L’effetto domino, con cui oltre ai distretti, anche città di grandi e medie dimensioni diventano conquista talebana, raggiunge Kunduz. In attesa del ritiro dell’11 settembre, che conferma la sua doppia tragicità per l’orizzonte statunitense. Collocata a settentrione, come la maestosa Mazar-i Sharif, il cui collegamento è da mesi controllato dai combattenti coranici, fu da loro insidiata già nel 2015 e 2016. Alla conquista delle scorse ore, dopo giornate d’assedio, è seguita una vendetta rivolta ad alcuni luoghi simbolo finiti devastati o dati alle fiamme. Il quartier generale della polizia, l’edificio dell’odiata Intelligence, il compound della disprezzata Commissione elettorale. Davanti alle prigioni, aperte dai taliban per liberare detenuti propri e comuni, s’è formata una folla. Qualcuno uscendo bacia la mano ai liberatori. Questo mostra Al Jazeera sul luogo coi propri operatori che hanno anche filmato fasi dello scambio di colpi di armi leggere fra ‘liberatori e difensori’. Se la telecamera si posa sulla gente, fra le donne e i bambini accovacciati su cigli di strade polverose, mentre qualcuno si presta a sventolare bandiere, stavolta bianche, con slogan inneggianti alla Shar’ia, la condizione è di sbandamento. I cittadini non parteggiano, subiscono. Ora come subivano prima. Nel 1996, quando i taliban ponevano fine a quattro anni di sanguinamento sociale, ci fu chi credette alla loro promessa di porre freno al caos. Il caos è semplicemente proseguito, con la fanatica violenza degli studenti coranici, e con la promessa di farli dimenticare operata da quell’occupazione che ora si ritira e dai propri collaboratori. Vent’anni sommati ai precedenti venti, fanno tre generazioni di donne e uomini – ex ragazze, ex ragazzi – distrutti da guerre, faide, persecuzioni, oppressioni.
L’aggiunta di ruberie, corruzione, sprechi ha disilluso tutti, anche chi s’è schierato, per sopravvivere, coi governi fantoccio, coi talebani che dicono di cambiare, senza convincere nessuno. Tantomeno molti afghani. Che, però, paiono oltreché inorriditi, irrigiditi, dal tempo, dall’altrui cinismo che stimola il proprio. Dalla disillusione d’un sistema impossibilitato al cambiamento. E abitanti più poveri, privi d’ogni risorsa e incapaci di spostarsi da una provincia all’altra, fra l’altro senza motivo poiché ovunque il quadro si somiglia con combattenti di fede che conquistano ovunque spazio e potere. Così gli afghani restano imbambolati presso i miseri tuguri, non capendo cosa fare, non potendo fare. A Sar-e Pul, provincia centro-nord, sventolano stendardi talebani, stessa situazione addirittura a Sheberghan, nel Jawzjan, culla di Rashid Dostum, fuggito anch’egli e riparato a Kabul. Gli anni pesano, il generale per tutte le stagioni, filo-russo e gran Signore di molte guerre, quindi vicepresidente e negli ultimi tempi boss di bassissima lega, non ha forza e forze per delimitare un proprio territorio. O invece temporeggia, pensando a riciclarsi per un futuro che arriva. Proseguono i combattimenti a Lashkar Gah, intensa guerriglia a Nimroz. Cosa fa il fantasma d’un palcoscenico a brandelli che è il governo Ghani? Richiede, e forse ottiene, che prima di volar via i bombardieri Usa – B-52 e AC-130 – sgancino ordigni nei territori occupati dai talebani. Ennesima ‘operazione Stranamore’ senza senso né speranza, tanto per uccidere un po’. Ogni bomba cadrà anche su quelle madri disperate e pietrificate al ciglio delle strade, che cambieranno stato: si carbonizzeranno. Come accadeva sei anni or sono a quarantadue fra medici, infermieri e ricoverati dell’ospedale di Médecins sans Frontières di Kunduz, sottoposto per oltre un’ora alle ‘attenzioni’ dei bombardieri Nato. Una strage voluta, un ‘danno collaterale’, un cosciente assassino per il quale nessuno ha pagato. Forse anche per questo i talebani tornano a Kunduz e qualcuno inopinatamente gli bacia le mani...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/08/2021
05/10/2015
Afghanistan, uccidere civili e dimenticare
Ventiduemila pazienti curati e circa seimila operazioni chirurgiche effettuate nel 2014 in Afghanistan, ora però Medecins sans frontières lasciano il confine afghano perché diventati bersaglio di quello che definiscono un ‘crimine di guerra’. Un’accusa che gli organismi Onu iniziano a considerare di fronte alle giustificazioni statunitensi. Da parte americana sono giunte nell’ordine: le scuse del presidente Obama, la promessa di un’inchiesta, le motivazioni del responsabile delle operazioni militari in Afghanistan. Da quest’ultime si riceve conferma che non accadrà nulla, visto che le regole d’ingaggio considerate d’urgenza non tengono conto di notizie conosciute, in questo caso le coordinate dell’ospedale e le angosciose telefonate compiute dal personale sanitario ai comandi americano e afghano ad attacco iniziato. I trenta minuti di fuoco non si sono fermati poiché a terra c’erano marines in difficoltà, erano questi ad aver richiesto il sostegno aereo e non importava nient’altro. L’AC-130 che bombardava è un mastino dell’aria che scarica le sue bocche di fuoco con geometrica precisione. Perciò fra le macerie dell’ospedale sono stati raccolti ventidue cadaveri e si contano decine di feriti sospesi al filo d’una sopravvivenza incerta, nel migliore dei casi menomata. Questo è accaduto, questo potrà succedere ancora, a Washington non si sentono in colpa.
E neppure a Kabul. Per la ripresa di Kunduz, tuttora parziale, sono stati sferrati dodici attacchi aerei con le conseguenze distruttive e luttuose che il popolo afghano ben conosce. Ma il governo Ghani e Tolo tv schivano il dramma di Medici senza frontiere ed elargiscono elogi all’intervento Nato come non fosse accaduto nulla d’inumano, come se le sofferenze della gente e di chi le fornisce reali aiuti umanitari, non quelli che mascherano uniformi e interessi geostrategici, fossero superflui. L’Ong sanitaria ha comunicato che durante l’emergenza della settimana di Kunduz ha assistito 400 persone. Ora, con la con la chiusura dell’ospedale e il ritiro del proprio personale, i feriti di questa o future incursioni dovranno prendere la strada di altre province, poiché piccole cliniche e infermerie della zona non sono equipaggiate per far fronte alle emergenze. Le aree di Baghlan e Takhar sono ad almeno due ore di viaggio, ma coi check-point disposti per via dall’esercito e dagli stessi guerriglieri talebani i fermi e le perdite di tempo risultano ordinari, rubando tempo prezioso ai soccorsi. Né l’apparato amministrativo e neppure parte della cittadinanza di Kunduz, certamente atterrita dall’assedio talebano, sembrano credere alle solenni dichiarazioni di MSF che nessun miliziano di Mansour stesse combattendo o si nascondesse nell’edificio, motivo per il quale i marines avevano richiesto l’assistenza aerea. Si guarda alla sostanza con cui si è riusciti a scongiurare un pericolo e non si bada ad altro.
Una ricercatrice di Human Rights Watch presente nel Paese afferma senza peli sulla lingua che “davanti al diffuso timore della popolazione per la sua sorte futura e alla debolezza delle Forze Armate locali la tendenza è passare dalla rassegnazione al cinismo”. Cosicché questi crimini vengono taciuti e sotterrati assieme ai cadaveri, come s’è fatto negli anni della guerra civile dei Warlords e con le prime diffuse stragi dell’Enduring freedom. Nella politica solo gli ultimi tempi della gestione Karzai vedevano il furbastro presidente, sempre ligio alle direttive della Casa Bianca, indignarsi per qualche “danno collaterale” di troppo e, assieme a qualche suo amico Signore della guerra (sic), inscenare qualche protesta ai protettori e finanziatori d’Oltreoceano. La linea adottata da Ghani appare ancora più meschina. L’uomo cresciuto sotto l’ala protettrice del Fondo Monetario Internazionale appare addirittura sulle homepage della Nato, quale esemplare di politico assoggettato alle direttive di quest’organo di guerra. Molto più che un ostaggio, un collaboratore a tuttotondo. Qualsiasi mossa giuridica per indagare sull’accaduto non solo troverebbe, come da copione, l’US Army a far quadrato sui suoi uomini e sulle decisioni prese, ma innescherebbe una sorta di ricatto attorno al ritiro dei marines dal suolo afghano, anticipato rispetto al 2016. Ghani è terrorizzato dall’ipotesi, dunque: che le bombe continuino pure a scandire le giornate afghane.
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E neppure a Kabul. Per la ripresa di Kunduz, tuttora parziale, sono stati sferrati dodici attacchi aerei con le conseguenze distruttive e luttuose che il popolo afghano ben conosce. Ma il governo Ghani e Tolo tv schivano il dramma di Medici senza frontiere ed elargiscono elogi all’intervento Nato come non fosse accaduto nulla d’inumano, come se le sofferenze della gente e di chi le fornisce reali aiuti umanitari, non quelli che mascherano uniformi e interessi geostrategici, fossero superflui. L’Ong sanitaria ha comunicato che durante l’emergenza della settimana di Kunduz ha assistito 400 persone. Ora, con la con la chiusura dell’ospedale e il ritiro del proprio personale, i feriti di questa o future incursioni dovranno prendere la strada di altre province, poiché piccole cliniche e infermerie della zona non sono equipaggiate per far fronte alle emergenze. Le aree di Baghlan e Takhar sono ad almeno due ore di viaggio, ma coi check-point disposti per via dall’esercito e dagli stessi guerriglieri talebani i fermi e le perdite di tempo risultano ordinari, rubando tempo prezioso ai soccorsi. Né l’apparato amministrativo e neppure parte della cittadinanza di Kunduz, certamente atterrita dall’assedio talebano, sembrano credere alle solenni dichiarazioni di MSF che nessun miliziano di Mansour stesse combattendo o si nascondesse nell’edificio, motivo per il quale i marines avevano richiesto l’assistenza aerea. Si guarda alla sostanza con cui si è riusciti a scongiurare un pericolo e non si bada ad altro.
Una ricercatrice di Human Rights Watch presente nel Paese afferma senza peli sulla lingua che “davanti al diffuso timore della popolazione per la sua sorte futura e alla debolezza delle Forze Armate locali la tendenza è passare dalla rassegnazione al cinismo”. Cosicché questi crimini vengono taciuti e sotterrati assieme ai cadaveri, come s’è fatto negli anni della guerra civile dei Warlords e con le prime diffuse stragi dell’Enduring freedom. Nella politica solo gli ultimi tempi della gestione Karzai vedevano il furbastro presidente, sempre ligio alle direttive della Casa Bianca, indignarsi per qualche “danno collaterale” di troppo e, assieme a qualche suo amico Signore della guerra (sic), inscenare qualche protesta ai protettori e finanziatori d’Oltreoceano. La linea adottata da Ghani appare ancora più meschina. L’uomo cresciuto sotto l’ala protettrice del Fondo Monetario Internazionale appare addirittura sulle homepage della Nato, quale esemplare di politico assoggettato alle direttive di quest’organo di guerra. Molto più che un ostaggio, un collaboratore a tuttotondo. Qualsiasi mossa giuridica per indagare sull’accaduto non solo troverebbe, come da copione, l’US Army a far quadrato sui suoi uomini e sulle decisioni prese, ma innescherebbe una sorta di ricatto attorno al ritiro dei marines dal suolo afghano, anticipato rispetto al 2016. Ghani è terrorizzato dall’ipotesi, dunque: che le bombe continuino pure a scandire le giornate afghane.
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04/10/2015
Kunduz. Msf denuncia: "Sapevano dove eravamo e che ci stavano bombardando". Saliti a 9 i morti
I comandi militari Usa e afghani erano informati della posizione dell’ospedale di Medici senza Frontiere a Kunduz ed erano stati anche avvisati che stavano bombardando l’ospedale. Eppure per 30 minuti le bombe sono cadute uccidendo 9 tra medici e infermieri e facendo 37 feriti. La strage e il bombardamento segnano una nuova orribile pagine dell'invasione Usa/Nato in Afghanistan. I comandi Nato parlano di danni collaterali, mentre il New York Times riferisce che l'ufficio del presidente afhano Ashraf Ghani ha rilasciato una dichiarazione affermando che sabato sera il generale John F. Campbell, il comandante delle forze americane in Afghanistan, si era scusato per il bombardamento, mentre il Segretario alla Difesa Usa, Ashton Carter, ha detto solo che "è in corso un'indagine completa sul tragico incidente".
Guarda il video sugli effetti del bombardamento.
Un comunicato di Medici Senza Frontiere spiega quanto accaduto.
"Medici Senza Frontiere condanna nel modo più assoluto il terribile bombardamento che ha colpito l’ospedale dell’organizzazione a Kunduz, coinvolgendo staff e pazienti. MSF vuole chiarire che tutte le parti in conflitto, comprese Kabul e Washington, erano perfettamente informate della posizione esatta delle strutture MSF - ospedale, foresteria, uffici e unità di stabilizzazione medica a Chardara (a nord-ovest di Kunduz). Come in tutti i contesti di guerra, MSF ha comunicato le coordinate GPS a tutte le parti del conflitto in diverse occasioni negli ultimi mesi, la più recente il 29 settembre.
Il bombardamento è continuato per più di 30 minuti da quando gli ufficiali militari americani e afghani, a Kabul e Washington, ne sono stati informati. MSF chiede urgentemente chiarezza per capire esattamente cosa sia successo e come sia potuto accadere un evento di questa gravità.
È con grande tristezza che confermiamo la morte di 9 operatori MSF durante il bombardamento di questa notte all’ospedale di MSF a Kunduz. L’ultimo aggiornamento parla di 37 feriti, tra cui 19 membri dello staff MSF. Alcuni dei feriti più gravi sono in corso di trasferimento in un ospedale a Puli Khumri, che dista 2 ore di auto. Di molti pazienti e staff non si hanno ancora notizie. L’impatto di questo terribile bombardamento sta diventando più chiaro e i numeri continuano a crescere.
Bombardare un ospedale dove si curano i feriti è un atto di violenza inaccettabile. Un ospedale è un luogo di cura che come tale va tutelato e ciò è possibile solo se gli ospedali vengono rispettati da tutte le parti in conflitto, come previsto dalle convenzioni di Ginevra".
Dopo il bombardamento dell’ospedale di Kunduz è scattata anche la solidarietà fattiva di altre strutture come Emergency. Qui di seguito il suo comunicato:
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere e condanniamo fermamente l'attacco da parte delle forze Nato all'ospedale a Kunduz, in #Afghanistan. Oggi pomeriggio MSF trasferirà alcuni feriti all'ospedale di EMERGENCY a Kabul. Rimaniamo a disposizione di MSF e della popolazione di Kunduz per curare gli altri feriti che potranno essere evacuati dalla città. Lavoriamo in Afghanistan dal 1999 e siamo molto preoccupati dal costante peggioramento delle condizioni di sicurezza: nel Paese si combatte in 25 province su 34 e il numero dei feriti e delle vittime civili cresce di mese in mese. La violenza e l'instabilità in cui sta precipitando l’Afghanistan rende sempre più difficile garantire l'attività degli operatori umanitari e tutto questo rischia di tradursi in un ulteriore danno a discapito della popolazione afgana.
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Guarda il video sugli effetti del bombardamento.
Un comunicato di Medici Senza Frontiere spiega quanto accaduto.
"Medici Senza Frontiere condanna nel modo più assoluto il terribile bombardamento che ha colpito l’ospedale dell’organizzazione a Kunduz, coinvolgendo staff e pazienti. MSF vuole chiarire che tutte le parti in conflitto, comprese Kabul e Washington, erano perfettamente informate della posizione esatta delle strutture MSF - ospedale, foresteria, uffici e unità di stabilizzazione medica a Chardara (a nord-ovest di Kunduz). Come in tutti i contesti di guerra, MSF ha comunicato le coordinate GPS a tutte le parti del conflitto in diverse occasioni negli ultimi mesi, la più recente il 29 settembre.
Il bombardamento è continuato per più di 30 minuti da quando gli ufficiali militari americani e afghani, a Kabul e Washington, ne sono stati informati. MSF chiede urgentemente chiarezza per capire esattamente cosa sia successo e come sia potuto accadere un evento di questa gravità.
È con grande tristezza che confermiamo la morte di 9 operatori MSF durante il bombardamento di questa notte all’ospedale di MSF a Kunduz. L’ultimo aggiornamento parla di 37 feriti, tra cui 19 membri dello staff MSF. Alcuni dei feriti più gravi sono in corso di trasferimento in un ospedale a Puli Khumri, che dista 2 ore di auto. Di molti pazienti e staff non si hanno ancora notizie. L’impatto di questo terribile bombardamento sta diventando più chiaro e i numeri continuano a crescere.
Bombardare un ospedale dove si curano i feriti è un atto di violenza inaccettabile. Un ospedale è un luogo di cura che come tale va tutelato e ciò è possibile solo se gli ospedali vengono rispettati da tutte le parti in conflitto, come previsto dalle convenzioni di Ginevra".
Dopo il bombardamento dell’ospedale di Kunduz è scattata anche la solidarietà fattiva di altre strutture come Emergency. Qui di seguito il suo comunicato:
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere e condanniamo fermamente l'attacco da parte delle forze Nato all'ospedale a Kunduz, in #Afghanistan. Oggi pomeriggio MSF trasferirà alcuni feriti all'ospedale di EMERGENCY a Kabul. Rimaniamo a disposizione di MSF e della popolazione di Kunduz per curare gli altri feriti che potranno essere evacuati dalla città. Lavoriamo in Afghanistan dal 1999 e siamo molto preoccupati dal costante peggioramento delle condizioni di sicurezza: nel Paese si combatte in 25 province su 34 e il numero dei feriti e delle vittime civili cresce di mese in mese. La violenza e l'instabilità in cui sta precipitando l’Afghanistan rende sempre più difficile garantire l'attività degli operatori umanitari e tutto questo rischia di tradursi in un ulteriore danno a discapito della popolazione afgana.
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03/10/2015
Danni collaterali afghani: bersaglio sanitario
Continuano a chiamarli “danni collaterali” e continuano a farne a centinaia e migliaia. Ma quei danni hanno nomi come Mohammed, Ali, Noor, Pari. Uomini e donne, ragazzi e ragazze. Bambini. Dai settant’anni (chi li supera fra gli afghani rappresenta un’eccezione) a chi di anni ne ha appena uno o pochi mesi. Muoiono sotto le bombe, ma per i generali del North Atlantic Treaty Organisation, i liberatori, i poliziotti del mondo “l’inciampo” come quello che fa bombardare dai propri caccia un ospedale di Medecins sans frontières a Kunduz, nell’area settentrionale d’un Paese soggetto da quattordici anni alle proprie attenzioni, è un’inezia. Cosa sono nove morti, fra i civili, anzi fra civili già feriti e lì ricoverati, di fronte a una missione di sicurezza geopolitica? I media devono tralasciare certe notizie, quelli amici o embedded non le considerano importanti. Infatti negli ultimi tre anni, seguendo la linea del presidente Obama hanno parlato esclusivamente di exit strategy e di riduzione del numero dei militari. Non si cita affatto alcuna riduzione di simili “danni collaterali”, cioè dell’uccisione di gente comune, che seguita a sopravvivere e morire sotto le bombe delle fazioni in lotta. Come e più di trent’anni or sono.
Le tragiche cronache locali da giorni riferiscono della prova di forza talebana sull’importante snodo viario del nord Afghanistan, delle difficoltà di risposta dell’esercito di Ghani, dell’indispensabile intervento di terra e aria dei militari Nato per riprendersi qualche centinaio di metri quadrati in centro città e non dare la sensazione di diffusa impotenza. Della propaganda forzosa con cui Tolo tv e altre fonti divulgavano note non veritiere sul “completo controllo della città da parte dell’Afghan National Army”, mentre i talebani tengono tuttora sotto tiro zone periferiche di Kunduz, due dei tre accessi da cui erano entrati in città lunedì scorso e impediscono l’utilizzo dell’aeroporto. Si son viste anche immagini di guerriglieri alla guida di ambulanze, probabilmente per il trasporto di propri feriti. Perciò la mezz’ora di ferro, fuoco ed esplosivo – sì, trenta minuti trenta – con cui la Nato ha colpito e devastato l’ospedale in questione potrebbe rappresentare una punizione verso quei medici che ovviamente soccorrono ogni vittima di conflitti a fuoco, talebani compresi. E’ già successo a MSF, com’è accaduto a Emergency e Gino Strada ha pubblicamente rivendicato quella pratica.
Cosa scontatissima per un dottore, ma per questo genere di conflitti non conseguenziale. E la cosa fa onore a Strada, al suo staff, a quello dei Medici senza Frontiere o di altre strutture sanitarie che strappano alla morte feriti di guerra. Ripetiamo: si tratta di un’ipotesi, che andrebbe indagata. Però nessuno dei generali dell’occupazione che ora si chiama Resolute Support ammetterà mai un simile piano. E nessuno potrà investigare, soprattutto le istituzioni afghane (governo e magistratura) tenute a guinzaglio dai protettori d’Oltreoceano responsabili di questa perpetua, oppressiva, presenza. Noi che ne scriviamo abbiamo – un po’ come il Pasolini sullo stragismo italiano – il sospetto; ci mancano le prove. Seppure prove fondate di cinismo e disumanità – altro che missioni di pace – sono state le operazioni Enduring freedom e Isaf, che di vittime, solo civili, ne hanno prodotte a decine di migliaia. E si preparano a riaprire il buco nero della morte dal cielo, visto che il controllo del territorio che la Nato sta facendo coi suoi uomini prevede esclusivamente avieri o i piloti di terra, orientatori di droni. E’ l’ennesimo sporco intervento già corso, cui partecipano anche reparti italiani, ma non se ne parla.
Fonte
Le tragiche cronache locali da giorni riferiscono della prova di forza talebana sull’importante snodo viario del nord Afghanistan, delle difficoltà di risposta dell’esercito di Ghani, dell’indispensabile intervento di terra e aria dei militari Nato per riprendersi qualche centinaio di metri quadrati in centro città e non dare la sensazione di diffusa impotenza. Della propaganda forzosa con cui Tolo tv e altre fonti divulgavano note non veritiere sul “completo controllo della città da parte dell’Afghan National Army”, mentre i talebani tengono tuttora sotto tiro zone periferiche di Kunduz, due dei tre accessi da cui erano entrati in città lunedì scorso e impediscono l’utilizzo dell’aeroporto. Si son viste anche immagini di guerriglieri alla guida di ambulanze, probabilmente per il trasporto di propri feriti. Perciò la mezz’ora di ferro, fuoco ed esplosivo – sì, trenta minuti trenta – con cui la Nato ha colpito e devastato l’ospedale in questione potrebbe rappresentare una punizione verso quei medici che ovviamente soccorrono ogni vittima di conflitti a fuoco, talebani compresi. E’ già successo a MSF, com’è accaduto a Emergency e Gino Strada ha pubblicamente rivendicato quella pratica.
Cosa scontatissima per un dottore, ma per questo genere di conflitti non conseguenziale. E la cosa fa onore a Strada, al suo staff, a quello dei Medici senza Frontiere o di altre strutture sanitarie che strappano alla morte feriti di guerra. Ripetiamo: si tratta di un’ipotesi, che andrebbe indagata. Però nessuno dei generali dell’occupazione che ora si chiama Resolute Support ammetterà mai un simile piano. E nessuno potrà investigare, soprattutto le istituzioni afghane (governo e magistratura) tenute a guinzaglio dai protettori d’Oltreoceano responsabili di questa perpetua, oppressiva, presenza. Noi che ne scriviamo abbiamo – un po’ come il Pasolini sullo stragismo italiano – il sospetto; ci mancano le prove. Seppure prove fondate di cinismo e disumanità – altro che missioni di pace – sono state le operazioni Enduring freedom e Isaf, che di vittime, solo civili, ne hanno prodotte a decine di migliaia. E si preparano a riaprire il buco nero della morte dal cielo, visto che il controllo del territorio che la Nato sta facendo coi suoi uomini prevede esclusivamente avieri o i piloti di terra, orientatori di droni. E’ l’ennesimo sporco intervento già corso, cui partecipano anche reparti italiani, ma non se ne parla.
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02/10/2015
L'eterna guerra afghana: i civili sempre vittime
Conclusa o meno la battaglia di Kunduz (l’esercito afghano ha riconquistato alcuni edifici governativi nel raggio di alcune centinaia di metri del centro città, però i talebani sono ancora nei sobborghi e sfrontati ne controllano un’ampia area fino all’aeroporto) chi risulta ancora una volta vittima è la popolazione civile. Completamente in balìa degli eventi e nient’affatto sicura, come al contrario blatera il presidente Ghani che conosce e nasconde le magagne della struttura militare interna. Solo l’intervento aereo Nato e quello diretto via terra di alcuni reparti statunitensi e britannici hanno dato vita a una risposta sul campo, perché lunedì scorso buona parte dei settemila soldati dell’ANSF era rimasta inerte o era fuggita di fronte all’assalto guerrigliero. L’instabilità d’un governo, che a un anno di vita, sta subendo lo smacco di queste ore non è una novità per un Paese immerso nelle guerre da quarant’anni. Ghani da mesi le sta provando tutte, ha cercato di rilanciare colloqui di pace coi turbanti, ma questi un po’ perché divisi, un po’ perché alla ricerca d’una leadership forte che sostituisse il mullah Omar, sono rimasti in bilico. Una parte di loro è assolutamente contraria a ogni accordo, come lo era un quinquennio addietro. Ora l’uomo di ferro della nuova fase, mullah Mansour, sembra aver tralasciato ogni ipotesi di trattativa.
L’operazione Kunduz ne è la prova: i Talib si sentono e si mostrano forti e non faranno concessioni a un regime fantoccio ancor più claudicante di quello di Karzai. Il clima di guerra non è affatto un buon viatico per milioni di afghani intrappolati nelle province e anche in grandi centri come Kunduz. I talebani, cambiano tattica, escono dalle zone rurali, si riaffacciano nelle città, cercano di accattivarsi le simpatie della gente, in primo luogo d’ignari giovani che non ne hanno conosciuto passate nefandezze. Poco possono le iniziative di protesta che attivisti coscienti e gruppi politici democratici mettono in atto. Ieri a Kabul c’è stato un raduno spontaneo; quest’estate Hambastagi aveva manifestato contro tutte le sopraffazioni: dei militari Nato, dei talebani, dei signori della guerra che siedono nell’attuale governo. Eppure nelle scorribande dimostrative compiute per due giorni a Kunduz, gli “studenti col kalashnikov” si facevano fotografare dai ragazzi del posto che li osservavano più ammirati che impauriti. Non è una buona prospettiva, commentano gli attivisti democratici, ma il corto circuito creato dai governi collaborazionisti con gli occupanti occidentali e la popolazione è profondo e difficile da sanare, anche perché al di là dei proclami nessun principio democratico è nei programmi del ceto dirigente che guida il Paese. Per non parlare dei fallimentari disegni dei suggeritori d’Oltreoceano.
E fra i tanti sfollati e profughi che nell’estate hanno invaso le isole del Dodecaneso di fronte alle coste turche c’è un gran numero di afghani, come nel 2004-2005 quando l’Enduring Freedom di Bush mostrava gli effetti drammatici della sua deriva e loro fuggivano, affrontando ogni avventura per scampare alla morte. I dati dell’Unama, l’agenzia Onu che s’occupa delle vittime civili, per i primi sei mesi del 2015 riferiscono un numero minore di vittime (1592) ma superiore di feriti (3329) rispetto all’anno precedente. Nella somma la quota aumenta, comunque, dell’1%. Ma esistono province schiacciate in pieno dai conflitti; quella del Badakhshan nei mesi scorsi ha visto quasi raddoppiare il numero degli abitanti uccisi (da 311 a 545). Colpiti anche dalla guerriglia oppure da chi li caccia: in quella zona del nord-est trovano riparo i Tahreek, talebani dissidenti e comunque sanguinari responsabili della strage alla scuola di Peshawar, inseguiti fuori dai confini dall’esercito pakistano. Una guerra nella guerra d’un Medioriente che non si vuole pacificare. I bambini continuano a essere l’anello debole, insieme alle donne, d’uno stillicidio senza fine. La triste statistica dell’anno in corso conferma la tendenza: il 13% in più di vittime per gli infanti, il 23% per sorelle, madri, nonne. Quest’ultime sono sempre meno. Invecchiare è un lusso non concesso al genere femminile afghano.
Fonte
L’operazione Kunduz ne è la prova: i Talib si sentono e si mostrano forti e non faranno concessioni a un regime fantoccio ancor più claudicante di quello di Karzai. Il clima di guerra non è affatto un buon viatico per milioni di afghani intrappolati nelle province e anche in grandi centri come Kunduz. I talebani, cambiano tattica, escono dalle zone rurali, si riaffacciano nelle città, cercano di accattivarsi le simpatie della gente, in primo luogo d’ignari giovani che non ne hanno conosciuto passate nefandezze. Poco possono le iniziative di protesta che attivisti coscienti e gruppi politici democratici mettono in atto. Ieri a Kabul c’è stato un raduno spontaneo; quest’estate Hambastagi aveva manifestato contro tutte le sopraffazioni: dei militari Nato, dei talebani, dei signori della guerra che siedono nell’attuale governo. Eppure nelle scorribande dimostrative compiute per due giorni a Kunduz, gli “studenti col kalashnikov” si facevano fotografare dai ragazzi del posto che li osservavano più ammirati che impauriti. Non è una buona prospettiva, commentano gli attivisti democratici, ma il corto circuito creato dai governi collaborazionisti con gli occupanti occidentali e la popolazione è profondo e difficile da sanare, anche perché al di là dei proclami nessun principio democratico è nei programmi del ceto dirigente che guida il Paese. Per non parlare dei fallimentari disegni dei suggeritori d’Oltreoceano.
E fra i tanti sfollati e profughi che nell’estate hanno invaso le isole del Dodecaneso di fronte alle coste turche c’è un gran numero di afghani, come nel 2004-2005 quando l’Enduring Freedom di Bush mostrava gli effetti drammatici della sua deriva e loro fuggivano, affrontando ogni avventura per scampare alla morte. I dati dell’Unama, l’agenzia Onu che s’occupa delle vittime civili, per i primi sei mesi del 2015 riferiscono un numero minore di vittime (1592) ma superiore di feriti (3329) rispetto all’anno precedente. Nella somma la quota aumenta, comunque, dell’1%. Ma esistono province schiacciate in pieno dai conflitti; quella del Badakhshan nei mesi scorsi ha visto quasi raddoppiare il numero degli abitanti uccisi (da 311 a 545). Colpiti anche dalla guerriglia oppure da chi li caccia: in quella zona del nord-est trovano riparo i Tahreek, talebani dissidenti e comunque sanguinari responsabili della strage alla scuola di Peshawar, inseguiti fuori dai confini dall’esercito pakistano. Una guerra nella guerra d’un Medioriente che non si vuole pacificare. I bambini continuano a essere l’anello debole, insieme alle donne, d’uno stillicidio senza fine. La triste statistica dell’anno in corso conferma la tendenza: il 13% in più di vittime per gli infanti, il 23% per sorelle, madri, nonne. Quest’ultime sono sempre meno. Invecchiare è un lusso non concesso al genere femminile afghano.
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28/09/2015
Afghanistan, talebani su Kunduz
Un attacco in grande stile sulla città di Kunduz è stato effettuato stanotte da vari commando talebani. Non si conoscono ancora le strutture colpite, ma un primo lancio dell’agenzia Reuters riferisce di assalti partiti dagli ingressi di Khanabad, Chardara, Imam Sahed. Attualmente la città è isolata, l’aeroporto è chiuso; la polizia e l’esercito, che hanno chiesto rinforzi dalla capitale, intimano ai residenti di serrarsi nelle abitazioni. Tolo tv ha contabilizzato le vittime: sarebbero in totale 21, di cui 13 guerriglieri. Il governo parla, invece, di “venti terroristi uccisi”. L’azione è stata ad ampio raggio, studiata probabilmente per settimane, volta a mettere in mostra l’efficienza militare e l’arditezza dei miliziani utilizzati sul terreno. Finora nessun aereo s’è sollevato dalle basi Nato per bombardare la zona dov’è presente un alto numero di civili. In questi giorni il locale governatore Omer Safi è in visita in Tajikistan, anche il capo della sicurezza era fuori della provincia, notizie cui i talebani sicuramente hanno accesso tramite propri informatori infiltrati. Kunduz rappresenta un nodo strategico per le comunicazioni fra la rotta meridionale che conduce a Kabul e quella occidentale verso Mazar-e Sharif, mentre a nord insiste l’instabile confine tajiko.
I taliban considerano la città uno dei luoghi familiari della propria organizzazione perché qui il - da loro - mai dimenticato mullah Omar stabilì legami politico-amministrativi e teologico-culturali facendone una roccaforte pari alla nativa Kandahar. Alla fine del periodo del governo talebano la provincia aveva raddoppiato il numero degli abitanti che raggiungevano le 100.000 unità. Ogni componente politico-militare punta le proprie attenzioni su quest’area che è l’unica via d’accesso alle province di Badakhshan e Takhar, e un bacino di produzione di cereali, fra le poche zone agricole che resistono alla riconversione al papavero da oppio. Le cronache d’instabilità interna facevano registrare nella giornata di domenica l’esplosione di un’auto-bomba che ha fatto nove morti e decine di feriti nella provincia orientale di Paktika. Più a nord, a Nangarhar, s’era verificato un assalto a un check point controllato dalle Forze armate afghane al quale avrebbero preso parte non meno di 300 combattenti armati. Enormi le perdite degli assalitori che hanno lasciato sul terreno 60 miliziani. L’agguato è stato condotto dalle componenti fondamentaliste che si proclamano alleate dello Stato Islamico e usano tali azioni per propaganda, reclutamento e addestramento militare.
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I taliban considerano la città uno dei luoghi familiari della propria organizzazione perché qui il - da loro - mai dimenticato mullah Omar stabilì legami politico-amministrativi e teologico-culturali facendone una roccaforte pari alla nativa Kandahar. Alla fine del periodo del governo talebano la provincia aveva raddoppiato il numero degli abitanti che raggiungevano le 100.000 unità. Ogni componente politico-militare punta le proprie attenzioni su quest’area che è l’unica via d’accesso alle province di Badakhshan e Takhar, e un bacino di produzione di cereali, fra le poche zone agricole che resistono alla riconversione al papavero da oppio. Le cronache d’instabilità interna facevano registrare nella giornata di domenica l’esplosione di un’auto-bomba che ha fatto nove morti e decine di feriti nella provincia orientale di Paktika. Più a nord, a Nangarhar, s’era verificato un assalto a un check point controllato dalle Forze armate afghane al quale avrebbero preso parte non meno di 300 combattenti armati. Enormi le perdite degli assalitori che hanno lasciato sul terreno 60 miliziani. L’agguato è stato condotto dalle componenti fondamentaliste che si proclamano alleate dello Stato Islamico e usano tali azioni per propaganda, reclutamento e addestramento militare.
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