Nel 2026 la politica spaziale europea non può più essere considerata un semplice settore della ricerca scientifica o dell’innovazione tecnologica. Lo spazio è diventato uno dei terreni centrali della competizione globale tra potenze, un’infrastruttura strategica decisiva per il controllo economico, militare e politico del Pianeta. Satelliti, telecomunicazioni, sistemi di navigazione, osservazione terrestre, cybersicurezza, dati climatici, internet orbitale, tecnologie dual use e programmi lunari costituiscono ormai una parte essenziale dell’architettura del potere contemporaneo.
Per comprendere la traiettoria della politica spaziale europea occorre allora inserirla dentro la trasformazione storica in corso: la crisi della globalizzazione liberista e il ritorno della competizione tra blocchi imperiali.
Per circa trent’anni l’Unione Europea ha rappresentato soprattutto un gigantesco spazio economico integrato all’interno dell’ordine occidentale guidato dagli Stati Uniti. La sua funzione principale era quella di polo commerciale e finanziario del capitalismo globale, fondato sulla liberalizzazione dei mercati, sulle catene internazionali del valore, sulla dipendenza energetica esterna e sulla subordinazione strategica alla NATO. In quella fase lo spazio appariva soprattutto come terreno di cooperazione scientifica e sviluppo industriale.
La situazione cambia radicalmente con l’accelerazione delle contraddizioni geopolitiche mondiali: guerra commerciale USA-Cina, crisi energetica, pandemia, guerra in Ucraina, militarizzazione tecnologica, frammentazione delle filiere globali, competizione sui semiconduttori e sulle infrastrutture digitali. Dentro questa transizione, l’Unione Europea scopre improvvisamente la propria vulnerabilità strategica.
La guerra in Ucraina ha avuto un ruolo decisivo in questa presa di coscienza. Il conflitto ha mostrato che le infrastrutture spaziali sono ormai parte integrante della guerra contemporanea. Starlink, la rete satellitare di SpaceX, è diventata uno strumento fondamentale per le comunicazioni militari ucraine, per il coordinamento tattico, per i droni e per la trasmissione dati. Per la prima volta una corporation privata americana ha esercitato un’influenza diretta sugli equilibri operativi di una guerra interstatale.
Per le classi dirigenti europee questo episodio ha rappresentato uno shock geopolitico enorme. È emersa con chiarezza la dipendenza europea dagli Stati Uniti nelle infrastrutture spaziali, digitali e satellitari. Da quel momento la questione dello spazio è diventata una questione di sovranità.
La svolta politica si formalizza col Regolamento (UE) 2021/696, che istituisce il Programma Spaziale dell’Unione Europea per il periodo 2021-2027. Per la prima volta Bruxelles integra dentro un’unica cornice Galileo, EGNOS, Copernicus, GOVSATCOM e Space Situational Awareness (SSA), con un budget superiore ai 14 miliardi di euro. Ma il dato decisivo non è soltanto finanziario.
È il linguaggio politico del regolamento: autonomia strategica, resilienza, sicurezza, protezione delle infrastrutture critiche, competitività. Lo spazio viene ufficialmente inserito dentro la costruzione della potenza europea.
Galileo rappresenta uno dei casi più significativi di questa trasformazione. Presentato ufficialmente come sistema civile di navigazione satellitare, Galileo nasce in realtà da un’esigenza geopolitica precisa: ridurre la dipendenza europea dal GPS americano, controllato dal Pentagono. In caso di crisi internazionale, Washington può degradare il segnale, limitarne l’uso o militarizzarne l’accesso. Per una potenza che aspira a una propria autonomia strategica questa dipendenza è strutturalmente inaccettabile.
Nel 2026 Galileo è ormai una delle infrastrutture fondamentali dell’economia europea. La sua funzione non riguarda soltanto la navigazione. Il sistema è essenziale per la logistica, i trasporti, le telecomunicazioni, la sincronizzazione bancaria, le reti energetiche, l’agricoltura di precisione e le applicazioni industriali. Come quasi tutte le tecnologie spaziali contemporanee, Galileo è contemporaneamente civile, commerciale e militare. È proprio questa convergenza tra funzioni economiche e strategiche a caratterizzare il capitalismo contemporaneo.
Ancora più rilevante è Copernicus, il programma europeo di osservazione terrestre. Attraverso la costellazione Sentinel, l’Unione Europea produce una quantità gigantesca di dati su atmosfera, oceani, territorio, infrastrutture, attività agricole e movimenti marittimi. Formalmente Copernicus viene presentato come strumento di monitoraggio climatico e sostenibilità ambientale. Ma il controllo dei dati territoriali rappresenta oggi una delle forme fondamentali del potere geopolitico.
Chi controlla i dati satellitari controlla:
- rotte commerciali,
- sicurezza energetica,
- gestione delle crisi,
- controllo migratorio,
- osservazione militare,
- pianificazione industriale,
- intelligence geografica.
Non è casuale che Copernicus venga sempre più integrato nelle politiche europee di sicurezza e sorveglianza mediterranea. Le immagini satellitari non sono neutrali: sono strumenti di controllo del territorio globale.
La vera svolta geopolitica arriva però con il Regolamento (UE) 2023/588, che istituisce il programma europeo di connettività sicura IRIS². Qui l’Unione Europea dichiara apertamente la necessità di costruire una propria infrastruttura orbitale sovrana. IRIS² nasce come risposta diretta a Starlink e al monopolio americano delle telecomunicazioni satellitari.
La Commissione Europea parla apertamente di “secure connectivity”, “governmental services” e “resilience”. Dietro il linguaggio tecnico il significato politico è chiarissimo: l’UE vuole una rete orbitale indipendente dagli Stati Uniti. IRIS² prevede una costellazione multi-orbitale di circa 290 satelliti destinati a fornire telecomunicazioni sicure a governi, infrastrutture critiche, apparati strategici e servizi dual use. Il programma coinvolge colossi come Airbus, Thales Alenia Space, SES, Eutelsat, Leonardo e OHB. Si sta cioè costruendo un vero complesso industriale spaziale europeo.
Parallelamente Bruxelles tenta di centralizzare il settore attraverso la proposta di EU Space Act presentata nel 2025. L’obiettivo ufficiale è armonizzare le normative europee sulla sicurezza, la sostenibilità e la resilienza spaziale. Ma il significato storico della proposta è molto più ampio. L’Unione Europea cerca di costruire un vero mercato unico spaziale, centralizzando regole, standard e capacità industriali. Ogni polo imperialista, storicamente, costruisce:
- un mercato integrato,
- un sistema normativo centralizzato,
- una politica industriale strategica,
- un’infrastruttura autonoma.
La politica spaziale europea segue esattamente questa traiettoria.
Attraverso Horizon Europe, il programma CASSINI, InvestEU e il Fondo Europeo della Difesa, Bruxelles finanzia inoltre la formazione di un ecosistema capitalistico spaziale continentale. Nel gennaio 2026 la Commissione Europea ha selezionato 27 progetti spaziali per circa 138 milioni di euro nel quadro Horizon Europe. CASSINI punta a mobilitare fino a un miliardo di euro per startup e imprese New Space europee. L’obiettivo è evidente: costruire una borghesia tecnologica continentale capace di competere con SpaceX, Blue Origin e il settore privato statunitense.
Ma la politica spaziale europea non può essere separata dalla militarizzazione dell’orbita.
Attraverso GOVSATCOM, SSA, IRIS² e il Fondo Europeo della Difesa, l’UE integra progressivamente telecomunicazioni, cybersicurezza, sorveglianza satellitare e infrastrutture strategiche dentro una futura architettura di difesa continentale. La Francia guida apertamente questo processo. Dal 2019 Parigi considera lo spazio una dimensione militare autonoma attraverso il Commandement de l’Espace. Dopo la Brexit, la Francia è rimasta l’unica potenza nucleare dell’UE e vede nella costruzione di un polo strategico europeo il modo per mantenere il proprio rango globale.
Qui emerge la contraddizione fondamentale dell’Unione Europea. Da una parte Bruxelles tenta chiaramente di costruire:
- autonomia tecnologica,
- capacità militare,
- sovranità digitale,
- indipendenza industriale,
- infrastrutture strategiche autonome.
Dall’altra l’Europa resta:
- militarmente subordinata alla NATO,
- dipendente da tecnologie americane,
- politicamente frammentata,
- priva di uno Stato federale reale.
La partecipazione europea al programma Artemis rivela perfettamente questa ambiguità. L’ESA fornisce il European Service Module della capsula Orion – propulsione, energia, supporto vitale – e in cambio ottiene accesso al Lunar Gateway e missioni per astronauti europei. Ma la governance del programma resta saldamente americana.
Gli Artemis Accords rappresentano infatti il tentativo statunitense di costruire un ordine giuridico occidentale nello spazio, definendo regole sulle risorse lunari, sulle infrastrutture extraterrestri e sulla futura economia cislunare. L’Europa aderisce pienamente a questa architettura. Artemis mostra quindi il carattere incompiuto dell’autonomia strategica europea: l’UE tenta di emanciparsi dagli Stati Uniti, ma continua a muoversi dentro l’ordine geopolitico costruito da Washington.
Il confronto con Stati Uniti, Cina e Russia chiarisce ulteriormente la natura della trasformazione europea.
Gli Stati Uniti dominano il settore attraverso la fusione tra:
- Pentagono,
- NASA,
- Big Tech,
- finanza,
- complesso militare-industriale.
SpaceX rappresenta probabilmente la forma più avanzata del capitalismo imperialista contemporaneo: un soggetto privato finanziato e integrato strategicamente dentro la potenza statunitense.
La Cina segue invece una logica differente. Il programma spaziale cinese è direttamente subordinato alla pianificazione statale e agli obiettivi geopolitici. Tiangong, Chang’e e il programma lunare cinese fanno parte di una strategia nazionale di lungo periodo che integra industria, tecnologia, prestigio e potenza militare.
La Russia, pur indebolita economicamente, mantiene ancora capacità fondamentali:
- tecnologia missilistica,
- esperienza astronautica,
- capacità antisatellite,
- infrastrutture orbitali.
L’Europa invece si trova in una posizione intermedia: possiede capacità tecnologiche avanzate ma manca ancora di una piena centralizzazione politica e strategica. Ed è proprio qui che la politica spaziale europea rivela il suo significato storico più profondo.
Lo spazio è il laboratorio in cui il capitalismo europeo tenta di trasformarsi da semplice spazio economico integrato in polo imperialista autonomo. La questione centrale non riguarda soltanto razzi, satelliti o missioni lunari. Riguarda la costruzione materiale della sovranità europea nella nuova fase della competizione globale.
Da una prospettiva marxista, l’attuale corsa allo spazio non rappresenta il trionfo neutrale della scienza, ma una nuova fase dello sviluppo delle forze produttive dentro le contraddizioni del capitalismo globale. Marx aveva individuato nella tendenza all’espansione continua del capitale una dinamica strutturale del modo di produzione capitalistico. Il capitale è costretto ad allargare incessantemente:
- mercati,
- infrastrutture,
- processi di accumulazione,
- controllo tecnologico,
- spazi di valorizzazione.
Nel XXI secolo questa espansione investe ormai direttamente l’orbita terrestre e lo spazio circumterrestre. L’infrastruttura spaziale costituisce oggi una gigantesca “condizione generale della produzione”, cioè una delle basi materiali necessarie al funzionamento del capitalismo contemporaneo. Satelliti, telecomunicazioni, dati, osservazione terrestre e navigazione orbitale sono parte integrante della circolazione del capitale globale. Senza infrastrutture spaziali non esisterebbero:
- finanza algoritmica,
- logistica globale just-in-time,
- piattaforme digitali,
- controllo energetico,
- reti militari contemporanee,
- economia dei dati.
Lo spazio diventa quindi una nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica. Ma nella fase della crisi strutturale del capitalismo globale questa espansione assume inevitabilmente caratteri sempre più militarizzati e predatori. L’orbita terrestre non viene occupata in nome di una generica “umanità”, ma attraverso la competizione tra grandi concentrazioni di capitale e apparati statali. Le mega-costellazioni satellitari, le missioni lunari, il controllo dei dati e le future risorse extraterrestri si inseriscono dentro la lotta tra poli imperialisti per il controllo delle infrastrutture globali.
La politica spaziale europea va dunque interpretata come parte della crisi storica dell’ordine unipolare americano e del tentativo europeo di costruire una propria capacità autonoma di accumulazione e proiezione strategica. Ma questa trasformazione resta profondamente contraddittoria.
L’Unione Europea tenta di costruire un’infrastruttura imperialista comune senza possedere ancora una piena unificazione politica, militare e statale. Per questo lo spazio europeo appare contemporaneamente:
- avanzato tecnologicamente,
- incompleto politicamente,
- subordinato strategicamente,
- aggressivo economicamente.
La corsa europea allo spazio mostra così una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo continentale contemporaneo:
la necessità storica della centralizzazione della potenza e l’impossibilità, almeno per ora, di completarla pienamente dentro le strutture attuali dell’Unione Europea. Proprio in questa contraddizione si riflette il carattere instabile della nuova fase imperialista mondiale.
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19/11/2020
Fallita la missione spaziale europea. Sui satelliti è competizione globale
Martedì notte il lancio del razzo “Vega” dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) che trasportava il satellite spagnolo “Ingenio” e il francese “Taranis” è fallito. Appena otto minuti dopo il lancio, il vettore ha deviato dalla traiettoria prevista. A renderlo noto è stata la stessa l’ESA che ha dunque dichiarato fallita la missione.
Il razzo era stato lanciato dal poligono di di Kourou in Guyana francese. La missione VV17 doveva portare in orbita due satelliti, il Seosat-Ingenio per l’Agenzia spaziale europea (ESA) e la Spagna, e il Taranis per l’agenzia spaziale francese CNES.
La perdita del razzo Vega con due satelliti a bordo, è dovuta a “un’anomalia durante l’assemblaggio del lanciatore europeo” ha dichiarato l’operatore Arianespace in una conferenza stampa. È stato individuato un problema di “inversione di cavi”, ha affermato Stephane Israel, Ceo di Arianespace, che ha sottolineato che “non si è trattato di un problema di progettazione” come avvenuto durante il precedente fallimento di Vega, nel luglio 2019.
“Tutto è andato come previsto durante la prima parte del volo, ed è stato quando è stato acceso il quarto stadio che abbiamo perso il controllo“, ha spiegato Roland Lagier, direttore tecnico di Arianespace. Il lanciatore è caduto nel Mare Artico. L’anomalia è avvenuta sul quarto stadio del lanciatore leggero, la cui traiettoria ha deviato otto minuti dopo il decollo dal centro spaziale di Kourou, nella Guyana francese, alle 22.52 ora locale (03:52 ora italiana) di martedì.
Arianespace e l’Agenzia spaziale europea (ESA) costituiranno una commissione di inchiesta indipendente, incaricata di “confermare definitivamente lo scenario identificato e di evidenziare i motivi per cui l’errore di integrazione non sia stato rilevato e quindi corretto”.
L’amministratore delegato di Arianespace ha assicurato però che il programma dei prossimi lanci è stato confermato.
Sulla corsa allo spazio ed in particolare sul lancio e l’uso dei satelliti, da anni è ormai in corso una competizione a tutto campo tra le maggiori potenze mondiali, alla quale l’Unione Europea intende essere presente con ogni mezzo necessario.
A giugno, il commissario europeo Thierry Breton in un’intervista alla Reuters aveva annunciato che l’UE era intenzionata ad accelerare i piani per lo sviluppo dei satelliti per il sistema di navigazione Galileo, per dare una risposta celere ai recenti successi di SpaceX (statunitense) e della Cina.
Breton ha affermato che il lancio della nuova generazione di satelliti per il sistema Galileo è stato anticipato a fine 2024 piuttosto che al 2027. Non solo, la UE ha annunciato anche che utilizzerà per la prima volta parte del budget stanziato per le missioni spaziali per supportare lo sviluppo di missili riutilizzabili e di nuove tecnologie di lancio.
L’Unione Europea, che ha già ha stipulato un accordo da 1 miliardi di Euro con la francese Arianespace, proporrà l’istruzione di un fondo spaziale europeo da 1 miliardo di Euro da destinare alle startup del settore.
Il Commissario europeo ha anche lasciato intendere l'ipotesi di sviluppare un sistema di connessione internet a banda larga satellitare come quello di Starlink, ma anche una piattaforma per evitare collisioni con satelliti ed altri oggetti in orbita.
Nell’intervista ha anche affermato di sperare che la Commissione Europea decida di destinare altri 16 miliardi di Euro per le missioni spaziali.
Uno dei progetti europei più strategici che viene portato avanti è il sistema di navigazione satellitare Galileo. Lo sviluppo dei satelliti durerà ancora tre anni, fino al 2024. Il suo obiettivo dichiarato è quello di sostituire completamente il GPS statunitense che per decenni ha agito praticamente in condizione di monopolio (nonostante alcuni esperti sostengano che il sistema Glonass russo sia ancora più efficente, ndr).
Nessuno fa più mistero del fatto che lo spazio sarà sicuramente il nuovo terreno di scontro nell’affermazione della potenza in campo militare, ma anche scientifico ed economico. Temi di interesse globale, come la guerra delle informazioni e i cambiamenti climatici, sono nell’agenda di tutte le maggiori potenze e trovano sempre più spazio nella politica internazionale.
Secondo il Sole 24 Ore ormai nella fascia orbitale si muovono satelliti di ogni tipo, da quelli di sorveglianza militare a quelli per la mappatura del pianeta e le telecomunicazioni.
In un’era caratterizzata, sulla superficie terrestre, da una continua accelerazione della rivoluzione tecnologica e della crescita del flusso di dati, secondo il Sole 24 Ore gli hub satellitari possono giocare un ruolo strategico nell’aumento dei volumi d’affari dei settori di riferimento.
Si pensi, ad esempio, al fatto che nel solo 2015 i servizi di telecomunicazione via satellite hanno generato un volume d’affari di 127 miliardi di dollari, per l’80% imputabile alla trasmissione televisiva e per il restante 20% ai servizi internet e telefonici, una quota pari al 7% del mercato planetario del settore. “E se già ora difficilmente calcolabili sono i benefici economici di sistemi come il Global Positioning System, legato a una costellazione di satelliti militari americani che vede potenziali sfidanti europei e cinesi” scrive il quotidiano economico, “è facile immaginare quanto ampie potranno essere le ricadute in un futuro caratterizzato dall’entrata in campo di tecnologie come l’Internet of Things e le macchine a guida autonoma”.
È la competizione globale bellezza! E una parte sempre crescente di essa si sta giocando sopra le nostre teste, e non solo in senso figurato.
Fonte
10/12/2015
L’Europa si rende indipendente dalla tecnologia satellitare Usa
Il lancio del vettore Soyuz dalla base di lancio di Sinnamary nella Guyana francese è programmato per il prossimo 17 dicembre alle 12.51 ora italiana. Circa 3 ore e 48 minuti dopo il lancio, la nuova coppia di satelliti sarà rilasciata dal vettore all'altitudine stabilita di 23.222 chilometri e nell'orbita circolare prefissata. Così Arianespace si prepara all'ultimo lancio dell'anno, il dodicesimo del 2015, portando in orbita i satelliti 11 e 12 del sistema di navigazione satellitare europeo Galileo. Una volta completato, il complesso satellitare Galileo sarà formato da 30 satelliti (27 operativi e 3 di riserva), ma ne basteranno già 24 per rendere pienamente operativa la rete di navigazione satellitare europea. Operativa e indipendente dal sistema Gps a monopolio statunitense. "I primi sei mesi del 2016 saranno dedicati a un'intensa campagna di test, in vista dell'avvio ufficiale dell'operatività con la fase denominata 'Initial Services', che è l'obiettivo posto dalla Commissione europea per la fine dell'anno", ha dichiarato alle agenzie Mario Caporale, delegato al programma Galileo per l'Agenzia Spaziale Italiana. L’Agenzia Spaziale Europea ha fatto sapere di aver terminato con successo i test sulla coppia di satelliti 7-8, lanciata lo scorso marzo, che dunque è pienamente operativa mentre sono in corso i test sull'ultima coppia, messa in orbita a settembre, che saranno perfezionati all'inizio del 2016. Non tutti i lanci per il sistema satellitare Galileo sono andati lisci. La coppia 5-6 – i satelliti Doresa e Milena – lanciata l'anno scorso e finita in un'orbita sbagliata, è stata poi integrata nella costellazione con funzionalità parziali in seguito alla stabilizzazione dell'orbita. I lanci riprenderanno nella seconda metà del prossimo anno, con una sola data e un diverso vettore: sarà infatti un lanciatore Ariane 5 a portare in orbita, entro fine anno, due coppie di satelliti Galileo in un unico volo, mentre l'ultimo lancio al momento contrattualizzato con la Soyuz sarà probabilmente utilizzato nel 2017.
Piazzare nello spazio tutti i 30 satelliti della costellazione Galileo permetterà così all’Unione Europea di dotarsi di un sistema di navigazione satellitare autonomo dal GPS americano. Secondo il programma, la costellazione sarà completata nel 2019. Tra meno di cinque anni, quindi, i navigatori delle nostre auto non si connetteranno più ai satelliti del GPS, ma a quelli di Galileo. Uno “schiaffo” all’egemonia USA in un settore strategico che ha provocato inevitabilmente forti malumori e tensioni con la Casa Bianca. Indicativo è anche il fatto che i finanziamenti per il programma satellitare Galileo provengano da un organismo politico come la Commissione Europea e non da un organismo tecnico come l'Agenzia Spaziale Europea. Una decisione quindi tutta politica. Inoltre la scelta di aver affittato per l'ultimo lancio per 100 milioni di euro un vettore russo – il Soyuz – piuttosto che uno statunitense, non deve essere stata una scelta molto gradita a Washington.
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Piazzare nello spazio tutti i 30 satelliti della costellazione Galileo permetterà così all’Unione Europea di dotarsi di un sistema di navigazione satellitare autonomo dal GPS americano. Secondo il programma, la costellazione sarà completata nel 2019. Tra meno di cinque anni, quindi, i navigatori delle nostre auto non si connetteranno più ai satelliti del GPS, ma a quelli di Galileo. Uno “schiaffo” all’egemonia USA in un settore strategico che ha provocato inevitabilmente forti malumori e tensioni con la Casa Bianca. Indicativo è anche il fatto che i finanziamenti per il programma satellitare Galileo provengano da un organismo politico come la Commissione Europea e non da un organismo tecnico come l'Agenzia Spaziale Europea. Una decisione quindi tutta politica. Inoltre la scelta di aver affittato per l'ultimo lancio per 100 milioni di euro un vettore russo – il Soyuz – piuttosto che uno statunitense, non deve essere stata una scelta molto gradita a Washington.
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