Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/10/2025

“A Gaza, il popolo italiano ci ha fatto sorridere”

Riportiamo qui sotto la traduzione di un contributo pubblicato su Al Jazeera. L’autrice, Eman Abu Zayed, è una scrittrice e studentessa dell’Università Islamica di Gaza. Ad agosto aveva raccontato al Manifesto la sua vita sotto le bombe dei terroristi sionisti, negli ultimi due anni di vita a Gaza. Un paio di giorni fa ci ha raccontato di come le manifestazioni oceaniche del 22 settembre abbiano regalato a tanti un sorriso, anche se magari solo per un secondo.

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La mobilitazione di massa per la Palestina in tutta Italia ha trovato eco a Gaza. Siamo davvero grati.

Lunedì scorso ero in strada a cercare un segnale internet a Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale – cosa diventata quasi impossibile a Gaza. La nostra casa era appena stata bombardata per la terza volta durante la guerra, ed eravamo stati costretti a fuggire per la decima volta. Avevo appena perso tutto, ancora una volta.

Il mio cuore era pesante per il dolore e tutto ciò che mi circondava mi ricordava la perdita che ci era capitata.

Quando finalmente sono riuscita a connettermi, video, foto e messaggi audio dall’Italia hanno inondato il mio telefono. Ho visto folle di persone marciare per le strade, sventolando bandiere palestinesi e cantando insieme per la nostra libertà. Ho visto piazze piene di striscioni con la scritta “Stop the War” e “Free Palestine”, e volti che esprimevano un misto di rabbia e speranza. Stavano cercando di inviarci un messaggio: vi ascoltiamo, siamo al vostro fianco.

Ho provato una gioia immensa.

Era la prima volta che assistevo a proteste pro-palestinesi di tale portata e impatto. I sindacati indipendenti italiani avevano indetto uno sciopero di 24 ore e gli italiani avevano risposto in massa. In oltre 70 comuni italiani, la gente è scesa in piazza per dimostrarci che aveva a cuore Gaza, che sosteneva la nostra causa, che voleva la fine immediata del genocidio.

Non si tratta di una nazione a maggioranza musulmana o araba. È un paese occidentale, il cui governo si rifiuta di riconoscere uno stato palestinese e continua a sostenere Israele. Eppure, il popolo italiano è sceso in piazza per noi, per esprimere la sua solidarietà.

Questa mobilitazione dimostra che la solidarietà con i palestinesi non si limita a coloro che ci sono vicini o che provengono dallo stesso background culturale, ma si estende a persone provenienti da tutto il mondo, anche nei luoghi in cui le élite politiche continuano a sostenere Israele.

A Gaza, queste scene di solidarietà italiana si sono diffuse di telefono in telefono, portando un raggio di speranza tra le macerie, la fame e le bombe. La gente ha condiviso questi video di chat in chat, guardando con stupore la folla italiana. Queste immagini e filmati hanno portato rari sorrisi sui volti palestinesi. La sensazione di non essere completamente abbandonati, che il mondo esterno si stia mobilitando per fermare la guerra, si è insinuata tra di noi.

La scorsa settimana ho seguito da vicino anche la Sumud Flotilla che si sta dirigendo verso Gaza. Il governo italiano ha esercitato forti pressioni sulla delegazione di 50 cittadini italiani affinché desistessero dalla missione. La maggior parte di loro ha rifiutato e ora si trova a bordo di diverse navi dirette verso di noi.

Ho avuto modo di comunicare anche con alcuni giornalisti italiani a bordo di una nave, che hanno condiviso con me parole piene di incoraggiamento e di speranza, assicurandoci che non siamo soli e che c’è chi continua a lottare per noi, nonostante le distanze e le sfide.

Le proteste e la Flotilla non sono stati l’unico raggio di speranza che ho ricevuto dall’Italia. A giugno, dopo aver letto alcuni miei articoli, due italiani – Pietro e Sara – e Fadi, un palestinese residente in Italia, mi hanno contattato.

Il loro supporto non si è limitato alle parole; è stato tangibile. Mi hanno aiutato a condividere i miei scritti in modo che potessero raggiungere più persone. Mi hanno anche contattato costantemente, chiedendomi di me e della mia famiglia e inviandomi messaggi pieni di speranza e incoraggiamento.

Ad agosto, con l’aiuto dei miei amici, sono riuscita a pubblicare la mia storia personale sul quotidiano italiano Il Manifesto, condividendo la nostra sofferenza e la nostra resilienza con migliaia di lettori.

Prima della guerra, non sapevo molto dell’Italia. Sapevo che era un paese meraviglioso, con una storia interessante e una gente amichevole. Ma non mi sarei mai aspettata di vedere gli italiani mobilitarsi per la Palestina, scendere in piazza in gran numero per sostenerci.

Oggi provo ammirazione e apprezzamento per il popolo italiano. La loro partecipazione alle proteste, il loro sostegno personale e il loro ruolo in iniziative come la Sumud Flotilla mi hanno davvero fatto capire che la nostra causa non è lontana dai cuori delle persone in tutto il mondo, che la solidarietà internazionale non si fa solo a parole, ma con azioni concrete.

Spero di vedere proteste simili in altri paesi, di sentire che il resto del mondo vede davvero la nostra sofferenza e sostiene il nostro diritto alla vita, alla libertà e alla dignità.

Al popolo italiano e a tutti gli altri che si mobilitano per Gaza, voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, ci riempite il cuore di gioia.

Fonte

26/09/2025

La classe operaia sfiducia il governo e indica la via per il cambiamento

Lo sciopero generale nazionale indetto dall’Unione Sindacale di Base ha bloccato tutto, come promesso.

Le immagini arrivate da tutti gli angoli d’Italia sono inequivocabili e rappresentano la reale volontà dei lavoratori e delle lavoratrici di questo Paese di stare dalla parte del popolo palestinese e di bloccare tutte le complicità delle istituzioni e delle imprese italiane con lo Stato terrorista d’Israele.

Le decine di piazze e le centinaia di migliaia di solidali hanno di fatto inviato una mozione di sfiducia operaia e popolare al governo e un messaggio chiaro a chi fino a oggi ha balbettato sull’occupazione e il genocidio sionista: non ci rappresentate più.

La centralità dell’azione della classe operaia nello storico sciopero tutto politico del 22 settembre rappresenta un fatto clamoroso per le prospettive di cambiamento di questo Paese.

Le lavoratrici e i lavoratori organizzati sono riusciti a unire attorno alla causa della Palestina un blocco sociale reale che lotta tutti i giorni nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle università e nei territori contro sfruttamento, precarietà e ingiustizia.

Un blocco sociale che ha riconosciuto nelle complicità del governo Meloni con il genocidio la stessa matrice dell’impoverimento del lavoro e dello stato sociale del Paese, ingabbiato in una trentennale crisi dalle politiche antipopolari imposte dall’Unione Europea ed eseguite da tutti i governi.

Il movimento di classe ha battuto un colpo e la Rete dei Comunisti continuerà a organizzare i protagonisti delle lotte per costruire il percorso conflittuale adeguato alle sfide poste dall’attuale fase storica, qui nella cittadella imperialista.

Per la libertà della Palestina e per la fine dello sfruttamento e delle ingiustizie
Contro il governo Meloni e l’imperialismo europeo e occidentale
Insieme alla classe operaia e nell’esempio dei popoli del Sud Globale
Anche qui in Europa riportiamo il movimento di classe al centro della Storia!

Fonte

25/09/2025

Israele scheda le piazze e le organizzazioni solidali con la Palestina in Italia

Sul sito del Ministero israeliano per la Diaspora e la lotta all’antisemitismo è stato pubblicato un dettagliato rapporto con le coordinate dei luoghi e città delle manifestazioni solidali con la Palestina, con i nomi delle principali associazioni promotrici delle manifestazioni e un indice di pericolosità delle stesse graficamente indicato in tre colori: basso (verde), medio (giallo) e alto (rosso).

Il report sulle manifestazioni in Italia del 22 settembre del ministero israeliano risulta pubblicato il 21 settembre alla vigilia della straordinaria giornata di mobilitazione di lunedi che deve aver seriamente preoccupato il governo di Tel Aviv.

Il segnale mandato dalla indignazione popolare espressa nelle manifestazioni di massa per la Palestina in occasione dello sciopero generale – per di più in un paese considerato come un alleato di ferro di Israele – è stato indubbiamente forte.

Il documento, si legge sul sito del ministero, è stato elaborato sulla base di informazioni raccolte attraverso il monitoraggio della rete e con l’aiuto di un ‘sistema tecnologico’. Un lavoro accurato che indica le coordinate (longitudine e latitudine) di tutte le principali piazze delle tante manifestazioni che hanno attraversato le città italiane: dal campus Einaudi dell’università d di Torino per finire a piazza Duomo a Milano.

Ma sono citate tutte le più importanti manifestazioni che si sono svolte il 22 settembre, da piazza Giovannacci a Venezia alla stazione Termini di Roma. E poi Bari, Napoli, Bologna, Ferrara, Modena, Ravenna, Calenzano, Sassari ed anche San Marino. Accanto ad ogni manifestazione il ministero israeliano elenca movimenti, collettivi studenteschi ed associazioni che saranno presenti alle manifestazioni.

Negli anni scorsi Israele aveva creato un anche apposito ministero per contrastare la campagna internazionale BDS.

La schedatura dei propri nemici o critici, è una vera ossessione per gli apparati ideologici di stato israeliani (al lavoro sporco poi ci pensano quelli di sicurezza, ndr).

A rendere più inquietante la faccenda è il fatto che a stilare questo rapporto sia il Ministero della Diaspora cioè quello adibito a tenere i collegamenti con gli aggressivi gruppi sionisti che agiscono negli altri paesi, incluso il nostro.

Fonte

23/09/2025

Una straordinaria giornata di indignazione stravolta sulle prime pagine dei giornali

Ecco come i principali quotidiani di oggi descrivono la straordinaria giornata di mobilitazione per Gaza di ieri. “Guerriglia a Milano su Gaza” (Corriere della Sera); “Piazze di pace e scontri a Milano” (Repubblica); “Palestina rivoluzione francese” e poi “Mezza Italia ferma per la pace a Gaza. Le famiglie in piazza e gli scontri a Milano” (La Stampa); “Marea pacifica, ma tutti parlano di 100 violenti” (Il Fatto); “Mezzo milione in piazza per Gaza L’urlo dell’Italia: “No al genocidio” (Il Domani).

Prevedibilmente più ignobili e con qualche torsione razzista i giornali della destra: “Centri sociali e giovani arabi. Delinquenti per Gaza” (Il Giornale); “Guerra a Gaza, guerriglia in Italia. Sinistra pacifista” (Libero). Per onestà occorre dire che anche il Corriere della Sera ha inseguito la stampa di destra su questo terreno accollando gli scontri di Milano ai “maranza”.

Se una persona in carne ed ossa dovesse valutare la straordinaria giornata di mobilitazione popolare di ieri in tutta Italia dai titoli di prima pagina dei quotidiani di oggi, sarebbe completamente portata fuori strada.

L’informazione mainstream, che tanto ha faticato nel cominciare a dare conto seriamente del genocidio dei palestinesi in corso a Gaza, sta cercando in tutti i modi di nascondere agli occhi dei propri lettori le responsabilità su quanto accade e il vero segnale di ripudio inviato dalle imponenti manifestazioni in occasione dello sciopero generale del 22 settembre.

Focalizzando l’attenzione e lo stigma sugli scontri di Milano dentro e intorno la stazione centrale, riescono ad assolvere ben tre soggetti dalle loro responsabilità e a rimuovere dati di fatto rilevanti.

Sparisce la complicità del governo Meloni con il genocidio e la politica israeliana che è stato il vero detonatore politico e morale dell’indignazione popolare vista nelle piazze.

Sparisce la responsabilità di editori, direttori e capi redattori che usano i fatti di Milano come tema principale per relativizzare il resto ed evitare di interrogarsi seriamente su quanto si è visto sulle piazze.

Sparisce ogni legittima domanda sul fatto che l’opposizione al governo si è manifestata al di fuori dei recinti e dei riti del “campo largo”, indicando una radicalità e partecipazione ben diversa dalla sterile e ossessiva richiesta “la premier venga in aula a riferire”.

Infine sparisce anche ogni domanda sull’atteggiamento della polizia alla stazione di Milano con quei lacrimogeni tirati in uno spazio chiuso e poi le cariche a spazzare la piazza antistante ma che ha visto migliaia di manifestanti tenere comunque la piazza. Un atteggiamento nella gestione dell’ordine pubblico sostanzialmente diverso da quello utilizzato in tutte le altre città dove pure alcune stazioni sono state bloccate dalle manifestazioni, ma emblematicamente diventato il centro delle feroci dichiarazioni degli esponenti del governo e della destra.

Quello che ogni serio giornalista avrebbe dovuto indagare e riferire, è la dimensione e la forza dell’indignazione popolare contro il genocidio dei palestinesi e il fatto che, per la prima volta, un’organizzazione sindacale abbia trovato il coraggio di convocare uno sciopero “politico” e combattivo su una questione apparentemente diversa e distante dai temi strettamente sindacali, infine diventa decisivo farsi qualche domanda sul come questa convocazione abbia raccolti consensi superiori ad uno sciopero tradizionale.

L’insopportabilità del genocidio del popolo palestinese e la spinta a fare qualcosa di fronte all’inerzia/complicità del governo, hanno fatto da detonatore ad una indignazione generale.

Di fronte all’evidenza di quanto i corrispondenti hanno visto davanti ai propri occhi (piazze stracolme di gente, grande determinazione nel bloccare le merci e snodi nevralgici delle città, enorme partecipazione giovanile e studentesca), i media mainstream non potevano nascondere le manifestazioni come avvenuto in altre occasioni, ma hanno strumentalizzato un singolo fatto – Milano – per relativizzare tutto il resto.

In troppi avevano dato per liquidata la dignità di lavoratrici e lavoratori e ritenuto definitiva la “letargia” del mondo del lavoro. Non solo. Lo sciopero e la straordinaria mobilitazione sociale sono nati dall’appello di un pezzo di quella classe operaia – i portuali – che molti ritenevano ormai incapace di dialogare e connettersi con il resto della società.

La giornata del 22 settembre è una smentita clamorosa, non è ancora un movimento ma è una rottura straordinaria che si è materializzata visibilmente. Sorprendentemente è avvenuta sul piano politico e non vertenziale, a conferma che le contraddizioni di questa fase storica chiedono un cambiamento politico e non un aggiustamento.

Ma è proprio questo che i giornali di oggi esorcizzano e che il governo Meloni comincia a temere seriamente.

Fonte

La stampa internazionale sullo sciopero e la mobilitazione del 22 settembre


Sciopero e manifestazioni storiche in Italia in solidarietà con Gaza (Al Jazeera)

In una scena straordinaria che ha riportato alla mente le immagini delle grandi proteste in Europa, la vita è stata sconvolta in diverse città italiane dopo che migliaia di persone sono scese in piazza con lo slogan “blocchiamo tutto” in solidarietà con Gaza e per chiedere la fine delle spedizioni di armi a Israele.

Foto e video si sono diffusi a macchia d’olio sulle piattaforme dei social media, documentando la sospensione dei trasporti pubblici, dei porti e delle ferrovie, oltre agli eventi studenteschi nelle università.

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Strade italiane, porti bloccati mentre i manifestanti anti-israeliani cercano di portare il paese a un “punto morto” (Times of Israel)

I lavoratori portuali dicono che cercano di impedire i trasferimenti di armi allo Stato ebraico, molte grandi città vedono manifestazioni a sostegno di “una popolazione che viene sterminata”. 

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Sciopero generale per Gaza (Junge Welt)
Italia: Proteste a livello nazionale, scioperi e blocchi contro la complicità nel genocidio.


In tutto il paese, i lavoratori in Italia hanno smesso di lavorare lunedì per protestare contro la complicità dell’Occidente nel genocidio di Gaza. Il sindacato di base USB aveva indetto uno “sciopero generale” di un giorno per chiedere che il primo ministro post-fascista Giorgia Meloni “rompesse immediatamente i rapporti con lo Stato terrorista di Israele”.

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In Italia, le manifestazioni di solidarietà con Gaza riuniscono decine di migliaia di persone (Le Monde)

Decine di migliaia di persone hanno manifestato lunedì in tutta Italia per “denunciare il genocidio a Gaza”, nel corso di una giornata di mobilitazione segnata da scioperi e blocchi indetti da diversi sindacati che riprendono lo slogan del movimento francese Bloquons.

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Migliaia di lavoratori italiani scioperano in solidarietà con Gaza, causando disordini in tutto il paese (The Indipendent)

Migliaia di lavoratori e studenti in tutta Italia hanno partecipato a uno sciopero generale e a manifestazioni diffuse lunedì in solidarietà con i palestinesi a Gaza.I sindacati di base italiani hanno indetto lo sciopero generale di 24 ore nei settori pubblico e privato, comprese le trasportazioni pubbliche, i treni, le scuole e i porti.Lo sciopero ha causato disagi in tutto il paese, con lunghi ritardi per i treni nazionali e un trasporto pubblico limitato nelle principali città, tra cui Roma e Milano.

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I lavoratori organizzano uno sciopero di massa in tutta Italia a sostegno di Gaza (Politico)

I sindacati fanno pressione sul Primo Ministro Giorgia Meloni riguardo al supporto per Israele.

Decine di migliaia di manifestanti hanno marciato in dozzine di città italiane lunedì mentre gli scioperi hanno fermato il trasporto ferroviario e autostradale dopo che i sindacati hanno indetto uno sciopero nazionale a sostegno dei palestinesi a Gaza.

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I manifestanti che chiedono solidarietà con i palestinesi si scontrano con la polizia a Milano (New York Times)

Fonte

Si sono rotti gli argini

In Italia, lunedì 22 settembre, è successo qualcosa di enorme significato politico, che segna probabilmente l’inizio della fine della “passività sociale”.

Uno sciopero generale convocato da un sindacato come l’USB – rilevante, ma certo non delle dimensioni delle due formazioni di regime che ancora dominano il panorama sindacale – si è saldato con il sentimento di ribellione pacifica di milioni di persone che assistono da due anni a un genocidio in diretta tv.

L’arco delle associazioni o delle organizzazioni che avevano convocato la mobilitazione era certamente vasto, come tante altre volte era avvenuto, ma mai aveva messo in moto una massa di gente come quella che si è vista ieri.

La domanda a cui rispondere è terribilmente semplice e complicata: cosa unisce quella massa? Cosa la terrà insieme, facendola crescere, nei prossimi mesi e anni?

Cercare di isolare l’aspetto economico-vertenziale, tipicamente sindacale, rispetto a quello politico, sociale, umano, oggi sta diventando impossibile. La realtà del mondo attuale tiene insieme senza possibilità di separazione i dati “strutturali” e l’universo delle contraddizioni sociali, anche solo “valoriali”.

Lo hanno capito per primi e meglio quei lavoratori che hanno coniato la parola d’ordine “Giù le armi, su i salari!”. Perché mai come oggi è visibile, sentito sulla propria pelle, la catena che unisce l’impoverimento di chi pure un lavoro ce l’ha e le guerre alle nostre porte.

Mai come oggi è apparso così chiaro che il mostruoso arricchimento di pochissimi si nutre di un iper-sfruttamento che culmina nell’azzeramento non solo della dignità del lavoratore, ma della sua stessa vita. I sempre più numerosi “incidenti sul lavoro” vengono ormai comunemente chiamati “omicidi”. E non più “bianchi”, attribuibili alla pura sfortuna individuale, ma cinicamente messi in conto da imprenditori senza scrupoli e con il permesso di politici senza onore. Se non propriamente “premeditati”, di certo per nulla resi evitabili. Anzi... 

Ma tutto questo sarebbe ancora rimasto confinabile all’interno della normale dialettica conflittuale tra capitale e lavoro. La guerra in Ucraina, l’irresponsabile ricerca dell’escalation da parte dei corrotti ai vertici dell’Unione Europea e dei singoli Stati, l’intollerabile “doppio standard” applicato a comunque terribili episodi del tutto simili, ha progressivamente chiarito che i “valori dell’Occidente” capitalistico cominciano e finiscono dentro le colonne dei libri contabili. Se c’è profitto bene, altrimenti potete morire tutti. Voialtri poveri e rompiglioni, naturalmente... 

Ma è stata soprattutto Gaza, quel genocidio quotidiano in prima serata negato dagli stessi servi che pure devono in qualche modo “parlarne”, quell’infinito distruggere case e corpi di untermeschen – oggi i palestinesi nella visione dei nazisionisti, ma anche gli arabi in genere, che non esistono, almeno fino a quando non fanno Resistenza – ha messo definitivamente nero su bianco, fotogramma dopo fotogramma, che i “diritti umani” sono per le classi dominanti un escamotage linguistico, una finzione letteraria distesa su una realtà orrenda.

Se il diritto alla vita può essere così brutalmente cancellato per un intero popolo, gli altri “diritti” sono chiacchiere e distintivo, carburante per i talk show, esigibili dai “nostri” ma impraticabili per tutti gli altri.

Il limite dell’inumano è stato superato migliaia di volte, fino a quel “definisci bambino” intimato tra i denti da un sionista israeliano che è riuscito a fa imbestialire persino un anziano comico che aveva mantenuto una sua umana scala dei valori.

L’orrore, il puro orrore, è ormai la vera cifra della “civiltà occidentale”, da Washington a Tel Aviv.

A tutto questo, ed anche tanto altro, quella massa di gente scesa in piazza ieri pretende di dire “basta!” Lo pretende sapendo benissimo che i rispettivi governo e insiemi di governi (UE, Nato, ecc.) sono completamente sordi e ciechi.

Un orrore che va logicamente oltre i confini del “semplice” conflitto di classe, lo scontro sui salari, il welfare, la sanità, la libertà individuale (di fare i soldi; di più non è dato). Ma che pure comprende in sé tutti quei temi su cui ognuno, in misura diversa, ogni giorno verifica l’invivibilità di questo sistema di accumulazione. Non “di vita”, ma il suo contrario... 

La dimostrazione empirica è arrivata – in modo assolutamente inatteso – dagli automobilisti bloccati nel traffico, che hanno applaudito a scena aperta i manifestanti che pure li stavano “infastidendo”. Per molto meno, solo pochi mesi fa, i ragazzi di Ultima Generazione erano stati picchiati.

Se così è, come ci è sembrato girando nell’immenso corteo di Roma ed anche in altri, in primo luogo dobbiamo riconoscere che quella massa di gente – lavoratori, studenti, pensionati, madri, ecc. – sta cercando una rappresentanza soprattutto ideale, valoriale, culturale in senso ampio.

Cerca un qualcosa che difenda tutto ciò in cui crede – anche differenziato, com’è giusto che sia – e lo proponga sulla scena conflittuale e politica come un modo d’essere e di pensare, sia il presente che il futuro.

È molto di più di una “rappresentanza politica” da votare alle prossime elezioni, ma qualcosa di più autentico, profondo, duraturo, nella speranza di cambiare totalmente la fogna in cui annaspiamo. Una visione del mondo coerente, sostenuta da forze organizzate magari ancora minoritarie, ma sicuramente non disposte a scambiare valori ideali con poltrone.

Qualcosa è nato. È un blocco sociale atipico, rispetto al lontano passato. Ma in fondo questi sono altri tempi – tempi di guerra e quindi di rivoluzioni – e non possiamo né dobbiamo cercare il “già noto” per affrontare l’ignoto. È un nuovo scenario, che richiede nuovi occhiali.

Lavorare con attenzione e rispetto perché cresca, si consolidi, si chiarisca intorno a qualsiasi tema, è la precondizione per sperare di farlo arrivare vivo al traguardo. Quello di un mondo senza suprematismi di classe o religiosi, e dunque senza sfruttamento, senza guerra e senza genocidi.

P.S. Com’era prevedibile, il governo – tramite la polizia – ha cercato almeno a Milano di far scomparire il tanto che abbiamo provato a descrivere sotto il “già noto” con gli “scontri” . Un modo molto mediatico di far parlare d’altro ai tanti ignobili individui che popolano gli scranni di Parlamento, governo e redazioni.

Gentucola che non aspettava altro per continuare come prima a difendere il genocidio e il riarmo, tacciando gli altri di “violenza”. Se non sanno distinguere quattro vetri rotti da uno sterminio senza fine, forse hanno bisogno di un oculista straordinariamente bravo, di quelli che sanno guardare in fondo a un cervello svenduto.

Su una cosa comunque ha ragione Giorgia Meloni, quando ha commentato le cariche di Milano definendole “violenze e distruzioni che non cambieranno di una virgola la vita delle persone a Gaza”.

In effetti le armi e la copertura politica che il suo governo continua a dare ad Israele hanno conseguenze molto più “efficaci” sulla vita delle persone di Gaza.

Le annientano.


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