“Vorrei tu fossi qui”. Da cinquant'anni, per gli appassionati di rock, il desiderio espresso in queste quattro parole si accompagna, per associazione mentale, a un riff di chitarra acustica tra i più inconfondibili di sempre. Parole e musica a formare il brano che probabilmente ogni praticante nello studio della sei corde ha inserito per primo, o tra i primi, nel suo repertorio. “Wish You Were Here”, però, non è solo il titolo della famosa canzone che tutti conoscono ma anche dell'album che la contiene, un album altrettanto epocale, pubblicato dai Pink Floyd mezzo secolo fa: il 12 settembre 1975.
Il disco è il nono in studio realizzato dalla band inglese e nella discografia della stessa segue a due anni di distanza il celeberrimo predecessore che risponde al nome di “The Dark Side Of The Moon”, un'opera per certi versi scomoda in quanto impossibile da replicare per portato musicale, estetico e culturale. E infatti David Gilmour, Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright se ne distanzieranno, dando alle stampe un lavoro musicalmente meno immediato rispetto a “Il Lato Oscuro Della Luna” ma non meno ricco e sofisticato, seppur depurato di certe stravaganze sperimentali tipiche anche della loro produzione precedente. E sì che all'inizio l'intento del complesso era quello di realizzare un disco incentrato sui suoni, ma su suoni “strani”, partendo da quelli ottenuti con oggetti di uso quotidiano tipo bicchieri, coltelli e paccottiglia varia. C'era anche un titolo provvisorio per questa ennesima stramberia floydiana, “Household Objects”, ma il progetto venne poi accantonato. Tra i motivi del cambio di rotta, anche l'abbandono di Alan Parsons, l'ingegnere del suono di “The Dark Side Of The Moon”, al quale il ruolo di collaboratore tecnico iniziava a stare stretto tanto che nel giro di pochi mesi inizierà il suo personale percorso discografico sotto le insegne dell'Alan Parsons Project con il concept-album “Tales Of Mystery And Imagination Edgar Allan Poe”.
Dunque quando i quattro, dopo un anno di pausa dal punto di vista delle pubblicazioni (ma non da quello dell'attività live né da quello della composizione, e neppure da quello delle collaborazioni dei singoli componenti su lavori altrui) rientrano in studio a gennaio 1975, non hanno affatto chiara la direzione musicale da intraprendere. Il succitato album col celebre prisma in copertina, e il successo che ne è derivato, li ha completamente svuotati dal punto di vista creativo e delle motivazioni, minando finanche i rapporti personali tra loro. “Quando ‘The Dark Side Of The Moon’ ebbe così tanto successo, fu la fine. Era la fine della strada. Avevamo raggiunto il punto a cui tutti miravamo fin da quando eravamo adolescenti e non c’era davvero più nulla da fare in termini di rock’n’roll”, avrà a dire Waters. Insomma, quando arriva il momento di dare un seguito al bestseller del 1973, i magnifici quattro faticano a riallacciare i fili del discorso. Nemmeno tra di loro in quanto esseri umani, amici e protagonisti di una corsa a tappe esaltante.
L’unica certezza, che poi si rivelerà l’asse portante dell’opera in gestazione, è costituita da un brano già esistente e presentato dal vivo nei mesi precedenti; una suite intitolata “Shine On You Crazy Diamond” dalla lunghezza spropositata, circa 26 minuti, essendo composta da svariati “pezzi” assemblati insieme. In un primo momento si pensa di riservarle l'intera prima facciata, “riempiendo” poi il lato B con due canzoni anch'esse già pronte, “Raving And Drooling” e “Gotta Be Crazy”. Queste ultime, tuttavia, verranno infine messe da parte (figureranno entrambe sul successivo album in studio, “Animals”: la prima come “Sheep”, la seconda come “Dogs”) a beneficio di tre nuove composizioni che comporteranno la divisione della succitata “Shine On You Crazy Diamond” in due tronconi, piazzati uno per lato, rispettivamente in testa e in coda.
Il primo di questi tronconi apre appunto il disco e, come d'incanto,
veniamo subito catapultati in un mondo oltre il mondo. La maestosa intro,
individuata come Parte 1, su un totale di cinque che coprono
complessivamente quasi nove minuti di sola musica prima che irrompa il
cantato di Gilmour (che però non ha scritto i testi, essendo la pratica
da tempo appannaggio del solo Waters), è qualcosa di magico, suadente.
Un crescendo etereo, notturno, post-psichedelico, impossibile da rendere
a parole per la sua carica evocativa. Indimenticabile – fin dal primo
ascolto – l’intro spaventosa, con le lente e ipnotiche note
della Fender Stratocaster di Gilmour che, unite alle tonalità eteree del
sintetizzatore di Wright, creano un senso di immensità spaziale, reso
ancor più straniante dalla progressione fluida degli accordi in
sottofondo, realizzati dai membri del gruppo facendo scorrere le dita
sul bordo dei bicchieri di vino. Quindi, il tema di quattro note del
brano, noto come "Syd’s Theme”, suonato dalla chitarra elettrica, presto
affiancata dalla batteria e dal basso. Da qui in poi è un susseguirsi
di evoluzioni sorprendenti, in cui ogni strumento ha il suo spazio e
nessun elemento prevarica sull'altro, anche se i riff magistrali di Gilmour si prendono la ribalta. Il basso di Waters si muove con discrezione, mentre Mason fornisce un drumming
misurato che supporta la vastità sonora e gli inserti del sassofono di
Dick Parry donano al brano una qualità ancora più riflessiva e quasi
jazzistica. Pura estasi in musica, immortale.
Con tali premesse, “Wish You Were Here” si presenta tutt'altro che come il disco di una band in crisi, configurandosi anzi come un concept-album sui temi dell'assenza, della purezza e innocenza ormai perdute, della disillusione della band verso la cinica industria discografica e del declino mentale e nervoso, dovuto anche alla propria tossicodipendenza, dell'ex-frontman e principale compositore del gruppo, Syd Barrett, costretto a lasciare la band nel 1968. L'elegia all'amico caduto in disgrazia è rappresentata, oltre che dalla succitata “Shine On You Crazy Diamond”, dalla struggente title track, un vero e proprio inno, una ballata senza tempo, a Barrett dedicata in special modo per mezzo di passaggi eloquenti, ancorché teneri e pregni di rimpianto, come “Remember when you were young/ you shone like the sun” e “You reached for the secret too soon/ you cried for the moon”.
Un’assenza, quella di Syd, che però diventa presenza nel momento in cui l’ex membro del combo si ri-palesa sorprendentemente ai suoi antichi sodali negli studi Abbey Road, dove essi stanno ultimando le incisioni del disco. Un'apparizione simile a quella di un fantasma, stando a quanto racconterà Mason: “Io girellavo tra la sala di regia e lo studio, e notai un tipo grosso e grasso con la testa rasata, che indossava un decrepito impermeabile marrone rossiccio. Portava un sacchetto di plastica di quelli per la spesa e sul volto aveva un’espressione benevola, ma assente. Anche David dopo un po’ mi domandò se sapessi chi fosse; e ancora non riuscii a collocarlo, e me lo dovettero dire. Era Syd. Ero sconvolto dal suo cambiamento fisico. Conservavo ancora l’immagine del personaggio che avevo visto l’ultima volta sette anni prima, quasi quaranta chili di meno, capelli ricci scuri e una personalità esuberante. Ora invece non sembrava il tipo di uomo che avesse amici di sorta. La sua parlata era sconnessa e non del tutto ragionevole, anche se, a essere onesti, non penso che nessuno di noi sia stato particolarmente eloquente. All’improvviso e inaspettatamente, il suo arrivo ci riportò alla mente un’intera parte di vita della band. Tra il resto, provavamo anche un senso di colpa. Avevamo contribuito tutti a ridurre Syd in quello stato, rifiutandolo, sottraendoci alle nostre responsabilità, per insensibilità o egoismo vero e proprio”. Le cronache dell’epoca riportano che Barrett avesse anche ascoltato una versione non finita di “Shine On You Crazy Diamond” senza restarne particolarmente impressionato.
L'ex-leader tornò un paio di volte, aumentando i tormenti e la malinconia dei suoi ex-compagni di band. Non lo videro più: solo una volta Waters lo riconobbe da lontano tra la folla di Harrod's, prima della morte di Barrett nel 2006.
Ma, come detto, parte integrante dell'album è anche il j'accuse contro la “macchina” del music business, che tutto fagocita in nome del profitto. Almeno due tracce - “Welcome To The Machine” e “Have A Cigar” - sono chiaramente ispirate al tema. La prima è un'escursione dagli spiccati echi watersiani in quei terreni apocalittico/distopici che diventeranno ancora più familiari nel monumentale “The Wall”, ma allo stesso tempo è anche uno dei proverbiali, disturbati salti quantici del gruppo in quell'immaginario “cosmico” tanto amato dalla band di “Interstellar Overdrive”, “Astronomy Domine” e “Set The Controls For The Heart Of The Sun” (in tal senso non scherza nemmeno la parte uno della summenzionata opening track, nel cui quinto blocco compare anche il sax suonato da Dick Parry, che i Floyd avevano già avuto modo di apprezzare per le sue memorabili performance in “Money” e “Us And Them”). Inizia con l'apertura di una porta automatica, descritta da Waters come "simbolo di scoperta musicale e di progresso tradito dal mondo della musica, che è più interessato al successo e che si dimostra avido". È un moog sinistro a preannunciarci la profezia distopica per antonomasia: divenire meri ingranaggi di una macchina alienante e spietata che progressivamente ci renderà inetti e svuoterà ogni traccia dei nostri sogni. È ciò che accade anche al giovane cantante protagonista del brano: attraverso il dialogo con un bieco e rude discografico, si consuma il suo destino di marionetta del music business, a scapito della qualità e della passione. Il brano svanisce in un rapido fade out, con i rumori di una festa a simboleggiare "la mancanza di contatti e sentimenti reali tra le persone", sempre secondo le parole dell’autore. Il susseguirsi lento e inesorabile dei sintetizzatori (incluse le vibrazioni del VCS3 in apertura) e la voce quasi "urlata" di Gilmour conferiscono un'atmosfera cupa e futuristica al brano, in cui manca del tutto la batteria. Un caos organizzato che suggella uno dei momenti più sperimentali dell’album prediletto di Gilmour e Wright.
“Have A Cigar” è un episodio più blueseggiante a dire il vero neanche troppo centrato tanto che può essere considerato l'unico passaggio relativamente a vuoto del lotto, benché mirabile risulti l'assolo di Gilmour che funge da valvola di sfogo per l'adrenalina accumulata fin lì dal pezzo. Da segnalare che il brano è cantato da Roy Harper, artista amico di Gilmour, anche lui sotto contratto con Emi e che, per pura coincidenza, in questo periodo si trova in un'altra sala degli Abbey Road per incidere un suo album.
Il tema dell'avidità dell'industria discografica affrontato nel disco è reso plasticamente anche dalla copertina, perché quando si parla di “Wish You Were Here”, e dei Pink Floyd in generale, non si può prescindere dall'aspetto grafico. L'immagine che campeggia sull'album diventerà una delle più iconiche della storia del rock. Due uomini si stringono la mano nel mezzo di un vialetto esterno tra i capannoni di una fabbrica, ma uno dei due, i cui lineamenti sono celati nell'ombra, sta prendendo fuoco. Quell’uomo era Ronnie Rondell Jr., lo stuntman hollywoodiano che si era prestato all'impresa, ideata da Storm Thorgerson e realizzata dal celebre studio grafico londinese Hipgnosis. Proprio pochi giorni fa, Rondell si è spento a 88 anni in una residenza per anziani a Osage Beach, Missouri. Per effettuare quel celebre scatto, effettuato ai Warner Bros Studios di Burbank, Rondell indossava una tuta ignifuga sotto il completo cosparso di gel infiammabile, su cui era stata versata della benzina prima di dare fuoco, con l’effetto del vento a rendere tutto più realistico. Lo stunt fu ripetuto quindici volte, poiché Rondell poteva resistere solo pochi secondi prima che la troupe intervenisse con estintori e coperte. Al quindicesimo tentativo, un’improvvisa variazione del vento colpì il suo volto, bruciandogli un sopracciglio e parte dei baffi. “Direi basta, per oggi ho finito!”, commentò Rondell, consegnando alla storia una delle immagini più celebri del rock.
Tuttavia il lavoro sulle immagini,
sempre coordinato dal collettivo Hipgnosis, non si ferma alla sola
cover bensì investe anche le parti interne della confezione. Un lavoro
corposo, composto anche da immagini emblematiche come quella dell'uomo
d'affari - anche lui senza volto, quasi a rievocare i classici soggetti
di Magritte - che, in pieno deserto, sembra porgere un disco di platino
all'osservatore; oppure quella dell'uomo che si tuffa in un lago senza
provocare la minima onda. Inoltre, ogni copia del disco in vendita viene
incartata in una speciale plastica nera e opaca al fine di non
permettere all'acquirente di vederne il contenuto finché la plastica non
sia stata aperta, con un adesivo campeggiante sullo stesso cellophane e
raffigurante due mani robotiche stilizzate che si stringono sullo
sfondo di un cerchio a spicchi colorati rappresentanti i quattro
elementi naturali.
Come detto l'album si chiude con le restanti “parti” (dalla 6 alla 9) di “Shine On You Crazy Diamond” una reprise
della durata complessiva di 12 minuti presentata da un'altra
angolazione che, riallacciandosi alla prima traccia, conferisce al
lavoro quel senso di circolarità tipico delle opere concettuali. Il
brano assume un tono più oscuro e riflessivo, chiudendo il cerchio con
un ripetuto tema strumentale che richiama la parte iniziale della suite,
come a voler sottolineare la fine del viaggio, colma di malinconia.
Sullo sfondo, la discesa di Syd in un oblio di alienazione e follia, con
quella supplica disperata racchiusa in un verso: "Come on you raver,
you seer of visions". Non solo un tributo all’amico perduto, ma una
meditazione universale sulla caducità dell’esistenza e della condizione
artistica.
Nel complesso “Wish You Were Here” è un album
sofferto, pensato, lungamente cesellato, in cui si respirano tutta
l'apatia e la meccanicità che aleggiano su un gruppo che, al momento di
iniziare i lavori, sente come di essere giunto a un punto morto della
propria parabola artistica. Ma per fortuna mai sensazione fu più
ingannevole, visto che i Pink Floyd, ancora una volta, tireranno fuori
un’opera sontuosa e avranno ancora parecchio da dire, almeno fino a quel
“The Final Cut” che reciderà per sempre la magica armonia della band
inglese.
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