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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/05/2026

Dall’orbita alla fabbrica/2. Il fallimento del paradigma neoliberale europeo

(Seconda parte)

La crisi di Ariane è stata simbolicamente devastante. Per mesi l’Europa non ha avuto accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. Mentre SpaceX effettuava oltre cento lanci annuali, abbassando drasticamente i costi e monopolizzando il mercato globale, l’Europa si trovava paralizzata: ritardi, frammentazione industriale, dipendenza esterna, incapacità produttiva.

È stata una crisi politica prima ancora che tecnologica perché ha mostrato il vero limite storico dell’Unione Europea: un capitalismo continentale avanzato ma privo di piena centralizzazione politica e industriale. La globalizzazione neoliberale aveva convinto le classi dirigenti europee che bastassero il mercato, la finanza, la regolazione, l’innovazione diffusa.

La crisi geopolitica mondiale ha dimostrato il contrario. Senza industria, energia, infrastrutture, manifattura strategica, capacità produttiva autonoma, non esiste alcuna sovranità. Per questo l’UE sta tornando massicciamente alla politica industriale. Non per superare il neoliberismo, ovviamente, ma per tentare di salvarlo attraverso una nuova fase di centralizzazione tecnologico-militare.

Lo “Stato” europeo torna a investire. È una forma nuova di keynesismo: non sociale ma imperialista. I costi vengono socializzati. I profitti vengono privatizzati. I cittadini europei finanziano attraverso fondi pubblici la costruzione dell’infrastruttura spaziale continentale, mentre il comando resta nelle mani di Airbus, Leonardo, Thales, Eutelsat, OHB, grandi fondi finanziari, apparati militari. Il capitalismo europeo sta cioè costruendo una nuova infrastruttura pubblica per rilanciare la redditività privata.

Space industry significa operai

La divisione tra lavoro mentale e lavoro manuale non scompare automaticamente nel capitalismo contemporaneo. Anzi, il capitale continua ad averne bisogno per organizzare gerarchie, salari e comando. Ma nella produzione spaziale questa separazione diventa sempre più artificiale dal punto di vista reale del processo produttivo. La space industry non è più artigianato tecnologico.

Durante la corsa allo spazio della Guerra Fredda si producevano pochi razzi, pochi satelliti, pochissime missioni, con costi enormi, tempi lunghissimi, lavorazioni quasi uniche. Ogni vettore era sostanzialmente un prototipo. In quella fase la separazione tra progettazione scientifica, ricerca e manifattura, assemblaggio, era molto più netta. La produzione era relativamente limitata: pochi oggetti, altissimo valore unitario, centralità assoluta del lavoro scientifico e ingegneristico.

La nuova space industry invece funziona sempre più come industria seriale avanzata. Questo è il vero salto storico. Con mega-costellazioni satellitari, mini-satelliti, telecomunicazioni orbitali, razzi riutilizzabili, produzione modulare, manifattura digitale, la produzione spaziale entra progressivamente in una logica semi-industriale di massa. Il caso Starlink è emblematico.

Non si tratta più di costruire “il satellite”. Si tratta di produrre migliaia di satelliti: standardizzati, modulari, continuamente aggiornati, integrati industrialmente. SpaceX ha già lanciato oltre 7000 satelliti Starlink. Amazon prepara Kuiper. L’UE con IRIS² si muove nella stessa direzione.

Questo cambia completamente il rapporto tra lavoro mentale e lavoro manuale. Poiché la produzione seriale di sistemi spaziali richiede continuità produttiva, integrazione tra progettazione e fabbrica, feedback costante tra assemblaggio e design, cooperazione permanente tra operai, tecnici e ingegneri, l’operaio altamente specializzato non esegue semplicemente ordini ma interviene nell’ottimizzazione, nell’adattamento, nella risoluzione tecnica, nel controllo qualità, nella gestione dei processi complessi. La manifattura avanzata spaziale incorpora ormai continuamente sapere tecnico-scientifico. Qui emerge una trasformazione evidente attuata nella space industry.

Nella grande fabbrica fordista classica:

  • il sapere produttivo era fortemente centralizzato nel management e negli ingegneri;
  • l’operaio veniva progressivamente dequalificato;
  • il lavoro era spezzettato e ripetitivo.

Il taylorismo separava brutalmente:

  • concezione,
  • esecuzione.

La space industry contemporanea, invece, funziona sempre più attraverso:

  • automazione avanzata,
  • sistemi integrati,
  • produzione flessibile,
  • digitalizzazione,
  • feedback continuo.

Questo obbliga il capitale a reintegrare nel lavoro manuale una quota crescente di sapere tecnico. L’operaio specializzato della manifattura spaziale legge dati, interpreta software, utilizza modellazione digitale, interagisce con sistemi automatizzati, gestisce processi ad alta complessità.

In altre parole il lavoro manuale diventa sempre più cognitivo. Ma contemporaneamente accade anche il contrario. L’ingegnere spaziale contemporaneo non assomiglia più alla figura elitista della grande industria novecentesca. Nel capitalismo spaziale contemporaneo progettazione, coding, simulazione, cybersecurity, modellazione, IA, vengono sempre più inseriti in processi industrializzati, in flussi standardizzati, dentro gerarchie aziendali, sotto pressione produttiva continua. Il lavoro mentale viene cioè progressivamente proletarizzato.

Il ricercatore o il programmatore non controllano il processo produttivo, non possiedono autonomia reale, vendono forza lavoro altamente qualificata, subiscono ritmi e obiettivi imposti, sono spesso precarizzati. La retorica del “talento” nasconde il fatto che anche il lavoro cognitivo è ormai lavoro salariato subordinato. Ed è qui che la separazione tra lavoro mentale e manuale diventa sempre più artificiale perché entrambi dipendono dal capitale, partecipano alla stessa cooperazione produttiva, subiscono la stessa subordinazione industriale, contribuiscono allo stesso processo di valorizzazione.

La cooperazione reale è di fatto già unificata. La produzione spaziale contemporanea è probabilmente una delle forme più avanzate di cooperazione sociale integrata. Un satellite non può essere separato in: “chi pensa”, “chi esegue”. Il capitalismo però continua a organizzare questa cooperazione attraverso gerarchie: salariali, culturali, simboliche. E qui arriviamo al nodo salariale.

Nella space industry contemporanea la differenza salariale tra ingegnere, tecnico specializzato, operaio altamente qualificato, continua a esistere ma sempre meno riflette una reale separazione del sapere produttivo. Molti operai della manifattura avanzata spaziale possiedono competenze digitali elevate, capacità di problem solving, conoscenze software, autonomia tecnica significativa.

Allo stesso tempo molti giovani ingegneri lavorano precariamente, hanno salari relativamente bassi, sono fortemente subordinati, non possiedono alcun controllo strategico. Il capitalismo mantiene quindi la divisione non perché corrisponda ancora pienamente alla produzione reale, ma perché serve a frammentare il lavoro, a impedire coscienza comune, a costruire gerarchie, a differenziare salari e status. La divisione tra lavoro mentale e manuale diventa quindi sempre più ideologica e politica. Serve al comando capitalistico.

La nuova industria spaziale europea mostra quindi qualcosa di molto più generale. Nel capitalismo contemporaneo:

  • il lavoro manuale incorpora sempre più sapere;
  • il lavoro mentale viene sempre più industrializzato;
  • la produzione è sempre più cooperazione sociale integrata.

La distinzione netta tra chi pensa e chi produce diventa sempre meno reale dal punto di vista materiale ma continua a essere riprodotta economicamente, culturalmente, politicamente, perché è uno strumento fondamentale del comando capitalistico sul lavoro vivo.

Ed è proprio qui che la space industry diventa un osservatorio privilegiato della trasformazione contemporanea del lavoro, un settore in cui il capitale ha socializzato enormemente il sapere produttivo, ma continua a privatizzarne il controllo, i profitti, il comando, le gerarchie.

La domanda che sorge è: siamo difronte ad una aristocrazia operaia high-tech?

Sì, potenzialmente. Ma il punto decisivo è capire in quale forma storica e soprattutto se questa aristocratizzazione riesca ancora oggi a stabilizzarsi come nel capitalismo fordista del Novecento perché qui la questione è più contraddittoria.

Lenin parlava di “aristocrazia operaia” per descrivere quei settori del proletariato dei paesi imperialisti che beneficiavano indirettamente dei superprofitti coloniali, della posizione dominante dell’imperialismo, della redistribuzione parziale della rendita imperialista.

Questo produceva salari relativamente più alti, maggiore stabilità, integrazione politica, moderazione sindacale, identificazione con l’ordine capitalistico nazionale. Nella grande industria fordista questa aristocrazia operaia aveva basi materiali relativamente solide: contratti stabili, welfare, sindacalizzazione forte, professionalità riconosciuta, continuità occupazionale.

Ora, nella space industry contemporanea, qualcosa di simile effettivamente tende a riprodursi ma in una forma molto più instabile e contraddittoria. L’operaio altamente specializzato della manifattura spaziale possiede competenze rare, gestisce tecnologie avanzate, ha maggiore formazione tecnica, gode spesso di salari relativamente migliori rispetto al proletariato logistico o dei servizi. Lo stesso vale per tecnici aerospaziali, operatori di precisione, specialisti compositi, manutentori avanzati, operatori software-industriali.

Questi lavoratori possono sviluppare una forte identità professionale, coscienza corporativa, separazione simbolica dal resto del proletariato, percezione di appartenenza a settori “strategici”. Il capitale, infatti, alimenta continuamente questa distinzione. La retorica dell’“eccellenza tecnologica”, del “settore avanzato”, della “frontiera industriale” serve proprio a produrre differenziazioni interne alla classe, identificazione aziendale e integrazione ideologica. In questo senso la space industry tende certamente a produrre nuove forme di aristocrazia tecnica ma oggi manca la “stabilità” fordista.

La differenza rispetto al Novecento è questa: il capitalismo contemporaneo non riesce più a stabilizzare pienamente queste figure. L’operaio specializzato della space industry è spesso inserito in reti produttive frammentate, dipende da subappalti, lavora dentro filiere globali instabili, subisce outsourcing e ristrutturazioni, vive forte pressione competitiva internazionale. Anche quando possiede salari relativamente alti, raramente possiede sicurezza strutturale, continuità sociale, piena integrazione stabile. La stessa cosa vale per il lavoro mentale.

L’ingegnere spaziale contemporaneo può avere competenze elevate, salario discreto, forte identità professionale ma contemporaneamente precarietà, ricattabilità, dipendenza da fondi pubblici, burnout, assenza di controllo sul processo produttivo.

Qui emerge una differenza storica fondamentale. Nel fordismo classico l’aristocrazia operaia era relativamente stabilizzata dentro la crescita economica, il welfare, il compromesso socialdemocratico e l’espansione industriale. Nel capitalismo contemporaneo invece il capitale ha bisogno di sapere diffuso ma non vuole (e non può) più garantire stabilità strutturale, quindi produce una aristocrazia tecnica fragile, intermittente, competitiva.

C’è poi un altro punto molto importante. Il fatto che il sapere produttivo si sposti verso l’operaio non significa automaticamente maggiore coscienza di classe, maggiore autonomia politica, radicalizzazione. Anzi. Spesso il capitale riesce a trasformare la competenza tecnica in individualismo professionale, meritocrazia, identificazione aziendale, competizione interna.

Il tecnico altamente specializzato può percepirsi non come proletario, ma come “eccellenza”. Ed è precisamente qui che il capitale lavora ideologicamente. Eppure, la contraddizione non sparisce perché anche il lavoratore altamente specializzato vende forza lavoro e non controlla i mezzi di produzione, non decide finalità della produzione e subisce ritmi e gerarchie, partecipa alla valorizzazione del capitale.

Inoltre, nel capitalismo contemporaneo automazione, IA, standardizzazione, modularizzazione, tendono continuamente a dequalificare parti del sapere tecnico. Il capitale infatti vuole utilizzare conoscenza diffusa ma contemporaneamente renderla intercambiabile. Questa è una contraddizione tipica della space industry contemporanea. La retorica dell’innovazione serve anche a destrutturare identità collettive, a dissolvere solidarietà di classe, a trasformare il sapere in privilegio competitivo individuale.

Da una parte serve lavoro altamente competente, dall’altra il capitale tenta continuamente di standardizzare, automatizzare, ridurre autonomia, abbassare il potere contrattuale. Quindi l’aristocratizzazione esiste, ma è instabile e continuamente erosa.

La tendenza più profonda non è tanto la formazione di una nuova aristocrazia stabile, è piuttosto la proletarizzazione crescente anche del lavoro altamente qualificato. La space industry rende visibile proprio questo fenomeno:

  •  operai sempre più cognitivi;
  •  ingegneri sempre più subordinati;
  •  tecnici sempre più precarizzati;
  •  ricerca sempre più industrializzata.

Le vecchie distinzioni sociali non spariscono del tutto, ma diventano più fluide e contraddittorie. Il capitale continua a produrre gerarchie salariali e simboliche perché ne ha bisogno politicamente ma il processo produttivo reale tende sempre più a integrare sapere, cooperazione, lavoro tecnico, manifattura, logistica, ricerca.

Per questo la nuova industria spaziale europea è interessante, mostra contemporaneamente la socializzazione estrema delle forze produttive e il tentativo del capitale di mantenere artificialmente separate figure lavorative che nella produzione reale sono sempre più integrate. Ed è proprio dentro questa contraddizione che si possono creare condizioni per conflitti futuri tra integrazione corporativa, aristocratizzazione tecnica e nuova proletarizzazione del lavoro qualificato.

Fonte

28/05/2026

Dall’orbita alla fabbrica/1. Dalla “space economy” alla “space industry”

Per anni la politica spaziale europea è stata raccontata come un settore marginale ma prestigioso dell’economia continentale: ricerca scientifica, satelliti per il clima, cooperazione internazionale, innovazione tecnologica, missioni lunari. Una retorica rassicurante, quasi post-politica, dentro cui lo spazio appariva come l’ultima frontiera “pacifica” della modernità occidentale.

Nel 2026 questa narrazione è ormai insostenibile. Lo spazio è diventato una delle infrastrutture fondamentali della guerra economica globale, della competizione interimperialista e della ristrutturazione del capitalismo europeo. E la politica spaziale dell’Unione Europea non rappresenta più semplicemente un investimento nella ricerca: rappresenta il tentativo di costruire una nuova infrastruttura continentale di potenza.

Il problema è che questo processo viene spesso presentato come inevitabile progresso tecnologico, mentre produce già effetti molto concreti: sulla composizione del lavoro, sulla distribuzione della spesa pubblica, sulla militarizzazione tecnologica, sulla precarizzazione del lavoro cognitivo, sulla centralizzazione industriale, sul controllo sociale, sulla subordinazione della ricerca agli interessi strategici del capitale europeo.

Dietro il mito della “space economy” sta emergendo qualcosa di molto più materiale e molto più duro: una vera e propria “space industry” europea. E questa trasformazione racconta molto più della crisi storica dell’Unione Europea di quanto facciano i vertici NATO o i documenti della Commissione.

La prima mistificazione da smontare è l’idea che lo spazio riguardi soprattutto astronauti, ricerca o innovazione. Nel capitalismo contemporaneo le infrastrutture spaziali sono diventate essenziali per il funzionamento stesso dell’accumulazione.

Lo spazio è ormai una gigantesca infrastruttura di sincronizzazione del capitale globale (senza satelliti non esistono: logistica globale, finanza digitale, geolocalizzazione, catene di fornitura integrate, telecomunicazioni istantanee, gestione energetica, trasporti automatizzati, economia delle piattaforme, guerra contemporanea).

Marx aveva già individuato nei Grundrisse la tendenza del capitale ad “annullare lo spazio mediante il tempo”, cioè a ridurre continuamente distanze e tempi morti per accelerare la valorizzazione. Nel XXI secolo questa tendenza raggiunge un nuovo livello storico. Satelliti, reti orbitali e telecomunicazioni consentono al capitale:

  •     di comprimere i tempi della circolazione,
  •     di controllare i flussi globali,
  •     di coordinare il lavoro in tempo reale,
  •     di aumentare la produttività,
  •     di ridurre gli spazi di autonomia del lavoro vivo.

Lo spazio diventa così una “condizione generale della produzione”, cioè una delle infrastrutture materiali indispensabili al funzionamento del capitalismo contemporaneo. Ma qui emerge immediatamente il nodo politico fondamentale. Questa infrastruttura viene costruita collettivamente con:

  •     ricerca pubblica,
  •     università,
  •     investimenti statali,
  •     lavoro sociale diffuso,
  •     cooperazione scientifica internazionale.

Eppure, il controllo e i profitti vengono concentrati:

  •     nei monopoli tecnologici,
  •     nei complessi militari-industriali,
  •     nei grandi gruppi finanziari,
  •     negli apparati strategici statali.

La produzione è sempre più socializzata, l’appropriazione resta privata.

Dalla “space economy” alla “space industry”

Per anni Bruxelles ha raccontato lo spazio attraverso il linguaggio neoliberale della “space economy”. La parola chiave era: innovazione. Il paradigma era quello della globalizzazione: startup, venture capital, servizi digitali, mercato globale, competitività. Lo spazio veniva pensato soprattutto come settore economico avanzato dentro il capitalismo delle piattaforme.

Nel 2026 però questa impostazione entra in crisi. L’Europa scopre improvvisamente che non bastano startup, software, eccellenza universitaria, servizi satellitari. Servono industria, manifattura, infrastrutture, capacità produttiva, autonomia nei lanciatori, filiere integrate, sovranità tecnologica. In altre parole, serve potenza materiale. Ed è qui che emerge il passaggio dalla “space economy” alla “space industry”. La differenza non è terminologica. È politica e strutturale.

La “space economy” era ancora compatibile con la globalizzazione liberista: servizi, piattaforme, venture capital, innovazione diffusa. La “space industry” nasce invece dentro la crisi dell’ordine globale e la frammentazione del mercato mondiale.

I numeri degli ultimi anni mostrano chiaramente che non siamo più davanti soltanto a una crescita del mercato dei servizi spaziali, ma alla costruzione di una vera base industriale europea. Il Programma Spaziale Europeo 2021-2027, istituito col Regolamento UE 2021/696, dispone di circa 14,8 miliardi di euro. È il più grande investimento spaziale mai realizzato direttamente dall’UE.

Secondo la Commissione Europea, l’economia spaziale europea vale già oltre 230 miliardi di euro l’anno considerando servizi, infrastrutture, manifattura e applicazioni industriali. Ma il dato decisivo è la crescita della componente upstream, cioè produzione satellitare, manifattura spaziale, lanciatori, telecomunicazioni strategiche, infrastrutture orbitali, componentistica critica.

Il caso più emblematico resta però Ariane (il lanciatore europeo). La crisi prodotta dal pensionamento di Ariane 5 e dai ritardi di Ariane 6 ha mostrato tutta la fragilità europea. Per mesi il continente è rimasto senza accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. La risposta europea non è stata semplicemente tecnologica. È stata industriale. L’UE e l’ESA stanno ora tentando di:

  •     ricostruire capacità manifatturiera,
  •     proteggere filiere strategiche,
  •     finanziare lanciatori europei,
  •     sviluppare componentistica autonoma,
  •     rafforzare la produzione continentale.

Anche il numero di startup New Space europee è esploso: oltre 1800 aziende spaziali attive in Europa secondo gli ultimi report ESA e Commissione UE. Ma dietro la retorica delle startup sta crescendo soprattutto:

  •     concentrazione industriale,
  •     integrazione con difesa e telecomunicazioni,
  •     centralizzazione produttiva.

Il capitalismo europeo sta quindi passando dalla monetizzazione dei servizi spaziali alla costruzione di un apparato industriale strategico (segue).

Fonte

19/11/2020

Fallita la missione spaziale europea. Sui satelliti è competizione globale


Martedì notte il lancio del razzo “Vega” dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) che trasportava il satellite spagnolo “Ingenio” e il francese “Taranis” è fallito. Appena otto minuti dopo il lancio, il vettore ha deviato dalla traiettoria prevista. A renderlo noto è stata la stessa l’ESA che ha dunque dichiarato fallita la missione.

Il razzo era stato lanciato dal poligono di di Kourou in Guyana francese. La missione VV17 doveva portare in orbita due satelliti, il Seosat-Ingenio per l’Agenzia spaziale europea (ESA) e la Spagna, e il Taranis per l’agenzia spaziale francese CNES.

La perdita del razzo Vega con due satelliti a bordo, è dovuta a “un’anomalia durante l’assemblaggio del lanciatore europeo” ha dichiarato l’operatore Arianespace in una conferenza stampa. È stato individuato un problema di “inversione di cavi”, ha affermato Stephane Israel, Ceo di Arianespace, che ha sottolineato che “non si è trattato di un problema di progettazione” come avvenuto durante il precedente fallimento di Vega, nel luglio 2019.

“Tutto è andato come previsto durante la prima parte del volo, ed è stato quando è stato acceso il quarto stadio che abbiamo perso il controllo“, ha spiegato Roland Lagier, direttore tecnico di Arianespace. Il lanciatore è caduto nel Mare Artico. L’anomalia è avvenuta sul quarto stadio del lanciatore leggero, la cui traiettoria ha deviato otto minuti dopo il decollo dal centro spaziale di Kourou, nella Guyana francese, alle 22.52 ora locale (03:52 ora italiana) di martedì.

Arianespace e l’Agenzia spaziale europea (ESA) costituiranno una commissione di inchiesta indipendente, incaricata di “confermare definitivamente lo scenario identificato e di evidenziare i motivi per cui l’errore di integrazione non sia stato rilevato e quindi corretto”.

L’amministratore delegato di Arianespace ha assicurato però che il programma dei prossimi lanci è stato confermato.

Sulla corsa allo spazio ed in particolare sul lancio e l’uso dei satelliti, da anni è ormai in corso una competizione a tutto campo tra le maggiori potenze mondiali, alla quale l’Unione Europea intende essere presente con ogni mezzo necessario.

A giugno, il commissario europeo Thierry Breton in un’intervista alla Reuters aveva annunciato che l’UE era intenzionata ad accelerare i piani per lo sviluppo dei satelliti per il sistema di navigazione Galileo, per dare una risposta celere ai recenti successi di SpaceX (statunitense) e della Cina.

Breton ha affermato che il lancio della nuova generazione di satelliti per il sistema Galileo è stato anticipato a fine 2024 piuttosto che al 2027. Non solo, la UE ha annunciato anche che utilizzerà per la prima volta parte del budget stanziato per le missioni spaziali per supportare lo sviluppo di missili riutilizzabili e di nuove tecnologie di lancio.

L’Unione Europea, che ha già ha stipulato un accordo da 1 miliardi di Euro con la francese Arianespace, proporrà l’istruzione di un fondo spaziale europeo da 1 miliardo di Euro da destinare alle startup del settore.

Il Commissario europeo ha anche lasciato intendere l'ipotesi di sviluppare un sistema di connessione internet a banda larga satellitare come quello di Starlink, ma anche una piattaforma per evitare collisioni con satelliti ed altri oggetti in orbita.

Nell’intervista ha anche affermato di sperare che la Commissione Europea decida di destinare altri 16 miliardi di Euro per le missioni spaziali.

Uno dei progetti europei più strategici che viene portato avanti è il sistema di navigazione satellitare Galileo. Lo sviluppo dei satelliti durerà ancora tre anni, fino al 2024. Il suo obiettivo dichiarato è quello di sostituire completamente il GPS statunitense che per decenni ha agito praticamente in condizione di monopolio (nonostante alcuni esperti sostengano che il sistema Glonass russo sia ancora più efficente, ndr).

Nessuno fa più mistero del fatto che lo spazio sarà sicuramente il nuovo terreno di scontro nell’affermazione della potenza in campo militare, ma anche scientifico ed economico. Temi di interesse globale, come la guerra delle informazioni e i cambiamenti climatici, sono nell’agenda di tutte le maggiori potenze e trovano sempre più spazio nella politica internazionale.

Secondo il Sole 24 Ore ormai nella fascia orbitale si muovono satelliti di ogni tipo, da quelli di sorveglianza militare a quelli per la mappatura del pianeta e le telecomunicazioni.

In un’era caratterizzata, sulla superficie terrestre, da una continua accelerazione della rivoluzione tecnologica e della crescita del flusso di dati, secondo il Sole 24 Ore gli hub satellitari possono giocare un ruolo strategico nell’aumento dei volumi d’affari dei settori di riferimento.

Si pensi, ad esempio, al fatto che nel solo 2015 i servizi di telecomunicazione via satellite hanno generato un volume d’affari di 127 miliardi di dollari, per l’80% imputabile alla trasmissione televisiva e per il restante 20% ai servizi internet e telefonici, una quota pari al 7% del mercato planetario del settore. “E se già ora difficilmente calcolabili sono i benefici economici di sistemi come il Global Positioning System, legato a una costellazione di satelliti militari americani che vede potenziali sfidanti europei e cinesi” scrive il quotidiano economico, “è facile immaginare quanto ampie potranno essere le ricadute in un futuro caratterizzato dall’entrata in campo di tecnologie come l’Internet of Things e le macchine a guida autonoma”.

È la competizione globale bellezza! E una parte sempre crescente di essa si sta giocando sopra le nostre teste, e non solo in senso figurato.

Fonte