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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/08/2026

USA - Anche in casa di Trump una “socialista” sbanca i “democratici”

La maggior parte dei risultati della nuova tornata di primarie in quattro stati americani hanno confermato le previsioni. Tuttavia ci sono state alcune sorprese che potrebbero rivelarsi decisive alle prossime midterm di novembre.

La novità più interessante è stata la vittoria della socialista Angie Nixon alle primarie per il Senato in Florida, lo stato di Donald Trump che i repubblicani controllano saldamente da anni.

L’ex sindacalista ha condotto una campagna elettorale in condizioni di netto svantaggio contro Alex Vindman, testimone chiave nella procedura di impeachment contro il tycoon sei anni fa e sostenuto dall’establishment democratico.

Lui ha potuto contare su oltre 16 milioni di dollari di fondi per la campagna, Nixon non è riuscita a permettersi neanche una pubblicità in TV. Ma, come hanno sottolineato gli esperti, ha vinto grazie ad una campagna vecchio stile, mobilitando la base.

Alla fine il suo risultato a sorpresa ha spiazzato tutti e i big del partito democratico si sono affrettati a congratularsi con «Angie». Chuck Schumer, leader democratico al Senato, ha sottolineato che «Nixon ha dedicato la sua carriera a battersi per la Florida e ha a cuore la difesa delle famiglie dei lavoratori».

Anche il presidente del Democratic National Committee, Ken Martin, si è complimentato assicurando che il partito «è pronto sostenere l’elezione di Angie e a collaborare per conquistare questo seggio, ottenere la maggioranza al Senato e rispondere alle esigenze di tutti i cittadini della Florida».

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07/06/2026

Come la CIA ha creato Marco Rubio

Per decenni, una storia ombra è stata cancellata dai libri di testo americani: la verità che la forza d’invasione della Baia dei Porci della CIA non si è sciolta dopo il fallimento del 1961, è mutata. I 1.500 commando anticastristi, addestrati e attrezzati dall’Agenzia, sono tornati a Miami non come soldati ma come nucleo di una classe criminale protetta.

Nel 1970, i file dell’FBI mostravano che quasi il 70% dei principali trafficanti di droga arrestati nel sud della Florida erano veterani della Baia dei Porci. Avevano mantenuto i “nulla osta di sicurezza” della CIA, le vie di contrabbando di armi e, soprattutto, la loro immunità politica.

Sono diventati l'“Elite Narco-Terrorista”, una creatura ibrida di risorse dell’intelligence e boss del cartello. E in questo mondo, il giovane Marco Rubio non è stato un visitatore accidentale, ma una recluta per ragioni familiari.

I registri pubblici mostrano che da adolescente Rubio lavorava in un negozio di animali esotici a West Miami. Quello che la stampa ha minimizzato è che il proprietario del negozio era suo cognato, Orlando Cicilia. Nel 1987, Cicilia è stata incriminato nell'“Operazione Giraffa”, un caso di denaro sporco che ha riguardato 79 milioni di dollari in proventi di cocaina direttamente riciclati attraverso quel negozio di animali.

Rubio ha affermato di aver semplicemente pulito le gabbie degli animali e non sapere nulla. Ma nella logica dell’élite Narco-terrorista, l’ignoranza è l’alibi del complice. Non si condivide un’azienda di famiglia con un importante riciclatore di denaro, uno le cui operazioni si sono intersecate direttamente con le stesse reti in esilio della CIA che gestivano il canale della Baia dei Porci alla cocaina, ed emergono incontaminati.
La casa d’infanzia di Rubio non era alla periferia di questo mondo; era al suo interno.

Dal negozio di animali al Dipartimento di Stato

L’accusa qui non è che Rubio portasse personalmente pacchi di cocaina, ma che abbia assorbito la lezione politica fondamentale della narco-rete in esilio: ossia che la “Guerra alla droga” è una copertura per il cambio di regime.

Questo è il manuale del caso Iran-Contra, e Rubio ha passato tutta la sua carriera cercando di rimetterlo in funzione. Come senatore, ha sostenuto l'honduregno Juan Orlando Hernández, anche se gli agenti della DEA hanno confermato sotto giuramento che Hernández gestiva uno “narco-stato” dove le spedizioni di cocaina erano protette dalla famiglia del presidente.

Dopo che Hernández è stato condannato in un tribunale degli Stati Uniti, gli alleati di Rubio, tra cui Donald Trump, si sono mossi per graziarlo. Allo stesso modo, Rubio ha difeso l’ecuadoregno Daniel Noboa nonostante le prove documentate della spedizione di cocaina in contenitori di banane della stessa famiglia Noboa.

La linea è chiara. Rubio protegge costantemente i leader latinoamericani che servono gli interessi anticomunisti statunitensi, indipendentemente dai loro legami con la droga. È lo stesso accordo che la CIA ha fatto con i veterani della Baia dei Porci, immunità in cambio di lealtà.

Quando Rubio chiede attacchi militari in Venezuela sotto la bandiera della “guerra al narcoterrorismo”, non sta rompendo il vecchio modello, lo sta perfezionando. Il bersaglio è sempre un governo di sinistra. Il metodo è sempre paramilitari con precedenti di droga conosciuti. E il risultato è sempre una nuova generazione di trafficanti legati alla CIA che, come il cognato di Rubio, possono riciclare milioni mantenendo la brillantezza della rispettabilità anticomunista.

Una corruzione non con sacchi di contanti, ma di parentela

La corruzione di Rubio non è del tipo grezzo, con una valigia piena di contanti. È il tipo di corruzione più profondo, più americano. È la corruzione di una classe politica che da sessant’anni normalizza l’unione delle agenzie di intelligence e dei cartelli della droga.

Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di cooperazione tra mafia, Sindacato, circoli di ricatto sessuale, narcotrafficanti e servizi segreti. Ma nessuno va così in profondità come quell’equipaggio originale della Baia dei Porci. La loro associazione con l’assassinio del Presidente Kennedy è notoria, così come il loro legame con l’insabbiamento delle indagini.

La biografia di Rubio non è un’anomalia; è il curriculum dell’Elite Narco-Terrorista

Nato in esilio a Miami, legato dal sangue a un condannato per riciclaggio di denaro sporco, educato nella convinzione che qualsiasi crimine sia giustificato per rovesciare Cuba o il Venezuela, è ora insediato come Segretario di Stato.
Lui è quello che poi succede quando uno come Jack Ruby (Rubenstein) diventa il braccio destro del presidente. Quando invoca lo “stato di diritto”, parla una lingua che la storia della sua famiglia ha già tradito.
Il negozio di animali è chiuso. Ma la rete che serviva non si è mai chiusa, ha semplicemente promosso uno dei suoi ai più alti incarichi del potere americano.

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25/01/2026

La Casa Bianca dichiara guerra al popolo americano

Si chiamava Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, un infermiere di terapia intensiva presso il dipartimento governativo per i veterani di guerra, ecologista e attivista “politico-umanitario”. Di chiare origini italiane, così come il “fuhrer” dei suoi assassini, Greg Bovino, messo da Trump alla guida dell’ICE, una milizia anti-immigrazione diventata la sua personale “falange armata”.

Alex è diventato ieri a Minneapolis, dopo Renee Good, la seconda vittima in pochi giorni delle bestie che compongono quella falange. Una terza persona, nei giorni scorsi, era stata raggiunta da proiettili sparati dall’ICE ed è attualmente in gravi condizioni all’ospedale.

La scena dell’omicidio è stata ripresa in video e non consente giustificazioni, anche se i “maiali” – sarebbe bene tornare alle definizioni degli anni ‘60, per una volta – hanno provato a dire che aveva con sé una pistola e sarebbe rimasto ucciso nel tentativo di disarmarlo.

Le riprese mostrano invece Pretti che si frappone tra una donna e un agente che le sta spruzzando spray al peperoncino, cerca di aiutare la donna a rialzarsi e viene a sua volta aggredito da altri agenti che spruzzano lo spray anche contro di lui, “armato” di un telefono in una mano e nulla nell’altra.

Come mostrano i video, la pistola è stata “ritrovata” solo dopo che era ormai morto. Ma non si vede da dove sia venuta fuori ed è prassi comune di molta sbirraglia “aggiungere prove” alla scena del delitto per “pararsi il culo” da eventuali indagini su quel che hanno fatto.

Un video trasmesso da diverse tv mostra da altra angolazione i robocop mascherati, con giubbotti tattici, che bloccano un uomo a terra, su una strada coperta di neve. L’uomo cade e si sentono i colpi di arma da fuoco, almeno cinque. Cinque, per essere sicuri di uccidere, non per “fermare un soggetto pericoloso”, armato di un telefono...

Che un infermiere possa diventare “un soggetto pericoloso” accade però solo nelle società impazzite, dove ogni valore o concetto o definizione è stato rivoltato così tante volte da diventare privo di senso.

Basti pensare che lo stesso Trump, rispondendo all’indignazione universale per il sequestro – da parte dell’ICE – di una bambina di due anni (poi rilasciata, se non altro), ha benedetto “il lavoro di questi patrioti”. “Patrioti” superpagati e con un premio di 50.000 dollari già al momento dell’arruolamento. Di fatto mercenari che inseguono anche un “premio di produzione” (più immigrati acchiappano, non importa se bambini, e più guadagnano).

Basta riascoltare la conferenza stampa in cui la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem – una delle tante “kriminal barbie” di cui Trump ama essere circondato – si inventa la storia di “un individuo si è avvicinato agli agenti della U.S. Border Patrol con una pistola semiautomatica 9 mm. Gli agenti hanno tentato di disarmare questa persona, ma il sospetto armato ha reagito violentemente. Temendo per la propria vita e per quella dei suoi colleghi, un agente ha sparato colpi difensivi”. Tutti letali, ma per caso...

Noem ha anche detto che Pretti “aveva due caricatori con munizioni che contenevano decine di proiettili” e non aveva documenti di identità con sé (negli Usa non è neanche obbligatorio...). In definitiva, secondo lei, “sembra una situazione in cui un individuo è arrivato sulla scena per infliggere il massimo danno alle persone e uccidere le forze dell’ordine”. Un pazzo, insomma, qualcuno che avrebbe potuto tranquillamente essere reclutato nell’ICE...

La sfrontatezza con cui l’amministrazione Trump mente su questi episodi come su tutta la “politica della sicurezza interna” non è però soltanto la “normale” abitudine del potere, ma rivela come su questo si stia giocando una durissima partita all’interno degli Stati Uniti, in cui la posta in gioco è la trasformazione dell’assetto istituzionale da “esteriormente democratico” a “dichiaratamente autoritario”.

Una partita che ha già distrutto il tradizionale “centrismo” costruito nei decenni dall’establihment industrial-finanziario, sia tra i “repubblicani” che tra i “democratici”, facendo balzare in primo piano quelle che una volta erano “ali estreme” fuori dai giochi: i nuovi “nazisti dell’Illinois” (cit.) oppure i “socialisti” – all’americana, sia chiaro – in grado di vincere in due città-simbolo come New York e Seattle.

Una partita che, quasi per necessità “geometrica”, ha trovato il suo teatro più violento a Minneapolis, capoluogo di uno stato “di mezzo”, al confine con il Canada.

Qui ieri c’è stato, prima di questo nuovo omicidio, uno dei rarissimi scioperi generali contro il governo federale, ossia contro Trump e la presenza dell’ICE. Uno sciopero iper-politico (con buona pace dei Salvini del mondo), con manifestazione oceanica nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata della Verità e della Libertà”. Due valori che, evidentemente, non esistono in questa America...


A margine della manifestazione l’ICE ha condotto una serie di aggressioni individuali, una della quali si è chiusa con l’omicidio di Pretti, “colpevole” di aver difeso una donna dalle “attenzioni” dei “maiali” in divisa.

La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo “democratico senza grilli per la testa” come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di polizia della citàà.

Se la richiesta verrà accolta potremmo quindi avere un confronto diretto tra paramilitari dell’ICE (che dipendono dallo Stato federale, ossia da Trump) e polizia-esercito agli ordini delle autorità locali. Impossibile anche da sognare, fino a qualche mese fa.

Ma quando una crisi ha certe dimensioni, e cause non rimovibili con le sole chiacchiere, può succedere di tutto. Sia sul piano internazionale – chi avrebbe mai ipotizzato una “guerra” tra alleati della Nato per il controllo della Groenlandia? – che su quello interno.

A conferma che la “guerra di Minneapolis” non sia un “caso locale”, ma una manifestazione estrema di una politica nazionale, una vera e propria guerra contro il popolo dell’intero paese, giunge questa segnalazione riportata da Lorenzo Forlani. 

*****

Mi hanno segnalato – ho controllato, tutto vero – che Wayne Ivey, sceriffo della Florida, si è rivolto ai manifestanti americani dicendo le seguenti cosette: “Se opponete resistenza alla legge, andrete in prigione; se bloccate un incrocio o un sentiero o sputate sui nostri agenti, prima andrete in ospedale e poi in prigione.
Se lanciate pietre o molotov o puntate una pistola contro uno dei nostri agenti, informeremo la vostra famiglia su dove raccogliere il vostro cadavere, perché vi uccideremo sul posto”
.

Pensate se lo avesse detto il capo dei pasdaran in Iran, le tonnellate di retorica spicciola e irricevibile che mi sarei dovuto sorbire da questa parte di sciagurato mondo, i quintali di stronzate inventate, le porcherie ipocrite che avrei dovuto ingoiare.

Ma lasciamo perdere, io vi chiedo solamente e definitivamente di tenere a mente tutto questo: non tanto perché segnala un volta di più che lo stato di diritto dell’Occidente volge alla sua fine, trascinato dalla morte di tutta un’altra serie di garanzie minime, che abbiamo deciso di calpestare o lasciar calpestare; vi chiedo di tenere tutto questo a mente perché questo sceriffo, oltre a ricalcare i personaggetti infimi e vigliacchi dei peggiori film americani di quarta lega, è espressione di una cultura “politica”, e nella fattispecie di una cultura strettamente statunitense, cioè del paese che attualmente guida incontestato la ciurma di cialtroni internazionali privi di alcuna credibilità – tra cui noi – che si prodiga nello stabilire quali proteste in giro per il mondo siano o non siano definibili “civili” (di solito quelle che fomentano e finanziano) e quali repressioni da parte delle forze di sicurezza siano definibili brutali, o meglio, inaccettabili a tal punto di esser meritevoli di un intervento esterno volto al ripristino delle ideali condizioni di vassallaggio.

Credo sia arrivato il momento di non accettare più queste buffonate. L’America e di riflesso anche l’intero Occidente hanno perso integralmente il diritto non solo di insegnare al prossimo come si campa ma proprio la facoltà anche solo di parlare di Stato di diritto, di diritti umani, di diritti civili, e ça va sans dire, del diritto internazionale che come sappiamo, se va bene, conta fino a un certo punto, e se va male, va calpestato con tutte le scarpe perché espressione di posture bizzarramente antisemite o antioccidentali.

È tutto finito, tracciamo una linea, vi prego, e iniziamo a parlare di realtà. Non delle proiezioni oniriche del mondo che pensiamo di aver plasmato.

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11/04/2025

«W il lavoro minorile!», nella Florida di Trump

Tallahassee. In Florida si stanno discutendo in questi giorni due proposte di legge che riguardano la regolamentazione del lavoro minorile. Secondo queste leggi, i ragazzi a partire dai quattordici anni potrebbero lavorare su turni superiori a otto ore senza pause pranzo, oppure svolgere mansioni usuranti in turni di notte, dalle undici di sera alle sei del mattino, in qualsiasi giorno della settimana anche durante l’anno scolastico.

Inoltre, anche i tredicenni potranno essere assunti legalmente a patto che abbiano già finito le scuole medie e che compiano gli anni entro il 31 dicembre.

Questo avviene in uno Stato in cui la media dell’abbandono scolastico è del 20% (in alcune contee supera il 40%), oltre ottantamila minori sono già impiegati come lavoratori e le violazioni delle leggi sul lavoro minorile sono più che triplicate negli ultimi sei anni.

I provvedimenti sono stati presentati da Monique Miller, membra del Senato della Florida, come «un modo per ridurre le barriere che impediscono agli adolescenti di imparare un mestiere e di prepararsi alla vita». La stessa Miller ha dichiarato che a spingere per l’inserimento della norma sull’assunzione dei tredicenni sarebbe stato Randy Fine, repubblicano neoeletto al Congresso e fedelissimo di Trump. Secondo Miller, «la moglie di Fine ha chiamato e ha detto: “Nostro figlio vuole poter lavorare durante l’estate. Questo ha perfettamente senso, ma sfortunatamente il suo compleanno è alla fine dell’anno: è possibile permettergli di non perdere l’estate per lavorare?”».

In realtà, al netto degli interessi personali di Fine, i repubblicani vedono questi provvedimenti come parte di un processo per riempire il vuoto lasciato dalle espulsioni di migranti irregolari, impiegati a migliaia in tutto lo Stato.

A partire dal 2023 i datori di lavoro sono obbligati a verificare lo status di immigrato regolare dei propri dipendenti e di notificarlo al governo locale, pena una multa di mille dollari al giorno fino all’adempimento della richiesta. Questo, insieme agli ultimi provvedimenti di Trump, ha spinto ad andarsene molti fra gli irregolari non ancora deportati.

L’idea dei repubblicani è di sostituire questi migranti, che spesso svolgevano lavori notturni, sottopagati, senza diritti, con giovane manodopera locale.

A metterlo in chiaro è stato lo stesso Ron DeSantis, governatore della Florida, durante un incontro con Tom Homand, lo “zar del confine” di Trump, l’uomo a capo di tutto il programma di deportazioni. Ospite del New College of Florida, DeSantis ha affermato: «Perché importare stranieri, anche illegalmente, quando i ragazzi e gli studenti universitari dovrebbero essere in grado di fare questi lavori?».

Del resto, la stessa Monique Miller ha un retroterra politico molto chiaro, che regala un contesto ideologico a queste proposte. La senatrice repubblicana fa parte dell’organizzazione Moms for Liberty (mamme per la libertà), molto nota per le campagne contro di diritti della comunità Lgbtq+,contro la «propaganda gender» nelle scuole e contro l’uso delle mascherine e dei vaccini durante la pandemia di Covid-19.

Il Southern Poverty Law Center, una associazione per i diritti civili con sede in Alabama, ha definito Moms for Liberty un «movimento di estrema destra che si impegna in attività contro l’inclusione degli studenti».

I legami con il neofascismo non potrebbero essere più chiari: nel dicembre del 2022 Moms for Liberty ha organizzato un evento antiabortista a Fort Lauderdale, Florida, dal titolo Protect the Children (“proteggete i bambini”) insieme ai Proud Boys, milizia armata di estrema destra, al quotidiano della far-right Breitbart e ai neonazisti della Goyim Defense League.

Le proposte di legge sul lavoro minorile in Florida hanno scatenato un’ondata di indignazione da parte delle opposizioni e dei sindacati. Rich Templin, dirigente locale del sindacato Afl-Cio, si è detto inorridito da questa mossa dei repubblicani. «Queste proposte di legge daranno tutto il potere ai datori di lavoro e renderanno molto più facile lo sfruttamento dei giovani. C’è molta pressione da parte degli imprenditori per fare cose come questa, perché stiamo assistendo a una vera e propria carenza di manodopera disposta a lavorare per salari bassi, senza benefit e con orari terribili» ha detto Templin.

«Invece di cambiare i modelli di business e trovare modi per incentivare le persone a fare questi lavori, imprenditori e politici continuano a cercare nuove fonti di manodopera a basso costo».

Angie Nixon, attivista sindacale, eletta in Florida con i democratici e fondatrice della libreria indipendente Café Resistance, ha rincarato la dose: «La questione non potrebbe essere più chiara: vogliono manodopera a basso costo e ora la creeranno sulle spalle dei nostri figli».

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14/06/2016

La difficile caccia ai “lupi solitari”

Nell’epoca del web i lupi solitari del jihadismo non esistono più. Anche i più efferati assassini postano immagini in rete, aderiscono a gruppi e virtualmente possono cliccare un “like” su qualunque sito. Ha ragione Obama quando parla di «homegrown extremism».

Ha ragione il presidente americano quando parla, appunto, di terrorismo cresciuto entro i confini nazionali: Omar Mateen era così noto alla polizia che su di lui esisteva un consistente faldone e i verbali degli interrogatori che lo riguardavano. Se è vero come afferma John Comey che l’autore della strage di Orlando era nel mirino dell’Fbi si pone subito una banale questione di sicurezza: come è possibile che un sospetto delle autorità possa comprare e detenere armi da fuoco? L’unica ad accorgersi che Omar era davvero un pericoloso squilibrato è stata la prima moglie Sitora Yusufiy, sottoposta ad abusi e percosse.

La seconda questione riguarda la sua posizione nei confronti del terrorismo islamista: cosa è cambiato con l’Isis rispetto al passato?

Alla prima domanda devono rispondere gli americani e i loro governanti: non si rafforza da questo di vista la posizione del candidato Donald Trump, che vede i musulmani come il fumo negli occhi, ma assume sempre più valore quanto detto dozzine di volte dal presidente Barack Obama sulle restrizioni alla vendita di armi da fuoco. Gli americani temono il terrorismo ma non si proteggono con leggi adeguate che impediscano la circolazione di armi: la loro proliferazione non garantisce una maggiore sicurezza ma casomai la minaccia. Per questo esiste lo Stato: è lo Stato che deve avere il monopolio delle armi e l’uso della forza. In Europa fa parte del contratto sociale tra governanti e governati, negli Stati Uniti non è chiaro.

La seconda domanda pone un quesito di ordine più generale sul mutamento del terrorismo. L’Isis ha esplicitamente cancellato le differenze tra un militante del movimento e il cosiddetto “lupo solitario”. Con una mossa astuta e pericolosa, lo stesso Califfato ha reso esplicito già due anni fa che «chiunque può uccidere senza chiedere il permesso a nessuno in nome dell’Isis». Il terrorista autodidatta, che si radicalizza su Internet, può dunque agire in solitario senza nessun ordine gerarchico: questa è stata anche una delle ragioni dell’ascesa del Califfato che in questo modo ha sostenuto la concorrenza con gli altri gruppi radicali islamici come Al-Qaeda, ampliando la sua base di reclutamento e l’estensione della sua influenza al di là dei confini geografici del Medio Oriente e delle stesse basi o colonne in Occidente. Lo stesso portavoce dell’Isis, Al Adnani, ha incitato in occasione del Ramadan a colpire ovunque sia possibile, in particolare gli Stati Uniti: militanti, seguaci e anche solo simpatizzanti, che pure non hanno legami diretti con il Califfato, hanno una sorta di “copertura” religiosa e ideologica per agire. Basta una telefonata con una rivendicazione, una sorta di macabra autocertificazione. L’Isis è in arretramento in Iraq, in Siria, in Libia, sta perdendo roccaforti strategiche e la sua capitale Raqqa è stretta in una morsa: ma gli effetti del jihadismo probabilmente non finiranno con la sua sconfitta militare.

Alberto Negri – Il Sole 24 Ore del 14 giugno 2016

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USA, gigante dai piedi d'argilla

di Michele Paris

L’orribile tragedia avvenuta nella notte tra sabato e domenica a Orlando, in Florida, è stata puntualmente seguita da rivelazioni e commenti, rilasciati dagli esponenti politici americani, che ricalcano in maniera inquietante quelli già registrati in seguito a praticamente tutti gli episodi di sangue di questo genere accaduti in questi anni negli USA e altrove.

Le reazioni del presidente Obama e dei candidati alla sua successione, Hillary Clinton e Donald Trump, hanno avuto toni diversi, ma tutti hanno prevedibilmente mancato di fare anche un minimo riferimento alle ragioni di ordine sociale e politico che stanno dietro alla manifestazione violenta e distorta della profondissima crisi della società e del sistema di potere negli Stati Uniti.

Se le motivazioni ultime che hanno spinto il 29enne Omar Mateen, nativo di New York ma di origine afgana, a commettere una strage nel night club gay Pulse non si conoscono e forse non si conosceranno mai, è evidente che il moltiplicarsi di assassini di massa in America non può essere ricondotto semplicemente a concetti astratti come “odio” o “male”, né alla mancanza di regolamentazioni stringenti sulla vendita di armi in questo paese.

I possibili legami di Mateen a una qualche rete terroristica internazionale sono inoltre tutti da dimostrare, nonostante la dubbia rivendicazione dello Stato Islamico (ISIS) giunta poco dopo la sparatoria e il “giuramento” al califfato fatto dall’attentatore in una telefonata al numero di emergenza 911 durante l’assalto alla discoteca.

L’ex moglie di Mateen ha parlato di una (breve) vita di coppia fatta di abusi, mentre il padre, attivista afgano impegnato contro il governo-fantoccio di Washington al potere a Kabul, ha escluso la motivazione religiosa, facendo riferimento piuttosto al risentimento del figlio nei confronti degli omosessuali.

Ragioni personali e psicologiche possono essersi perciò fuse ai contraccolpi sociali provocati dall’attività criminale di un governo, come quello americano, in perenne stato di guerra, soprattutto contro paesi musulmani, spingendo Mateen, come già altri individui chiaramente disturbati, ad abbracciare anche solo idealmente il fondamentalismo islamico e a portare a termine un atto di violenza indicibile che è costato finora la vita a 49 persone innocenti.

L’atmosfera tossica venutasi a creare negli Stati Uniti del dopo 11 settembre, fatta di repressione, violenza, promozione di forze ultra-reazionarie, deve svolgere un ruolo nella preparazione di ripetute stragi di massa che, con questa frequenza e gravità, non si registrano in nessun altro paese del mondo.

Questa realtà stride fortemente con la sterile risposta offerta dal presidente Obama alla strage di domenica. L’inquilino uscente della Casa Bianca non ha come al solito speso una sola parola per cercare di spiegare l’accaduto, se non riferendosi a un altro atto di “terrore e odio”, ma si è limitato a invitare gli americani a “stare uniti” e ha promesso di “proteggere... e difendere la nostra nazione”, nonché di “agire contro coloro che ci minacciano”.

Obama, va ricordato, è stato costretto a fronteggiare pubblicamente un’altra strage, l’ennesima che ha caratterizzato la sua amministrazione, solo un paio di giorni dopo la notizia della sua autorizzazione all’escalation della guerra in Afghanistan, rimangiandosi sostanzialmente la promessa di mettere fine a questo interminabile conflitto.

Trump, da parte sua, ha riproposto le proprie teorie razziste per spiegare la violenza terroristica o presunta tale, assieme al rilancio del divieto di ingresso negli Stati Uniti di tutti gli stranieri di fede musulmana. Cosa, quest’ultima, evidentemente inutile per prevenire il massacro del fine settimana, vista la nascita e la cittadinanza americana di Omar Mateen.

La reazione più minacciosa è stata però quella di Hillary Clinton, la quale ha riassunto alla perfezione, e in modo non troppo velato, la volontà della classe dirigente USA di sfruttare simili eventi, ma soprattutto il dolore e il disorientamento che suscitano tra la popolazione, per giustificare ulteriori iniziative improntate al militarismo e alla compressione dei diritti democratici. Il tutto per rendere gli Stati Uniti un posto più sicuro.

Fermo restando dunque il dubbio sulla matrice dell’assalto al night club di Orlando, è inevitabile rilevare come ancora una volta la condotta delle forze di polizia di un paese occidentale – in questo caso l’FBI – sollevi una lunga serie di interrogativi. Soprattutto in considerazione dei poteri di sorveglianza e controllo sulla popolazione senza precedenti garantiti negli Stati Uniti da leggi del Congresso, direttive presidenziali e sentenze di tribunali.

Sono bastate infatti poche ore dopo la sparatoria a rivelare che Mateen era finito non una ma due volte all’attenzione del “Bureau” nel recente passato. Nel 2013, il giovane con origini afgane era stato sentito da agenti federali in seguito alla denuncia di un suo collega di lavoro, secondo il quale Mateen aveva vantato possibili collegamenti con organizzazioni terroriste.

Un anno dopo, l’FBI era di nuovo su Mateen, sospettato di essere entrato in contatto con Moner Mohammad Abusalha, cresciuto in Florida e primo cittadino americano a farsi esplodere in Siria, dove combatteva nelle file del Fronte al-Nusra, filiale di al-Qaeda nel paese mediorientale.

Il fatto che entrambe le indagini fossero state chiuse senza ulteriori provvedimenti da parte dell’FBI non esaurisce la questione. Il livello di paranoia ostentato dall’apparato della sicurezza nazionale americano e l’incriminazione o la condanna di sospettati di terrorismo in casi con fondamenta praticamente inesistenti, non spiegano come Mateen abbia potuto continuare a lavorare indisturbato per una nota società che fornisce servizi di sicurezza e avere accesso ad armi di vario genere, sia attraverso il proprio impiego sia tramite un acquisto fatto la settimana prima della strage.

Il potenziale violento di Mateen era quindi facilmente ipotizzabile da parte dell’FBI, visto il suo possesso di un porto d’armi rilasciato dallo stato della Florida, ma in qualche modo la polizia federale americana non ha ritenuto esserci elementi per sottoporlo a sorveglianza o renderlo inoffensivo.

Questi stessi elementi giudicati inesistenti nel caso dell’attentatore di Orlando sembravano invece essere presenti, a detta dell’FBI e del Dipartimento di Giustizia di Obama, in altri casi presumibilmente di natura terroristica in cui il “Bureau” è stato impegnato nei mesi scorsi, quando Mateen stava verosimilmente studiando il proprio obiettivo.

Uno di questi casi riguarda ad esempio James Gonzalo Medina, senzatetto di Miami con documentati problemi mentali, finito di recente agli arresti dopo essere stato al centro di una delle tante operazioni sotto copertura dell’FBI che prevedono la fabbricazione di trame terroristiche da parte di agenti in incognito al fine di incastrare un malcapitato potenziale terrorista.

In queste operazioni, l’FBI fornisce direttamente armi – spesso inutilizzabili – ai sospettati oppure, in alcuni casi, consente a questi ultimi di acquistarle direttamente, salvo poi procedere all’arresto prima che essi mettano in pratica i propositi terroristici alimentati a dovere dagli stessi agenti federali.

Se al momento non esistono elementi che facciano pensare per la strage di Orlando a un’operazione sotto copertura dell’FBI finita male, è però altrettanto evidente che, alla luce di quanto già emerso e anche dei dettagli resi noti in seguito ai precedenti attentati negli USA e in Europa, le forze di polizia non possono essere in nessun modo sollevate sommariamente da quelle che appaiono ancora una volta come pesanti, e forse decisive, responsabilità.

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13/06/2016

Usa, l’insicurezza della Sicurezza e la guerra tranquillizzante

Nel Paese più militarizzato del mondo e a maggiore densità di soggetti che lavorano per le Intelligence ufficiali e ufficiose, istituti come G4S, per il quale lavorava il killer di Orlando Omar Mateen, diventano un supporto non indifferente al controllo di ogni angolo dei cinquanta Stati confederali. La G4S è stata la trasformazione di una società di vigilanza per compagnìe di navigazione (Kjøbenhavn Frederiksberg Nattevagt) nata in Danimarca nel 1901. La società svolse questo compito per mezzo secolo, quindi fino al 1989 la crescente crescita in Europa la fece entrare in partnership con British Telecom. Nel 1990 il gruppo, che diventava un vero colosso della sicurezza, si presentò sul mercato statunitense, passo che accrebbe le sue quotazioni anno dopo anno. L’esposizione delle specialità mostrate dal website del gruppo, marcato dal 2004 con la sigla G4S ed espanso in 125 nazioni con 620 mila addetti, parla il linguaggio dell’autorità multinazionale. Negli Usa gli addetti sono cinquantamila. G4S-Usa nel 2008 ha acquisito MJM Investigations, che s’occupa di frode assicurativa nei sinistri, l’anno seguente acquistava Adesta, un provider integra si sistemi di sicurezza e comunicazione. Fino alle più recenti mosse che inglobano altri specialisti (Cotswold Group) anch’esso impegnato su temi come sorveglianza, frode, investigazioni. Insomma più che un leader, una potenza.

Eppure Cia, Fbi, Nsa, eserciti, sceriffi e le tante G4S non bastano a tener sotto controllo un territorio immenso e pesantemente cosparso di armi che, come i bambini sanno e i bambini-killer ancor più, s’acquistano ovunque, a qualsiasi prezzo e a qualsivoglia età. Bastano sotterfugi e commercianti che, per affari o adesione ideologica alla diffusione delle armi nel territorio, siano compiacenti all’acquisto e il bello e bellicoso strumento può finire nelle mani più disparate adulte, giovanili e infantili. Esperte o meno. Eppure nel caso dell’afghano d’America esercitatosi nel letale tiro a bersaglio di gay – scelti come simbolo della propria riprovazione forse più machista che religiosa o comunque in entrambe le combinazioni – non è tanto l’uso dell’arma quanto chi la utilizza. Certo, con un fucile da guerra come quello usato il compito dello stragista risulta facilitato. Ma occorre soffermarsi su qualche altro aspetto che i fautori dell’iper armatismo statunitense troveranno antipatico: l’infiltrazione. Contro la quale il senso di tutela e prevenzione potrà far crescere esponenzialmente la sindrome xenofoba anche nella multietnica società statunitense. Magari agendo soprattutto contro gli islamici (i poco amati messicani per l’occasione vengono sopportati). Come fidarsi del figlio o del nipote dell’immigrato mediorientale che va a fare anche la semplice guardia giurata? Anche questo diventerà un tema che infiammerà il restante confronto-scontro Clinton-Trump. Al di là di scoprire se l’Omar della G4S abbia compiuto la strage per scelta personale oppure obbedendo a un piano preordinato dell’Isis, resta in tutta la sua forze dirompente il fantasma del pericolo che circonda tutti: diventare potenziale bersaglio di potenziali attentatori.

Uno scenario che nella vita quotidiana occidentale può introdurre: la via del terrore diffuso; quella della difesa paranoica del tutti contro tutti, ben peggiore dei “Piccoli omicidi” descritti da Alan Arkin; o ancora una rassegnazione più profonda della “Sottomissione” di Houellebecq. All’orizzonte si prospettano passi forse peggiori della Patriot Act di bushana memoria e ulteriori rilanci d’interventismo statunitense sparsi per il mondo. Il terrorismo, specie quello che colpisce in casa, è giustificazione più che plausibile, ma partire dalle guerre in corso non presuppone spiegazioni. Prendiamo proprio l’Afghanistan dove il conflitto armato prosegue, pur con altri mezzi (aviazione e droni), in una fase di ‘smobilitazione’ e di passaggio alla Resolute Support Mission. A seguito delle reiterate difficoltà dell’esercito afghano e dei molteplici attacchi talebani per tutto l’inverno scorso fino a primavera inoltrata, con Mansour e dopo la sua recente eliminazione con Haibatullah, l’uscente Obama ha accettato di far riprendere le operazioni ai suoi scalpitanti generali, anche prima dell’uscita dalla Casa Bianca. Potrebbero essere rilanciate le operazioni di terra, negli ultimi tempi gestite prevalentemente dai contractors non solo in azioni di pattugliamento. Queste ultime diventano sempre più limitate proprio per l’espansione talebana e per l’incapacità delle truppe afghane di reggere lo scontro, com’è avvenuto a Kunduz nello settembre 2015 e di recente a Kabul.

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Strage di Orlando, tra crimine d’odio e terrorismo jihadista

L’Fbi è al lavoro per capire chi fosse davvero Omar Mateen, la guardia giurata di nemmeno 30anni che nella notte tra sabato e domenica ha aperto il fuoco all’impazzata, uccidendo 50 persone e ferendone altre 53 in un locale gay di Orlando, in Florida.

Gli investigatori stanno cercando di capire quali fossero e quanto fossero profondi i legami tra Mateen e il fanatismo islamista: «Non è ancora stato accertato se la sparatoria sia un crimine d’odio o un atto terroristico», si legge in una nota dei federali.

È noto, però, che tra il 2013 e il 2014 il killer di Orlando sia stato interrogato due volte per presunti legami con l’Is e che, poco prima di dare il via alla carneficina, Mateen ha chiamato il 911 e abbia giurato fedeltà ad ‘califfo’ al-Baghdadi. Sul web, infine, l’Is ha rivendicato l’attacco, seppure a molte ore di distanza dall’inizio della strage, definendo il 30enne «un nostro combattente» che ha offerto «il miglior regalo per il Ramadan», così almeno si legge su Amaq News Agency. Su Site, invece, si leggono altri proclami, più o meno sulla stessa lunghezza d’onda: «Possa Allah accogliere l’eroe di Orlando e ispirare altri a fare lo stesso» o «Mateen è l’eroe che ha ucciso 25 crociati pervertiti in un nightclub, possa Allah accettarlo tra i suoi martirti».

Errori nel conto dei morti a parte, il problema con l’Is è che non siamo di fronte a una struttura organizzata, ad una cellula che pianifica ogni attacco in maniera militare, con strategie dietro e tutto il resto, quanto a una specie di cappello che calza bene su ogni lupo solitario. In buona sostanza, è difficile affermare che l’Is abbia pianificato un attacco sul suolo statunitense servendosi di Mateen, mentre appare più ragionevole sostenere che il killer sia stato ‘arruolato’ tra le file del califfato dopo la sparatoria e la sua morte per mano delle truppe speciali, accettando a cose fatte la sua dichiarazione di fedeltà. Intanto, i media statunitensi parlano di presunti rapporti tra il padre del 30enne e i Talebani, ma le voci non sono confermate. Indicativo, infine, che l’attacco sia stato fatto contro la comunità Lgbt proprio nel giorno in cui tutto il mondo marciava per il Pride.

La strage di Orlando sta ovviamente diventando un tema della campagna elettorale per la Casa Bianca. Donald Trump è andato all’attacco, sparando a zero: «Apprezzo le congratulazioni per aver avuto ragione sul terrorismo radicale islamico, ma non voglio congratulazioni, voglio durezza e vigilanza. Dobbiamo essere svegli».

Più moderata Hillary Clinton: «Mi sono svegliata con la devastante notizia della Florida. In attesa di ulteriori informazioni, i miei pensieri vanno alle persone colpite d questo orribile atto». Il presidente in carica Barack Obama dice qualcosa di un po’ più sensato, anche se durante il suo mandato non ha fatto moltissimo (scontrandosi comunque con la strenua opposizione dei Repubblicani e di molti Democratici) per rimediare al fenomeno che pure giustamente ha più volte denunciato: «Sappiamo abbastanza per dire che si tratta di un atto di terrore e di un atto d’odio. Ma tutto questo non cambierà il nostro modo di vivere, il massacro mostra come sia facile per gli americani essere uccisi a scuola, in chiesa, nei cinema o nei club. Questa strage è un ulteriore richiamo a quanto sia facile per qualcuno entrare in possesso di un’arma. Dobbiamo decidere se questo è il tipo di paese che vogliamo essere».

Insomma, al di là del movente, bisognerebbe prestare un minimo di attenzione anche alla facilità con cui negli Usa si può entrare in possesso di pistole, fucili e ordigni esplosivi. Oltre a Orlando, poi, nella giornata di domenica si è andati vicini a un’altra potenziale strage: non lontano da Los Angeles, infatti, la polizia ha fermato un uomo (tal James Howell, di Jeffersonville in Indiana) che si stava dirigendo al Pride con un vero e proprioarsenale nella propria automobile. L’uomo non ha saputo spiegare alle forze dell’ordine quali fossero le sue intenzioni e attualmente è in stato di arresto. Per lui la cauzione è stata fissata a 500mila dollari.

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12/06/2016

Florida, strage in locale gay: 50 morti e altrettanti feriti

Cinquanta morti e almeno altrettanti feriti. Questo il primo bilancio della sparatoria avvenuta alle 2 di notte (ora locale) in un gay club di Orlando, in Florida.

Ad aprire il fuoco è stato Omar Mateen, classe 1986, cittadino statunitense di Port St. Lucie, di genitori afgani. L’uomo, a quanto riportano fonti locali, sarebbe entrato nel club armato di un fucile, di una pistola e di un ordigno esplosivo addosso, mentre pare che una seconda bomba fosse nell’auto dell’uomo. Stando a una prima ricostruzione dei fatti, Mateen sarebbe entrato nel locale intorno alle 2 del mattino, mentre all’interno era in corso una serata a base di musica latina. L’uomo si sarebbe chiuso nella discoteca e avrebbe sostanzialmente sequestrato tutti i presenti.

Tre ore dopo, grazie all’intervento di polizia e Swat, il killer sarebbe stato freddato dagli agenti, ma dentro era già andata in scena la carneficina. Ancora in via d’accertamento i motivi che hanno portato il 29enne, di professione guardia giurata, a compiere la strage: l’Fbi lascia trapelare che potrebbe trattarsi di un atto di terrorismo – a tal proposito si mormora che l’uomo in passato abbia avuto contatti con alcuni gruppi islamisti radicali, anche se le voci non hanno ancora trovato conferme –, anche se l’ipotesi che va per la maggiore è che l’uomo abbia deciso di agire motivato dall’odio nei confronti della comunità omosessuale, proprio nel giorno in cui in tutto il mondo sono andate in scena i cortei del Pride.

Alla Nbc News, il padre di Mateen avrebbe sostanzialmente confermato questa ipotesi: «Il movente religioso non c’entra nulla, un paio di mesi fa ha visto due gay che si baciavano a Miami ed era molto arrabbiato. In questo momento siamo scioccati come il resto dell’America».

Unanime il cordoglio della comunità internazionale: oltre al presidente Barack Obama che ha espresso la propria vicinanza e ha chiesto di essere costantemente informato, parole di solidarietà sono arrivate anche dai principali leader mondiali, tra cui anche il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi, che in un tweet ha parlato di «Solidarietà e commozione del governo italiano per l’atroce strage di Orlando in Florida. Il nostro cuore è con i nostri fratelli americani».

In attesa che si faccia chiarezza sul movente, appare chiaro che siamo davanti all’ennesima strage a mano armata compiuta negli Stati Uniti: soltanto nel 2016, infatti, da quelle parti le sparatorie registrate sono state ben 132, per un bilancio finale di 156 morti. Il paese della armi facili, ancora una volta, si scopre debole al suo interno: l’estrema facilità con cui è possibile procurarsi un fucile, una pistola o addirittura un’arma d’assalto si sta rivelato un nemico molto più pericoloso di tutti gli altri messi insieme.

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20/12/2014

Cuba-Usa, Gianni Minà: «Smentite le bugie americane»

Il Paese di Castro? «È più umano degli altri». E il Vaticano se ne è accorto. Obama? Non aveva più nulla da perdere. Minà sulla svolta storica Cuba-Usa


Una domenica del 1987 intervistò per 16 ore di fila Fidel Castro e, chiamandolo Comandante, lo ascoltò parlare a tarda notte e a bassa voce di Che Guevara.
A quasi 30 anni di distanza, Gianni Minà il cronista italiano che a Cuba ha dedicato mezza vita professionale ottenendo il premio Kamera della Berlinale, il più prestigioso riconoscimento al mondo per un documentarista, accoglie la svolta nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba come il frutto della storia.
 
«Finalmente», dice a Lettera43.it salutando lo scambio di prigionieri e l'allentamento dell'embargo annunciato dalla Casa Bianca.


L'EMBARGO? ANTI STORICO. «Obama ha creato tante speranze e ha realizzato poco. Ma ha aspettato il secondo mandato per decidere di allentare un embargo anti storico», ha dichiarato. «A cosa serve questo embargo?», si chiede Minà, denunciando la cappa di opacità e propaganda che soffoca la storia di Cuba: «Punisce un Paese solo per aver scelto un governo diverso?».
La potenza americana e la piccola isola caraibica sono pronti a sedersi al tavolo per rivedere i rapporti complessivi tra le due nazioni. E il dipartimento di Stato di Washington si prepara anche a riaprire un'ambasciata a stelle e strisce a pochi chilometri da quella Baia dei Porci dove l'esercito di Cuba combatté e vinse gli esuli addestrati dalla Cia per rovesciare la rivoluzione.
 
«IL CAPITALISMO È MORTO, MA CUBA È ANCORA LÌ». Il vecchio cronista però non crede agli annunci di riconciliazione: «Ci vorranno anni», spiega, ma allo stesso tempo celebra la sua vittoria: «Le bugie confezionate a Miami sono state smentite. Il capitalismo è morto, il comunismo è morto, ma Cuba è ancora lì».

Gianni Minà con Fidel Castro.
DOMANDA. Cosa intende per le bugie di Miami? 
RISPOSTA. Quando lo arrestarono, Gross (il contractor americano rilasciato il 17 dicembre da L'Avana, ndr) disse di essere a Cuba per «distribuire materiale elettrico alla comunità ebraica locale»: siamo alle favole di cappuccetto rosso.
 
D. E invece i detenuti cubani rilasciati dagli Usa?
R. Quelli erano agenti dell'antiterrorismo che si trovavano in Florida per raccogliere la documentazione su una rete terroristica anticubana. In Florida sono stati preparati moltissimi attentati contro Cuba: in 30 anni hanno fatto più di 3 mila morti. Ma Castro aveva avvertito Clinton.
 
D. In che senso?
R. Aveva preparato un faldone e nel 1998 gli aveva mandato come emissario Gabriel Garcia Marquez, lo scrittore preferito di Clinton per avvertirlo che c'era un pericolo.
 
D. Come andò a finire?
R. Clinton non c'era e non si presentò per giorni. Alla fine vennero arrestati in cinque. Due hanno scontato la pena.
 
D. Cosa pensa di questo scambio di prigionieri?
R. Che Cuba è più umana degli altri.
 
D. Perché Obama ha deciso di liberarli ora?
R.
Aveva creato tante speranze ma ha fatto poco per realizzarle. Evidentemente ora non deve più pensare alle elezioni.
 
D. Negli Usa però c'è una forte lobby anticastrista.
R.
Anticubana, visto che Castro ha 89 anni e il presidente è suo fratello Raul. Comunque oggi la lobby conta molto meno negli equilibri politici.
 
D. Il 16 dicembre Jeb Bush, ex governatore della Florida, patria degli anticastristi, ha aperto alla candidatura per le presidenziali.
R.
E infatti la battaglia elettorale è già iniziata.
 
D. Cosa pensa della mediazione realizzata dal Vaticano?
R. Da quando Giovanni Paolo II è andato a Cuba, le relazioni tra L'Avana e la Santa Sede sono state strette e molto rispettose.
 
D. E con Bergoglio?
R. Penso che in Vaticano ci sia un atteggiamento realista. Che non bada alla propaganda e alle bugie che confezionano a Miami, ma a quello che i Paesi producono.
 
D. E cioè?
R. Al livello di vita che hanno a Cuba rispetto a molti altri Paesi, all'aspettativa di vita più alta dell'America del Sud, al basso livello di povertà, al fatto che un uragano a Cuba fa solo due morti, e che ai Paesi asiatici viene chiesto di imparare dai cubani.
 
D. Sulla svolta non ha influito anche il passaggio di potere da Fidel a Raul Castro?
R.
Non è cambiato niente. Solo che noi sappiamo molto poco. In una nazione molto filo-americana come l'Italia se vuoi raccontare cose scomode, molte volte non riesci a farlo. È questo è il sistema democratico?
 
D. Dice che ci arrivano notizie già vagliate?
R.
Dico che quando ero giovane una notizia come quella degli studenti messicani ammazzati avrebbe aperto i giornali, ora è un trafiletto. E questo dipende anche dal fatto che il Messico fa parte di quel sistema allineato con gli Stati Uniti.
 
D. L'accordo tra Cuba e gli Usa prevede che il regime cubano tolga le restrizioni a Internet. Non pensa che possa aiutare ad aumentare la libertà di espressione?
R. Non mi venga a parlare di libertà. Io sono molto soddisfatto di quello che ho fatto, ma da 13 anni non lavoro in televisione.

17 dicembre 2014