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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2025

La Federazione Gioco Calcio e Gattuso cercano di mascherare la loro complicità col genocidio

Il 14 ottobre si giocherà nuovamente la partita della vergogna. La FIGC cerca nuovamente di mascherare la sua complicità, questa volta dicendo di voler devolvere gli incassi ad una ONG che operi a Gaza.

Limitarsi a “riparare” parzialmente i danni senza mettere in discussione le cause profonde significa accettare la logica che normalizza l’occupazione e rende il genocidio solo “meno cruento”.

Se la FIGC vuole realmente fare qualcosa a sostegno della Palestina allora:

1. Interrompa ogni rapporto sportivo con Israele;

2. Si rifiuti di giocare tutte le partite contro Israele o club israeliani, in particolare quelle previste per il prossimo 8 settembre e 14 ottobre riconoscendo che l’IFA sia direttamente coinvolta nell’occupazione illegale dei territori della Palestina dove svolge regolarmente attività calcistiche, violando, per questo, gli statuti della FIFA e il diritto internazionale;

3. Faccia suo l’appello dell’Associazione Allenatori Italiana Calcio (AIAC) avanzando alla FIFA e UEFA l’esclusione di Israele da ogni competizione.

Ci vediamo in corteo il 14 ottobre a Udine.

Palestina Libera!

*****

Alle dichiarazioni dell’allenatore della Nazionale italiana, Gattuso, ha replicato uno storico attivista napoletano, Francesco Maranta:

“Le dichiarazioni di Rino Gattuso, secondo cui “con Israele bisogna giocare”, risultano sconcertanti e profondamente inaccettabili in un momento storico in cui il mondo intero è testimone degli orrori commessi nella Striscia di Gaza. Parlare di normalità sportiva mentre è in corso un massacro contro civili, donne e bambini significa voltare le spalle alla giustizia e alla dignità umana.

Questo non è “restare fuori dalla politica”, è una scelta di campo. Ed è una scelta vile. Davanti a un genocidio, il silenzio o la complicità sono già schieramenti. Ci si aspettava responsabilità, non cecità morale. Chi ha un ruolo pubblico ha anche un dovere etico. Non c’è sport senza diritti umani. Non c’è pace senza verità”.

Fonte

13/07/2024

Italia - L’Europa del calcio boccia il governo sulla riforma della Serie A

Si è dovuti attendere la tarda serata, tra lanci di stracci e «letterine» inviate al governo come quella firmata da Draghi-Trichet al Berlusconi quater nel 2011, per mettere la parola fine alla riforma del calcio italiano.

Riforma, per come infine partorita, svuotata del senso originario tanto agognato dal senatore Claudio Lotito (Forza Italia, nonché presidente della Lazio), ma che nella sua formulazione definitiva ha dovuto fare i conti con i diktat dell’Europa, che nel calcio si chiama Union of European Football Associations (Uefa).

L’emendamento Mulè, dal nome del deputato di Forza Italia Giorgio Mulè, ottiene dunque il via libera in Parlamento, ma la retromarcia del governo e della «fronda autonomista del calcio» è evidente.

Il testo originario si incardinava infatti su tre elementi centrali:

1) l’autonomia delle leghe che organizzano campionati sportivi professionistici dalle federazioni di riferimento, nel calcio italiano rispettivamente la Lega Serie A del presidente Casini e la Federazione Italiana Giuoco Calcio (Figc) del presidente Gravina;

2) peso elettorale e rappresentanza negli organi direttivi nelle federazioni in base al contributo economico apportato al sistema;

3) possibilità per le società di andare in ricorso in sede amministrativa, bypassando la giustizia sportiva, contro atti ritenuti pregiudizievoli da parte delle federazioni, come il Coni o la Figc appunto.

La sottrazione del business del calcio al governo della Figc aveva creato una levata di scudi da parte della Uefa e della Fifa, rispettivamente l’organismo europeo e internazionale che detengono il monopolio dell’organizzazione degli eventi calcistici.

Nella mattina di giovedì i due organismi avevano fatto recapitare una «letterina» al governo: se l’emendamento non viene rivisto, “non avremmo scelta se non quella di deferire la questione ai nostri organi decisionali per valutare misure, compresa l’eventuale sospensione della Figc”.

In altri termini, Uefa e Fifa avvertivano che, se il controllo della Serie A fosse stato sottratto alla Figc e di riflesso agli organismi internazionali, esse avrebbero sospeso le squadre italiane dalle competizioni europee e ritirato l’Italia dalla co-organizzazione (con la Turchia) dagli europei del 2032.

Immaginate i titoli dei giornali: “Il governo Meloni elimina la Juve dalla Champions League”. Troppo alta la posta in gioco per continuare il braccio di ferro, se si considerano i 24 milioni di tifosi-elettori interessati dal comparto calcio.

Dunque, la riforma firmata Mulè, voluta da Lotito e supportata pubblicamente da Casini fa marcia indietro e ottiene di fatto solo l’aumento di peso della Serie A negli organi di rappresentanza in Consiglio federale (prima della riforma al 12%, contro per esempio il 34% dei dilettanti).

Soddisfazione ostentata dal deputato Mulè e più sincera invece al Quirinale, che nei giorni scorsi si era espresso in favore di una maggiore attenzione ai voleri dell’Europa. Come tradizione vuole, verrebbe da dire…

Come spesso accade nel sistema capitalistico, in cui il sistema calcio è ahinoi pienamente integrato, pesce grande comanda (quando non mangia) pesce piccolo.

La Uefa, supportata dalla Fifa, continua a serrare i ranghi contro ogni tentativo di limitazione dell’immenso potere acquisito nei suoi 70 anni di vita, festeggiati proprio nel giugno del 2024.

Potere illegittimo riconosciuto anche dalla Corte di Giustizia Europea, che ha definito monopolistica l’attività dell’associazione nel mercato del calcio europeo.

Contro il grande capitale, il piccolo capitale non può che sopperire.

Purtroppo, degli interessi e delle passioni dei tifosi, che si vorrebbe relegati a meri consumatori del prodotto-calcio, e della salvaguardia dello spirito della competizione sportiva, sacrificata sull’altare del profitto, ovviamente in questa vicenda non vi è traccia.

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La Uefa minaccia, il governo obbedisce

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11/07/2024

La Uefa minaccia, il governo obbedisce

“L’emendamento Mulè è accantonato, ora si sta ragionando su una riformulazione”. Queste le parole riferite martedì 9 all’agenzia Dire dal ministro dello Sport Andrea Abodi (Fratelli d’Italia).

Il riferimento è al comma 4 dell’articolo 16-ter del testo di legge che ha mandato in fibrillazione il mondo del calcio italiano, e non solo.

Il passaggio incriminato dell’emendamento affermava che il “ricorso diretto innanzi agli organi della giustizia amministrativa in sede di giurisdizione esclusiva”.

Stiamo parlando della possibilità per le società di calcio di ricorrere al giudice amministrativo (il Tar) per questioni oggi sotto la giurisdizione della giustizia sportiva.

Detta altrimenti, di una maggiore autonomizzazione da parte della lega Serie A dagli organi federali sportivi, ossia la Figc, sul modello della Premier League nata nel 1992.

“Se il testo resta così, dovremo escludere le squadre italiane dalle coppe europee”, aveva minacciato il numero uno della Federcalcio europea, ossia l’Uefa, lo sloveno Aleksander Ceferin.

Il diktat europeo e l’obbedienza del governo Meloni si inseriscono in un contesto come detto di subbuglio per il calcio italiano ed europeo.

L’esecutivo infatti è impegnato in un tentativo di sottrazione degli organi di controllo del mondo del calcio all’autonomia delle federazioni preposte al governo dello sport.

Un altro tassello di questo puzzle è la creazione di un’Autorità, che risponda al governo, per la sorveglianza sui conti delle società professionistiche (calcio e basket) che rimpiazzi il lavoro oggi svolto dalla Covisoc, ossia la stessa Autorità sotto l’ala della Figc.

È bene ricordare come il calcio abbia svolto nel nostro paese un ruolo importante nella creazione di un clima di consenso e legittimità nelle alte sfere della politica, come discusso in una recente iniziativa al Circolo GAP a Roma.

Si pensi solo alle famiglie Agnelli, Berlusconi, Moratti, o in forma minore oggi Cairo o Lotito, tutti rappresentanti a vario titolo del padronato italiano che tramite l’aziendalizzazione del calcio hanno aumentato la loro visibilità e presenza nella scena pubblica italiana.

Ma nell’integrazione europea avviata da Maastricht in poi le decisioni dirimenti per la società, l’economia e la politica italiana sono state esternalizzate nei centri di comando europei o internazionali, da Bruxelles a Washington.

Non tanto diversa è la situazione per il calcio, anche se la stessa governance soffre in questi mesi dell’accusa di monopolio in cui la Uefa (e la Fifa) ha operato nel “mercato del football” con la Super Lega, con tanto di sentenza della Corte di giustizia europea.

Il governo Meloni, ossequioso nel togliere il panem a chi abita in questo paese, sembra molto interessato al controllo del circenses in funzione di arma di distrazione di massa, in barba alla lezione impartita alla storia dai Romani.

La realtà è che in questo sistema comandano i soldi, non le passioni o le necessità del popolo. E ciò è vero anche per il calcio, visto che il ricchissimo “modello Premier” ha avuto come effetto principale l’espulsione delle fasce popolari dalla vita delle società sportive.

“Al giorno d’oggi il calcio non è più alla portata di tutti i ceti sociali”, ha detto il neopresidente dell’Inter Giuseppe Marotta in un incontro alla Regione Lombardia lunedì 9 luglio.

Più chiaro di così...

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