Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/07/2025

Ucciso da un colono israeliano uno degli attivisti di “No Other Land”

Dopo essere stato trasportato d’urgenza in ospedale per ferite da arma da fuoco, è morto Awdah Hathaleen, famoso attivista e giornalista palestinese presente anche nel documentario premio Oscar “No Other Land”. L’assassino è un colono israeliano, anche lui famoso, ma per essere un esempio di cosa significa il sionismo in Cisgiordania.

L’omicidio è avvenuto a Umm al‑Khair, villaggio vicino a Hebron protagonista del film acclamato a livello internazionale. In un video si vede il colono Yinon Levi urlare contro Awdah Hathaleen, sventolando una pistola in mano, caricandola, e infine sparando, certo dell’impunità che continuerà a godere.

Su di lui erano state poste delle sanzioni proprio per le violenze perpetrate sui palestinesi, sia da parte degli USA sia da parte di UE e Regno Unito, ma quelle di Washington sono state revocate appena Trump è arrivato alla Casa Bianca. Anche le altre del resto dell’Occidente, comunque, si sono rivelate evidentemente inutili a fermare la mano di Levi.

A diffondere il video dell’omicidio è stato Yuval Abraham, uno dei registi israeliani di “No Other Land”. Un altro co-regista, Basel Adra, ha commentato: “il mio caro amico Awdah è stato massacrato questa sera. Era in piedi davanti al centro comunitario del suo villaggio quando un colono ha sparato un proiettile che gli ha trapassato il petto e gli ha tolto la vita. È così che Israele ci cancella – una vita alla volta”.

Adra mette in chiaro il fatto che è Israele che sta portando avanti questo stillicidio di vite, anche in Cisgiordania, come parte del genocidio del popolo palestinese. Infatti, Levi non era da solo, ma era solo uno dei coloni che hanno attaccato il villaggio di Umm al‑Khair. Tutto è partito da un bulldozer guidato da un colono contro terreni e proprietà dei palestinesi.

Quando il giovane ha chiesto al colono di fermarsi, è stato travolto dal bulldozer. A quel punto, i palestinesi hanno cominciato a lanciare pietre, a cui Levi ha risposto con la pistola. Questa non è una scena inusuale, ma è quello che succede da decenni in Cisgiordania, dove da ottobre 2023 sono stati uccisi oltre mille palestinesi.

Le forze armate israeliane hanno arrestato quattro palestinesi, oltre a due turisti stranieri che si trovavano sul luogo. Secondo le autorità sioniste, a seguito dell’accaduto è stata confermata la morte di un palestinese, mentre l’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riferito di un secondo palestinese trasportato in ospedale in ambulanza.

Levi sarebbe stato preso in custodia dalla polizia per essere interrogato, ma senza alcuna accusa formale a suo carico. Repubblica riporta che è stato poi posto ai domiciliari e iscritto tra gli indagati per omicidio colposo, ma si difende affermando di aver agito per legittima difesa. La polizia ha però chiesto al tribunale di sospendere la sua decisione.

Come se non bastasse, Wafa riporta che l’esercito sionista ha fatto irruzione al corteo funebre per Hathaleen, dichiarando l’area zona militare, aggredendo i partecipanti e costringendoli a disperdersi. Questa è la vita quotidiana nella Cisgiordania occupata dai coloni israeliani, mentre la Knesset ha da poco votato la definitiva annessione di tutta la regione, contro ogni disposizione del diritto internazionale.

“I coloni stanno lavorando dietro le nostre case e hanno cercato di tagliare la conduttura principale dell’acqua per la comunità”, ha detto Hathaleen nel suo ultimo messaggio. È evidente che il problema non può essere risolto da sanzioni individuali poiché è in un sistema di apartheid e impunità che continua a nutrirsi del sostegno diplomatico, economico e militare a Tel Aviv.

Anche il tardivo riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Francia e Regno Unito (che non avverrà prima di settembre) elude il problema politico della politica suprematista e coloniale di Israele, e il fatto che presto non ci sarà più alcun popolo per lo Stato di Palestina.

Fonte

09/07/2025

Gli “sceicchi” di Hebron sconfessati dalla popolazione palestinese

Gli abitanti palestinesi della città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, hanno sconfessato la proposta di cinque presunti “sceicchi” locali di recidere i legami con l’Autorità Palestinese (ANP) e di istituire un “emirato di Hebron” che riconosca lo Stato di Israele.

L’indignazione è stata scatenata da un articolo del Wall Street Journal (abbondantemente ripreso dai media israeliani e occidentali, ndr) che riportava che “cinque sceicchi” di Hebron avevano scritto una lettera al ministro dell’Economia israeliano Nir Barkat, sostenendo Israele come Stato ebraico e proponendo di stabilire un proprio emirato e di aderire agli accordi di normalizzazione con Israele. La lettera suggeriva inoltre la creazione di una zona industriale israelo-cisgiordana e prometteva “tolleranza zero per il terrorismo tra i lavoratori”.

“Accettare Israele come Stato ebraico va oltre quanto l’Autorità Palestinese abbia mai fatto, e spazza via decenni di negazionismo”, afferma l’articolo del quotidiano statunitense.

Secondo il Wall Street Journal, l’iniziativa è stata guidata da Wadee’ al-Jaabari, che i residenti della città e la sua leadership politica sostengono sia a loro sconosciuto, e sostenuta da “altri quattro importanti sceicchi di Hebron”.

I residenti palestinesi della città, compresi i membri della famiglia allargata di Jaabari, hanno condannato duramente la proposta, dicendo che i suoi autori non li rappresentano.

Il noto attivista e giornalista di Hebron, Issa Amro, ha affermato che la proposta e i suoi autori sono “invenzioni complete”.

“I cosiddetti ‘sceicchi di Hebron’ in questo articolo del WSJ sono una completa invenzione: figure anonime con zero presenza politica, posizione sociale, legami familiari e riconoscimento della comunità”, ha detto a Middle East Eye.

“Nessun media, nessun clan, nessuna fazione palestinese li riconosce perché semplicemente non esistono come attori sul campo. Questo non è giornalismo, è inventare ‘leader’ palestinesi per adattarli a una narrazione artificiale mentre i veri abitanti di Hebron subiscono l’occupazione”, ha aggiunto.

Anche le figure politiche locali hanno espresso sorpresa per il rapporto, osservando che gli autori della lettera non hanno alcuna influenza reale sulla città e che Jaabari in realtà vive a Gerusalemme.

La stessa famiglia di Jaabari ha rilasciato una dichiarazione denunciando il piano, affermando che “non rappresenta in alcun modo la posizione della nostra rispettata famiglia e non riflette la volontà dei suoi membri”.

“La famiglia Jaabari è sempre stata – e rimane – parte del tessuto nazionale palestinese, giustamente in lotta per la libertà e l’indipendenza. Respingiamo tutti i tentativi di normalizzare l’occupazione o di garantirle legittimità”.

La famiglia ha detto ad Haaretz che Jaabari “è noto per i suoi legami con i coloni e le istituzioni israeliane, che servono principalmente i suoi interessi personali e commerciali”, e che la sua iniziativa non gode di “alcun sostegno pubblico”.

In un post su X, Issa Amro ha affermato che il rapporto del WSJ “non nomina fonti verificabili e ignora strutture di potere documentate” e costituisce “un giornalismo incredibilmente povero o una deliberata disinformazione”.

“In un momento in cui Hebron affronta sfide molto reali – dall’espansione degli insediamenti alla chiusura militare – questa narrazione fittizia rende un grave disservizio sia ai lettori che ai palestinesi”, ha detto il giornalista palestinese.

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22/04/2025

«È in atto il piano per cacciare i palestinesi dal sud di Hebron»

Gerusalemme. «I coloni israeliani vogliono queste colline, questi terreni per i pascoli, questa luce, questi tramonti, perché sono meravigliosi. Susiya è isolata, siamo lontani dai centri abitati più grandi, eppure per me resta il posto più bello del mondo», ci dice Mohammad mentre, nella sua abitazione fatta di legno e lamiere, ci offre un caffè.

Aspettiamo di intervistare Hamdan Ballal, vincitore di un premio Oscar assieme agli altri tre registi (il palestinese Basel Adra e gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor) del documentario No Other Land.

Lo scorso 25 marzo, Ballal è stato aggredito e ferito da coloni israeliani entrati nella sua abitazione a Susiya, poi è stato arrestato senza motivo dai soldati e liberato solo il giorno dopo. Mohammad, intanto, ci racconta di Susiya, della sua storia antica e dell’aumento delle scorribande dei coloni che da anni tentano di mettere fine all’esistenza del villaggio.

Vicende che riguardano tutta quell’area, Masafer Yatta, e le colline a sud di Hebron che Israele ha proclamato «zona di addestramento militare, 918».

La popolazione palestinese è a rischio di espulsione. Intorno regna il silenzio, rotto solo da un cane che abbaia e dal vento che soffia tra i teli stesi sopra le abitazioni per proteggerle dalla pioggia e dal freddo.

Nel frattempo, arriva Hamdan Ballal. Appare un po’ stanco, ma dopo tre settimane non mostra più sul viso e sulla testa i segni dell’attacco subito. «Sto meglio, mi sono ripreso e sono tornato al lavoro», dice. «Purtroppo, non è così per i miei bambini», aggiunge, «quel momento è stato durissimo per loro. Hanno visto il padre aggredito e poi arrestato senza alcun motivo dai soldati. Voglio che dimentichino, o almeno che sentano che le cose possono andare meglio».

Le cose però non vanno meglio, ogni giorno apprendiamo di nuovi raid a Um al Kheir, Jinba e altri villaggi di Masafer Yatta. Poche ore fa è stato ferito un altro palestinese.

Sì, è vero. Dopo che mi hanno attaccato, la situazione è addirittura peggiorata. I coloni sono entrati nel villaggio di Jinba e cinque abitanti sono stati feriti. Non basta. L’esercito è tornato di notte e ha distrutto tutto: la scuola, le case, le cucine, tutto. Qui a Susiya la violenza dei coloni non si limita ad attacchi alle persone o alle case. Va oltre. Da un po’ di tempo usano come arma persino le loro pecore: le portano a pascolare qui per distruggere le nostre coltivazioni.

Perché tanta pressione dei coloni sul tuo villaggio?

Dicono che è un luogo storico, biblico. E per questo vogliono cacciarci via. E usano varie strategie. Mentre ero in ospedale, ad esempio, mio nipote mi ha chiamato per dirmi che i coloni stavano facendo pascolare le loro pecore proprio fuori casa mia. Non importa se sei ferito o stai morendo, loro vanno avanti.

Pensi che l’aggressione che hai subito fosse collegata al premio Oscar?

Non ho una risposta certa, ad averla sono solo i miei aggressori. Tendo però a credere al collegamento con l’Oscar, perché mi colpivano alla testa, intenzionalmente. Come se volessero dirmi che pensare, ragionare, produrre informazioni, cultura e film non serviranno a mutare la mia condizione di occupato.

Qui comandiamo noi, hanno creduto di affermare. Non ne sono sicuro, però è questa la sensazione.

Allo stesso tempo, quanto mi è accaduto rientra nella strategia complessiva volta a cacciare tutti i palestinesi dalle colline a sud di Hebron. Il loro piano ha subito un’accelerazione. Prima, ad esempio, i coloni provenivano solo dalle zone vicine, ora sempre più spesso arrivano anche da altre parti della Cisgiordania.

C’è un crescente coordinamento tra quelli nel nord e quelli del sud. Si organizzano per attaccare insieme. Ci sono persone mai viste prima che partecipano agli attacchi.

A tuo avviso, il piano di espulsione generale della gente di Susiya e di tutta Masafer Yatta è sul punto di scattare?

Susiya ha ricevuto 43 ordini di demolizione. Oltre a questo, cosa possiamo aspettarci se non un atto di forza ampio e definitivo? I segnali sono evidenti e inquietanti. Ogni momento c’è un nuovo attacco. A Masafer Yatta tutti hanno paura. Quando mandano i bambini a scuola, hanno paura che i coloni facciano loro del male. I pastori, quando escono con le pecore, hanno paura per le loro famiglie a casa.

Conosciamo l’obiettivo di Israele, ma non possiamo immaginare quale sarà il prossimo metodo che userà contro di noi. Siamo indifesi, anche se gli attivisti internazionali e locali fanno del loro meglio per aiutarci.

A questo proposito, dopo che hai vinto il premio, alcuni palestinesi ti hanno criticato per aver realizzato No Other Land con degli israeliani, attuando una “normalizzazione tra occupato e occupante”.

Rispondo che sono cresciuto vedendo attivisti israeliani venire qui da più di vent’anni per sostenere i palestinesi. Molti di loro sono stati attaccati, imprigionati, alcuni sono stati feriti. Queste persone non sono dei normalizzatori, e con il tempo si è creato con loro un rapporto di fiducia.

Susiya è stato demolito tante volte, e chi c’era a ricostruirlo per permetterci di rimanere nella nostra terra? Gli attivisti israeliani più sinceri, quelli che credono che ciò che stiamo affrontando sia una pulizia etnica, l’apartheid. Sono pochissimi, è vero, ma lottano assieme a noi per la sopravvivenza di Susiya e di tutta Masafer Yatta.

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25/02/2023

Palestina - Israele attacca le manifestazioni palestinesi a Hebron e Nablus

Venerdì pomeriggio, forze israeliane hanno disperso con la forza una manifestazione che ricordava il 29º anniversario del massacro della moschea di Ibrahimi, nella città di Hebron/al-Khalil, nel sud della Cisgiordania.

I soldati hanno represso la manifestazione organizzata per denunciare le incursioni letali dell’esercito israeliano in tutta la Cisgiordania alla vigilia dell’anniversario del massacro avvenuto nel 1994 nella moschea di Ibrahimi, nella Città Vecchia di Hebron, sparando ai partecipanti bombe lacrimogene, granate stordenti e munizioni letali.

Alcuni partecipanti hanno riportato ferite d’arma da fuoco, tra cui uno in modo grave dopo essere stato colpito direttamente da una bomba stordente alla testa, e diversi altri da proiettili nelle loro estremità inferiori. Decine di altri manifestanti hanno subito gli effetti dell’esposizione ai gas lacrimogeni.

Ventinove anni fa, il colono israeliano Baruch Goldstein irruppe nella moschea di Ibrahimi e aprì il fuoco sui fedeli musulmani palestinesi, uccidendone 29. Altri quattro palestinesi furono uccisi lo stesso giorno negli scontri scoppiati intorno alla moschea in risposta al massacro.

In seguito, la moschea, nota agli ebrei come “Tomba dei Patriarchi”, fu divisa in due, con la parte più grande trasformata in una sinagoga mentre veniva imposto un pesante controllo sui palestinesi e alcune aree vennero completamente chiuse per loro, tra cui un importante mercato e la via principale, Shuhada street.

Nella città di Hebron, che ospita la Moschea di Ibrahimi, vivono circa 160 mila palestinesi e circa 800 coloni israeliani notoriamente aggressivi, che risiedono in complessi fortemente sorvegliati dalle truppe israeliane.

A Nablus due giovani palestinesi sono stati feriti in un attacco armato dei coloni nella città di Qusra, a sud della città, giovedì. Il ministero della Salute palestinese ha riferito che due palestinesi sono stati gravemente feriti dagli spari dei coloni, aggiungendo che sono stati immediatamente portati in ospedale dove le loro condizioni sono state descritte come critiche. L’attivista locale Fouad Hasan ha affermato che un gruppo di coloni dell’avamposto “Esh Kodesh” ha fatto irruzione nell’area sud della città e ha attaccato le abitazioni locali. I coloni hanno poi aperto il fuoco contro i residenti locali che stavano difendendo le loro case, ferendone due.

Sempre a Nablus venerdì pomeriggio, le forze israeliane hanno represso le manifestazioni contro il saccheggio delle terre nella cittadina di Beita e nella comunità di Beit Dajan, a sud ed est della città, causando il soffocamento di circa 40 persone, secondo fonti mediche. Le forze israeliane hanno utilizzato violenza letale per disperdere un comizio di protesta contro la costruzione della nuova colonia di Givat Eviatar in cima al Monte Jabal Sabih (Monte Sabih), vicino a Beita, oltre ad un altro comizio in difesa della terra di proprietà palestinese minacciata di confisca, a est di Beit Dajan.

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24/07/2020

Israele distrugge un centro palestinese per il test Covid-19 a Hebron

Le autorità israeliane hanno raso al suolo un centro palestinese per i test Covid-19 che doveva svolgere il ruolo controllo mobile nella città di Hebron, nel sud della Cisgiordania occupata. La Cisgiordania sta lottando per contenere la seconda ondata di infezioni da Coronavirus, dopo essere apparsa in grado di scongiurare con successo la pandemia con un rigido contenimento per diverse settimane a marzo.

Hebron, la più grande città del territorio e la potenza economica dell’Autorità Palestinese (AP), è stata particolarmente colpita. L’AP ha registrato finora 65 decessi legati al Covid-19 nei territori palestinesi. Il comune di Hebron ha creato un centro di crisi del Coronavirus, ma la stigmatizzazione sociale e i disagi causati dall’occupazione israeliana ne hanno ostacolato il lavoro.

Raed Maswadeh, ingegnere di 35 anni, la cui famiglia è proprietaria del terreno su cui è stato costruito il centro mobile, ha detto a Middle East Eye che tre mesi fa il comune ha fatto appello ai palestinesi per raccogliere fondi per la costruzione del centro. “La mia famiglia ha deciso di donare la propria terra all’ingresso nord di Hebron per costruire una clinica di screening per il Covid-19”, ha detto Maswadeh.

È stato eretto in memoria di suo nonno, morto di recente a causa del Coronavirus. Maswadeh dice che il progetto è costato alla sua famiglia circa 250.000 dollari. Il terreno si trova nella Zona C, una parte della Cisgiordania totalmente controllata da Israele, che non rilascia quasi mai permessi di costruzione ai residenti palestinesi.

I coloni israeliani della zona non hanno questi problemi. Maswadeh dice che hanno iniziato a costruire il centro senza permessi, così come molte proprietà della zona. “Se avessimo chiesto un permesso, non l’avremmo ottenuto. Abbiamo pensato che forse con il Covid-19 ci sarebbero state delle eccezioni”, spiega.

Il progetto è stato concepito per alleviare la pressione sugli ospedali di Hebron che trattano i pazienti affetti dalla malattia e che hanno raggiunto la loro massima capacità. Maswadeh ha affermato che la costruzione era iniziata due mesi fa e che i soldati israeliani stavano pattugliando la zona. I soldati hanno guardato i bulldozer e i materiali da costruzione entrare nel sito, ma non si sono opposti in alcun modo. Tuttavia, il 12 luglio, hanno ricevuto l’ordine militare di fermare la costruzione, ordine dato loro da un comandante dell’esercito israeliano.

Farid al-Atrash, avvocato e attivista per i diritti umani di Hebron, ha detto che la città stava soffrendo per la crisi e aveva un disperato bisogno del centro. “In questo modo possiamo testare meglio le persone che entrano ed escono da Hebron e controllare il virus”, ha detto, aggiungendo che la demolizione potrebbe essere un modo per Israele di fare pressione sull’AP affinché riprenda il coordinamento burocratico, che si è fermato per protestare contro i piani israeliani di annettere parti della Cisgiordania.

“In generale, Israele sta rendendo più difficile per i palestinesi combattere il virus. Da quando l’AP ha smesso di coordinarsi con Israele, gli israeliani stanno usando ogni mezzo a loro disposizione per fare pressione sull’AP affinché riprenda il coordinamento”, ha detto. “Faranno tutto ciò che è in loro potere per rendere la vita il più difficile possibile per noi qui”.

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10/08/2015

Israele blocca giocatori palestinesi. La Fifa metta fuori Israele dalla federazione

Ci si era andati vicini a fine maggio, ma poi la non sempre comprensibile “realpolitik” dell’Autorità Nazionale Palestinese aveva fatto marcia indietro. La Fifa – la federazione mondiale del calcio – era stata chiamata a rispondere alla richiesta di espulsione di Israele dalla federazione per gli ostacoli che frappone continuamente all’attività dei calciatori e dei club palestinesi. Attivisti da tutta Europa erano arrivati al palazzo della Fifa a Zurigo per sostenere la richiesta. Ma la delegazione palestinese aveva dato vita ad un'improvvisa rinuncia a presentare la richiesta che ha suscitato delusione e polemiche in molti sostenitori della causa palestinese. Eppure i motivi per rendere operativa la decisione di mettere Israele fuori dalla Fifa continuano ad essere forniti giorno dopo giorno. Ultimo in ordine di tempo è quanto accaduto ieri, domenica.

A Hebron doveva svolgersi la partita di ritorno tra i club di Hebron (Al Ahli, allenata dall’italiano Stefano Cusin) e Gaza (Shejaya), ossia la prima finale di Coppa Palestina dal 2000, l’anno dell’esplosione della Seconda Intifada. Ma la partita non si è potuta giocare perché Israele vuole sottoporre a controlli preliminari quattro calciatori palestinesi della squadra della Striscia di Gaza e  “interrogarli per motivi di sicurezza”. La pretesa israeliana è stata però respinta da Jibril Rajub, presidente della Federazione calcio palestinese: “Il passaggio della frontiera di Gaza deve essere del tutto libero per qualsiasi giocatore in base alle regole della Fifa”.

La partita di andata si era giocata a Gaza giovedì e quella di ritorno doveva giocarsi ieri a Hebron, ma non si è potuta svolgere perché la delegazione della squadra dello Shejaiya – una quarantina di persone tra giocatori, tecnici e accompagnatori, nessun supporter però – non si è recata al valico di Erez tra la Striscia di Gaza ed Israele. Rajoub afferma che “le autorità israeliane vogliono interrogare i quattro giocatori ma ciò è inaccettabile perché sulla base delle regole Fifa ogni atleta ha il diritto di entrare ed uscire da Gaza senza interferenza da parte dei servizi di sicurezza”. 

Ci sono dunque seri motivi per tornare a chiedere alla Fifa l'espulsione di Israele dalla federazione, ma questa volta Jibril Rajoub, presidente della federazione calcistica palestinese, dovrebbe andare fino in fondo, anche nelle sedi internazionali.

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27/09/2013

Dentro Hebron, divisa e colonizzata

La città è un esempio della «separazione» in atto nella Cisgiordania occupata. I palestinesi denunciano «l'apartheid» che si concretizza tra colonie e centri abitati arabi

Gli scolari palestinesi corrono veloci lungo il vialetto polveroso che attraversa il cimitero islamico. Sotto c'è la più comoda e ampia via Shuhada ma non possono percorrerla per andare e tornare da scuola. È vietato. Perché passerebbero davanti agli insediamenti israeliani e i coloni non li vogliono da quelle parti «per ragioni di sicurezza», anche se sono soltanto dei bambini. Specialmente in questi giorni in cui la zona H2 di Hebron si riempie di coloni e religiosi diretti alla Tomba dei Patriarchi per la festa ebraica del Sukkot.

In basso gli autobus israeliani scaricano altri fedeli. Sopra invece i bambini camminano sul vialetto stretto destinato ai palestinesi per tornare a casa. Un esempio di quella «separazione» visibile ovunque nel resto della Cisgiordania occupata. I palestinesi denunciano con forza «l'apartheid» che si starebbe concretizzando su strade, aree agricole, tra centri abitati grandi e piccoli grazie alle leggi dell'occupante.

Issa Amro, jeans e polo di colore rosso, ci attende non lontano dalla sede di Youth Against Settlements (Giovani contro gli insediamenti), l'organizzazione che ha contribuito a fondare per opporre una resistenza non violenta all'espansione delle colonie e la confisca delle terre. Tra le lapidi del cimitero Issa comincia la sua lecture sulla situazione degli oltre 20 mila palestinesi residenti nella zona H2 di Hebron, costretti a vivere alla condizioni imposte da poche centinaia di coloni israeliani. «È sempre più difficile stare in questa parte della città se sei un palestinese - ci spiega indicando le varie aree dove si trovano gli insediamenti ebraici - qui tutto è organizzato sulla base delle esigenze dei coloni». In questi giorni, prosegue Issa, la popolazione palestinese se ne sta rintanata ancora di più in casa. Non sono rari, afferma, i raid di gruppi di fanatici nelle abitazioni. «A questo aggiungete i rastrellamenti avviati dall'Esercito (israeliano) dopo l'uccisione (domenica scorsa) di un soldato».

Uccisione, non ancora chiarita, alla quale ha risposto subito il premier israeliano Netanyahu dando luce verde ai coloni che da tempo chiedono di entrare nella Casa di Machpela, un edificio conteso dal quale sono stati sgomberati un anno fa dai soldati su ordine dei giudici della Corte Suprema.

Tra i leader della lotta palestinese non violenta, Issa Amro è uno dei più noti. E' il principale organizzatore della campagna internazionale per la riapertura di Via Shuhada, oggi una strada fantasma con tutti i negozi chiusi e controllata da coloni e soldati, ma che fino a una ventina di anni fa era la via del commercio più vivace di Hebron, in concorrenza con la stessa casbah. Amro, 34 anni, ha trascorso metà della sua esistenza a denunciare gli effetti disastrosi per la popolazione di Hebron delle intese "temporanee" firmate nel 1997 dal leader palestinese Yasser Arafat e da Netanyahu per la divisione della città, nelle zone H1 e H2. Di temporaneo però non c'è nulla in Cisgiordania e così anche a Hebron: l'occupazione che dura da 46 anni, le colonie che nessun israeliano pensa di rimuovere, le zone H1 e H2. Accanto a una Hebron viva, un po' caotica ma accogliente, c'è una Hebron semivuota, silenziosa, spezzettata da posti di blocco che sono chiamati ad attraversare solo i palestinesi. E conta poco se, di tanto in tanto, la Tomba dei Patriarchi si affolla di «fedeli». Questa parte della città di fatto è morta.

«Buona passeggiata». Suona così strano l'augurio che ci fa uno degli osservatori del Tiph mentre proseguiamo il nostro giro nella zona H2. Ecco, proprio la Tiph, Temporary International Presence in Hebron. Un altro esempio del temporaneo che diventa permanente in Palestina. Non ha mai avuto termine questa missione internazionale, alla quale partecipa anche l'Italia, voluta da Israele e dall'Autorità Nazionale Palestinese, dopo la strage di 29 musulmani nella Tomba dei Patriarchi da parte del colono di Kiryat Arba, Baruch Goldstein, il 25 febbraio del 1994, per assicurare, per qualche anno, un monitoraggio di ciò che accade a Hebron. Così di tanto in tanto si incontrano in strada gli osservatori della Tiph che pattugliano e scrivono rapporti che non leggerà nessuno. Monitors internazionali disarmati che non possono impedire abusi e violazioni.

«La mia abitazione è perquisita incessantemente dall'esercito - racconta Issa - ho ricevuto minacce di morte dei coloni e i soldati mi trattano con durezza anche se io non ho mai proposto e attuato forme violente di resistenza». Forse è proprio questo approccio non violento che preoccupa di più l'occupante. Issa non molti giorni fa è stato ascoltato a Ginevra dal Consiglio dell'Onu per i Diritti Umani.

Amro ha costruito una rete di relazioni con dozzine di associazioni e gruppi in tutto il mondo e mantiene rapporti solidi con realtà dell'attivismo israeliano contro l'occupazione. «La solidarietà internazionale è fondamentale per la lotta non violenta palestinese», continua Issa. «Si può tenerla viva grazie ai social media che ci consentono di far conoscere le nostre attività a tutto il mondo».

Mentre parla, attraversiamo un posto di blocco. Per Issa e come per tutti i palestinesi di H2 si rinnova l'incubo quotidiano. «Cosa ci fai di nuovo qui, dammi i tuoi documenti», urla una guardia di frontiera israeliana (il corpo paramilitare della polizia). A Issa confiscano la carta d'identità, lui chiede spiegazioni senza ottenerle, alza la voce. Il militare è teso, telefona al suo superiore. Alla fine arrivano altre guardie di frontiera. Ci intimano di allontanarci e intanto fermano un altro giovane. «Tira fuori i documenti e fai in fretta» gli intimano. La madre chiede di lasciarlo andare ma invano. A pochi metri centinaia di coloni e di «turisti» si dirigono verso gli autobus, felici di aver visitato la Tomba dei Patriarchi nel giorno della festa. Due vite, due esistenze parallele, che neppure si sfiorano in un sistema di crescente segregazione degli occupanti.

Passiamo per la città vecchia, con gran parte dei suoi negozi chiusi. Issa ci dice di guardare verso l'altro. Ci mostra a poco più di 2 metri di altezza le reti di metallo che sono state issate dai palestinesi per proteggersi dai lanci di oggetti di ogni tipo da parte dei coloni che abitano negli insediamenti israeliani adiacenti alla casbah. Una protezione parziale perchè dall'alto piove di tutti, anche l'orina a detta dei palestinesi. Issa ci saluta nei pressi di Bab Zawiyeh, a cavallo tra le zone H1 e H2. Quando arriviamo troviamo decine di giovani palestinesi che urlano e si preparano a lanciare sassi contro le postazioni dell'Esercito israeliano. La polizia dell'Autorità nazionale palestinese in assetto antisommossa cerca di contenerli, di fermarli. Ma è travolta. «Basta, basta occupazione, israeliani andate via», urlano gli shebab palestinesi lanciando pietre. I soldati rispondono con granate assordanti e poi sparando proiettili di gomma. Un palestinese ferito a una gamba viene portato via. Alla fine della giornata i feriti saranno una ventina.

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