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20/11/2020

USA - Ha vinto Biden. E adesso?

di Atilio Boron

I democratici e i repubblicani sono gli amministratori dell’impero, niente di più. Ma nella loro incarnazione fisica, personale, caratteriale, ci sono sfumature che non vanno trascurate. Fidel diceva sempre: “Dio non esiste, ma è nei dettagli”. Che Elliot Abrams, Marco Rubio, Ted Cruz, Bob Menéndez e Ileana Ross abbiano perso l’accesso diretto allo Studio Ovale che garantiva loro Donald Trump rappresenta una differenza che sarebbe assurdo sottovalutare.

È noto che entrambi i partiti hanno perpetrato ogni tipo di crimini, in tutto il mondo, e che un semplice elenco di essi richiederebbe decine di pagine. Ma in questa recente elezione si correva un rischio aggiuntivo: una conferma plebiscitaria per tenere alla Casa Bianca un criminale come Donald Trump per altri quattro anni avrebbe avuto conseguenze funeste per i nostri Paesi. Menzioniamone appena tre.

Per prima cosa, l’immediata attivazione della “carta militare” contro il Venezuela che Mike Pompeo ha preparato durante il suo tour di appena un paio di mesi fa in visita in Brasile, Colombia e Guyana (tre Paesi confinanti con la nazione bolivariana) oltre al vicino Suriname. In secondo luogo, un Trump “ricaricato” avrebbe intensificato le sanzioni e il blocco contro Cuba, Venezuela e Nicaragua e aumentato le sue pressioni contro i governi di Argentina e Messico, che i consiglieri più reazionari di Trump, per quanto si faccia fatica a crederlo, considerano “alleati” o “complici” della sovversione chavista. In terzo luogo, la rielezione del magnate di New York avrebbe rafforzato il peso regionale di Jair Bolsonaro, Iván Duque e della destra radicale in America Latina e nei Caraibi.

Questi tre “dettagli”, tutt’altro che banalità, sono più che sufficienti per ricevere con un certo sollievo la sconfitta del magnate newyorkese[i]. In sintesi: c’è stata una scelta tra il peggio e il male, e quest’ultimo ha prevalso. Sconfortante, certo, ma queste sono le “scelte” che l’impero ha sempre da offrire. Ignorare questa verità, basata su una storia di oltre duecento anni, equivale a confondere le illusioni con la realtà.

Bene, e allora: che dire di Joseph Biden? È un vecchio politico (compirà 78 anni il 20 novembre) dell’establishment conservatore statunitense, con 47 anni trascorsi nei labirinti del potere a Washington [ii]. È stato senatore dal 1972 fino a quando, nel 2009, ha giurato come vicepresidente di Barack Obama. Durante questo quasi mezzo secolo non c’è molto nel suo dossier che permetta di aspettarsi un cambiamento significativo rispetto alla politica estera di Trump, soprattutto nell’ambito sempre turbolento delle relazioni continentali.

Di quello che si vi è certezza è che per tanti anni in Senato è stato complice, beneficiario – o almeno testimone silenzioso – della più volte denunciata corruzione istituzionalizzata a Washington, dei succosi contratti e delle concessioni offerte alle società del complesso militare-industriale e, dopo il crollo dei mutui del 2008, del favoloso salvataggio concesso dal Tesoro al corrotto sistema bancario statunitense. Tutto questo avvenne sotto i suoi occhi e non ha mai mostrato disaccordo o disagio morale.

Il rinnovamento o il “nuovo inizio”, retorica alla quale i presidenti degli Stati Uniti sono così affezionati quando spodestano i loro avversari, non combacia con la relazione promiscua che Biden – allo stesso modo di Trump, ma “stando attento alla forma”! – mantiene con la borghesia imperiale.

Per esempio, la sua costosa campagna elettorale è stata facilitata da generosi finanziamenti offerti dalle grandi corporation. Un rapporto rivela che Joe Biden ha ricevuto donazioni da 44 miliardari; ma la sua vice, Kamala Harris, lo ha superato ottenendo contributi da 46 miliardari statunitensi [iii].

In termini individuali Trump ha beneficiato della generosità di Sheldon Adelson, il proprietario di un casinò di Las Vegas e, secondo The Guardian, un “ardente conservatore filo-israeliano” che ha finito per donare 183 milioni di dollari alla campagna del newyorkese[iv]. Biden, a sua volta, ha ricevuto una donazione dall’ex sindaco di New York e magnate dei media Michael Bloomberg per il valore di 107 milioni di dollari.

Come si può vedere, sembrerebbe esserci una piccola contraddizione con il principio elementare di tutte le democrazie di “un uomo/donna per un voto”. Perché, ci sono forse dubbi sul fatto che Adelson e Bloomberg potranno far sentire la loro voce più chiaramente di John e Maggie, che non sono stati in grado di donare nemmeno venti dollari a nessun candidato della fiorente democrazia statunitense? Per questo Luzzani ha ragione quando parla del “gattopardismo” di Biden.

Ci sarà, questo sì, un cambio di stile: i gesti da bullo e maleducati di Trump e compagnia (Pompeo e Bolton, in particolare) saranno dimenticati e, apparentemente, ci sarà una certa intenzione di riportare a galla il multilateralismo e di cercare compromessi mantenendo l’uso della forza come alternativa ma non come priorità assoluta.

Su questa linea, Biden ha promesso far rientrare il suo Paese negli Accordi di Parigi sul cambiamento climatico; il ritorno nell’Organizzazione Mondiale della Sanità per collaborare alla lotta contro la pandemia, e nell’Unesco, da cui Washington si era ritirata adducendo un presunto “pregiudizio anti-israeliano” di quell’organizzazione. Ma dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti avevano smesso di finanziare l’UNESCO nel 2011, sotto la presidenza di Barack Obama e quando Joe Biden era il suo vicepresidente!

Dal Senato, Biden si è preoccupato di rafforzare il complesso militare-industriale e la stabilità del sistema finanziario nella grande crisi del 2008. Di fronte alla catastrofe sanitaria precipitata a causa del negazionismo di Trump rispetto al COVID-19, potrebbe tentare di resuscitare l’“Obamacare” come programma molto modesto di sanità pubblica. Ma ha prestato il fianco con il suo voto al Senato alle invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan e come vicepresidente ha avallato le operazioni militari in Libia e in Siria.

Per quanto riguarda i nostri Paesi, anche in qualità di vicepresidente di Obama, Biden ha sostenuto il colpo di Stato contro Juan Manuel Zelaya (Honduras, 2009); il tentativo di colpo di Stato contro Rafael Correa nel 2010; contro Fernando Lugo (Paraguay, 2012) e il fraudolento processo di impeachment contro Dilma Rousseff, tra il 2015 e il 2016 in Brasile. Non c’è quindi motivo di festeggiare nulla, se non la sconfitta di Trump.

Nel numero di marzo-aprile della rivista Foreign Affairs, una sorta di bibbia per l’establishment statunitense, Biden ha pubblicato un articolo nel quale anticipava quello che avrebbe fatto se fosse arrivato alla Casa Bianca. Il titolo – “Why America Must Lead Again” – non lascia dubbi sull’assoluta fedeltà di questo personaggio alla tradizione dell’“eccezionalismo” statunitense. Il mondo ha bisogno di un leader e gli Stati Uniti devono assumere di nuovo questo ruolo, assegnato nientemeno che da Dio e abbandonato da Trump, che ha sbagliato nel percorso per far sì che gli Stati Uniti “fossero di nuovo grandi” abdicando alla sua responsabilità di mantenere l’ordine internazionale e snobbando i propri alleati e amici.

Il suo programma ha tre assi: il rinnovamento e il rafforzamento della democrazia all’interno degli Stati Uniti e nel concerto internazionale; nuovi accordi commerciali per contenere la Cina e impedire che siano essa e i suoi alleati a stabilire le regole del gioco, cosa che l’impero rivendica come sua prerogativa assoluta così come è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale; e, infine, mettere ancora una volta Washington a “capotavola” nei negoziati internazionali. Cina e Russia appaiono chiaramente come i nemici degli Stati Uniti, in linea con le tesi dominanti soprattutto a partire dai tempi di Obama.

Il linguaggio usato in alcuni passaggi è allarmante e non ha nulla di diplomatico, e ricorda alcune delle spavalderie e insolenze di Trump. Per esempio, definisce il governo di Vladimir Putin un “sistema di cleptocrazia autoritaria”, mentre afferma che Xi Jiping “era un bullo”, oltre ad accusare la Cina di aver sfacciatamente rubato i diritti di proprietà intellettuale e i beni delle grandi imprese e dei risparmiatori statunitensi.

Per quanto riguarda la democrazia promette di convocare, nel primo anno del suo mandato, una grande conferenza con i “leader amici” (che già possiamo immaginare quali saranno) per costruire una coalizione internazionale che promuova la democrazia e i diritti umani e combatta la corruzione, e che lavori in coordinamento sulla base di un’agenda comune.

Biden ritiene che una delle più grandi fratture del nostro tempo sia quella che divide le democrazie dalle diverse forme di autoritarismo. Non è la stessa cosa, ma ha una certa somiglianza con l’“Internazionale della Nuova Destra” promossa, sotto l’egida di Trump, dallo stratega di estrema destra Steve Bannon. Tra poco tempo la verità verrà alla luce e sarà possibile vedere chi sono le canaglie e chi sono gli eletti; chi sono i democratici e chi gli autoritari.

Per concludere: penso che non ci si possa aspettare nulla di buono da questa sostituzione. Il rischio maggiore è stato scongiurato e nient’altro. Nel 2008 e all’inizio del 2009, il progressismo europeo e latinoamericano hanno ceduto all’“Obama-mania” pensando, in un sfoggio di ingenuità, che un presidente afroamericano avrebbe compiuto il miracolo di trasformare la natura dell’impero e di farlo diventare il demiurgo della pace eterna che desiderava Immanuel Kant. La delusione di quelle anime belle, rigonfie di innocenza, non avrebbe potuto essere maggiore. C’è il rischio, anche se non identico, che la stessa cosa accada con Biden.

Il motivo di queste righe non è altro che metterci in guardia da una tale eventualità e dal cadere in un disarmo ideologico; e ricordare che con Trump o Biden rimaniamo in balia della voracità imperiale per le nostre risorse naturali, in un clima ideologico segnato da una paranoia che vede questo continente sul punto di “cadere nelle grinfie” della Cina o della Russia.

Il tono da “Guerra Fredda” che permea lo scritto di Biden è impossibile da nascondere. Resta, nonostante tutto, una tenue speranza: che egli ricordi e faccia riprendere, anche se solo parzialmente, la politica di Obama verso Cuba e ristabilisca le relazioni diplomatiche a livello di ambasciatori, elimini le soffocanti restrizioni in materia di viaggi, di rimesse, di commercio, di turismo e scambi culturali e, in definitiva, allenti un po’ i rigori di quel vero crimine contro l’umanità che è il blocco a cui l’Isola ribelle è stata sottoposta per 60 anni.

E, inoltre, che proceda in modo uguale nei confronti della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ponendo fine alla figuraccia internazionale della Casa Bianca nella sua pretesa di fare di un buffone come Juan Guaidó un “presidente incaricato” di quel paese, e acconsenta a dialogare con il governo di Nicolás Maduro, abbandonando una volta per tutte la via dello scontro scelta da Trump, che, come è successo con Cuba, ha fallito miseramente.

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