La prossima manovra di bilancio potrebbe mettere sotto tiro l’assegno unico familiare, anche se al momento una nota del Mef ha smentito la volontà di intervenire su questa prestazione sociale per le famiglie. Eppure sarà bene non dare nulla per scontato.
L’assegno unico universale, ovvero la principale misura di sostegno per le famiglie è entrato in vigore da marzo 2022, sostituendo i precedenti assegni familiari che erano però legati alla posizione contributiva. Lo percepivano solo i lavoratori dipendenti (anche in Naspi) e i lavoratori a progetto. Tutti gli altri, inclusi i disoccupati, no.
Il nuovo assegno unico familiare era così diventato – giustamente – una misura universale legata alla presenza di figli nei nuclei familiari, minorenni soprattutto, ma con qualche eccezione sopra i 18 anni per i nuclei numerosi.
La platea dei beneficiari, con il nuovo assegno familiari, si era dunque allargata. Secondo gli ultimi dati Inps sono oltre 6 milioni i nuclei familiari che ne hanno beneficiato per un totale di 9.549.571 figli che percepiscono il contributo.
Va ricordato però che l’assegno unico ingloba e sostituisce le detrazioni fiscali per i figli a carico oltre ad assorbire una serie di bonus sociali previsti per le famiglie. Non può sfuggire il dato che nella relazione di accompagnamento alla misura nel 2021 veniva previsto un risparmio rispetto al precedente istituto degli assegni familiari.
In sostanza le famiglie che lo ricevono sono più numerose ma gli introiti sono più bassi di quelli precedenti, come hanno scoperto molti percettori quando hanno cominciato a vedere la differenza tra quanto arriva come pagamento diretto dall’Inps e quanto percepivano prima direttamente sulle buste paga.
A meno di due anni dall’introduzione dell’assegno unico già si sta discute però di come mandarlo in soffitta o di una revisione della misura. La verifica sullo stato delle cose sarà nella manovra di bilancio di fine anno, per cui fino all’approvazione del testo di legge definitivo poco o nulla sarà certo.
La Repubblica del 29 agosto ha lanciato l’allarme, smentito però sia dal Mef che dalla ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella.
Ad esempio, ancora oggi, manca il decreto attuativo della legge delega sull’Isee che avrebbe dovuto escludere dal calcolo dell’indicatore della situazione economica equivalente dei nuclei familiari gli importi erogati per l’assegno unico.
Quest’anno, dato che l’Isee 2024 prende come riferimento le entrate 2022 delle famiglie (inclusi gli importi percepiti dall'Inps per l’assegno stesso), secondo alcune stime dei patronati i valori degli Isee sono lievitati.
Le famiglie con un Isee più elevato si sono viste quindi escludere da altre misure ancorata all’indicatore, come ad esempio i bonus gas e luce oppure il bonus nido. Il Governo nei mesi scorsi ha dichiarato di voler “correggere” questo errore. La seconda rogna sull’assegno unico universale è la procedura di infrazione europea: a luglio l’Italia è stata deferita alla Corte Ue per i requisiti legati alla residenza.
Il Dlgs 230/2021 istitutivo dell’assegno unico prevede che i richiedenti debbano essere residenti sul territorio italiano al momento della domanda ed essere stati residenti in Italia per almeno 2 anni (anche se non continuativi) oppure avere un permesso di soggiorno di lunga durata (almeno sei mesi).
La Commissione ritiene che questo regime non sia compatibile con il diritto europeo in quanto costituisce una discriminazione nei confronti dei lavoratori mobili di altri Stati membri dell’Ue che in questo modo non possono beneficiare della prestazione familiare. Ma il problema, per il governo, non sono gli europei quanto gli extracomunitari. A luglio la Meloni ha dichiarato che “Bruxelles ci apre una procedura di infrazione sostenendo la bizzarra tesi che noi dovremmo riconoscere l’assegno unico a tutti i lavoratori stranieri” ed ha definito la richiesta “insostenibile”, dichiarando di voler dare battaglia contro la richiesta europea.
I correttivi all’Isee, l’eventuale l’infrazione europea e il ritorno alle politiche di tagli alle spese sociali, in qualche modo ipotecano i conti dell’assegno unico. Per il 2024 la misura prevede uno stanziamento pari a 19,2 miliardi di euro, per cui si sono dovuti aggiungere 500 milioni nel budget per coprire gli aumenti introdotti con la legge di Bilancio 2023. Eppure ci sono stati dei risparmi legati alla misura, che hanno addirittura permesso al Governo di dirottare ad altri capitoli di spesa alcuni dei fondi residui a fine 2023 per gli assegni familiari.
Secondo gli ultimi dati Inps, aggiornati a giugno (quindi al primo semestre), finora sono stati erogati 9.862.400 euro per l’assegno unico. Nel secondo semestre, si potrebbero toccare i 19,7 miliardi a fine anno, sforando quindi i fondi previsti dal budget per la prestazione.
Ad aver fatto lievitare la spesa in questi anni è stato inoltre l’adeguamento – previsto per legge – del contributo all’inflazione che nel 2023 ha visto un aumento dell’8,1% per effetto delle boom dei prezzi del 2022. Nel 2024 l’aumento è stato più contenuto, al 5,4%. Per 2025 si stima possa esserci un aumento intorno all’1 per cento.
Con la prossima legge di bilancio il Governo dovrà rimettere mano a questa misura di welfare universale, una delle poche esistente come tale nel nostro paese. Si parla di nuovo Piano nazionale per le famiglie che potrebbe rivedere il quadro degli aiuti alle famiglie, incluso l’assegno unico.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2024
29/08/2023
Guerra ai poveri. Sotto tiro anche l’assegno unico per i figli
Leggendo tra le righe dei documenti della contabilità che stanno circolando in preparazione della Legge di Bilancio, appare e scompare anche la voce “risparmio sull’Assegno Unico”.
Si tratta cioè di minori esborsi per il pagamento di una prestazione sociale alle famiglie con figli, diventata finalmente universale nel 2022. Prima era legata alla sola posizione lavorativa e contributiva ed escludeva disoccupati e lavoratori autonomi con figli.
Fino a oggi l’importo dell’Assegno Unico familiare, veniva riconosciuto anche in presenza di anomalie tra l’Isee e la Dsu. Dal 1 settembre non sarà più cosi. L’Inps, nel suo messaggio 2856 dello scorso primo agosto, ha comunicato che in caso di indicatore “difforme” sarà riconosciuto solo la somma minima prevista. Per i beneficiari dell’Assegno unico universale, rimangono tre giorni per correggere eventuali Isee difformi (o con omissioni) e non vedere il proprio assegno ridotto a settembre.
Vista la difficoltà dell’iter di regolarizzazione degli indicatori, il numero di famiglie che subiranno una decurtazione provvisoria dell’assegno pare destinata a salire e non di poco. Stando alle valutazioni informali fatte dai Caf, la percentuale dovrebbe girare attorno al dieci per cento.
Il problema, sempre tenendo conto di questi dati ufficiosi, potrebbe riguardare circa 600mila nuclei familiari percettori dell’assegno, i quali potrebbero vedersi ridurre l’assegno a figlio da 175 a 54 euro al mese (con una Isee di 15mila euro), da 150 a 54 (con Isee di 20mila euro) e da 100 a 54 (con Isee da 30mila).
Occorre poi sapere che l’assegno previsto per chi ha un Isee maggiore di 40mila euro o a chi non la presenta affatto, è sempre la stesso: 54 euro al mese per ogni figlio minorenne, 27 per quelli tra i 18 e i 21 anni che risulti studente o disoccupato.
La causa di questi tagli, sostanziosi, saranno le cosiddette anomalie, o meglio le “difformità” dell’indicatore Isee che dal 1 settembre non saranno più accettate.
Chiunque abbia fatto un Isee, sa che queste cosiddette anomalie possono avere motivazioni molteplici. Un vecchio conto corrente nel frattempo dimenticato, un dato sbagliato da parte del datore di lavoro o del Caf, un figlio che ha lavorato a prestazione occasionale e che ha sforato di 5 euro il tetto. Il fatto che l’introduzione dell’Assegno Unico abbia portato – sussumendole – all’eliminazione delle detrazioni fiscali per i figli, ha eliminato un automatismo che dava maggiori garanzie.
Il risultato di queste difformità è sempre lo stesso: la divergenza tra il valore dell’Isee e quello del Dsu. Entro il 31 agosto queste eventuali difformità vanno corrette e comunicate all’Inps altrimenti viene tagliato al minimo l’Assegno Unico. Essendo stato inviato il messaggio il 1 agosto e con molti Caf chiusi per ferie, è facile immaginare che non saranno poche le famiglie che sullo stipendio di settembre troveranno una brutta sorpresa.
Anche perché, l’ennesima perversione è stata quella di aver affidato l’intera procedura sull’Assegno Unico ad un algoritmo centralizzato che non consente agli operatori dell’Inps che lavorano nelle sedi (quindi a contatto con il pubblico, ed è nelle sedi che la gente va a chiedere conto o a protestare) di poter intervenire in alcun modo sulla procedura per poter correggere errori facilmente e rapidamente risolvibili.
Infine, e non per importanza, sull’inganno dell’Assegno Unico rispetto al vecchio sistema abbiamo scritto spesso sul nostro giornale (vedi qui e qui) suonando l’allarme ancora prima che diventasse operativo.
Con l’assegno unico familiare era stato fatto un passo in avanti significativo, rendendolo finalmente una misura universale e non legata solo alla posizione lavorativa da lavoro dipendente (inclusi i periodi di Naspi), ma ci aveva colpito il fatto che già nella relazione di accompagnamento al provvedimento si parlava di risparmi previsti rispetto al sistema precedente, soprattutto con l’eliminazione delle detrazioni Irpef per i figli a carico.
Per conseguenza logica se chi eroga già prevedeva risparmi vuol dire che chi riceve... avrebbe ricevuto meno di prima. Ed ora ci siamo.
Fonte
Si tratta cioè di minori esborsi per il pagamento di una prestazione sociale alle famiglie con figli, diventata finalmente universale nel 2022. Prima era legata alla sola posizione lavorativa e contributiva ed escludeva disoccupati e lavoratori autonomi con figli.
Fino a oggi l’importo dell’Assegno Unico familiare, veniva riconosciuto anche in presenza di anomalie tra l’Isee e la Dsu. Dal 1 settembre non sarà più cosi. L’Inps, nel suo messaggio 2856 dello scorso primo agosto, ha comunicato che in caso di indicatore “difforme” sarà riconosciuto solo la somma minima prevista. Per i beneficiari dell’Assegno unico universale, rimangono tre giorni per correggere eventuali Isee difformi (o con omissioni) e non vedere il proprio assegno ridotto a settembre.
Vista la difficoltà dell’iter di regolarizzazione degli indicatori, il numero di famiglie che subiranno una decurtazione provvisoria dell’assegno pare destinata a salire e non di poco. Stando alle valutazioni informali fatte dai Caf, la percentuale dovrebbe girare attorno al dieci per cento.
Il problema, sempre tenendo conto di questi dati ufficiosi, potrebbe riguardare circa 600mila nuclei familiari percettori dell’assegno, i quali potrebbero vedersi ridurre l’assegno a figlio da 175 a 54 euro al mese (con una Isee di 15mila euro), da 150 a 54 (con Isee di 20mila euro) e da 100 a 54 (con Isee da 30mila).
Occorre poi sapere che l’assegno previsto per chi ha un Isee maggiore di 40mila euro o a chi non la presenta affatto, è sempre la stesso: 54 euro al mese per ogni figlio minorenne, 27 per quelli tra i 18 e i 21 anni che risulti studente o disoccupato.
La causa di questi tagli, sostanziosi, saranno le cosiddette anomalie, o meglio le “difformità” dell’indicatore Isee che dal 1 settembre non saranno più accettate.
Chiunque abbia fatto un Isee, sa che queste cosiddette anomalie possono avere motivazioni molteplici. Un vecchio conto corrente nel frattempo dimenticato, un dato sbagliato da parte del datore di lavoro o del Caf, un figlio che ha lavorato a prestazione occasionale e che ha sforato di 5 euro il tetto. Il fatto che l’introduzione dell’Assegno Unico abbia portato – sussumendole – all’eliminazione delle detrazioni fiscali per i figli, ha eliminato un automatismo che dava maggiori garanzie.
Il risultato di queste difformità è sempre lo stesso: la divergenza tra il valore dell’Isee e quello del Dsu. Entro il 31 agosto queste eventuali difformità vanno corrette e comunicate all’Inps altrimenti viene tagliato al minimo l’Assegno Unico. Essendo stato inviato il messaggio il 1 agosto e con molti Caf chiusi per ferie, è facile immaginare che non saranno poche le famiglie che sullo stipendio di settembre troveranno una brutta sorpresa.
Anche perché, l’ennesima perversione è stata quella di aver affidato l’intera procedura sull’Assegno Unico ad un algoritmo centralizzato che non consente agli operatori dell’Inps che lavorano nelle sedi (quindi a contatto con il pubblico, ed è nelle sedi che la gente va a chiedere conto o a protestare) di poter intervenire in alcun modo sulla procedura per poter correggere errori facilmente e rapidamente risolvibili.
Infine, e non per importanza, sull’inganno dell’Assegno Unico rispetto al vecchio sistema abbiamo scritto spesso sul nostro giornale (vedi qui e qui) suonando l’allarme ancora prima che diventasse operativo.
Con l’assegno unico familiare era stato fatto un passo in avanti significativo, rendendolo finalmente una misura universale e non legata solo alla posizione lavorativa da lavoro dipendente (inclusi i periodi di Naspi), ma ci aveva colpito il fatto che già nella relazione di accompagnamento al provvedimento si parlava di risparmi previsti rispetto al sistema precedente, soprattutto con l’eliminazione delle detrazioni Irpef per i figli a carico.
Per conseguenza logica se chi eroga già prevedeva risparmi vuol dire che chi riceve... avrebbe ricevuto meno di prima. Ed ora ci siamo.
Fonte
05/11/2022
Assegno unico familiare. Meno soldi alle famiglie e maggiori ostacoli
Eravamo stati facili profeti quando abbiamo denunciato che tramite il bluff del nuovo assegno unico familiare, alla fine, alle famiglie sarebbero arrivati meno soldi di quanti ne percepivano prima. Secondo i dati diffusi dall’Inps, a marzo solo la metà delle famiglie aveva richiesto l’assegno unico per i figli, si tratta di 3,5 milioni di nuclei per 5,8 milioni di figli, su una platea che è quasi doppia: 7,3 milioni di famiglie per 11,2 milioni di figli.
Con l’assegno unico la platea di beneficiari è stata giustamente allargata. Prima lo percepivano solo i lavoratori dipendenti (anche in Naspi), adesso anche i lavoratori autonomi. Se prima la prestazione era legata alla posizione lavorativa/contributiva ed era anticipata dai datori di lavoro che poi la recuperavano conguagliando, adesso è diventata una prestazione universale pagata direttamente dall’Inps.
Ma già nell’impostazione della procedura e dal consuntivo a bilancio, si capiva che le cose sarebbero cambiate e alle famiglie alla fine sarebbero arrivati meno soldi di prima per i figli a carico.
La relazione di accompagnamento al provvedimento nel 2021 e gli annunci del governo parlavano di risparmi di spesa, dunque se la matematica non è opinione significa meno soldi. Inoltre proprio perché la platea di chi percepisce la prestazione è più ampia di prima, è evidente che i fondi previsti vengono spalmati su un numero maggiore di beneficiari. L’aver tolto le detrazioni fiscali per i figli a carico per includere nella composizione dell’assegno familiare, si è rivelata veramente “diabolica”.
Infine, e non certo per importanza, affidando i calcoli esclusivamente ad un algoritmo, i funzionari dell’Inps nelle sedi territoriali sono stati privati della possibilità di intervenire per correggere gli errori del sistema. In compenso sono loro che devono far fronte alla crescente rabbia e domande degli utenti che si rivolgono agli sportelli territoriali per avere spiegazioni. Ma l’automatizzazione della procedura impedisce agli operatori di risolvere i problemi che si presentano. Insomma la digitalizzazione che esclude totalmente l’intervento del “fattore umano” è un disastro che andrebbe evitato.
Ma se già nei mesi scorsi è cresciuto esponenzialmente il numero di proteste e rimostranze da parte delle famiglie che si sono viste recapitare assegni familiari più bassi che in passato, adesso si sta presentando una nuova rogna che riguarda i genitori di coppie separate/divorziate e i nuclei familiari monogenitoriali
L’assegno unico del mese di ottobre è stato ridotto, rispetto alle mensilità precedenti, a circa un milione di famiglie monogenitoriali. A raccogliere centinaia di segnalazioni dai propri associati è stata l’associazione di volontariato “Una Buona Idea” a tutela delle famiglie di vedove e orfani, nata per difendere i diritti civili di questi nuclei. Ma sono coinvolti numerosi genitori che da soli curano i propri figli, per le più svariate ragioni (genitore unico, vedovo o con figlio non riconosciuto), e il loro sconcerto trova sfogo anche nella pioggia di commenti sulla pagina Facebook “Inps per la famiglia”. A riferirne è Il Sole 24 Ore.
Il motivo ufficiale non è stato comunicato ai diretti interessati, ma la riduzione dell’importo riguarda la maggiorazione prevista dall’articolo 4, comma 8 del decreto legislativo n. 230/2021, percepita fino allo scorso mese da molti di questi nuclei monogenitoriali: in base alla norma, “nel caso in cui entrambi i genitori siano titolari di reddito da lavoro, è prevista una maggiorazione per ciascun figlio minore”. Questa maggiorazione è pari a 30 euro con Isee pari o inferiore a 15mila euro e si riduce gradualmente fino ad annullarsi con Isee pari o superiore 40mila euro.
La decurtazione, fa sapere l’Inps, è legata al disconoscimento della maggiorazione che spetta solamente ai nuclei familiari in cui entrambe i genitori siano titolari di reddito da lavoro. L’istituto procederà, di conseguenza, a compensare gli importi non spettanti percepiti finora sulle rate successive. Una procedura obbligata: in assenza di una modifica del testo normativo, non è possibile riconoscere la maggiorazione anche a queste famiglie.
Dunque un micidiale combinato disposto tra risparmi di spesa, eliminazione e spostamento delle detrazioni fiscali per i figli e utilizzo quasi “religioso” dell’algoritmo nella procedura di definizione dell’assegno unico familiare, ha prodotto gli effetti perversi che avevamo denunciato e che probabilmente erano quelli auspicati dai tecnocrati che hanno impostato questa nuova versione di una prestazione sociale decisiva nel welfare state.
Il presidente dell’Inps Tridico ha in più occasioni dimostrato di essere una brava persona. I suoi lavori universitari sul welfare sono ottimi, ma ha continuato a circondarsi e a farsi turlupinare da una dirigenza dell’Inps infida e profondamente intrisa da quel tecno-liberismo che andrebbe tenuto alla larga con il filo spinato dagli istituti che hanno come ragione sociale gli interessi pubblici.
Fonte
Con l’assegno unico la platea di beneficiari è stata giustamente allargata. Prima lo percepivano solo i lavoratori dipendenti (anche in Naspi), adesso anche i lavoratori autonomi. Se prima la prestazione era legata alla posizione lavorativa/contributiva ed era anticipata dai datori di lavoro che poi la recuperavano conguagliando, adesso è diventata una prestazione universale pagata direttamente dall’Inps.
Ma già nell’impostazione della procedura e dal consuntivo a bilancio, si capiva che le cose sarebbero cambiate e alle famiglie alla fine sarebbero arrivati meno soldi di prima per i figli a carico.
La relazione di accompagnamento al provvedimento nel 2021 e gli annunci del governo parlavano di risparmi di spesa, dunque se la matematica non è opinione significa meno soldi. Inoltre proprio perché la platea di chi percepisce la prestazione è più ampia di prima, è evidente che i fondi previsti vengono spalmati su un numero maggiore di beneficiari. L’aver tolto le detrazioni fiscali per i figli a carico per includere nella composizione dell’assegno familiare, si è rivelata veramente “diabolica”.
Infine, e non certo per importanza, affidando i calcoli esclusivamente ad un algoritmo, i funzionari dell’Inps nelle sedi territoriali sono stati privati della possibilità di intervenire per correggere gli errori del sistema. In compenso sono loro che devono far fronte alla crescente rabbia e domande degli utenti che si rivolgono agli sportelli territoriali per avere spiegazioni. Ma l’automatizzazione della procedura impedisce agli operatori di risolvere i problemi che si presentano. Insomma la digitalizzazione che esclude totalmente l’intervento del “fattore umano” è un disastro che andrebbe evitato.
Ma se già nei mesi scorsi è cresciuto esponenzialmente il numero di proteste e rimostranze da parte delle famiglie che si sono viste recapitare assegni familiari più bassi che in passato, adesso si sta presentando una nuova rogna che riguarda i genitori di coppie separate/divorziate e i nuclei familiari monogenitoriali
L’assegno unico del mese di ottobre è stato ridotto, rispetto alle mensilità precedenti, a circa un milione di famiglie monogenitoriali. A raccogliere centinaia di segnalazioni dai propri associati è stata l’associazione di volontariato “Una Buona Idea” a tutela delle famiglie di vedove e orfani, nata per difendere i diritti civili di questi nuclei. Ma sono coinvolti numerosi genitori che da soli curano i propri figli, per le più svariate ragioni (genitore unico, vedovo o con figlio non riconosciuto), e il loro sconcerto trova sfogo anche nella pioggia di commenti sulla pagina Facebook “Inps per la famiglia”. A riferirne è Il Sole 24 Ore.
Il motivo ufficiale non è stato comunicato ai diretti interessati, ma la riduzione dell’importo riguarda la maggiorazione prevista dall’articolo 4, comma 8 del decreto legislativo n. 230/2021, percepita fino allo scorso mese da molti di questi nuclei monogenitoriali: in base alla norma, “nel caso in cui entrambi i genitori siano titolari di reddito da lavoro, è prevista una maggiorazione per ciascun figlio minore”. Questa maggiorazione è pari a 30 euro con Isee pari o inferiore a 15mila euro e si riduce gradualmente fino ad annullarsi con Isee pari o superiore 40mila euro.
La decurtazione, fa sapere l’Inps, è legata al disconoscimento della maggiorazione che spetta solamente ai nuclei familiari in cui entrambe i genitori siano titolari di reddito da lavoro. L’istituto procederà, di conseguenza, a compensare gli importi non spettanti percepiti finora sulle rate successive. Una procedura obbligata: in assenza di una modifica del testo normativo, non è possibile riconoscere la maggiorazione anche a queste famiglie.
Dunque un micidiale combinato disposto tra risparmi di spesa, eliminazione e spostamento delle detrazioni fiscali per i figli e utilizzo quasi “religioso” dell’algoritmo nella procedura di definizione dell’assegno unico familiare, ha prodotto gli effetti perversi che avevamo denunciato e che probabilmente erano quelli auspicati dai tecnocrati che hanno impostato questa nuova versione di una prestazione sociale decisiva nel welfare state.
Il presidente dell’Inps Tridico ha in più occasioni dimostrato di essere una brava persona. I suoi lavori universitari sul welfare sono ottimi, ma ha continuato a circondarsi e a farsi turlupinare da una dirigenza dell’Inps infida e profondamente intrisa da quel tecno-liberismo che andrebbe tenuto alla larga con il filo spinato dagli istituti che hanno come ragione sociale gli interessi pubblici.
Fonte
29/12/2021
Caos annunciato sull’assegno familiare unico
Fare i conti ma senza l’oste. Osservando la ridda di annunci sulla introduzione dell’assegno unico familiare, si ha la netta sensazione che la fregola dell’effetto annuncio sia foriera del caos prossimo venturo e che magari, ancora una volta, sarà accollato all’Inps e al suo presidente Tridico, colpevole di credere nel welfare pubblico e di essere poco indulgente con le imprese private.
Spezziamo però subito una lancia a favore dell’”assegno familiare unico”, perché quella degli assegni familiari diventa finalmente una prestazione “universale” e non più legata esclusivamente alla condizione lavorativa/contributiva di chi ha dei figli minorenni.
Ma che si stia rischiando l’ennesimo bluff lo avevamo già segnalato dalla pagine del nostro giornale
Oggi infatti gli assegni familiari vengono percepiti solo dai lavoratori dipendenti e da quelli domestici, in gestione separata o in Naspi. Disoccupati e lavoratori autonomi ne erano esclusi.
Nel primo caso c’è una sorta di triangolazione con le imprese, che anticipano gli assegni familiari e poi recuperano le somme conguagliandole dai contributi che versano annualmente all’Inps.
Nel secondo caso invece si tratta di un pagamento diretto dell’Inps sugli iban forniti dai soggetti con un nucleo familiare.
Nel caso di disoccupati o inoccupati (paradossalmente) o di lavoratori a partita Iva non era invece prevista dall’Inps alcuna prestazione per i figli. Solo in alcuni casi erano i Comuni a erogare un assegno dal terzo figlio in poi.
Le veline ufficiali scrivono che il 23 dicembre il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che istituisce il nuovo beneficio economico a favore dei nuclei familiari in base alla condizione economica (Isee).
Tra le novità introdotte a seguito delle osservazioni del Parlamento ci sono i trattamenti per i figli disabili: a quelli tra 18 e 21 anni la maggiorazione mensile è stata incrementata da 50 a 80 euro. La domanda per il nuovo assegno, che ha validità annuale, si presenterà dal 1° gennaio, mentre l’assegno decorrerà da marzo.
Il nuovo assegno unico comporterà la soppressione di una serie di prestazioni sociali e misure vigenti: sparisce la detrazione Irpef per i figli a carico, spesso non fruibile da parte dei contribuenti a più basso reddito, cioè con imposta lorda inferiore al beneficio (c.d. incapienza); gli assegni familiari erogati ai lavoratori dipendenti e pensionati da lavoro dipendente; l’assegno comunale per le famiglie numerose (3 o più figli); l’assegno di natalità (c.d. bonus bebè); il premio alla nascita.
In queste righe c’è una buona notizia (l’assegno ai figli fino ai 21 anni e non più solo ai 18), ma si nascondono anche molte imprecisioni e cattive notizie.
Ad esempio già adesso è prevista e riconosciuta una maggiorazione dell’assegno se si hanno figli invalidi riconosciuti come tali (non è sufficiente la 104, ndr). In secondo luogo, con la nuova legge l’assegno viene riconosciuto a tutti i figli fino a 21 anni e non solo a quelli con invalidità.
Fino ad oggi i figli sopra i 18 anni potevano continuare a beneficiare dell’assegno familiare solo se membri di un nucleo numeroso (da quattro figli in su) o se in presenza di un familiare con totale inabilità a proficuo lavoro (ossia il 100% di invalidità). Infine già da giugno di quest’anno l’importo degli assegni era stato ricalcolato e aumentato.
Ma il caos annunciato è già lì che incombe. Infatti se le famiglie potranno presentare le domande sin da gennaio, prima di marzo l’erogazione degli assegni non sarà possibile. Non solo.
La periodizzazione indicata nel decreto per le domande per gli assegni – da marzo 2022 a febbraio 2023 – andrà a interferire con le domande già in corso da parte di lavoratori dipendenti, domestici e in Naspi, che vanno invece dal 1 luglio dell’anno in corso al 30 giugno dell’anno successivo.
Il buonsenso avrebbe voluto che l’assegno familiare unico partisse in concomitanza di una periodicità ormai consolidata da anni invece che interferire con essa, innescando così una sovrapposizione con milioni di domande già in essere.
Inoltre, fonti interne all’Inps fanno sapere che ancora non esiste alcuna procedura per la gestione delle domande di assegno familiare unico, né è stata annunciata la necessaria formazione di impiegati e funzionari che dovranno gestire la nuova prestazione, resa più delicata anche dal fatto che sarà un pagamento diretto dell’Inps e non più una sorta di triangolazione con le imprese come nel sistema vigente per gli assegni familiari ai dipendenti di aziende attive.
Infine, e non certo per importanza, se le famiglie stanno guardando il dito pensando di poter portare a casa qualche euro in più per il mantenimento dei figli, la Luna manda a dire che, a conti fatti, con l’assegno unico familiare i soldi stanziati per questa prestazione verranno spalmati su una platea più ampia, elimineranno le detrazioni fiscali sui figli a carico ed elimineranno gli assegni familiari dei Comuni e i bonus natalità e prima nascita.
A consuntivo entreranno sulle buste paga meno soldi di prima. È sufficiente pensare che la relazione di accompagnamento della misura dell’assegno unico familiare nel 2019 parlava di risparmi per il bilancio pubblico. Se tanto ci dà tanto, il risparmio sui conti pubblici significa meno soldi alle famiglie.
Insomma, come dicevamo in apertura, hanno annunciato una festa, ma facendo i conti senza l’oste. Sarà bene che le famiglie riducano le proprie aspettative sul nuovo assegno familiare unico, sia per i tempi che per la consistenza effettiva.
Fonte
Spezziamo però subito una lancia a favore dell’”assegno familiare unico”, perché quella degli assegni familiari diventa finalmente una prestazione “universale” e non più legata esclusivamente alla condizione lavorativa/contributiva di chi ha dei figli minorenni.
Ma che si stia rischiando l’ennesimo bluff lo avevamo già segnalato dalla pagine del nostro giornale
Oggi infatti gli assegni familiari vengono percepiti solo dai lavoratori dipendenti e da quelli domestici, in gestione separata o in Naspi. Disoccupati e lavoratori autonomi ne erano esclusi.
Nel primo caso c’è una sorta di triangolazione con le imprese, che anticipano gli assegni familiari e poi recuperano le somme conguagliandole dai contributi che versano annualmente all’Inps.
Nel secondo caso invece si tratta di un pagamento diretto dell’Inps sugli iban forniti dai soggetti con un nucleo familiare.
Nel caso di disoccupati o inoccupati (paradossalmente) o di lavoratori a partita Iva non era invece prevista dall’Inps alcuna prestazione per i figli. Solo in alcuni casi erano i Comuni a erogare un assegno dal terzo figlio in poi.
Le veline ufficiali scrivono che il 23 dicembre il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che istituisce il nuovo beneficio economico a favore dei nuclei familiari in base alla condizione economica (Isee).
Tra le novità introdotte a seguito delle osservazioni del Parlamento ci sono i trattamenti per i figli disabili: a quelli tra 18 e 21 anni la maggiorazione mensile è stata incrementata da 50 a 80 euro. La domanda per il nuovo assegno, che ha validità annuale, si presenterà dal 1° gennaio, mentre l’assegno decorrerà da marzo.
Il nuovo assegno unico comporterà la soppressione di una serie di prestazioni sociali e misure vigenti: sparisce la detrazione Irpef per i figli a carico, spesso non fruibile da parte dei contribuenti a più basso reddito, cioè con imposta lorda inferiore al beneficio (c.d. incapienza); gli assegni familiari erogati ai lavoratori dipendenti e pensionati da lavoro dipendente; l’assegno comunale per le famiglie numerose (3 o più figli); l’assegno di natalità (c.d. bonus bebè); il premio alla nascita.
In queste righe c’è una buona notizia (l’assegno ai figli fino ai 21 anni e non più solo ai 18), ma si nascondono anche molte imprecisioni e cattive notizie.
Ad esempio già adesso è prevista e riconosciuta una maggiorazione dell’assegno se si hanno figli invalidi riconosciuti come tali (non è sufficiente la 104, ndr). In secondo luogo, con la nuova legge l’assegno viene riconosciuto a tutti i figli fino a 21 anni e non solo a quelli con invalidità.
Fino ad oggi i figli sopra i 18 anni potevano continuare a beneficiare dell’assegno familiare solo se membri di un nucleo numeroso (da quattro figli in su) o se in presenza di un familiare con totale inabilità a proficuo lavoro (ossia il 100% di invalidità). Infine già da giugno di quest’anno l’importo degli assegni era stato ricalcolato e aumentato.
Ma il caos annunciato è già lì che incombe. Infatti se le famiglie potranno presentare le domande sin da gennaio, prima di marzo l’erogazione degli assegni non sarà possibile. Non solo.
La periodizzazione indicata nel decreto per le domande per gli assegni – da marzo 2022 a febbraio 2023 – andrà a interferire con le domande già in corso da parte di lavoratori dipendenti, domestici e in Naspi, che vanno invece dal 1 luglio dell’anno in corso al 30 giugno dell’anno successivo.
Il buonsenso avrebbe voluto che l’assegno familiare unico partisse in concomitanza di una periodicità ormai consolidata da anni invece che interferire con essa, innescando così una sovrapposizione con milioni di domande già in essere.
Inoltre, fonti interne all’Inps fanno sapere che ancora non esiste alcuna procedura per la gestione delle domande di assegno familiare unico, né è stata annunciata la necessaria formazione di impiegati e funzionari che dovranno gestire la nuova prestazione, resa più delicata anche dal fatto che sarà un pagamento diretto dell’Inps e non più una sorta di triangolazione con le imprese come nel sistema vigente per gli assegni familiari ai dipendenti di aziende attive.
Infine, e non certo per importanza, se le famiglie stanno guardando il dito pensando di poter portare a casa qualche euro in più per il mantenimento dei figli, la Luna manda a dire che, a conti fatti, con l’assegno unico familiare i soldi stanziati per questa prestazione verranno spalmati su una platea più ampia, elimineranno le detrazioni fiscali sui figli a carico ed elimineranno gli assegni familiari dei Comuni e i bonus natalità e prima nascita.
A consuntivo entreranno sulle buste paga meno soldi di prima. È sufficiente pensare che la relazione di accompagnamento della misura dell’assegno unico familiare nel 2019 parlava di risparmi per il bilancio pubblico. Se tanto ci dà tanto, il risparmio sui conti pubblici significa meno soldi alle famiglie.
Insomma, come dicevamo in apertura, hanno annunciato una festa, ma facendo i conti senza l’oste. Sarà bene che le famiglie riducano le proprie aspettative sul nuovo assegno familiare unico, sia per i tempi che per la consistenza effettiva.
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