Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/01/2011

Il giorno della memoria

Il 20 luglio 2000, il Parlamento italiano partorisce la legge n° 211, che nel suo primo articolo così recita:

"La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati."

In pratica, quella legge sancisce l'allineamento del nostro Paese alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in memoria della Shoah.
Tanto per rompere gli indugi ancor prima che sì presentino, il sottoscritto considera suddetta celebrazione una sonora cazzata perché istituisce il ricordo per il solo genocidio nazi-fascista, dimenticando colpevolmente tutti i genocidi perpetrati nel corso della seconda metà del '900.
L'istituzione della giornata della memoria, simbolicamente, crea morti di serie A e morti di serie minori, mentre il sottoscritto pensa che i morti debbano ricevere dalla storia medesima dignità. Poco importa se la mattanza è avvenuta nell'Europa nazi-fascista, nella Cambogia dei Khmer Rossi, nel Cile di Pinochet, nell'URSS di Stalin, nell'Argentina della Giunta Militare, nella Serbia di Mladić, nella Nanchino occupata dai giapponesi, nella frontiera ovest dei nascenti USA o nell'Africa abbandonata a se stessa (almeno nei massacri) dagli ex colonizzatori europei.
La differente dignità e il diverso peso (mediante l'uso della "memoria") che sì assegna alle vittime dei genocidi e degli eccidi che hanno insanguinato la storia recente, serve esclusivamente a perpetrare un'immagine distorta della storia stessa, in cui sì mistificano regimi e popoli a ovvio favore di chi la storia la scrive perché ne ha conquistato la "proprietà" sui campi di battaglia o alla borsa di New York.