Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta WWF. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta WWF. Mostra tutti i post

12/07/2024

L’Anac stronca i decreti per il Ponte sullo Stretto

L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) ha stroncato, in Commissione Ambiente della Camera, l’ultimo provvedimento voluto dal ministro Salvini per proseguire i lavori per il Ponte sullo Stretto di Messina. Non è la prima critica che arriva, ma di sicuro una delle più autorevoli.

Il decreto Infrastrutture è stato approvato in Consiglio dei Ministri lo scorso 24 giugno, e con esso verrebbe cancellato il termine del 31 luglio per la presentazione del progetto esecutivo del Ponte. Esso prenderà forma per fasi costruttive, ovvero con lavori approvati e fatti di volta in volta.

Giuseppe Busia, presidente dell’ANAC, ha infatti sottolineato che per una tale opera serve “un progetto esecutivo unitariamente considerato, altrimenti si rischierebbe di approvare singole fasi del progetto senza essere certi che queste fasi vadano a collegarsi l’una con l’altra“. In sostanza, come guidare alla cieca.

Ma al di là dell’assurdità di pensare che questa grande infrastruttura possa essere costruita con queste modalità, il problema che sorge è anche quello della sicurezza e dei costi. È il WWF Italia a denunciare che, in questo modo, non si può avere certezza delle spese che verranno effettivamente affrontate.

Il decreto, infatti, amplia il margine di manovra sull’aumento dei costi in corso d’opera, mettendo in rapporto le tariffe del 2021 con quelle del 2023. A dare il via libero alle spese aggiuntive saranno soggetti individuati dal ministero delle Infrastrutture.

Ma soprattutto, gli aspetti controversi riguardano le problematicità sorte sulla Valutazione di Impatto Ambientale ancora in corso. In una nota del WWF si legge inoltre: “prima di passare alla fase esecutiva del progetto, devono essere eseguite “prove di fatica” sia sui cavi principali che sui relativi elementi di appoggio“.

“Sul punto sarebbe opportuno che il Parlamento prendesse visione delle osservazioni presentate in sede di procedura VIA che hanno documentato come ad oggi non esistano “macchinari” idonei per tali test e come i tempi necessari per eseguirli siano del tutto incompatibili con quelli dichiarati dal Governo e dal progettista“.

Insomma, porte aperte a un’ennesima grande opera, utile solo a gonfiare i bilanci delle aziende coinvolte. E per di più, senza le dovute sicurezze che un lavoro ingegneristico di questo livello dovrebbe prevedere.

Fonte

31/03/2015

L'ambientalismo italiano collude con Israele. Inopportunamente

Da un lancio dell’ANSA del 5 febbraio in allegato, apprendiamo, con profondo sconcerto e indignazione, che i presidenti di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, del WWF, Fulco Pratesi, di Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana e di Greenpeace, Andrea Purgatori, si sono incontrati con l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e con il ministro Gian Luca Galletti, per promuovere “futuri gemellaggi con l’obiettivo di tutelare l’ambiente”. In prospettiva, oltre a uno specifico appuntamento in occasione di Expo 2015, anche “un viaggio in Israele per conoscere quali risorse vengono impiegate nella difesa della natura”.

Per chi conosce, anche minimamente, la tragedia della Palestina storica sottoposta nel 1948 a una feroce “pulizia etnica”, della Cisgiordania, sottoposta insieme alla Striscia di Gaza dal 1967 a un regime di Apartheid e, infine, della Striscia trasformata dal 2007 in un grande campo di concentramento a cielo aperto, fatto oggetto periodicamente di violentissime operazioni militari di natura genocidaria (da “Piombo fuso” del dicembre 2008 alla più recente operazione “Margine protettivo” del luglio 2014), le considerazioni esposte nell’articolo citato appaiono macabre.

Suona macabra l’affermazione che in Israele “è positivo il bilancio fra alberi tagliati e quelli piantati” perché è facile documentare che lo Stato di Israele ha, dal 1967, sradicato 800.000 ulivi, la principale fonte di sussistenza della popolazione palestinese dei territori occupati. Vedi Uprooted.

Suona macabra l’affermazione che “in Israele ci sono 150 riserve naturali e parchi naturali”, perché è facile documentare che molte di queste riserve e di questi parchi sono stati realizzati per occultare i resti dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, oltre 500.

Suona macabro il riferimento alla gestione delle acque e dei fiumi, sapendo del feroce sfruttamento delle fonti idriche a esclusivo vantaggio della popolazione israeliana e delle colonie illegali in Cisgiordania. Con il divieto per i palestinesi anche di scavare pozzi.

Suona macabro ogni riferimento alla “sensibilizzazione nelle scuole verso i temi ambientali”, sapendo che, nella Striscia di Gaza, le scuole, anche quelle gestite dalle Nazioni Unite, sono state oggetto di bombardamenti mirati.

Vedi OCHA, United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs occupied Palestinian territory, Fragmented Lives Humanitarian Overview 2014, March 2015.

Nel ribadire la nostra indignazione per il comportamento dei massimi esponenti delle vostre organizzazioni e restando a vostra disposizione per ogni ulteriore e più dettagliata informazione sui “crimini di guerra” e sui “crimini ambientali” commessi dallo Stato di Israele, vogliamo augurarci che da parte degli attivisti delle associazioni ambientalistiche si manifesti un fermo e netto rifiuto contro ogni forma di gemellaggio e di collaborazione, diretta o indiretta, con lo Stato di Israele.

Fonte

07/07/2013

Inquinamento, decreto beffa: bonifica dei siti se “economicamente sostenibile”

Il prezioso regalo alle industrie “sporche” – che di fatto manda a farsi benedire il principio su cui si fonda la politica dell’Unione europea in materia ambientale – è contenuto nel cosiddetto decreto del Fare, confezionato dal governo Letta ed ora all’esame del Parlamento. In allarme le associazioni ambientaliste

Chi inquina non dovrà più pagare. Il prezioso regalo alle industrie “sporche” – che di fatto manda a farsi benedire il principio su cui si fonda la politica dell’Unione europea in materia ambientale – è contenuto nel cosiddetto decreto del Fare, confezionato dal governo Letta ed ora all’esame del Parlamento per la conversione in legge.

Ad allarmare le associazioni ambientaliste, Wwf in primis, è l’articolo 41: una norma di modifica del Testo Unico dell’Ambiente (decreto legislativo 152/2006), con conseguenze non da poco in materia di bonifiche di siti contaminati. “Nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario – recita l’articolo 41 del decreto del Fare, che sostituisce l’articolo 243 del T. U dell’Ambiente – oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione”.

In sostanza l’intervento di bonifica di un sito inquinato è un processo lungo e complesso, ma soprattutto, sottolinea neppure troppo velatamente il decreto, costoso. Ed è proprio per questo che l’esecuzione diventa quasi un optional. Richiede infatti, in un primo tempo, uno studio approfondito d’indagine ambientale e, successivamente, la rimozione dei terreni contaminati dall’immissione di sostanze pericolose, connesse all’attività industriale. Dunque se l’azienda non possiede le risorse economiche necessarie per bonificare il sito che ha inquinato – “basterà un’autocertificazione per dimostrare l’indigenza?” si chiede polemicamente il Wwf – pazienza. Può semplicemente limitarsi ad attenuare la diffusione della contaminazione. “Nei casi in cui – si legge ancora nel nuovo articolo – non è possibile eliminare, prevenire o ridurre a livelli accettabili il rischio sanitario” (ma qual è il confine tra accettabile e inaccettabile?), l’azienda può scegliere di percorrere un’altra strada economicamente sostenibile, in altre parole conveniente: il “trattamento delle acqua di falda contaminate”: emungerle, depurarle e reimmetterle “nello stesso acquifero da cui sono state emunte”. Poco importa se, magari dopo qualche anno, le sostanze inquinanti presenti in quei terreni non rimossi filtreranno nuovamente nella falda acquifera. Insomma “si interviene sui sintomi e non sulla cura della malattia”, commenta l’associazione ambientalista. Perché, anche in presenza di un conclamato “rischio sanitario”, le esigenze economiche dell’azienda (che ha inquinato) vengono prima di ogni altra cosa. Hanno la priorità anche sulla salubrità dell’ambiente e sul diritto alla salute dei cittadini.

Una norma che avrebbe un impatto devastante sull’intero territorio nazionale, letteralmente invaso da migliaia di siti inquinati. Non ci sono soltanto i cosiddetti siti di interesse nazionale – peraltro ridotti dal precedente governo da 57 a 39 –, tra cui Taranto, Marghera, Bussi e Priolo. In Italia infatti sono oltre 4mila i siti inquinati e 15mila quelli potenzialmente inquinati. E adesso chi li ha ridotti in quello stato potrebbe non essere più costretto a bonificarli. A questo punto l’auspicio delle associazioni ambientaliste è che i gruppi parlamentari intervengano per stralciare o modificare profondamente la norma. Il Movimento 5 Stelle ha già risposto favorevolmente. E, ricordandogli di aver recentemente dichiarato che quello della tutela dell’acqua è tra i temi prioritari per il suo mandato, il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua lancia un appello al ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando: “il Governo riveda profondamente una posizione del tutto inaccettabile su un bene comune come l’acqua”.

Fonte

27/06/2013

Rigassificatori e cloro = omicidio in mare. Due importanti studi di Wwf e Greenpeace

"La mistificazione , che tutti gli Studi d'Impatto Ambientale vanno proponendo sulla partita dei rigassificatori in Italia , è quella di considerare come potenziale danno ambientale i soli effetti del cloro attivo residuo presente allo scarico, limitato per legge a non più di 0,2 mg/litro. E' una concentrazione non pericolosa [comunque capace di sviluppare effetti biologici], uguale a quella dell'acqua di acquedotto potabile a norma di legge. Quindi lo scarico del rigassificatore è in apparenza innocuo “come bere un bicchier d'acqua”. Però si omette di considerare la perdita di larve, la formazione di schiume, ecc.

Invece il cloro è utilizzato in quantità massiccia all'interno dell'impianto, sino a concentrazioni di 2 mg/litro, e reagisce con la sostanza organica formando alo-derivati organici. Prima di venir restituito all'ambiente, si provvede ad abbatterlo per via chimica al fine di rientrare nei parametri di legge. La differenza tra le 2 acque – pur con lo stesso tenore di cloro attivo – è che l'acqua in uscita dall'impianto è carica di sostanza organica degradata combinata chimicamente al cloro. Questo perché già in ingresso è ricca di per sé di sostanza organica da neutralizzare, contrariamente all'acqua di acquedotto, prelevata da sorgente, che possiamo bere a volontà ed in cui il cloro è aggiunto a basso dosaggio solo per un'azione preventiva antibatterica.

estratto da L'UTILIZZO DI ACQUA DI MARE NEGLI IMPIANTI DI RIGASSIFICAZIONE DEL GNL

Leggi i due studi completi

L'UTILIZZO DI ACQUA DI MARE NEGLI IMPIANTI DI RIGASSIFICAZIONE DEL GNL (WWF)

UN RIGASSIFICATORE OFF-SHORE NEL SANTUARIO DEI CETACEI

Fonte

03/02/2012

Italia, “Terra rubata”: i numeri allarmanti di Fai e Wwf

Per i prossimi vent’anni la superficie di terra occupata dalle aree urbane in Italia crescerà di circa 600mila ettari, pari a circa 75 ettari al giorno, corrispondente ad un quadrato di 6.400 chilometri quadrati. Le città continuano ad ampliarsi, nonostante migliaia di residenti scelgano ogni anno di andare a vivere altrove. Il consumo di suolo è una vera e propria piaga che cresce senza sosta e attenta all’ambiente, al paesaggio ma anche alla sicurezza del nostro Paese. Un dossier, realizzato dal Wwf e dal Fai, dal titolo “Terra rubata, viaggio nell’Italia che scompare”, dipinge un Italia consumata dal cemento che logora i suoi tesori naturalistici e paesaggistici, terreni agricoli, luoghi che custodiscono la memoria collettiva e spazi di aggregazione.
Il rapporto si basa su un progetto di ricerca condotto in 11 Regioni, il 44 percento del suolo italiano, promosso dall’Università degli Studi dell’Aquila, in collaborazione con Wwf, l’Università Bocconi di Milano, l’Osservatorio per la Biodiversità, il Paesaggio Rurale e il Progetto sostenibile della Regione Umbria. Dall’indagine emerge che dagli anni Cinquanta l’area urbana è cresciuta di 3,5 volte ed è aumentata di quasi 600mila ettari, corrispondenti a più di 33 ettari al giorno. Caso esasperato di urbanizzazione frenetica è quello della Sardegna, che in 60 anni ha fatto registrare un incremento di suolo urbanizzato pari a più di 11 volte, il 1154 percento, quello degli anni Cinquanta. Nel lasso di tempo analizzato, tra il 1951 e il 2011, persino quei Comuni che si sono svuotati a causa dell’emigrazione, sono cresciuti di più di 800 metri quadrati per ogni abitante perso. Ma la frenesia della cementificazione non solo ha costruito molte più case di quelle che possono realmente essere abitate, ma ha creato un’espansione che non rispetta alcuna pianificazione, dando vita a nuclei residenziali distanti dal centro e per collegare i quali si è resa necessaria la costruzione di apposite infrastrutture, che hanno a loro volta accresciuto ulteriormente il consumo di suolo.
Nel dossier viene calcolato che tra gli otto e i dieci milioni di italiani sono collegati direttamente o indirettamente all’attività edilizia. Il suolo italiano, inoltre, deve fare i conti con l’abusivismo edilizio, che è stato sanato e incentivato da ben tre condoni, nel 1984, nel 1995 e nel 2003. Dal 1948 vi sarebbero stati 4,6 milioni di abusi edilizi, ossia 207 al giorno. È importante notare che due terzi degli abusi si concentrano in cinque regioni, Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia,  quattro delle quali sono caratterizzate da una forte presenza della criminalità organizzata.
Ad incidere sugli ecosistemi e sul paesaggio ci sono poi le grandi opere, la cui previsione è stata moltiplicata negli ultimi dieci anni e che mettono a rischio 84 aree protette, 192 siti di interesse comunitario e 64 international bird area.
La crescita senza controllo della superficie adibita a città ha avuto un effetto depressivo sull’economia agricola: i terreni agricoli sono stati letteralmente divorati, e con essi i prodotti tipici che vi provenivano, anche grazie alle amministrazioni che volentieri hanno convertito le destinazioni d’uso dei terreni da agricoli in zone edificabili per farne lievitare il valore. I Comuni sono stati incentivati ad accrescere le aree edificabili soprattutto nella prospettiva di aumentare le entrate municipali delle imposte sugli immobili, l’ex Ici, oggi Imu. Così, nel 2010, in Italia c’erano il 32,2 percento di aziende agricole e zootecniche in meno rispetto al 2000. Il risultato? Un territorio sempre più fragile e a rischio di desertificazione. Ne abbiamo continua esperienza dalla cronaca: tra il 1950 e il 2009 le frane hanno causato 6439 vittime tra morti, feriti e dispersi.
Ma si può fare qualcosa per intervenire e non lasciare inascoltato l’allarme di Wwf e Fai. Nella road map per fermare il consumo di suolo si possono leggere precise indicazioni sulle politiche da adottare: imporre severi limiti all’urbanizzazione, contrastare più efficacemente l’abusivismo edilizio, incentivare il riuso dei suoli e autorizzare i cambi di destinazione solo se la decisione è coerente con scelte in materia di ambiente, paesaggio, trasporti e viabilità. È anche necessario intervenire tempestivamente per tutelare coste e fiumi e farsi carico degli interventi di bonifica.

Fonte.

24/05/2011

Addio, Macho !!!



E' stato sicuramente tra i migliori wrestler di tutti i tempi. Aveva 62 anni, origini italiane ed era un figlio d'arte: suo padre Angelo Poffo è stato tra i primi combattenti a stelle e strisce. Chiassoso e sempre colorato, le sue avventure con Hulk Hogan appassionarono una generazione intera. Erano i tempi di Dan Peterson che commentava con la sua inconfodibile voce le gesta di Macho Man Randy Savage ed i suoi scontri accesi contro Ultimate Warrior, suo grande amico/nemico di sempre, contro il compianto Andre' The Giant e contro il diabolico Ted 'Million Dollar Man' DeBiase. Macho Man fu famoso anche per essersi sposato sul ring con Miss Elizabeth (altro character del wrestling) al SummerSlam 1991. Un matrimonio che però non durò molto. Per colpa di Miss Elizabeth ci fu anche un grande scontro tra lui e l'amico di sempre, Hulk Hogan. Con Hulkster formò uno dei tag team più memorabili di tutti i tempi: i MegaPowers.

Fu costretto ad abbandonare la lega più importante di Wrestling dopo uno scontro con Ultimate Warrior. L'incontro prevedeva una clausola: chi perde, si ritira dalla lega. Perse Macho Man che si rifece una carriera nella meno blasonata lega WCW. Per lui anche brevi apparazioni nel mondo del cinema, interpretò un wrestler nell'ultimo Spiderman di Sam Raimi.