La «nebbia di guerra» è più fitta quando le cose arrivano ad un punto decisivo, E si stende su tutto. Sia sulle trattative per arrivare ad un accordo, sia per quanto accade realmente sul campo di battaglia.
Andiamo con ordine, per aiutare i nostri lettori ad orizzontarsi il più possibile.
Il sito statunitense Axios, solitamente molto attendibile e con diverse «fonti anonime» nell’amministrazione Trump, ma considerato in Medio Oriente come un’agenzia di disinformazione manovrata dal Mossad, riferisce che «i mediatori stanno discutendo con le parti i termini di un accordo in due fasi; la prima fase consisterebbe in una potenziale tregua di 45 giorni durante la quale verrebbe negoziata una fine permanente della guerra».
Per la parte americana, primo problema, i «mediatori» sono sempre costituiti dalla “strana coppia” Kushner-Witkoff, indicati da tutti gli addetti ai lavori come «agenti israeliani», più che statunitensi. E dunque senza alcuna credibilità presso gli iraniani.
La questione è dunque come «costruire fiducia» sul fatto che qualsiasi accordo sarà poi rispettato sia da Washington che da Tel Aviv. Si tratta qui di offrire a Tehran garanzie concrete, ma allo stesso tempo con molta rapidità. L’ultimatum è stato per ora prorogato alle 20 (ora di Washington) di martedì 7 aprile.
Il timore esplicito è che si riproduca la situazione di Gaza e del Libano, dove ci sono da sempre «tregue» scritte sulla sabbia, in cui Israele attacca come e quando vuole e la cosiddetta «comunità internazionale» protesta solo quando la controparte, palestinese o libanese, reagisce agli attacchi.
Tutte le questioni di merito della trattativa – dalla riapertura completa dello Stretto di Hormuz, alla sorte dell’uranio arricchito, ecc. – sarebbero comunque rinviate alla «fase 2», ossia ai 45 giorni senza bombardamenti.
Ma da Teheran arriva la smentita: “Un cessate il fuoco temporaneo nell’aggressione militare israelo-americana, accompagnato dall’ombra della guerra e senza che l’Iran soddisfi le condizioni necessarie per porre fine all’offensiva, non fa altro che dare al nemico la possibilità di riorganizzarsi”.
Sul terreno le cose sono ancora più nebbiose.
Il pilota dell'F-15E abbattuto sembra sia stato effettivamente recuperato, anche se ferito. Primo «giallo»: inizialmente lo era «leggermente», nell’ultima comunicazione ufficiale è invece «abbastanza grave». In ogni caso non è stata diffusa neanche una sua foto, alimentando così le più diverse dietrologie.
L’operazione di recupero viene però definita un «fallimento» da parte iraniana, addirittura con irrisione: «tre vittorie come questa e gli Stati Uniti sono finiti».
Propaganda a parte, ci sono però alcuni punti niente affatto chiari. L’operazione, secondo la versione ufficiale Usa, è avvenuta nella provincia di Kohgiluyeh e BoyerAhmad, al confine con quella di Kuzestan, a circa 80 km dal mare. Per realizzarla sarebbero stati impiegati due aerei da trasporto HC-130, oltre a diversi tipi di velivoli (Dash-8 per il lancio di paracadutisti, elicotteri MH-60 Seahawk, droni Reaper, ecc.).
Una marea di uomini e mezzi sproporzionata per un’azione necessariamente “agile e rapida”, giocata sulla ricerca del segnale del gps a disposizione del militare in mezzo alle montagne.
I due C-130, peraltro, sono poi rimasti a terra e sarebbero stati fatti esplodere direttamente dalle truppe Usa per non farli restare a disposizione degli iraniani. Anche qui la versione ufficiale è cambiata nel corso delle ore. Prima perché sarebbero rimasti «impantanati nel fango», poi per un «guasto meccanico» (contemporaneo, su due aerei?).
Le cose che non tornano sono parecchie. Innanzitutto: gli Hercules C-130, per quanto modernizzati, sono grandi aerei da trasporto che possono portare un centinaio di soldati, ma anche mezzi per spostarsi a terra. Sono completamente inadatti a scendere tra le montagne, tanto più per recuperare un singolo militare ferito (presumibilmente non in grado di spostarsi su lunghe distanze) e hanno bisogno di piste di atterraggio.
E in effetti i video dei due C-130 distrutti mostrano una vecchia pista «agricola» ormai abbandonata (usata dagli aerei per irrorare i campi). Il problema è che quella pista, grazie proprio alla geolocalizzazione dei video, è alle porte di Isfahan. Ad oltre 200 km dal punto in cui il pilota – anzi: l’“addetto ai sistemi d’arma”, in pratica quello che sgancia le bombe – è stato recuperato. Sono 200 km verso l’interno dell’Iran come si vede dalla cartina, anziché verso il mare e quindi «la salvezza».
Insomma: l’esercito Usa aveva concentrato alcune centinaia di navy seals, o altri reparti speciali, ad Isfahan. Per fare cosa ?
A 35 km dalla città c’è notoriamente uno dei siti di arricchimento dell’uranio, che proprio il direttore dell’Aiea, Raphael Grossi, aveva visitato al tempo in cui l’Iran aderiva al trattato poi denunciato... da Trump durante il primo mandato. Lunedì scorso Grossi aveva confermato che «Quasi metà dell’uranio iraniano arricchito fino al 60% di purezza, un passo fondamentale per raggiungere il livello necessario alla produzione di armi nucleari, era stoccato in un complesso di tunnel a Isfahan e probabilmente si trova ancora lì».
Va ricordato come, nei primi giorni di guerra, lo stesso Trump aveva parlato di «esfiltrare» l’uranio iraniano, un’operazione che avrebbe però richiesto la costruzione di piste di atterraggio all’interno dell’Iran, in prossimità dei laboratori da attaccare. Operazione definita «impossibile» dai vertici militari, che infatti sono stati licenziati.
Appare quindi più probabile che sia stato fatto lo stesso il tentativo di irruzione e «furto», sfruttando la pista abbandonata non troppo lontana dall’obbiettivo (il che spiega anche l’uso di diversi elicotteri, droni, ecc., altrimenti «sovradimensionati» per una rapida operazione di salvataggio).
Evidente che sia questo il «fallimento» che ha provocato l’ironia iraniana e il vero cuore militare di tutto quanto è accaduto intorno alla lacrimevole storia del “pilota da salvare”.
Se fosse riuscita, Trump avrebbe potuto sventolare la sua «vittoria» e predisporsi ad una fine della guerra rapida.
Ma non è andata così. E questo spiega probabilmente anche il tono indecente, perfino per lui, con cui è andato poi minacciando Teheran – «Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!» – con la promessa di colpire “martedì” le centrali elettriche e i ponti. Ben sapendo, tra l’altro, che Teheran reagirebbe facendo altrettanto con gli impianti degli altri paesi nel Golfo ed anche con Israele.
Questa insistenza sulla distruzione delle infrastrutture civili, unita alle frequenti dichiarazioni sull’«abbiamo distrutto tutte le strutture militari che c’erano», sembra confermare indirettamente gli analisti militari che spiegano come, in effetti, gli iraniani si siano preparati a questa guerra predisponendo un gran numero di «esche» – vecchi camion travestiti da lanciamissile, capannoni apparentemente «militari» senza nulla dentro, ecc. – e nascondendo quasi tutto sottoterra, facilitati da un territorio montuoso e roccioso che offre opportunità in tal senso praticamente infinite.
Frustrazione, “gradimento” sceso al 31% (peggio di Biden quando inciampava, dicono tutti), necessità di finire la guerra e inesistenza di uno specchietto delle allodole adatto a far sembrare la ritirata come una vittoria. Brutta situazione. Che non fa presagire nulla di buono. Neanche mentre si finge di «trattare» (sarebbe la quarta volta, peraltro, che un «dialogo» nasconde un attacco).
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