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19/11/2020

La UE si spacca sul Recovery Fund

I soldi del Recovery fund sono diventati – non da ora – una sorta di carota davanti al naso dell’asino, ma anche una “coperta di Linus” che dovrebbe magicamente risolvere tutti i problemi, pre e post pandemia.

Mettiamo per attimo da parte i problemi strutturali di questo fondo – le “condizionalità” sono differenti da quelle del Mes, ma altrettanto stringenti – e restiamo ai dati di fatto semplici semplici.

I tempi erano già slittati molto più lontano delle promesse iniziali. Per esempio, i “20 miliardi subito per l’Italia”, acconto del 10% sui poco più di 200 complessivi destinati al nostro paese, dovevano arrivare “entro l’anno”.

Niente da fare. Lo stesso Paolo Gentiloni, ora Commissario europeo per gli affari economici, in audizione davanti al parlamento italiano ha spiegato che arriveranno – se tutto va bene – “per la fine della primavera”. Ossia a giugno.

Ma è tutto l’impianto del Recovery fund che appare ormai esposto a sollecitazioni fortissime, che potrebbero diventare esplosive o comunque creare più problemi che soluzioni.

“Da sinistra”, la logica del fondo era stata contestata di fatto da Spagna e Portogallo, con la rinuncia a chiedere la parte di soldi sotto forma di prestiti, preferendo ottenere solo la quota “a fondo perduto”.

La logica è chiara: con l’attuale politica monetaria della Bce, forzatamente “espansiva” e senza limiti, i tassi di interesse sul debito pubblico sono ridotti praticamente a zero. Persino lo spread sui Btp italiani, uno dei più alti d’Europa, viaggia da mesi poco sopra i 100 punti (ossia l’1%).

Dunque l’argomento suadente del “prestito europeo quasi gratis” (il Recovery fund è comunque un prestito da restituire, anche se a interessi prossimi allo zero) perde molta importanza, facendo invece risaltare i problemi delle “condizionalità”.

“Da destra” il problema è stato posto brutalmente dai fascisti al governo in Polonia e Ungheria, arrivati a porre il veto sul bilancio europeo (il Recovery fund è inscritto in questa “manovra di bilancio”) se non verrà fatta cadere la pregiudiziale che lega i prestiti alla vigenza dello “stato di diritto”.

Su questo si è schierata ieri anche la Slovenia, guidata da Janez Janša, che è anche segretario del Partito Democratico, membro dei “Socialisti europei”, da sempre ostile a “Gruppo di Visegrad”, stracciando il velo dell’ipocrisia costruito sulle frasi ad effetto.

Nella sua lettera al presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, Janša ha scritto che “Solo un organo giudiziario indipendente può dire cos’è lo Stato di diritto, non una maggioranza politica”. E lo ha fatto rivendicando appieno il suo approdo come ex jugoslavo alla “democrazia occidentale”: “Quelli di noi che hanno trascorso parte della nostra vita sotto regimi totalitari sanno che la deviazione dalla realtà inizia quando ai processi o alle istituzioni vengono dati nomi che significano l’esatto opposto della loro essenza“.

Janša ha poi aggiunto che la Slovenia si richiama al “rispetto incondizionato dello stato di diritto in tutti i casi e senza doppi standard”.

In pratica, il premier sloveno ha detto che quella formula significa poco, in concreto. Alla Polonia, per esempio, la Ue rimprovera il dominio del governo sulla magistratura. Ma non è che la Francia, per dirne una, presenti una situazione diversa (perlomeno per quanto riguarda gli inquirenti, che promuovono l’azione penale).

Insomma, fare di questa formula una “condizionalità” per l’erogazione di fondi è un modo come un altro di influire sulla politica interna di un altro paese, per quanto reazionario come la Polonia attuale.

Di fatto, tutte le “condizionalità” che accompagnano questo o altri “programmi europei” hanno la stessa natura. Specie, o soprattutto, quando mascherate da “tecnicalità” economiche.

Comunque sia, questa eterogenea sollevazione mette in forse l’approvazione del bilancio europeo, che potrebbe a questo punto finire in “esercizio provvisorio”. Ma soprattutto mostra quanto l’architettura istituzionale fissata dai trattati europei sia fragile e quasi sempre molto strumentalizzabile.

Il meccanismo previsto per l’approvazione è l’unanimità, e questo conferisce anche a paesi piccolissimi, o addirittura fuori dalla zona euro, un potere di veto su decisioni che riguardano quasi mezzo miliardo di persone.

Ma adottare il principio della maggioranza non è possibile. Anche se la Francia, in queste ore, agita la minaccia di “andare avanti senza quei Paesi”. In teoria si potrebbe, adottando lo schema dell’”accordo intergovernativo”, che non è appunto una “istituzione europea” ma un semplice accordo tra alcuni governi contro altri.

Sarebbe un colpo molto duro all’Unione Europea come insieme che marcia verso un “futuro comune”, aprendo scenari di accordi a geometria variabile su ogni questione rilevante e perciò controversa, in cui l’unico vero criterio sarebbero i rapporti di forza economici tra i vari Stati.

Per evitare di aprire questa voragine futura, Angela Merkel starebbe cercando di “convincere” i tre reprobi, usando ovviamente argomenti non istituzionali. Polonia, Ungheria e Slovenia, infatti, al di là delle differenze politiche e di collocazione europea (la Slovenia è nell’euro), fanno parte integrante delle filiere produttive che hanno la testa in Germania.

Il quadro che ne risulta non corrisponde affatto alla retorica “europeista” sparata a squarciagola dalle nostre parti (e specie nella sedicente “sinistra”). Questa non è una comunità che viaggia verso un’integrazione comunitaria forte, ma un semplice “club” in cui ci si fa concorrenza, sopra e sotto il tavolo. E i “trattati” fissano regole pensate per favorire qualcuno e fregarne altri.

Ma è un club che decide sulle politiche economiche dei singoli membri, in base a quelle regole. E, come ci capita spesso di scrivere, se cercate oggi la sede del “potere politico” è inutile guardare verso Palazzo Chigi.

Tornando al Recovery fund, infine, tutta questa turbolenza produrrà certamente altri ritardi. Intanto sulla data di partenza effettiva. Poi, a cascata, su tutte le altre scadenze previste da una specie di percorso ad ostacoli in cui ogni “rata” del Fondo dovrebbe essere erogata in base alla “verifica” dei risultati raggiunti.

La carota sventola ancora davanti al muso dell’asino, ma comincia a puzzare di marcio...

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