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05/08/2025

Nessun “accordo” sui dazi, solo accettazione servile

Qualcosa di cui non si parla quando si accenna ai “dazi di Trump”: in pratica non è stato raggiunto alcun “accordo” con nessun paese o gruppo di paesi, le tariffe fissate nell’“ordine esecutivo” che entrerà in vigore l’8 di agosto (salvo sorprese dell’ultim’ora) sono state decise unilateralmente dagli Stati Uniti.

Non solo von der Leyen, insomma, è stata intrattenuta alla Casa Bianca per qualche minuto per affermare – in video – che “sì, c’era uno squilibrio commerciale da correggere” e poi ritrovarsi con un “accordo fatto” mai firmato, né tanto meno dettagliato (tant’è vero che tutti si stanno ancora interrogando su quali comparti o prodotti verranno eventualmente “esentati” dall’aggravio doganale).

E sorvoliamo per pietà sul piccolo dettaglio che von der Leyen non aveva alcun potere per decidere nulla, visto che il presidente della Commissione Europea è solo un coordinatore di 27 Stati e che quindi ogni “impegno collettivo” richiede quanto meno un nuovo trattato o la modifica di altri esistenti.

Un’ammissione formale che sa quasi di protesta arriva dalla fedelissima Corea del Sud, tra i paesi “beneficiati” con un dazio relativamente basso al 15%.

Parlando ai giornalisti al suo ritorno da una visita a Washington, il ministro del Commercio Yeo Han-koo ha affermato che le due parti hanno condotto una trattativa orale a causa dei limiti di tempo. Dopo di che si è ritrovato un dispositivo obbligante mai concordato.

Non esiste insomma alcun accordo scritto sulla modifica delle relazioni commerciali tra Corea del Sud e Stati Uniti.

“Quello che abbiamo percepito durante questa negoziazione è che il contesto commerciale degli Stati Uniti sta cambiando radicalmente. È completamente diverso dal primo mandato di Trump”, ha affermato Yeo.

“Penso che stiamo entrando in una nuova era di normalità. Quindi, sebbene abbiamo superato questa crisi, non possiamo tirarci indietro, perché non sappiamo quando dovremo affrontare di nuovo la pressione dei dazi o delle misure non tariffarie”.

Di fatto, non una “riduzione del danno” – come se l’è venduta Giorgia Meloni, in sintonia con Merz che comunque sta andando a Washington per trattare come Germania indipendentemente dai “partner” continentali – ma una decisione “imperiale” cui non ci si può sottrarre.

Trump ha garantito che la Corea del Sud investirà 350 miliardi di dollari negli Stati Uniti in progetti “di proprietà e controllati dagli Stati Uniti” e da lui selezionati. Un esproprio, più che “investimenti”... E infatti il Segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha affermato che il 90% dei profitti derivanti da quegli investimenti “andrà al popolo americano”; più burocraticamente, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha affermato che andranno al governo degli Stati Uniti per aiutarli a ripagare il debito. Non proprio la stessa cosa... 

In entrambi i casi gli investitori coreani non vedranno un centesimo... 

“Sono necessarie ulteriori discussioni sulla struttura degli utili del fondo di investimento”, è stato quindi costretto ad ammettere il ministro dell’Industria Kim Jung-kwan, tornato con Yeo. Auguri... 

Stessa situazione per l’altro storico vassallo asiatico degli Stati Uniti, il Giappone.

Il capo negoziatore di Tokyo ha raggiunto un accordo con Lutnick a metà giugno su un’intesa che offre ingenti investimenti giapponesi negli Stati Uniti in cambio di una riduzione delle tariffe doganali. L’accordo commerciale, annunciato da Trump il 22 luglio, prevede una riduzione dei dazi sulle auto giapponesi dal 27,5% al 15%, in cambio di 550 miliardi di dollari di investimenti giapponesi negli Stati Uniti.

Nel corso dei negoziati, durati circa tre mesi a partire da metà aprile, il Giappone ha identificato Lutnick come l’unica persona in grado di comunicare “direttamente e a un livello profondo” con Trump.

Trump, tuttavia, ha mantenuto una posizione dura anche a fine giugno, esprimendo la sua frustrazione per il fatto che il Giappone non importa quantità significative di automobili e riso americani.

La situazione è cambiata subito dopo le elezioni della Camera alta in Giappone, il 20 luglio. È stato organizzato un incontro improvviso per il giorno successivo tra Trump e Akazawa, che si trovava a Washington per l’ottavo round di colloqui.

Akazawa e Lutnick iniziarono a “provare” in preparazione dei colloqui, con Lutnick che suggerì di proporre un investimento totale di 400 miliardi di dollari, nella speranza che Trump ne chiedesse 500. Ma Trump ha chiesto ancora di più, non lasciando ad Akazawa altra scelta che accettare di “investire” 550 miliardi di dollari.

Un alto funzionario dell’ufficio del primo ministro ha riconosciuto che l’accordo non è in linea con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio o con l’accordo commerciale tra Giappone e Stati Uniti entrato in vigore nel gennaio 2020, ma ha anche ammesso che Trump “è un presidente che crede sinceramente nella protezione del suo Paese attraverso i dazi”. E quindi “che altro possiamo fare?”... 

Vassalli consapevoli della propria condizione, non “Stati sovrani” che contrattano alla pari pur scontando un peso economico e politico inferiore. E questo, almeno relativamente all’Europa, è stato definitivamente dimostrato quando gli Usa hanno sabotato il gasdotto North Stream, che garantiva rifornimenti energetici a basso costo dalla Russia, quindi una certa “autonomia” continentale.

Un asset strategico indispensabile, ma di cui europei e tedeschi hanno accettato la distruzione senza alzare neppure una minima protesta formale. Se l’Unione Europea aveva coltivato il progetto di porsi come imperialismo autonomo, di fianco agli Stati Uniti ma con ampi margini di autonomia, adesso ha sepolto quell’ambizione sotto una colata di cemento.

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