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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/06/2015

La Digos fa visita a Lotito. Trema il business del calcio

Sarà il clima di Mafia Capitale, ma quasi non ci si stupisce nel vedere il presidente della squadra che si è appena guadagnata l'accesso in Champions League venir indagato per "tentata estorsione". Certo, Claudio Lotito non è Blatter, e di lui non si è occupato l'Fbi, ma "solo" la Digos (che c'entra la "polizia politica" con i vertici del calcio?), però la botta arriva per ragioni simili.

L'inchiesta è partita dall'ormai famosa telefonata tra il presidente della Lazio e il direttore generale dell'Ischia Calcio, Pino Iodice, in cui il primo adombrava la "necessità" di impedire che squadre "sconosciute" come Carpi e Frosinone arrivassero in serie A. Ne avrebbe risentito pesantemente, a detta di Lotito, la quotazione dei diritti televisivi.

Carpi e Frosinone, in serie A, ci sono arrivate lo stesso. Magari proprio grazie alla denuncia del dg dell'Ischia, che aveva registrato quella telefonata portandola a conoscenza della magistratura. La domanda che non molti hanno posto pubblicamente è: come si fa a impedire che una o più squadre ottengano dei risultati sportivi? I ricorrenti scandali delle scommesse danno la risposta. In fondo, se si possono truccare partite e corrompere arbitri o giocatori per profitti illeciti si può fare altrettanto - utilizzando magari anche meccanismi un po' più sofisticati - per massimizzare quelli "leciti", come la vendita dei diritti tv da parte della Federcalcio. Di cui Lotito è ovviamente consigliere (in quanto presidente di serie A), e i cui uffici sono stati egualmente perquisiti.

Ad occuparsi dell'indagine è la Procura di Napoli, cui si era rivolto Iodice, il dg dell'Ischia. Ma ci sembra notevole l'accusa di "tentata estorsione", ovvero - come recita il codice penale - quel reato commesso da  "Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno". Reato che prevede la reclusione da cinque a dieci anni. Per fortuna di Lotito, a suo carico c'è solo la "tentata", altrimenti sarebbero scattate le manette, perché per l'estorsione "riuscita" c'è l'arresto obbligatorio. Paradossalmente, insomma, deve ringraziare il fatto che Carpi e Frosinone sono ora in serie A.

Nell'inchiesta si fa comunque riferimento anche a presunti illeciti riguardanti l'erogazione di finanziamenti a società calcistiche. Nella lista dei perquisiti ci sono anche il presidente della Figc, Carlo Tavecchio e quello della Lega Pro, Mario Macalli, anche se entrambi non sono indagati.

L'impressione è che se a qualcuno gli scappa una parola di troppo davanti ai magistrati, ricorderemo Mafia Capitale come una marachella per pochi spiccioli, tra "ragazzi di vita".

Questo è "il mondo di sopra", mica quello di mezzo...

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25/05/2015

Claudio Lotito spiegato brevemente da Carlo Marx

"È la regola der quinto: chi c'ha i sordi in mano ha vinto" (Claudio Lotito)

Da quando l’economia è il fatto sociale egemone nel mondo del calcio tante cose sono cambiate. Un tempo il calcio, e persino il professionismo dei giocatori, era uno dei luoghi per eccellenza della dissipazione di capitale accumulato. La televisione serviva per amplificare la portata globale di questo sport, che era già mondiale ai tempi dei primissimi apparecchi tv sperimentali, e la finanza non aveva alcun rapporto col calcio. Si pensi che ancora nel ’75 le agenzie di rating avevano poche decine di impiegati e non esistevano ancora i derivati. Oggi solo Standard & Poor’s, ad esempio, ha 10.000 dipendenti diretti e una delle sue tante filiazioni pubblica regolarmente analisi su un un prodotto finanziario importante: il calcio.

Sui diritti televisivi la Premier League inglese è stata, se si vuol parlare di commodification del calcio, definita dal Wall Street Journal la “merce che spacca”. Per non parlare del mercato delle scommesse, quello del denaro che genera denaro, che genera, sul calcio, più profitti della Toyota. Intesa come principale produttore di auto al mondo. Cmarome dire che uno svago popolare nel fordismo è diventato un produttore di valore economico più elevato del maggiore produttore di auto del mondo. Scherzi della capacità di penetrazione del capitalismo.

L’emergere di Claudio Lotito - mediatore di capitali televisivi, di calciatori e, a quanto pare secondo inchiesta della magistratura, di scommesse - in un calcio globale così impetuoso è così destinato ad essere travolto da alcune regole del capitalismo. Si tratta di quelle fissate da Carlo Marx, insieme ad Engels, nel Manifesto. Vediamo:

1) “La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione” (Marx-Engels, Manifesto). Anche nel calcio. Il Lotito che ha un potere di mediazione nella trattativa sui diritti televisivi, figura nuova anche rispetto a pochi anni fa, viene spazzato via dall’evoluzione delle piattaforme di produzione dei contenuti calcisitici.

2) “La prima condizione di esistenza di tutte le precedenti classi industriali era invece la conservazione immutata del vecchio modo di produzione”. (Marx-Engles, Manifesto) Il capitalismo di relazione di Lotito, che presiede ad una produzione di valore vicina ai 3 miliardi di euro l’anno tramite diritti televisivi, è quindi destinato ad essere spazzato via dall’emergere di più potenti forze finanziarie del capitalismo globale.

3) “L'ininterrotta trasformazione della produzione, il continuo sconvolgimento di tutte le istituzioni sociali, l'eterna incertezza e l'eterno movimento distinguono l'epoca della borghesia da tutte le epoche precedenti” (Marx-Engels, Manifesto). Certo, più che a Lotito questa frase andrebbe spiegata ai sauri della sinistra storica, in tutte le sue declinazioni, che si sono pietrificati di fronte ad ogni trasformazione. O ai narcisi della sinistra anticomunista che negano l’esistenza di Marx esattamente nelle novità dove invece trova conferma. Ma per Claudio Lotito queste parole significano altro: il castello di relazioni costruito con Tavecchio, e Galliani, è destinato a scomparire come lacrime nella pioggia.

4) “E tutti i nuovi rapporti invecchiano prima di potersi strutturare. Tutto ciò che è istituito, tutto ciò che sta in piedi evapora, tutto ciò che è sacro viene sconsacrato, e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con sobrietà il loro posto nella vita, i loro rapporti reciproci” (Marx-Engels, Manifesto). Proprietario anche della Salernitana da pochi anni, uomo forte del calcio italiano da pochi mesi, competitor per un posto in Champions da non molte settimane, Claudio Lotito sembra dover subire la forza di questa legge del capitalismo globale codificata da oltre 170 anni. Non molto di questo mondo velocemente messo in piedi sembra poter resistere a lungo. Non resterà che ripensare, con umiltà, il proprio posto nel calcio italiano. Se, in futuro, ne rimarrà uno.

5) “La necessità di uno sbocco sempre più vasto per i suoi prodotti lancia la borghesia alla conquista dell'intera sfera terrestre. Bisogna annidarsi dappertutto, dovunque occorre consolidarsi e stabilire collegamenti” (Marx-Engels, Manifesto) . Oggi che i collegamenti - ovvero i contenuti satellitari, via web e mobile - sono essi stessi merce, al Lotito non resta che constatare che la rendita di posizione, che permette il controllo su prezzi, advisor e competitor del mercato televisivo del calcio italiano, è destinata a svanire.

Claudio Lotito, nell’occhio del ciclone per diritti Tv e scommesse, di sè dice di essere “un fanciullino” una volta tolte “le sovrastrutture” s’intende. Il punto è che la struttura - quella del capitalismo globale che col calcio produce profitti tramite tv e finanza - sembra proprio volersi liberare del fanciullino Lotito. Tutto scritto, tutto documentato, non nelle carte della magistratura italiana ma nel Manifesto di Marx ed Engels.

Il fantasma d’Europa si aggira così negli stadi semideserti di un calcio noioso, in mano a pochi rapaci alla ricerca dell’ultima rendita.

Redazione, 23 maggio 2015
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19/02/2015

Lotito, Sacchi, Parma: cronache del calcio renziano

Forse, se il caso è di quelli in cui le news aderiscono un minimo alla realtà, la buona notizia viene da Barletta: vendita della locale squadra di calcio, con un passato in B, che è stata affidata al leader storico della curva. Comune, imprenditoria locale, cosiddetta società civile: tutti si erano defilati di fronte alla situazione drammatica del Barletta, le cui trasferte ci risultano essere finanziate anche dal tifo, non è rimasto che affidare la procura per la vendita al leader storico della tifoseria. Auguri comunque, ci mancherebbe.

Il punto è che il calcio di oggi è lo specchio dell’Italia renziana e liberista: ai proclami diffusi a reti unificate, alle (sedicenti) dichiarazioni energetiche davanti alle slide corrisponde, fuori dal set, il consueto mucchietto di macerie. Dirigenti improbabili, squadre in mano ad avventurieri come la cordata russo-cipriota che aveva preso il Parma, raddoppiato i debiti in bilancio prima di passare la proprietà ad un’altra società, senza pagare gli stipendi. Per non parlare del Milan dove un signore riesce a farsi pubblicità parlando di un fantomatico miliardo per acquistare la società. Miliardo che, al Milan, farebbe benissimo se solo esistesse da qualche parte.

Ora, se c’è una parte del patto del Nazareno che ha funzionato è sicuramente quella legata allo sport in generale e al calcio in particolare. Parte del patto che, evidentemente, assegnava al centrodestra il governo del Coni e della Federcalcio. E allora vai con Malagò, uno che sembra più attento alla forma personale che alla riforma dello sport, e con l’ormai abbondantemente mitico Tavecchio. Uno che con la battuta sul calciatore nero che fino al giorno prima dell’ingaggio in Italia "mangiava banane", si è guadagnato fama imperitura nella storia del trash sportivo. Solo che, dopo i fiumi di critiche all’attuale presidente della Federcalcio e le scuse di rito di Tavecchio, proprio questa storia dei calciatori di colore deve essere rimasta indigeribile ai dirigenti del calcio italiano. Infatti anche Arrigo Sacchi, parlando delle giovanili ha detto che “ci sono troppi calciatori di colore”. Sacchi è noto, a chi segue il calcio, per essere uno che abusa del concetto di “cultura calcistica”: te la infila per spiegarti tutto, dal mancato posizionamento difensivo sul calcio d’angolo al tasso di affluenza negli stadi. La frase di Sacchi ha uno scopo evidente: dire che ci sono pochi italiani nei vivai. Ma probabilmente l’Arrigo nazionale, noto per tanti trionfi ma anche per aver perso una partita della nazionale contro il Pontedera (C2 all’epoca), vede solo partite dei vivai anni ’80 e ’90. Se magari desse un’occhiata a quelle di oggi vedrebbe che calciatori italiani di colore ce ne sono tanti. E, prima che frequentasse qualche discoteca di troppo, anche il centravanti della nazionale era di colore. Per non dire che Belgio e Germania, incidentalmente campione del mondo, hanno fatto fortuna naturalizzando migranti nelle giovanili.

Il problema non sta, ovviamente, nella pigmentazione della pelle dei calciatori giovani ma nell’assenza di una reale strutturazione del calcio giovanile italiano a tutti i livelli. Si guardi a Francia e Germania, alle proliferazione di centri federali dedicati ai migliori giovani. E i risultati si vedono: la Germania lo scorso anno ha fatto più spettatori di media in B che della A italiana. E in Germania c’è tutto: neri, stadi pieni, nazionale campione del mondo, stranieri nel campionato e competitività in Champions League. Non sarà che nel calcio del Nazareno, ultimo bastione del centrodestra, qualcosa non torna?

Per non parlare, appunto, delle frasi di Lotito, da sempre più un personaggio di culto televisivo che un presidente (di un paio di società ma non sia mai che si parla di conflitto d'interesse). Anche qui ci vuol poco a capirsi: televisivamente il calcio italiano vende meno perché lo spettacolo, salvo rare eccezioni, è pessimo. Non è colpa del Carpi in tv, oggi primo in classifica in B, ma del disastroso livello dello spettacolo, in A come nel campionato cadetto, che si pretenderebbe la gente acquistasse in abbonamento. Perché in Cina, come in India, possono acquistare anche il Carpi, c’è fame di brand italiano. Ma almeno che si tratti di partite vere non di sgambate di fronte a pochi intimi infreddoliti. E in un calcio in cui i procuratori hanno interesse a muovere trasferimenti, per le loro provvigioni, è difficile costruire quell’amalgama che fa spettacolo. Per non parlare di stadi in cui i residui delle tifoserie esistono solo in casa e i cui posti vuoti dominano ad ogni match ad ora assurda (un Empoli-Udinese alle 19,00 di lunedì non lo vendi né in Cina né in Italia né ad un pubblico pagante). E per non parlare dei nuovi stadi, come il progetto della Roma, che sembrano più fatti come pretesto per cambiare la faccia ad una città, risolvendo il destino di un investimento, che per riportare tifosi veri, e non piccoli fan, alla partita.

E così il calcio renziano, specchio di un modo più complessivo di governare, mostra le proprie crepe ben oltre la propaganda: personaggi da circo, dirigenti disconnessi dal mondo, avventurieri della finanza fai da te. Ci aspettiamo, prima o poi, qualche dichiarazione roboante, in materia, del Presidente del Consiglio. Le risate, almeno quelle, non mancheranno.

Redazione - 19 febbraio 2015

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