Se gli agricoltori di tutta l’Europa occidentale scendono in strada con i loro trattori, o addirittura con le greggi, significa che c’è un problema comune, anche se le normative nazionali – e i rapporti di forza storici tra i vari paesi – sono spesso molto differenti.
Con uno sguardo superficiale è facile prendere lucciole per lanterne. Chi privilegia le “forme di lotta” sarà attirato dai blocchi stradali, condotti in modo molto determinato, ma scoprirebbe ben presto che – stavolta sì, al contrario delle mobilitazioni dei Gilets Jaunes o contro la riforma delle pensioni – la destra radicale, non solo in Francia e Germania, ci mette il suo zampino.
Basterebbe vedere il diverso atteggiamento del ministro dell’interno francese, Darmanin, che stavolta ordina alla polizia di “controllare da lontano” e non intervenire, mentre negli altri casi comandava cariche durissime e largo uso di proiettili di gomma o flashball. Si vede, insomma, che questi sono o erano “i loro”...
Chi privilegia l’ecologia, al contrario, non può che disprezzare una protesta che tra i vari punti (un altro tratto comune ai diversi paesi) ha la libertà di utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici, nonché il mantenimento di forti sconti sul prezzo del “gasolio agricolo” (lo stesso usato per l’autotrazione, ma con accise e Iva molto ridotti).
Evidente, insomma, che questi approcci ideologici non aiutano a capire. E, come sempre, è meglio “follow the money” per districare nodi apparentemente inamovibili.
Di certo c’è che l’agricoltura europea è stata drogata per anni dalla “Pac” (politica agricola comunitaria), che ha distribuito risorse pubbliche per compensare le differenze di rendimento tra produzioni nazionali diverse o anche tra vari comparti della produzione nazionale.
Il passaggio alla nuova fase, però, sembra il brancolare di un cieco un po’ storpio che non sa dove andare né come farlo.
Le “direttive” provenienti da Bruxelles, in effetti, sono tra loro profondamente incoerenti, anche se ognuna viene scritta seguendo silenziosamente la regola annunciata da Giorgia Meloni fin dal suo esordio come “premier”: non disturbare le aziende.
Il problema è che “le aziende” sono diverse tra loro per dimensione, posizione di mercato, interessi immediati e di lungo periodo, specializzazione produttiva. E ciò che va bene ad un certo tipo di imprese è la morte per altre.
Gironzolando tra i trattori fermi a un casello stradale è piuttosto semplice sentirsi consegnare il cahier de doleance degli agricoltori di medio livello, titolari di aziende con pochi addetti (spesso familiari):
a) il prezzo dei prodotti agricoli viene fatto e imposto dalle industrie di trasformazione o dalla grande distribuzione;
b) il costo della lavorazione del terreno (aratura, semina, trebbiatura, eliminazione dei parassiti, ecc.) segue le dinamiche dei prezzi energetici;
c) il cambiamento climatico sta rendendo difficile proseguire con le colture storiche dei territori (l’anno scorso è stato durissimo per gli ulivi, l’uva, gli alberi da frutto, con raccolti limitati o nulli);
d) alla fine, tra uscite ed entrate, “non ci si sta dentro”.
Si possono considerare ovviamente un po’ esagerate le dimensioni dei danni calcolate dai diretti protagonisti, ma c’è molto di vero.
L’Unione Europea, come detto, fa cadere su questo mondo (il settore primario dell’economia) una pioggia di regole contraddittorie. Le analizzava qualche giorno fa su Teleborsa, con il consueto acume, Guido Salerno Aletta, economista ed ex vicedirettore di Palazzo Chigi, tra l’altro ora anche produttore di vino e dunque conoscitore “da dentro” della materia.
“La schizofrenia non è una malattia, a Bruxelles, ma una ben sperimentata tecnica di governo: basta dare ragione a tutte le proposte più estreme, dagli ecologisti che chiedono il ritorno alla Natura incontaminata alle Multinazionali che continuano a dettare legge con le loro tecnologie in campo agricolo e nella alimentazione sintetica, per vantarsi di essere sempre all’avanguardia”.
Ma, appunto, le regole ecologicamente più sensate (“combattere l’abuso dei concimi chimici che bruciano il terreno, i diserbanti asserviti alle singole varietà coltivate, i pesticidi che da una parte contrastano gli insetti e gli organismi patogeni e dall’altra annientano gli agenti impollinatori, come le api. Nel settore dell’allevamento, si impongono giuste regole sul benessere animale, con il divieto di gabbie anguste e di metodi strazianti per l’abbattimento dei capi”) in questo sistema di produzione si traducono in un aumento dei costi di produzione in capo agli agricoltori e allevatori. E dei consumatori, ovvio...
Sull’altro lato, la libertà d’azione concessa alle multinazionali – sia delle filiere agroalimentari che delle biotecnologie e della grande distribuzione – spinge per una riduzione continua dei prezzi della “materia prima” (i prodotti agricoli). Persino il Corriere è costretto ad ammettere che quanto preteso dalla multinazionale francese Lactalis – un litro di latte viene pagato solo 42 centesimi – riduce alla fame i fornitori.
In più, approvando programmi di “rinaturalizzazione” di alcune aree territoriali, in modo da ricostruire una biodiversità senza interventi biotecnologici, ma senza prevedere una politica complessiva che renda ordinariamente redditizia l’attività agricola, la stessa UE di fatto restringe le aree coltivabili per la produzione.
“La conseguenza di questa decisione è aberrante: voler ridurre il territorio da destinare all’agricoltura, per restituirlo alla Natura incontaminata, significa dover sfruttare maggiormente quello che rimane. Invece di favorire il ritorno all’agricoltura sostenibile e all’allevamento brado, si aumenta il differenziale naturalistico tra le aree protette e le aree coltivate”.
Che va di pari passo con l’impostazione neoliberista per cui, in assenza di interventi “dirigistici” degli Stati, i prodotti biologici costano inevitabilmente di più di quelli “normali”, tirati fuori usando pesticidi, ecc.
Ovvero quei prodotti che altre multinazionali (sia dell’agroalimentare che della distribuzione) cercano di ottenere a prezzi sempre più bassi, in modo da massimizzare i propri profitti a scapito di altre imprese (e ovviamente del consumatore finale, impossibilitato a risalire le filiere per sapere cosa mangia).
E già si intravede un ulteriore salto di qualità, naturalmente peggiorativo: “Non è un caso, a questo punto, che la Food and Drug Administration statunitense abbia già dato la sua autorizzazione alla commercializzazione della carne di pollo prodotta in laboratorio: dopo gli OGM in agricoltura, le Multinazionali puntano a spiantare l’allevamento tradizionale con la carne sintetica”.
È la descrizione di un processo di violenta concentrazione dei capitali. Con quelli più grandi che come sempre cannibalizzano quelli più piccoli e impossibilitati a “differenziare gli investimenti” (i terreni non si spostano, al massimo puoi cambiare cambiare prodotto finale, ma cambia poco).
Ricostruita così la mobilitazione degli agricoltori risulta a tutti gli effetti una “lotta di classe”... all’interno della borghesia. E i governi europei si trovano a dover gestire la crisi del consenso piccolo-borghese – da cui traggono sia il grosso dei voti che la “narrazione” con cui orientare il grosso della società – senza mai scontentare “i mercati” (definizione “immateriale” dietro cui si nascondono i gruppi multinazionali, sia industriali che finanziari).
Un rebus che la UE, come si è visto, ha deciso di non sfiorare nemmeno (“dando ragione a tutti”). Coltivando così – è il caso di dire – le condizione per uno scontro sociale interno sempre più complicato e duro. Con molte guerre alle porte...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/01/2024
30/01/2024
Francia - La rabbia degli agricoltori “assedia” la capitale
A partire dalle ore 14 di lunedì pomeriggio, la FNSEA – la maggiore organizzazione degli agricoltori francesi e i Giovani Agricoltori del Grand Bassin parigino – ha previsto otto “punti di blocco” sulle autostrade a qualche chilometro, o ad alcune decine, dalla périfephérique, il principale raccordo esterno che circonda la capitale.
La loro parola d’ordine è l’“assedio” della capitale, senza aver posto limiti temporali alla propria azione.
Si tratta di un “salto di qualità” di questo movimento di agricoltori, il cui malessere – a livello europeo – si è espresso in precedenza in tutto il Nord ed Est Europa (Polonia e Romania), in ultimo in Germania, e che sta in parte cambiando la geografia politica in alcuni paesi come è avvenuto in Olanda.
Anche in Italia, negli ultimi giorni, abbiamo visto il blocco del casello di Orte, punto di collegamento tra l’A1 e la superstrada per Ravenna; nonché alcuni blocchi stradali in Calabria.
Domenica sera il ministro dell’interno Gérald Darmanin ha annunciato il dispiegamento di 15mila uomini delle forze dell’ordine per impedire che i trattori entrino nella capitale e nelle grandi città della Francia, arrivando a bloccare il nevralgico centro della logistica alimentare sito a Rungis, nella periferia sud di Parigi – come una parte degli agricoltori aveva annunciato – così come degli aeroporti della zona attorno alla capitale.
Finora il nuovo governo del Primo Ministro Gabriel Attal ha scelto una linea piuttosto interlocutoria con il variegato mondo degli agricoltori francesi – che va dal vero e proprio agro-business ai piccoli coltivatori diretti – e delle assai differenti sigle che lo rappresentano.
Lo stesso Darmanin, caratterizzatosi per il “pugno duro” nei confronti delle proteste contro la riforma pensionistica ed ancora di più di quelle successive all’uccisione del giovane Nahel a Nanterre, ha invitato le forze dell’ordine alla moderazione, affermando che “non dovranno intervenire nei blocchi”, ma solamente “metterli in sicurezza”.
L’“assedio” a Parigi non è l’unica azione che la categoria sta mettendo a segno, dopo aver scelto il blocco degli accessi autostradali come forma di protesta.
Proprio il capo dell’esecutivo si è recato questa domenica mattina in visita ad una exploitation maraichère nella Indre-et-Loire prendendosela con le “ingiunzioni contraddittorie” che sono a suo parere imposte al mondo agricolo.
«Si lascia ancora troppo spazio ai discorsi che non considerano gli agricoltori, che li fanno passare per dei banditi, per coloro che inquinano», ha affermato Attal, aggiungendo che «la loro considerazione è assolutamente necessaria».
Il capo dell’esecutivo ha rivendicato con fierezza il settore agricolo come parte dell’identità francese, rimarcando il fatto che ciò che è in gioco «è anche l’indipendenza e la sovranità. Vogliamo dipendere di meno dagli altri e più da noi stessi».
Il governo intende quindi incanalare le proteste all’interno di questo binario, scegliendo la via del dialogo con la maggiore coalizione di forze del settore per limitare il più possibile l’impatto dell’azione degli agricoltori; anche per togliere spazio al possibile sfruttamento della protesta, in chiave elettorale, da parte dell’estrema-destra.
Anche la Presidente del gruppo parlamentare del RN (ex-FN) e tre volte candidata alla presidenza Marine Le Pen si è recata in un’azienda agricola nel Nord (Radinghem-en-Wappes) ed ha esortato il governo a «mettere in piedi un grande piano di salvataggio dell’agricoltura» e a far «uscire l’agricoltura dagli accordi di libero scambio»
Domenica, sul canale televisivo BFM-TV, il ministro dell’agricoltura, Marc Fesneau ha annunciato delle “misure complementari” a quelle per ora annunciate da Gabriel Attal ma che saranno rivelate dall’esecutivo “da martedì”.
Lunedì mattina, poi, su France 2, Fesneau ha di fatto affermato che l’annuncio delle misure sarà anticipato per «dare prova della volontà del governo di uscire dalla crisi, ma soprattutto di portare delle risposte concrete».
Il governo aveva annunciato alcune misure “tampone” come quella di soprassedere all’innalzamento della tassa sul gasolio agricolo (GNR), di disporre gli aiuti d’emergenza agli allevatori di bovini toccati per una malattia emorragica (MHE) – il cosiddetto “Covid delle vacche” – semplificare le procedure burocratiche e fare applicare la legge EGalim, destinata ad assicurare degli introiti decente agli agricoltori.
La FNSEA, che è la principale associazione di categoria degli agricoltori, chiede tra l’altro, la soppressione delle zone di divieto di trattamento ai prodotti fitosanitari (le ZNT), che fissa delle distanze di sicurezza in prossimità delle abitazioni per l’impiego di certi pesticidi.
Allo stesso tempo si oppone alla restrizione dell’uso di alcuni pesticidi e alcuni divieti di impiego di prodotti fitosanitari che sono in corso di discussione nel quadro del rinnovamento del piano Ecophyto.
Chiedono che la Francia porti a Bruxelles l’opposizione alla misura prevista dalla nuova politica agricola comune del mettere a riposo il 4% delle terre coltivabili. Una misura che riguarda soprattutto le aziende delle grandi culture cerealicole e non solo.
La FNSEA, fondata nel 1946 e comprendente la Federazione di allevatori dei bovini (FNB), punta il dito particolarmente contro gli accordi di libero-scambio e rappresenta quella parte del mondo agricolo più afferente all’agro-business ed ad un’agricoltura ad alto impatto ambientale e dei “grandi allevatori”.
È la prima organizzazione ad avere incontrato il nuovo capo dell’esecutivo, inviando lo scorso martedì un centinaio di richieste al governo, insieme ai Jeunes Agriculteurs, giovani sotto i 35 anni che hanno una azienda agricola che si dicono “apolitici ed indipendenti”, con cui costituisce la coalizione più forte.
Il loro principale rivale è la Coordination Rurale, fondata nel 1992 da agricoltori che si opponevano alla politica agricola comune in sede UE, e si collocano per così dire più “a destra” della FNSEA. Sono molto presenti ai blocchi, sono principalmente sostenuti dall’estrema destra.
La Confédération paysanne, fondata nel 1987, ha un orientamento decisamente più progressista ed è attenta ai temi ambientali, anche se condivide una parte delle richieste della FNSEA.
Integra la protesta e fa della giusta remunerazione uno degli assi centrali delle proprie rivendicazioni, in attesa di misure strutturali «con dei prezzi minimi garantiti, la regolazione dei mercati (compreso in Europa) e della gestione dei volumi».
Si lamenta dell’ascolto da parte del governo delle istanze “produttiviste” della FNSEA che «vanno a indebolire le norme e accelerare la concorrenza tra agricoltori», favorendo di fatto l’agro-business a discapito dei più piccoli coltivatori diretti.
Certamente è favorevole ad un alleggerimento dei carichi amministrativi, ma «senza che questo metta in discussione le norme che proteggono la nostra salute, i nostri diritti sociali ed il nostro pianeta».
Il movimento, partito di fatto il 18 gennaio sulla base del malessere a lungo inascoltata dello stratificato mondo rurale, è un “campo di battaglia” per le stesse associazioni di categoria che rappresentano porzioni e spaccati diversi dell’universo agricolo francese, già in parte emerso durante il movimento dei giletes jaunes.
Il tasso di povertà tra i contadini/allevatori è del 17%, più elevato che quello tra impiegati ed operai e comunque “il doppio” di quello della popolazione generale.
Una situazione aggravata recentemente dall’inflazione che ha aumentato il costo dell’energia, in particolare per ciò che concerne il “gasolio agricolo”.
Secondo uno studio, ogni giorno due agricoltori in Francia si toglierebbero la vita.
La concorrenza è sempre più pesante, aggravata dalle politiche decise dalla UE nel giugno 2022 di sostegno ai prodotti alimentari ucraini a cui sono stati temporaneamente sospese le tasse doganali nonostante non faccia parte dell’Unione e non è sottoposta alle normative vigenti per i produttori agricoli degli stati membri.
Questo combinato disposto ha prodotto una frustrazione crescente che si esprime in questo variegato movimento, la prima crisi politica del nuovo governo del Presidente Macron a qualche mese dalle elezioni europee.
Fonte
La loro parola d’ordine è l’“assedio” della capitale, senza aver posto limiti temporali alla propria azione.
Si tratta di un “salto di qualità” di questo movimento di agricoltori, il cui malessere – a livello europeo – si è espresso in precedenza in tutto il Nord ed Est Europa (Polonia e Romania), in ultimo in Germania, e che sta in parte cambiando la geografia politica in alcuni paesi come è avvenuto in Olanda.
Anche in Italia, negli ultimi giorni, abbiamo visto il blocco del casello di Orte, punto di collegamento tra l’A1 e la superstrada per Ravenna; nonché alcuni blocchi stradali in Calabria.
Domenica sera il ministro dell’interno Gérald Darmanin ha annunciato il dispiegamento di 15mila uomini delle forze dell’ordine per impedire che i trattori entrino nella capitale e nelle grandi città della Francia, arrivando a bloccare il nevralgico centro della logistica alimentare sito a Rungis, nella periferia sud di Parigi – come una parte degli agricoltori aveva annunciato – così come degli aeroporti della zona attorno alla capitale.
Finora il nuovo governo del Primo Ministro Gabriel Attal ha scelto una linea piuttosto interlocutoria con il variegato mondo degli agricoltori francesi – che va dal vero e proprio agro-business ai piccoli coltivatori diretti – e delle assai differenti sigle che lo rappresentano.
Lo stesso Darmanin, caratterizzatosi per il “pugno duro” nei confronti delle proteste contro la riforma pensionistica ed ancora di più di quelle successive all’uccisione del giovane Nahel a Nanterre, ha invitato le forze dell’ordine alla moderazione, affermando che “non dovranno intervenire nei blocchi”, ma solamente “metterli in sicurezza”.
L’“assedio” a Parigi non è l’unica azione che la categoria sta mettendo a segno, dopo aver scelto il blocco degli accessi autostradali come forma di protesta.
Proprio il capo dell’esecutivo si è recato questa domenica mattina in visita ad una exploitation maraichère nella Indre-et-Loire prendendosela con le “ingiunzioni contraddittorie” che sono a suo parere imposte al mondo agricolo.
«Si lascia ancora troppo spazio ai discorsi che non considerano gli agricoltori, che li fanno passare per dei banditi, per coloro che inquinano», ha affermato Attal, aggiungendo che «la loro considerazione è assolutamente necessaria».
Il capo dell’esecutivo ha rivendicato con fierezza il settore agricolo come parte dell’identità francese, rimarcando il fatto che ciò che è in gioco «è anche l’indipendenza e la sovranità. Vogliamo dipendere di meno dagli altri e più da noi stessi».
Il governo intende quindi incanalare le proteste all’interno di questo binario, scegliendo la via del dialogo con la maggiore coalizione di forze del settore per limitare il più possibile l’impatto dell’azione degli agricoltori; anche per togliere spazio al possibile sfruttamento della protesta, in chiave elettorale, da parte dell’estrema-destra.
Anche la Presidente del gruppo parlamentare del RN (ex-FN) e tre volte candidata alla presidenza Marine Le Pen si è recata in un’azienda agricola nel Nord (Radinghem-en-Wappes) ed ha esortato il governo a «mettere in piedi un grande piano di salvataggio dell’agricoltura» e a far «uscire l’agricoltura dagli accordi di libero scambio»
Domenica, sul canale televisivo BFM-TV, il ministro dell’agricoltura, Marc Fesneau ha annunciato delle “misure complementari” a quelle per ora annunciate da Gabriel Attal ma che saranno rivelate dall’esecutivo “da martedì”.
Lunedì mattina, poi, su France 2, Fesneau ha di fatto affermato che l’annuncio delle misure sarà anticipato per «dare prova della volontà del governo di uscire dalla crisi, ma soprattutto di portare delle risposte concrete».
Il governo aveva annunciato alcune misure “tampone” come quella di soprassedere all’innalzamento della tassa sul gasolio agricolo (GNR), di disporre gli aiuti d’emergenza agli allevatori di bovini toccati per una malattia emorragica (MHE) – il cosiddetto “Covid delle vacche” – semplificare le procedure burocratiche e fare applicare la legge EGalim, destinata ad assicurare degli introiti decente agli agricoltori.
La FNSEA, che è la principale associazione di categoria degli agricoltori, chiede tra l’altro, la soppressione delle zone di divieto di trattamento ai prodotti fitosanitari (le ZNT), che fissa delle distanze di sicurezza in prossimità delle abitazioni per l’impiego di certi pesticidi.
Allo stesso tempo si oppone alla restrizione dell’uso di alcuni pesticidi e alcuni divieti di impiego di prodotti fitosanitari che sono in corso di discussione nel quadro del rinnovamento del piano Ecophyto.
Chiedono che la Francia porti a Bruxelles l’opposizione alla misura prevista dalla nuova politica agricola comune del mettere a riposo il 4% delle terre coltivabili. Una misura che riguarda soprattutto le aziende delle grandi culture cerealicole e non solo.
La FNSEA, fondata nel 1946 e comprendente la Federazione di allevatori dei bovini (FNB), punta il dito particolarmente contro gli accordi di libero-scambio e rappresenta quella parte del mondo agricolo più afferente all’agro-business ed ad un’agricoltura ad alto impatto ambientale e dei “grandi allevatori”.
È la prima organizzazione ad avere incontrato il nuovo capo dell’esecutivo, inviando lo scorso martedì un centinaio di richieste al governo, insieme ai Jeunes Agriculteurs, giovani sotto i 35 anni che hanno una azienda agricola che si dicono “apolitici ed indipendenti”, con cui costituisce la coalizione più forte.
Il loro principale rivale è la Coordination Rurale, fondata nel 1992 da agricoltori che si opponevano alla politica agricola comune in sede UE, e si collocano per così dire più “a destra” della FNSEA. Sono molto presenti ai blocchi, sono principalmente sostenuti dall’estrema destra.
La Confédération paysanne, fondata nel 1987, ha un orientamento decisamente più progressista ed è attenta ai temi ambientali, anche se condivide una parte delle richieste della FNSEA.
Integra la protesta e fa della giusta remunerazione uno degli assi centrali delle proprie rivendicazioni, in attesa di misure strutturali «con dei prezzi minimi garantiti, la regolazione dei mercati (compreso in Europa) e della gestione dei volumi».
Si lamenta dell’ascolto da parte del governo delle istanze “produttiviste” della FNSEA che «vanno a indebolire le norme e accelerare la concorrenza tra agricoltori», favorendo di fatto l’agro-business a discapito dei più piccoli coltivatori diretti.
Certamente è favorevole ad un alleggerimento dei carichi amministrativi, ma «senza che questo metta in discussione le norme che proteggono la nostra salute, i nostri diritti sociali ed il nostro pianeta».
Il movimento, partito di fatto il 18 gennaio sulla base del malessere a lungo inascoltata dello stratificato mondo rurale, è un “campo di battaglia” per le stesse associazioni di categoria che rappresentano porzioni e spaccati diversi dell’universo agricolo francese, già in parte emerso durante il movimento dei giletes jaunes.
Il tasso di povertà tra i contadini/allevatori è del 17%, più elevato che quello tra impiegati ed operai e comunque “il doppio” di quello della popolazione generale.
Una situazione aggravata recentemente dall’inflazione che ha aumentato il costo dell’energia, in particolare per ciò che concerne il “gasolio agricolo”.
Secondo uno studio, ogni giorno due agricoltori in Francia si toglierebbero la vita.
La concorrenza è sempre più pesante, aggravata dalle politiche decise dalla UE nel giugno 2022 di sostegno ai prodotti alimentari ucraini a cui sono stati temporaneamente sospese le tasse doganali nonostante non faccia parte dell’Unione e non è sottoposta alle normative vigenti per i produttori agricoli degli stati membri.
Questo combinato disposto ha prodotto una frustrazione crescente che si esprime in questo variegato movimento, la prima crisi politica del nuovo governo del Presidente Macron a qualche mese dalle elezioni europee.
Fonte
02/11/2022
Brasile - Bolsonaro ha riconosciuto la sconfitta elettorale
Bolsonaro ha parlato ieri sera per la prima volta dopo le elezioni in cui ha perso contro Lula Da Silva, il leader del Partito dei Lavoratori, e lo ha fatto con un discorso di appena due minuti. La giornata è stata segnata da blocchi stradali da parte dei bolsonaristi e incidenti con la polizia.
Dopo oltre 44 ore di silenzio, che hanno fatto precipitare il Brasile in uno scenario di tensione sociale con centinaia di blocchi stradali e incidenti con la polizia nel sud del Paese, il presidente Jair Bolsonaro ha finalmente parlato dopo aver perso le elezioni presidenziali di domenica per uno stretto 1,8% contro Luiz Inacio Lula da Silva. Senza menzionare il suo rivale o la sua sconfitta di domenica, Bolsonaro ha iniziato il breve discorso di meno di tre minuti ringraziando i suoi “58 milioni” di elettori e, pur non ammettendo espressamente di aver perso la rielezione, ha detto: “Come presidente e cittadino continuerò a rispettare tutti i comandamenti della Costituzione”.
“Sono sempre stato etichettato come antidemocratico, ma ho sempre giocato all’interno delle quattro righe della Costituzione. Non ho mai parlato di controllare i media e le reti sociali”, ha dichiarato in un messaggio letto alla stampa presso il Palazzo Alvorada di Brasilia. In seguito, il suo ministro della Casa Civile, Ciro Nogueira, ha dichiarato che l’ex presidente Bolsonaro lo ha autorizzato ad avviare il processo di transizione con la squadra di Lula.
Per quanto riguarda i blocchi stradali, Bolsonaro ha detto che sono “il frutto dell’indignazione e del sentimento di ingiustizia per il modo in cui sono state condotte le ultime elezioni”, ma ha invitato alla moderazione nelle proteste. “Le manifestazioni pacifiche saranno benvenute, ma i nostri metodi non possono essere quelli della sinistra, che hanno sempre danneggiato la popolazione”, ha detto Bolsonaro.
Il discorso presidenziale avrebbe dovuto calmare le proteste dei sostenitori di Bolsonaro che hanno bloccato più di 400 autostrade in molti Stati brasiliani, insieme ai camionisti che chiedevano che il leader di estrema destra contestasse la vittoria di Lula (50,9%-48,1%).
Un gruppo di sostenitori di Jair Bolsonaro ha bloccato l’autostrada Castelo Branco, alle porte di San Paolo. La Polizia autostradale federale (PRF) ha segnalato più di 250 blocchi stradali totali o parziali in almeno 23 stati da parte dei sostenitori di Jair Bolsonaro.
Nelle ultime ore, Bolsonaro aveva ascoltato le raccomandazioni della sua cerchia ristretta di fare una dichiarazione il prima possibile e riconoscere il risultato elettorale.
Il capo del Tribunale Supremo Federale Gilmar Mendes e Bruno Dantas della Corte dei Conti dell’Unione hanno cercato di coinvolgere altri ministri, il presidente della Camera dei Deputati Arthur Lira, ministri del governo e presidenti di partiti politici centristi per cercare di convincere il presidente a pronunciarsi sull’esito del ballottaggio. La partecipazione di De Freitas è stata fondamentale nel convincere Bolsonaro a fare un discorso pacificatore, in quanto l’ex ministro è stato incaricato di negoziare con i camionisti durante il governo di Bolsonaro in vari momenti in cui c’era la possibilità di scioperi nel settore.
I camionisti autonomi sono una delle categorie più vicine al presidente. De Freitas ha ammesso, nel corso di conversazioni con autorità interne ed esterne al governo, che i manifestanti avrebbero lasciato le strade solo in seguito a un pronunciamento di Bolsonaro.
Il Supremo Tribunale Federale del Brasile ha dichiarato riconosciuti da Bolsonaro i risultati elettorali. Il tribunale “sottolinea l’importanza del pronunciamento del presidente nel garantire il diritto di andare e venire di fronte ai blocchi e, determinando l’inizio della transizione, riconosce il risultato finale delle elezioni”.
Fonte
Dopo oltre 44 ore di silenzio, che hanno fatto precipitare il Brasile in uno scenario di tensione sociale con centinaia di blocchi stradali e incidenti con la polizia nel sud del Paese, il presidente Jair Bolsonaro ha finalmente parlato dopo aver perso le elezioni presidenziali di domenica per uno stretto 1,8% contro Luiz Inacio Lula da Silva. Senza menzionare il suo rivale o la sua sconfitta di domenica, Bolsonaro ha iniziato il breve discorso di meno di tre minuti ringraziando i suoi “58 milioni” di elettori e, pur non ammettendo espressamente di aver perso la rielezione, ha detto: “Come presidente e cittadino continuerò a rispettare tutti i comandamenti della Costituzione”.
“Sono sempre stato etichettato come antidemocratico, ma ho sempre giocato all’interno delle quattro righe della Costituzione. Non ho mai parlato di controllare i media e le reti sociali”, ha dichiarato in un messaggio letto alla stampa presso il Palazzo Alvorada di Brasilia. In seguito, il suo ministro della Casa Civile, Ciro Nogueira, ha dichiarato che l’ex presidente Bolsonaro lo ha autorizzato ad avviare il processo di transizione con la squadra di Lula.
Per quanto riguarda i blocchi stradali, Bolsonaro ha detto che sono “il frutto dell’indignazione e del sentimento di ingiustizia per il modo in cui sono state condotte le ultime elezioni”, ma ha invitato alla moderazione nelle proteste. “Le manifestazioni pacifiche saranno benvenute, ma i nostri metodi non possono essere quelli della sinistra, che hanno sempre danneggiato la popolazione”, ha detto Bolsonaro.
Il discorso presidenziale avrebbe dovuto calmare le proteste dei sostenitori di Bolsonaro che hanno bloccato più di 400 autostrade in molti Stati brasiliani, insieme ai camionisti che chiedevano che il leader di estrema destra contestasse la vittoria di Lula (50,9%-48,1%).
Un gruppo di sostenitori di Jair Bolsonaro ha bloccato l’autostrada Castelo Branco, alle porte di San Paolo. La Polizia autostradale federale (PRF) ha segnalato più di 250 blocchi stradali totali o parziali in almeno 23 stati da parte dei sostenitori di Jair Bolsonaro.
Nelle ultime ore, Bolsonaro aveva ascoltato le raccomandazioni della sua cerchia ristretta di fare una dichiarazione il prima possibile e riconoscere il risultato elettorale.
Il capo del Tribunale Supremo Federale Gilmar Mendes e Bruno Dantas della Corte dei Conti dell’Unione hanno cercato di coinvolgere altri ministri, il presidente della Camera dei Deputati Arthur Lira, ministri del governo e presidenti di partiti politici centristi per cercare di convincere il presidente a pronunciarsi sull’esito del ballottaggio. La partecipazione di De Freitas è stata fondamentale nel convincere Bolsonaro a fare un discorso pacificatore, in quanto l’ex ministro è stato incaricato di negoziare con i camionisti durante il governo di Bolsonaro in vari momenti in cui c’era la possibilità di scioperi nel settore.
I camionisti autonomi sono una delle categorie più vicine al presidente. De Freitas ha ammesso, nel corso di conversazioni con autorità interne ed esterne al governo, che i manifestanti avrebbero lasciato le strade solo in seguito a un pronunciamento di Bolsonaro.
Il Supremo Tribunale Federale del Brasile ha dichiarato riconosciuti da Bolsonaro i risultati elettorali. Il tribunale “sottolinea l’importanza del pronunciamento del presidente nel garantire il diritto di andare e venire di fronte ai blocchi e, determinando l’inizio della transizione, riconosce il risultato finale delle elezioni”.
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