, Sirte, Baghdad…confessioni dei criminali di guerra


Errore? Rischio calcolato? Atto deliberato?

Il governo afghano ha «giustificato» il bombardamento da parte della Nato di un ospedale di Médecins sans frontières a Kunduz in questo modo: «Lì si nascondevano dieci talebani». E’ una confessione di crimine. Infatti le convenzioni internazionali vietano di colpire strutture civili (ospedali, acquedotti, centrali elettriche, quartieri residenziali…), anche quando vi si annidino i nemici armati di chi colpisce. Quello a Kunduz è un crimine di guerra.

Nato e Stati Uniti – che aprono un’inchiesta ma non si scusano – non compiono questo errore madornale di comunicazione (sono la coalizione umanitaria!) e dichiarano: «Potrebbe essere stato danneggiato un ospedale in un’operazione contro talebani che minacciavano le truppe della coalizione». Ma siccome nel bistrattato diritto internazionale la protezione dei civili assume carattere assoluto, anche in questo caso si tratta di crimine di guerra: perché nemmeno insediamenti militari si potrebbero colpire, se nelle vicinanze o al loro interno sono presenti civili.

Altre due osservazioni:

1) è certo che nessuno pagherà per la strage con il carcere, fra i colpevoli ai diversi livelli della catena di comando ed esecuzione: decine di casi lo comprovano; al massimo ci sarà un risarcimento danni, di un ammontare offensivamente basso per le vittime di nazionalità afghana: decine di casi lo comprovano;

2) la giustificazione data è che i talebani (frutto avvelenato dell’Occidente, in ogni caso) minacciavano le truppe Nato. Dunque la Nato protegge solo se stessa?

Sì. La Nato protegge solo se stessa. E protegge i suoi occasionali alleati armati sul campo. Come durante l’operazione Unified Protector che nel 2011 ha liquefatto l’ex Jamahiriya libica. In Libia l’Alleanza atlantica fece da forza aerea Nato a milizie estremiste, al qaediste e pre-Califfato. La Nato assediò dal cielo la città di Sirte colpendo anche un ospedale. A che scopo? Non certo per proteggere i civili, anche se questo era il surreale compito affidato dall’Onu all’Alleanza atlantica: i civili non erano minacciati dalle truppe libiche residue che a Sirte giusto si nascondevano. Sirte fu attaccata per quasi due mesi dalla Nato solo appunto per proteggere l’avanzata dei miliziani a terra che assediavano la città (luogo di nascita dell’Unione africana nel 1999, ora in mano a Daesh).

Durante una delle conferenze stampa Nato in contemporanea a Napoli e Bruxelles, nel mese di ottobre 2011, chiesi al colonnello canadese Roland Lavoye (che i servili giornalisti a Bruxelles chiamavano familiarmente per nome, e lo stesso facevano con la portavoce romena Oana Longescu; i giornalisti italiani di centrodestra-sinistra invece a Napoli erano semplicemente assenti, o muti a registrare fedelmente qualunque dichiarazione): «Da Sirte hanno denunciato che la Nato, bombardando vicino a un ospedale, lo abbia colpito facendo dei feriti». Risposta di Lavoye: «Ah, ma lei lo sa chi c’era vicino all’ospedale? Le “truppe di Gheddafi”».

Anche a prendere per buona questa versione, si tratta di un’ennesima autodenuncia di crimine: perché comunque le convenzioni di Ginevra impediscono di prendere il rischio di colpire civili (i famosi «effetti collaterali»). Se appunto c’è questo rischio, bombardando da diecimila metri, è meglio desistere. In Libia non hanno mai desistito, e nemmeno altrove.

Nel 2001 gli aerei Usa a Kabul colpirono la sede della Croce rossa internazionale. Per sbaglio? Per assunzione di rischio? Ma nessuno nemmeno si scusò.

Nel 1999 durante l’operazione Nato contro la Serbia-Montenegro furono colpite a Pancevo fabbriche chimiche con il rischio di una strage. Nessuna conseguenza.

Invece a Baghdad nel 1991 gli aerei della coalizione internazionale occidental-araba capitanata dagli Usa, nel corso della Tempesta del deserto, non colpirono infrastrutture civili per errore o assumendosi il rischio.

In quel caso fu deliberato. L’Iraq doveva essere riportato all’era preindustriale. Come dichiarò l’allora presidente degli Stati uniti, George Bush (padre).

La punizione doveva essere selvaggia, per chi aveva osato sfidare gli alleati petroliferi dell’Occidente, il cui stile di vita (basato sul petrolio) non è e non era negoziabile. 

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Kunduz. Msf denuncia: "Sapevano dove eravamo e che ci stavano bombardando". Saliti a 9 i morti

I comandi militari Usa e afghani erano informati della posizione dell’ospedale di Medici senza Frontiere a Kunduz ed erano stati anche avvisati che stavano bombardando l’ospedale. Eppure per 30 minuti le bombe sono cadute uccidendo 9 tra medici e infermieri e facendo 37 feriti. La strage e il bombardamento segnano una nuova orribile pagine dell'invasione Usa/Nato in Afghanistan. I comandi Nato parlano di danni collaterali, mentre il New York Times riferisce che l'ufficio del presidente afhano Ashraf Ghani ha rilasciato una dichiarazione affermando che sabato sera il generale John F. Campbell, il comandante delle forze americane in Afghanistan, si era scusato per il bombardamento, mentre il Segretario alla Difesa Usa, Ashton Carter, ha detto solo che "è in corso un'indagine completa sul tragico incidente".

Guarda il video sugli effetti del bombardamento.

Un comunicato di Medici Senza Frontiere spiega quanto accaduto.

"Medici Senza Frontiere condanna nel modo più assoluto il terribile bombardamento che ha colpito l’ospedale dell’organizzazione a Kunduz, coinvolgendo staff e pazienti. MSF vuole chiarire che tutte le parti in conflitto, comprese Kabul e Washington, erano perfettamente informate della posizione esatta delle strutture MSF - ospedale, foresteria, uffici e unità di stabilizzazione medica a Chardara (a nord-ovest di Kunduz). Come in tutti i contesti di guerra, MSF ha comunicato le coordinate GPS a tutte le parti del conflitto in diverse occasioni negli ultimi mesi, la più recente il 29 settembre.

Il bombardamento è continuato per più di 30 minuti da quando gli ufficiali militari americani e afghani, a Kabul e Washington, ne sono stati informati. MSF chiede urgentemente chiarezza per capire esattamente cosa sia successo e come sia potuto accadere un evento di questa gravità.

È con grande tristezza che confermiamo la morte di 9 operatori MSF durante il bombardamento di questa notte all’ospedale di MSF a Kunduz. L’ultimo aggiornamento parla di 37 feriti, tra cui 19 membri dello staff MSF. Alcuni dei feriti più gravi sono in corso di trasferimento in un ospedale a Puli Khumri, che dista 2 ore di auto. Di molti pazienti e staff non si hanno ancora notizie. L’impatto di questo terribile bombardamento sta diventando più chiaro e i numeri continuano a crescere.

Bombardare un ospedale dove si curano i feriti è un atto di violenza inaccettabile. Un ospedale è un luogo di cura che come tale va tutelato e ciò è possibile solo se gli ospedali vengono rispettati da tutte le parti in conflitto, come previsto dalle convenzioni di Ginevra".

Dopo il bombardamento dell’ospedale di Kunduz è scattata anche la solidarietà fattiva di altre strutture come Emergency. Qui di seguito il suo comunicato:

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere e condanniamo fermamente l'attacco da parte delle forze Nato all'ospedale a Kunduz, in ‪#‎Afghanistan. Oggi pomeriggio MSF trasferirà alcuni feriti all'ospedale di EMERGENCY a Kabul. Rimaniamo a disposizione di MSF e della popolazione di Kunduz per curare gli altri feriti che potranno essere evacuati dalla città. Lavoriamo in Afghanistan dal 1999 e siamo molto preoccupati dal costante peggioramento delle condizioni di sicurezza: nel Paese si combatte in 25 province su 34 e il numero dei feriti e delle vittime civili cresce di mese in mese. La violenza e l'instabilità in cui sta precipitando l’Afghanistan rende sempre più difficile garantire l'attività degli operatori umanitari e tutto questo rischia di tradursi in un ulteriore danno a discapito della popolazione afgana.

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