Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/06/2023

Lo Spoon River dei braccianti del “Made in Italy”

di Gioacchino Toni

Perché riferirsi, oggi, a Spoon River? Innanzitutto, scrive Antonello Mangano, La Spoon River dei braccianti (Meltemi, 2023), per assumere, ancora una volta, un punto di vista mancante, quello degli sconfitti ridotti altrimenti all’invisibilità. Inoltre, continua l’autore, in questo caso può essere utile anche per rompere quella «monocultura razzista» di matrice leghista che, in un disinvolto alternarsi di separatismo e sovranismo nazionalista, imperversa in Italia ormai da diversi decenni prendendo di mira, di volta in volta, «l’insegnante meridionale, l’ambulante senegalese, il pusher arabo, il burocrate romano, l’africano invasore, il negoziante pakistano, l’imam musulmano, lo zingaro del campo o l’infermiere napoletano» (p.13). Nemici fittizi, stereotipi che hanno saputo solleticare l’animo razzista di un popolo che non ha nemmeno saputo e voluto fare i conti con il suo vergognoso passato coloniale limitandosi, semplicemente, a rimuoverlo continuando a raccontarsi lo stucchevole mito degli “italiani brava gente”.

Autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi di migrazione e lotta alla mafia, fondatore di “Terrelibere.org” ed autore di Gli africani salveranno Rosarno (Terrelibere.org, 2009), Gli africani salveranno l’Italia (Rizzoli, 2010), Ghetto Economy (Terrelibere.org, 2014) e Lo sfruttamento nel piatto (Laterza, 2020), Antonello Mangano raccoglie in questo suo ultimo libro, una sorta di Antologia di Spoon River, le storie di braccianti morti a causa della loro condizione lavorativa in questo Belpaese che ama, ormai da qualche tempo, raccontarsi e nascondersi dietro a un altro mito, quello patinato del “Made in Italy”.

Che si tratti o meno di migranti, di italiani o di stranieri, di uomini o donne, le storie di questi diversi esseri umani finiscono per accomunarsi nella morte derivata, in fin dei conti, dallo sfruttamento lavorativo in agricoltura che rivela in filigrana una società italiana attraversata dal razzismo, da un’economia di stampo tribale condotta da imprenditori improvvisati quanto onnipotenti che, nel loro mondo chiuso, non riescono a percepirsi come cinici sfruttatori di altri esseri umani.

Le campagne, tuttavia, non sono abitate da “schiavi” privi di consapevolezza; dopo la morte di Gassama Gora, investito mentre si spostava in bicicletta a Rosarno, nel protestare per la sua morte, gli altri braccianti di colore hanno riportato sui cartelli innalzati le parole “Black lives matters” scandite dagli afroamericani nei lontani Stati Uniti. Per quanto siano luoghi chiusi, ormai anche i più sperduti campi italiani sono connessi alle lotte globali e libri come questo di Mangano possono contribuire non solo a far sì che le singole morti sul lavoro non restino nascoste, ma anche alla diffusione delle lotte e della solidarietà tra sfruttati.

In un panorama nazionale che tende a rendere chi viene selvaggiamente sfruttato/a invisibile, anche attraverso una riduzione, soprattutto nei casi di migranti, a “massa indistinta”, meritano di essere chiamati per nome e raccontati uno ad uno questi esseri umani sfruttati e morti di/sul lavoro nei campi italiani.

Adnad Siddique, nato a Lahore, Pakistan, il 10 febbraio 1988 è stato ucciso, a 32 anni, con ventisei coltellate a Caltanissetta, Italia, il 3 giugno 2020, per aver accompagnato alcuni amici a denunciare i caporali dei campi del sud della Sicilia.

Jerri Essan Maslo, nato a Umtata, Sudafrica, il 4 dicembre 1959, ucciso a 30 anni nel corso di una rapina a Villa Literno, Italia, il 25 agosto 1989, era un rifugiato sudafricano a cui lo Stato italiano aveva negato i documenti, costringendolo a sopravvivere da sfruttato nell’inferno della raccolta dei pomodori.

Soumalia Sacko, nato a Sambacanou, Mali, il 1° gennaio 1989 e ucciso a 29 anni con quattro colpi di fucile alla testa mentre raccoglieva lamiere nella campagna calabrese di San Calogero, Italia, il 2 giugno 2018, era un bracciante e un sindacalista costretto a vivere nel ghetto di Rosarno-San Ferdinando dopo essersi visto rifiutare la richiesta d’asilo.

Becky Moses, nata a Nassarawa, Nigeria, l’11 gennaio 1992 e bruciata viva a 26 anni nel ghetto di San Ferdinando, Italia, il 27 gennaio 2018, era sfuggita a un matrimonio forzato in Nigeria e si è vista negare il diritto d’asilo in Italia.

Ioan Puscasu, nato a Costești, Romania, nel 1968 e morto a 47 anni nei pressi di una serra dove lavorava in nero a Carmagnola, Torino, Italia, il 17 luglio 2015, è stato spostato da cadavere dai suoi sfruttatori per dimostrare che non lavorava da loro.

Mamadou Sare, nato in Burkina Faso nel 1978 è stato ucciso a fucilate a 37 anni nei campi in cui lavorava a Lucera, Foggia, Italia, il 21 settembre 2015, dopo una lunga caccia all’uomo, per aver osato appropriarsi di due meloni marci per far fronte alla fame.

Mohamed Abdullah, nato in Sudan nel 1968 è morto stremato di caldo e fatica a 47 anni nelle campagne salentine di Nardò, Lecce, Italia, il 20 luglio 2015, ove raccoglieva pomodori per i grandi marchi del “Made in Italy” sperando di poter dare un futuro migliore alla figlia.

Paola Clemente, nata a San Giorgio Jonico, Taranto, Italia, nel 1966 è morta distrutta da una vita di sfruttamento nelle filiere internali a 49 anni ad Andria, Italia, il 13 luglio 2015, sognando un avvenire migliore per i figli.

Dopo aver dato spazio alle singole storie di questi esseri umani, Mangano ricorda chi ha perso la vita in incidenti stradali occorsi mentre andava al lavoro o faceva ritorno da esso. Racconta della morte di un gruppo di braccianti romeni nelle campagne calabresi, di altri investiti nel ragusano o tra la zona industriale e il porto di Gioia Tauro e di diversi incidenti in cui hanno perso la vita braccianti sulle strade del foggiano o in Veneto.

L’autore ricorda poi le braccianti, soprattutto straniere, uccise in situazioni di degrado lavorativo e abitativo a cui sono spesso costrette nelle campagne italiane ove allo sfruttamento lavorativo vedono aggiungersi molestie, ricatti e violenze sessuali. Nell’inferno dei ghetti, inoltre, si può morire di incendi, di caldo o di freddo, di mancanza di cure mediche, ma anche di tragiche incomprensioni, di equivoci e di pregiudizi durante i controlli delle forze dell’ordine o per mano della violenza che domina i territori e che facilmente si scarica sui più deboli.

Un libro come questo è a rischio manicheismo. Da un lato padroni feroci, dall’altro migranti vittime. La realtà è ovviamente molto più articolata. Gli agricoltori di queste storie non sono rappresentativi della categoria. Ma gli spunti che emergono sono molto interessanti. Per prima cosa sono persone anziane. Spesso i figli studiano per fare altro. Alcuni, specie nel Nord Italia, sono ricchi, altri galleggiano come possono. Tutti hanno in comune una vita nel loro piccolo mondo isolato. […] Non si considerano sfruttatori. […] Il lavoro è una religione. Timorosi delle spese e delle tasse […] Ma come si rapportano agli stranieri? Con una sostanziale diffidenza: sono utili ma non sono come noi. Spesso la distanza sfocia nel razzismo […] Chi fa domande è un ficcanaso, uno che non si fa gli affari suoi. Qualcuno a metà tra una spia e un militare della Guardia di Finanza. Per quanto riguarda la comunicazione aziendale, basta qualche bella foto su Facebook, un cesto di frutta baciato dal sole, ma finisce lì. Il resto sono “cavoli nostri”. E la colpa è sempre degli altri. Anche quando si usano i neri come tiro al bersaglio. Sparano i proprietari di un campo di angurie, convinti di esercitare un diritto. Sparano i custodi (abusivi) delle lamiere abbandonate nella “Fornace Tranquilla” (pp. 147-148).

Già negli anni Ottanta, ricorda Mangano, i giornali tendono ad associare immigrazione, criminalità e degrado. «Un feroce razzismo di fondo anima i cronisti, che coniano e usano termini spregiativi» (p. 149). Insomma, le morti nelle campagne italiane hanno radici profonde. Quel che certo è che i miti degli italiani brava gente e del “Made in Italy” nascondono una realtà che non si vuole vedere né, tantomeno, risolvere.

Fonte

26/12/2018

L’altra faccia del “Made in Italy”

È da poco giunta in libreria L’Alfasuin (Sensibili alle foglie, 2018), quinta prova narrativa di Giovanni Iozzoli, autore che nel giro di pochi anni ha pubblicato un’interessante serie di romanzi che abbiamo avuto modo di affrontare in più occasioni su Il Pickwick.

A proposito delle prime tre uscite – I terremotati (Manifestolibri, 2009), I buttasangue (Edizioni Artestampa, 2015) e La vita e la morte di Perzechella (Edizioni Artestampa, 2016) – avevamo parlato di “trilogia dello sradicamento”, mettendo in evidenza come i veri protagonisti delle sue opere potessero essere individuati nella crisi e nel senso di sradicamento che opprime i protagonisti. Una crisi economica, certo, ma anche una crisi dei rapporti umani e di senso che rende incomprensibile la realtà a cui si aggiunge l’angosciante sradicamento di personaggi che, accomunati da un analogo percorso migrante, si trovano del tutto incapaci di incidere su una realtà che li travolge prepotentemente. A tale trilogia si è poi aggiunto il recente Di notte nella provincia occidentale (Edizioni Artestampa, 2018), romanzo che per certi versi può essere aggiunto ai precedenti dando così luogo a una “tetralogia dello sradicamento” perché, in definitiva, anche in questo lavoro ritornano la crisi e lo sradicamento dei personaggi.

Nella nuova uscita editoriale Iozzoli cambia un po’ le carte in tavola: stavolta i protagonisti della vicenda reagiscono alla realtà che li sta stritolando e non si limitano a subirla. Dopo aver narrato nei due racconti brevi di Pastorale emiliana, sulla rivista Carmilla, in diretta con gli eventi, il riemergere del conflitto nel comparto lavorativo delle carni della provincia modenese, utilizzando un registro intriso di rabbia e acida ironia, Giovanni Iozzoli ha deciso di ricorrere al romanzo per raccontare quell’universo di sfruttamento che si nasconde dietro ai miti dell’Emilia rossa, delle eccellenze del Made in Italy e delle imprese locali di successo che hanno costruito la loro fortuna su accordi votati a garantire la pace sociale. In L’Alfasuin ad essere raccontato dall’autore è lo sgretolamento di un sistema costretto a fare i conti con una generazione sfruttata e inascoltata di lavoratori, spesso di origine straniera, che di fronte a condizioni di vita e di lavoro insostenibili ha trovato il coraggio di ribellarsi.

La narrazione è dunque ambientata nella provincia emiliana e qua si intrecciano una dinastia locale che ha raggiunto il successo economico nell’ambito del settore alimentare, una famiglia malavitosa che cerca di costruirsi una rispettabilità pubblica e, soprattutto, decine di lavoratori giunti dai quattro angoli del mondo per lavorare e garantirsi una vita meno agra di quella vissuta in patria.

La ditta attorno alla quale si muovono i diversi attori è l’Alfasuin – nome di finzione –, storica azienda modenese di trasformazione delle carni suine che detta legge su di un territorio fondato sul maiale e sulla pace sociale. Un sistema di governo dal passato glorioso, celebrato come emblema del Made in Italy ed esibito come un fiore all’occhiello di cui andare fieri. Improvvisamente le cose sembrano essere cambiate e il presente si è fatto confuso e indecifrabile: “Lungo l’arco di vent’anni i protagonisti si agitano frenetici dentro un modello e un mondo che si va sgretolando. Dalla retorica dell’eccellenza italiana, emerge una crudissima realtà: il vero preziosissimo maiale di cui non si butta via niente è il lavoro vivo, sempre più spremuto, sfruttato e impoverito”.

Lo scopo del libro è quello di trasporre in forma narrativa “una delle pagine più dure e inquietanti del declino italiano: lo sfruttamento selvaggio del lavoro vivo in settori – come la logistica o l’agroalimentare – in cui da anni prospera ogni genere di illegalità, violenza e sfruttamento”, afferma l’autore, e per farlo ha fatto ricorso “a forzature storiche e cronologiche, intrecciando nel tempo e nello spazio del medesimo racconto, contesti e personaggi che in realtà hanno avuto sviluppi autonomi”.

Il paese in cui è ambientato il racconto non esiste, ma esistono il distretto carni modenese ed i paesi che ne fanno da cornice. La dinastia dei prosciuttai milionari, al pari della famiglia dei mafiosetti in cerca di rispettabilità pubblica, sono soltanto invenzioni letterarie, ma si rifanno ad una realtà del territorio non tanto diversa. Infine, “il personaggio Abdallah è ispirato dalla figura del povero Abd el Salaam Ahmed El Danf, lavoratore ucciso a Piacenza il 14 settembre 2016, in circostanze drammaticamente analoghe a quelle raccontate nel secondo capitolo (pur senza evocarne la biografia personale e la sua storia specifica, custodite dalla memoria della sua famiglia e dei compagni che lo conobbero). In queste pagine c’è il tentativo di scattare una drammatica foto ricordo, a un pezzo dolente e torbido della storia dell’industria e del lavoro italiani”.

Insomma, come dicevamo, in questo ultimo romanzo di Iozzoli alla crisi, al senso di smarrimento e allo sradicamento alcuni protagonisti reagiscono e, come sta accadendo da qualche tempo fuori dalle pagine del romanzo, nella reale Pianura Padana, gli schiavi decidono di alzare la testa e alla crisi rispondono con la rivolta. Ed è grazie a costoro che “il marcio è venuto a galla e non si potrà mai più nascondere, dietro le vetrine ingioiellate dell’eccellenza agroalimentare italiana”.

Fonte

30/08/2017

Materazzi Racconta: La Edonis e il fallimento della Bugatti italiana


Questa serie di video sono molto interessanti per farsi un'idea di cosa sia stata l'imprenditoria di questo paese in uno dei settori di punta non soltanto dello sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra, ma anche del sempre incensato "made in Italy".

20/04/2015

L’inferno del “made in Italy”: cucire in uno scantinato per 2 euro l’ora

Gli inferi del Made in Italy. ‘Abiti Puliti’ svela lo sfruttamento dei tessili in Veneto, Toscana e Campania. A valle della filiera le condizioni non sono molto diverse da alcune fabbriche del Bangladesh o della Moldavia.

di Angelo Mastrandrea

La Moldavia o il Bangladesh sono ormai a casa nostra non, come si potrebbe pensare, per via dell’aumento degli immigrati, bensì per le condizioni di lavoro che abbiamo importato da quelle aree del mondo. E’ quello che suggerisce un dossier della Campagna abiti puliti sulle condizioni dei lavoratori del tessile in tre regioni italiane: il Veneto, la Toscana e la Campania, la prima fortemente caratterizzata da un ritorno a casa delle grandi griffe dopo un ventennio di delocalizzazioni, la seconda dalla forte presenza di subfornitori cinesi e la terza dove, storicamente, il confine tra il legale e l’illegale è spesso difficile da riconoscere.

È per questo che il viaggio dei ricercatori della Campagna è un po’ come una discesa negli inferi del made in Italy: seguendo le tracce della filiera produttiva, man mano che si percorre verso il basso la scala dei subappaltatori, può capitare di ritrovarsi in uno scantinato dove si lavora al di fuori di ogni regola o in abitazioni private dove si cuce per due euro l’ora, tante quante ne guadagnavano le due donne impiegate al nero (una di loro appena quindicenne) che nel 2006 morirono nell’incendio del materassificio in cui erano impiegate, in uno scantinato di un palazzo a Montesano sulla Marcellana, nel basso salernitano.

L’episodio, alla vigilia della finale dei Mondiali di calcio che vedrà trionfare l’Italia, indignò gli alti vertici della politica, a cominciare dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma non è che da allora la situazione sia migliorata. Basta vedere cosa nascondono, ancora oggi, i roghi della Terra dei fuochi: gli scarti dell’industria calzaturiera e dell’abbigliamento, affidati per pochi euro a giovani rom incaricati dello smaltimento illegale. Un circuito difficile da spezzare se non si interviene a monte, laddove il rifiuto si produce.

“Standardizzazione, flessibilità oraria, bassa scolarizzazione dei lavoratori, paura di perdere il posto di lavoro, scarsa sindacalizzazione: tutti elementi tipici delle fabbriche bengalesi o moldave”, denunciano i ricercatori. Le stesse condizioni che avevano denunciato nei mesi scorsi in un analogo rapporto sulle delocalizzazioni nei Paesi dell’Est, con salari da fame, al di sotto dei duecento euro al mese, in una regione della Bulgaria e nelle aree della Turchia vicine al confine con la Siria.

In Italia, almeno per chi lavora alle dirette dipendenze delle griffe, gli stipendi rimangono superiori: 1100-1200 euro di media, anche se per l’Istat nel nord Italia non sono sufficienti ad avere un tenore di vita dignitoso. Ma il problema è nella filiera produttiva. Man mano che ci si addentra nei contratti di fornitura e subfornitura le condizioni lavorative peggiorano, in una situazione definita di “post-occidentalizzazione”, vale a dire di adeguamento delle condizioni di lavoro a quelle dei Paesi entrati in Europa dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Ne viene fuori una piramide lavorativa dove, ai vertici, si trovano i dipendenti diretti dei grandi marchi, quelli che stanno meglio perché hanno il contratto collettivo e sono i più organizzati, e alla base i lavoratori alle dirette dipendenze di piccole imprese cinesi (molto presenti nel settore calzaturiero e nell’abbigliamento) o anche italiane, fino ad arrivare a chi lavora al nero, che sfugge anche alle grandi griffe perché queste ultime tengono i rapporti solo con il primo anello della subfornitura. Così, più si scende, più sono magri i salari e peggiori le condizioni di lavoro. Una catena del lavoro che è molto difficile da ricostruire, anche perché, spiegano gli autori della ricerca, “i marchi non sono per niente disponibili a pubblicizzare i nomi dei loro fornitori e in molti casi non hanno nemmeno il controllo completo dell’intera filiera”.

Secondo la ricerca, la situazione nell’industria italiana dell’abbigliamento e delle calzature è decisamente peggiorata negli ultimi vent’anni: molte imprese hanno chiuso e i fatturati sono diminuiti per via del calo dei consumi. Ora, dopo anni di produzioni esportate in Romania, in Moldavia o in Cina, si assiste a un ritorno delle multinazionali, che però “importano le condizioni di lavoro e i livelli salariali” che hanno trovato altrove. Il caso più emblematico è quello della Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, dove si producono soprattutto calzature femminili.

Qui Prada ha acquistato la Giorgio Moretto e, dalle testimonianze raccolte, “pare sia la griffe con rapporti sindacali più difficili e condizioni di lavoro più critiche”. La compagnia (finita di recente nella bufera per via di un’inchiesta della trasmissione televisiva Report) è anche l’unica delle grandi case del lusso nella Riviera del Brenta che applica il contratto collettivo del cuoio, che è “peggiorativo rispetto a quello calzaturiero”.

I francesi di Louis Vuitton nella stessa area hanno invece fatto due acquisizioni e aperto un nuovo stabilimento a Fiesso d’Artico dove lavorano 360 persone e producono ottocentomila paia di stivali, mocassini, calzature da sera, sportive e ballerine ogni anno. All’interno dello stabilimento veneto, però, non si compie l’intero processo produttivo: oltre alla progettazione, si fanno l’assemblaggio e la finitura, con l’aiuto di robot e di tomaie prestampate e importate dall’India. Il costo per il consumatore è così abbattuto, e pure il lavoro.

Fonte