Si chiamava Benjamin Giorgio Galli, aveva 27 anni, ed era originario di Varese. È lui il miliziano italiano arruolatosi nella Legione Internazionale ucraina e morto in guerra sul fronte di Kharkhiv. Galli è deceduto nelle scorse ore secondo varesenoi.it. A dare la notizia il padre del giovane, Gabriel Galli, comunicandola ad alcuni conoscenti del ragazzo. Ha confermato il decesso anche la madre, Mirjam Galli: due giorni fa, i compagni hanno raccontato che erano a sud di Kharkiv e Benjamin è stato colpito durante un bombardamento.
Il foreign fighter italiano aveva acquisito la cittadinanza olandese, in quanto si era trasferito là con la famiglia negli ultimi anni. Da primavera si trovava però in Ucraina, dopo essere transitato per Varsavia, si era arruolato nella Legione Internazionale ucraina. Dal suo profilo non emergono inclinazioni politiche ma solo passione per il soft air, i giochi militari all’aperto. Il miliziano italiano era stato impegnato nella zona di Kharkiv e si stava spostando verso Kiev.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Varese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Varese. Mostra tutti i post
22/07/2014
Processo Uva, qualcuno dovrebbe dimettersi
Ci sono voluti sei anni e poco più per arrivare al vero processo sulla morte di Giuseppe Uva. Mentre ci si fa giustamente prendere dall’euforia per questo traguardo agognato da molti, soprattutto dai familiari di Giuseppe, non bisogna dimenticare di porsi una domanda fondamentale: perché ci sono voluti sei anni? Come è stato possibile che questo processo abbia richiesto sei sentenze - con quella di ieri del GUP Stefano Sala, siamo arrivati a sette - una riesumazione della salma, diverse richieste di avocazione del processo puntualmente rigettate, querele su querele ai danni di chi osava mettere in dubbio la condotta dei carabinieri? Sono domande topiche, epocali. E come tutte le domande sui bizantinismi della giustizia italiana, non troveranno mai risposte. Una cosa è certa, ogni procura, ogni tribunale è un microcosmo a se, e quello di Varese riproduce su scala ridotta il “porto delle nebbie” di Roma, ovvero Piazzale Clodio.
In sei anni di processo, l’accusa ha fatto il bello e il cattivo tempo, ha interrogato testimoni, ha cacciato i familiari all’aula, ha scambiato il sangue per succo di pomodoro, ha dato del drogato a un testimone, ha fornito una nuova versione sui tempi di permanenza di Giuseppe Uva in caserma, ha dato fondo insomma a tutti gli strumenti che aveva a disposizione per affermare che nella caserma di Via Saffi non era successo un bel niente. È stato fatto comprendere in tutti i modi, all’accusa, che si stava sbagliando. Gliel’hanno fatto capire diversi giudici, demolendone punto su punto le tesi che ostinatamente portava avanti da anni. Non di malasanità si trattava ma di ben altro, gli disse il giudice Orazio Muscato, quando assolse tutti i medici che tentarono di prendersi cura di Giuseppe, ridotto male a quanto pare, nel reparto psichiatria. “Bisogna mandarli a processo, e subito”, rincarò il GIP Battarino quando stabilì l’imputazione coatta per i sei poliziotti e i due carabinieri, accusati di quattro tipi di reato tra cui l’omicidio preterintenzionale. E poi ci fu finalmente l’avocazione del fascicolo. Cos’altro serviva?
Intanto, intorno infuriava la tempesta mediatica che ha fatto saltare i nervi a non poche persone.
L’assegnazione del fascicolo al nuovo PM Felice Isnardi lasciava ben sperare. Il trasferimento del procuratore capo Maurizio Grigo a Campobasso anche. Cambia il vento a Varese, pensarono tutti.
Macché: il nuovo pm riesce a superare chi l’ha preceduto, chiedendo addirittura il non luogo a procedere per tutti i reati.
Ancora una volta, un giudice ne ha ignorato le richieste e ha mandato tutti a processo. Per tutti i reati.
Adesso, come se non bastasse c’è il rischio prescrizione.
La storia di Giuseppe ormai la conoscono tutti. Tutti hanno di fronte agli occhi quelle evidenze che nemmeno sessant’anni di farse processuali potrebbero demolire. Si sono avvicendati governi, ministri, papi, sono scoppiate diverse guerre nel frattempo. Ma c’è qualcuno che rimane ancora lì e non viene rimosso. Resta lì a Varese, in quel tribunale le cui pareti nascondono chissà quali battaglie intestine in corso. O forse niente di tutto questo. Sei anni di processo per stabilire solo oggi che il vero processo non c’è mai stato, migliaia di euro gettati al vento, dolore, morte, sopraffazione, impunità in divisa sono la normalità, la prassi. Che nessuno paghi in termini professionali per tutto ciò, forse è diventato scontato. L’anomalia diventa normalità. La legge diventa qualcosa di sempre più relativo e personalizzabile, e ha ormai dissipato il confine con l’abuso impunito.
Resta solo l’amarezza. Restano ancora domande senza risposte.
E restano troppe persone dove non dovrebbero restare.
Fonte
In sei anni di processo, l’accusa ha fatto il bello e il cattivo tempo, ha interrogato testimoni, ha cacciato i familiari all’aula, ha scambiato il sangue per succo di pomodoro, ha dato del drogato a un testimone, ha fornito una nuova versione sui tempi di permanenza di Giuseppe Uva in caserma, ha dato fondo insomma a tutti gli strumenti che aveva a disposizione per affermare che nella caserma di Via Saffi non era successo un bel niente. È stato fatto comprendere in tutti i modi, all’accusa, che si stava sbagliando. Gliel’hanno fatto capire diversi giudici, demolendone punto su punto le tesi che ostinatamente portava avanti da anni. Non di malasanità si trattava ma di ben altro, gli disse il giudice Orazio Muscato, quando assolse tutti i medici che tentarono di prendersi cura di Giuseppe, ridotto male a quanto pare, nel reparto psichiatria. “Bisogna mandarli a processo, e subito”, rincarò il GIP Battarino quando stabilì l’imputazione coatta per i sei poliziotti e i due carabinieri, accusati di quattro tipi di reato tra cui l’omicidio preterintenzionale. E poi ci fu finalmente l’avocazione del fascicolo. Cos’altro serviva?
Intanto, intorno infuriava la tempesta mediatica che ha fatto saltare i nervi a non poche persone.
L’assegnazione del fascicolo al nuovo PM Felice Isnardi lasciava ben sperare. Il trasferimento del procuratore capo Maurizio Grigo a Campobasso anche. Cambia il vento a Varese, pensarono tutti.
Macché: il nuovo pm riesce a superare chi l’ha preceduto, chiedendo addirittura il non luogo a procedere per tutti i reati.
Ancora una volta, un giudice ne ha ignorato le richieste e ha mandato tutti a processo. Per tutti i reati.
Adesso, come se non bastasse c’è il rischio prescrizione.
La storia di Giuseppe ormai la conoscono tutti. Tutti hanno di fronte agli occhi quelle evidenze che nemmeno sessant’anni di farse processuali potrebbero demolire. Si sono avvicendati governi, ministri, papi, sono scoppiate diverse guerre nel frattempo. Ma c’è qualcuno che rimane ancora lì e non viene rimosso. Resta lì a Varese, in quel tribunale le cui pareti nascondono chissà quali battaglie intestine in corso. O forse niente di tutto questo. Sei anni di processo per stabilire solo oggi che il vero processo non c’è mai stato, migliaia di euro gettati al vento, dolore, morte, sopraffazione, impunità in divisa sono la normalità, la prassi. Che nessuno paghi in termini professionali per tutto ciò, forse è diventato scontato. L’anomalia diventa normalità. La legge diventa qualcosa di sempre più relativo e personalizzabile, e ha ormai dissipato il confine con l’abuso impunito.
Resta solo l’amarezza. Restano ancora domande senza risposte.
E restano troppe persone dove non dovrebbero restare.
Fonte
27/03/2014
Una testimone: “Uva pestato dalle guardie”. Il pm Abate rimosso dal caso
Il procuratore reggente di Varese, Felice Isnardi, ha rimosso i pm Abate e Arduini dell'indagine sulla morte di Giuseppe Uva e si è assegnato il fascicolo. Sarà dunque lui a sostenere le accuse che il gip ha dettato con la sua ordinanza nei confronti degli uomini in divisa: omicidio preterintenzionale, violenza privata, arresto illegale e abbandono di incapace.
Si tratta di una svolta consistente dopo sei anni di depistaggi, rinvii, ritardi, testimoni mai ascoltati e una serie di atti di intimidazione contro i parenti e gli amici della vittima 43enne morta nell’ospedale di Varese la notte del 14 giugno del 2008 dopo che era stato fermato, insieme all’amico Biggiogero, nel centro della città lombarda.
Il procuratore Isnardi, inviato dalla procura generale di Milano dopo il trasferimento di Maurizio Grigo a Campobasso, ha giudicato "illogica e immotivata" la richiesta di rinvio a giudizio dei sei poliziotti e dei due carabinieri formulata dai due pm che, secondo lui, avrebbero scritto le imputazioni in maniera tale da rendere difficile sostenere l'accusa in giudizio. Del resto, i due hanno più volte espresso la propria contrarietà ad indagare gli uomini delle forze dell’ordine in servizio la notte della morte di Giuseppe Uva cercando prima di deviare l’attenzione verso medici e infermieri e poi di far archiviare il caso. E’ stato solo grazie alla decisione di pochi giorni fa del gip Giuseppe Battarino che è stata respinta la seconda richiesta di archiviazione presentata in pochi mesi e i sei poliziotti e i due carabinieri indagati sono stati rinviati a giudizio e se tutto va bene verranno processati.
L’avvocato della famiglia Uva e di tante altre vittime di ‘malapolizia’, Fabio Anselmo, non può che esprimere soddisfazione per la decisione del procuratore capo di Varese. Ma, aggiunge, “si tratta di un atto che avrebbe dovuto essere compiuto molto tempo prima. La mia non è una critica all’attuale procuratore ma a chi lo ha preceduto”. Poi specifica: “La posizione dei pm Abate e Arduini era imbarazzante e si è fatto torto all’immagine della giustizia e alla dignità della magistratura”.
«Sono un po' felice e un po' amareggiata, un po' di tutto. E' una buona notizia - dichiara a Crimeblog Lucia Uva - si potrebbe anche dire una vittoria, però è anche una sconfitta: in questi sei anni questo pm mi ha proprio torturata, come ha torturato Giuseppe; è stata una battaglia lottata. Ci aspettiamo che adesso parta il vero processo perché Giuseppe è come se lo avessero ucciso ieri ed oggi si cominciano le ricerche sul perché sia morto. Questa è la verità. Noi chiediamo che venga fatta luce e i reati che resteranno in piedi vengano pagati tutti per intero».
Ora però c’è un problema di tempi, perché a giugno tutti i reati ipotizzati nei confronti degli otto tra militari e poliziotti, tranne quello di omicidio colposo, saranno archiviati d’ufficio per scadenza dei termini.
Intanto ad anni di distanza e proprio in queste ore è spuntata una preziosa testimonianza su quanto avvenne quella notte dopo il fermo per ubriachezza molesta di Giuseppe Uva. Una donna infatti ha raccontato ai redattori del programma "Chi l'ha visto?" di Rai 3 – la puntata andrà in onda stasera - di esser stata presente quando l’uomo venne portato in ospedale, sottoposto ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio, dopo il fermo nella caserma dei carabinieri di Varese. Erano le cinque di mattina, ha raccontato la testimone: "C'erano guardie e carabinieri. Sono rimasti in quattro-cinque o sei. E lui, Giuseppe Uva, continuava ancora a urlare: bastardi! Allora uno di quelli, carabiniere o poliziotto questo non so, ha detto: Basta adesso, finiamola! Poi si è rivolto a dei colleghi così: portiamolo di là e gli facciamo una menata di botte". "Loro hanno aperto una porta e poi hanno chiuso". "All'uscita – afferma ancora la donna - ho notato che lo sorreggevano bene. Io in quel momento ho guardato lui e al naso aveva questa escoriazione. Ho sentito dire: prendete la barella, che lo mettiamo sulla barella. Difatti l'hanno messo sulla barella e poi hanno chiamato il dottore, che gli ha messo la flebo".
La famiglia, in particolare la sorella Lucia, ha sempre sostenuto che il corpo della vittima fosse piena di ferite ed ecchimosi giustificabili solo come conseguenza di un pestaggio, ed anche l’amico Biggiogero raccontò inutilmente per anni di aver sentito urla e rumori inequivocabili provenire dalla stanza della caserma dove Uva era sottoposto a un ‘interrogatorio’, così inequivocabili che lo convinsero a chiamare un’ambulanza che però uno dei dirigenti della caserma di via Saffi rimandò indietro. Perché poliziotti e carabinieri si accanirono in quel modo, prima in caserma e poi addirittura in ospedale, contro l’inerme vittima? In molti hanno raccontato degli screzi personali esistenti da tempo tra Uva e un carabiniere in servizio in città prima che quel banale arresto degenerasse.
Fonte
Si tratta di una svolta consistente dopo sei anni di depistaggi, rinvii, ritardi, testimoni mai ascoltati e una serie di atti di intimidazione contro i parenti e gli amici della vittima 43enne morta nell’ospedale di Varese la notte del 14 giugno del 2008 dopo che era stato fermato, insieme all’amico Biggiogero, nel centro della città lombarda.
Il procuratore Isnardi, inviato dalla procura generale di Milano dopo il trasferimento di Maurizio Grigo a Campobasso, ha giudicato "illogica e immotivata" la richiesta di rinvio a giudizio dei sei poliziotti e dei due carabinieri formulata dai due pm che, secondo lui, avrebbero scritto le imputazioni in maniera tale da rendere difficile sostenere l'accusa in giudizio. Del resto, i due hanno più volte espresso la propria contrarietà ad indagare gli uomini delle forze dell’ordine in servizio la notte della morte di Giuseppe Uva cercando prima di deviare l’attenzione verso medici e infermieri e poi di far archiviare il caso. E’ stato solo grazie alla decisione di pochi giorni fa del gip Giuseppe Battarino che è stata respinta la seconda richiesta di archiviazione presentata in pochi mesi e i sei poliziotti e i due carabinieri indagati sono stati rinviati a giudizio e se tutto va bene verranno processati.
L’avvocato della famiglia Uva e di tante altre vittime di ‘malapolizia’, Fabio Anselmo, non può che esprimere soddisfazione per la decisione del procuratore capo di Varese. Ma, aggiunge, “si tratta di un atto che avrebbe dovuto essere compiuto molto tempo prima. La mia non è una critica all’attuale procuratore ma a chi lo ha preceduto”. Poi specifica: “La posizione dei pm Abate e Arduini era imbarazzante e si è fatto torto all’immagine della giustizia e alla dignità della magistratura”.
«Sono un po' felice e un po' amareggiata, un po' di tutto. E' una buona notizia - dichiara a Crimeblog Lucia Uva - si potrebbe anche dire una vittoria, però è anche una sconfitta: in questi sei anni questo pm mi ha proprio torturata, come ha torturato Giuseppe; è stata una battaglia lottata. Ci aspettiamo che adesso parta il vero processo perché Giuseppe è come se lo avessero ucciso ieri ed oggi si cominciano le ricerche sul perché sia morto. Questa è la verità. Noi chiediamo che venga fatta luce e i reati che resteranno in piedi vengano pagati tutti per intero».
Ora però c’è un problema di tempi, perché a giugno tutti i reati ipotizzati nei confronti degli otto tra militari e poliziotti, tranne quello di omicidio colposo, saranno archiviati d’ufficio per scadenza dei termini.
Intanto ad anni di distanza e proprio in queste ore è spuntata una preziosa testimonianza su quanto avvenne quella notte dopo il fermo per ubriachezza molesta di Giuseppe Uva. Una donna infatti ha raccontato ai redattori del programma "Chi l'ha visto?" di Rai 3 – la puntata andrà in onda stasera - di esser stata presente quando l’uomo venne portato in ospedale, sottoposto ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio, dopo il fermo nella caserma dei carabinieri di Varese. Erano le cinque di mattina, ha raccontato la testimone: "C'erano guardie e carabinieri. Sono rimasti in quattro-cinque o sei. E lui, Giuseppe Uva, continuava ancora a urlare: bastardi! Allora uno di quelli, carabiniere o poliziotto questo non so, ha detto: Basta adesso, finiamola! Poi si è rivolto a dei colleghi così: portiamolo di là e gli facciamo una menata di botte". "Loro hanno aperto una porta e poi hanno chiuso". "All'uscita – afferma ancora la donna - ho notato che lo sorreggevano bene. Io in quel momento ho guardato lui e al naso aveva questa escoriazione. Ho sentito dire: prendete la barella, che lo mettiamo sulla barella. Difatti l'hanno messo sulla barella e poi hanno chiamato il dottore, che gli ha messo la flebo".
La famiglia, in particolare la sorella Lucia, ha sempre sostenuto che il corpo della vittima fosse piena di ferite ed ecchimosi giustificabili solo come conseguenza di un pestaggio, ed anche l’amico Biggiogero raccontò inutilmente per anni di aver sentito urla e rumori inequivocabili provenire dalla stanza della caserma dove Uva era sottoposto a un ‘interrogatorio’, così inequivocabili che lo convinsero a chiamare un’ambulanza che però uno dei dirigenti della caserma di via Saffi rimandò indietro. Perché poliziotti e carabinieri si accanirono in quel modo, prima in caserma e poi addirittura in ospedale, contro l’inerme vittima? In molti hanno raccontato degli screzi personali esistenti da tempo tra Uva e un carabiniere in servizio in città prima che quel banale arresto degenerasse.
Fonte
25/03/2014
Giuseppe Uva, il pm: “Processate gli agenti”
Due settimane dopo l'ordinanza del gip, che ha imposto l'imputazione coatta dei due carabinieri e dei sei poliziotti che il 14 giugno del 2008 arrestarono Giuseppe Uva a Varese, la procura ha depositato la richiesta di fissazione dell'udienza preliminare e di rinvio a giudizio. Le accuse sono quelle già indicate dal giudice Giuseppe Battarino: omicidio preterintenzionale, arresto illegale e abbandono d'incapace. Intanto, la difesa degli agenti si gioca la carta della disperazione: l'avvocato Luca Marsico – consigliere regionale di Forza Italia – ha presentato ricorso in Cassazione contro l'imputazione coatta ordinata dal gip.
La battaglia legale, dunque, appare ancora lontana dalla sua conclusione: i pm che hanno firmato l'ordinanza – Agostino Abate e Sara Arduini – sono gli stessi che in due precedenti occasioni avevano chiesto l'archiviazione per gli uomini in divisa, e all'interno del palazzo di giustizia di Varese le voci di una loro possibile sostituzione da parte del capo della procura Felice Isnardi si fanno sempre più insistenti: in gioco non c'è più soltanto un processo, ma la credibilità di un potere, quello giudiziario, che si vede costretto a indagare sulla propria metà oscura.
La richiesta di cambiare i rappresentanti della pubblica accusa, d'altra parte, era stata avanzata una settimana fa dagli avvocati della famiglia Uva, Fabio Ambrosetti e Fabio Anselmo, che continuano a parlare di «conflitto anomalo» tra i pm e i giudici che hanno esaminato il caso, sostenendo che, proprio per questo motivo, si dovrebbe «normalizzare la vicenda processuale. L'unico modo per farlo è sostituire i pm». La stessa opinione è stata espressa in un'intervista al Manifesto anche dalla sorella di Giuseppe Uva, Lucia, e dal senatore del Pd Luigi Manconi, che domanda: «Possiamo davvero consentire che l'unica opportunità rimasta di conoscere la verità sia nuovamente demandata a chi, per sei lunghi anni, ha ostinatamente e incredibilmente fatto tutto il contrario di quello che avrebbe dovuto fare?».
Un altro problema riguarda i tempi: a giugno scatterà l'archiviazione d'ufficio per tutti i reati ipotizzati ad eccezione dell'omicidio preterintenzionale: «Occorre fare in fretta – dice Ambrosetti –, ma il procuratore capo mi ha assicurato che il provvedimento d'esercizio dell'azione penale sarà fatto nei tempi di legge per tutti i reati indicati dal gip». Non sarà una passeggiata. A guardare il calendario ci sarebbe da preoccuparsi, e la strategia dell'avvocato Marsico pare chiara, nel solco delle grandi strategie giudiziarie berlusconiane: difendersi dal processo, soprattutto a livello mediatico. È così, d'altra parte, che si spiegano le decine di querele inoltrate (e puntualmente cadute nel nulla) negli anni a tutte le parti considerate avverse, da Lucia Uva ai documentaristi Adriano Chiarelli e Francesco Menghini, passando per il programma televisivo «Le Iene» e un imprecisabile numero di cronisti.
Entro domani verrà fissata l'udienza di rinvio a giudizio e a presiederla non sarà il gip Battarino ma, più probabilmente, il presidente del tribunale Vito Piglionica. Nella giornata di ieri, mentre la procura formalizzava le sue richieste in cancelleria, le sorelle di Giuseppe Uva erano in piazza, instancabili, a far sentire la propria voce per tenere alta l'attenzione sul caso. Davanti a loro, a un certo punto, sono passati il colonnello Alessandro De Angelis e il tenente Loris Baldassarre, le punte di diamante della caserma dei carabinieri di via Saffi, dove Uva è stato rinchiuso diverse ore, nell'ultima notte della sua vita, prima di essere portato a morire in ospedale. Un incontro casuale per un saluto appena accennato e un sorriso di cortesia, gelido come la nebbia che ancora avvolge la città di Varese.
Fonte
La battaglia legale, dunque, appare ancora lontana dalla sua conclusione: i pm che hanno firmato l'ordinanza – Agostino Abate e Sara Arduini – sono gli stessi che in due precedenti occasioni avevano chiesto l'archiviazione per gli uomini in divisa, e all'interno del palazzo di giustizia di Varese le voci di una loro possibile sostituzione da parte del capo della procura Felice Isnardi si fanno sempre più insistenti: in gioco non c'è più soltanto un processo, ma la credibilità di un potere, quello giudiziario, che si vede costretto a indagare sulla propria metà oscura.
La richiesta di cambiare i rappresentanti della pubblica accusa, d'altra parte, era stata avanzata una settimana fa dagli avvocati della famiglia Uva, Fabio Ambrosetti e Fabio Anselmo, che continuano a parlare di «conflitto anomalo» tra i pm e i giudici che hanno esaminato il caso, sostenendo che, proprio per questo motivo, si dovrebbe «normalizzare la vicenda processuale. L'unico modo per farlo è sostituire i pm». La stessa opinione è stata espressa in un'intervista al Manifesto anche dalla sorella di Giuseppe Uva, Lucia, e dal senatore del Pd Luigi Manconi, che domanda: «Possiamo davvero consentire che l'unica opportunità rimasta di conoscere la verità sia nuovamente demandata a chi, per sei lunghi anni, ha ostinatamente e incredibilmente fatto tutto il contrario di quello che avrebbe dovuto fare?».
Un altro problema riguarda i tempi: a giugno scatterà l'archiviazione d'ufficio per tutti i reati ipotizzati ad eccezione dell'omicidio preterintenzionale: «Occorre fare in fretta – dice Ambrosetti –, ma il procuratore capo mi ha assicurato che il provvedimento d'esercizio dell'azione penale sarà fatto nei tempi di legge per tutti i reati indicati dal gip». Non sarà una passeggiata. A guardare il calendario ci sarebbe da preoccuparsi, e la strategia dell'avvocato Marsico pare chiara, nel solco delle grandi strategie giudiziarie berlusconiane: difendersi dal processo, soprattutto a livello mediatico. È così, d'altra parte, che si spiegano le decine di querele inoltrate (e puntualmente cadute nel nulla) negli anni a tutte le parti considerate avverse, da Lucia Uva ai documentaristi Adriano Chiarelli e Francesco Menghini, passando per il programma televisivo «Le Iene» e un imprecisabile numero di cronisti.
Entro domani verrà fissata l'udienza di rinvio a giudizio e a presiederla non sarà il gip Battarino ma, più probabilmente, il presidente del tribunale Vito Piglionica. Nella giornata di ieri, mentre la procura formalizzava le sue richieste in cancelleria, le sorelle di Giuseppe Uva erano in piazza, instancabili, a far sentire la propria voce per tenere alta l'attenzione sul caso. Davanti a loro, a un certo punto, sono passati il colonnello Alessandro De Angelis e il tenente Loris Baldassarre, le punte di diamante della caserma dei carabinieri di via Saffi, dove Uva è stato rinchiuso diverse ore, nell'ultima notte della sua vita, prima di essere portato a morire in ospedale. Un incontro casuale per un saluto appena accennato e un sorriso di cortesia, gelido come la nebbia che ancora avvolge la città di Varese.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)