Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2022

La requisitoria di Sahra Wagenknecht e i suoi limiti

di Carlo Formenti

Il titolo del libro di Sahra Wagenknecht – dirigente storica della Linke, partito di cui è stata vicepresidente dal 2010 al 2014 – rischia di suscitare aspettative eccessive: Contro la sinistra neoliberale (Fazi editore) evoca infatti una svolta radicale, una presa di congedo netta e senza tentennamenti da ciò che le sinistre – non solo la tedesca, bensì tutte le sinistre occidentali – oggi rappresentano. Ci si aspetterebbe, insomma, di leggere una condanna senza appello, del tenore di quella contenuta nella lettera aperta di Hans Modrow alla Linke che abbiamo rilanciato su questa pagina.

Viceversa il punto di vista della Wagenknecht è più sfumato e contraddittorio. Non che manchino accenti durissimi nei confronti di quella che l’autrice definisce “sinistra alla moda”: come vedremo fra poco, la sua requisitoria è lunga, dettagliata e argomentata, così come è corretta la sua analisi delle radici di classe del fenomeno politico in oggetto. A lasciare perplessi è però il tentativo di tracciare un confine fra neoliberalismo “di sinistra” e liberalismo tour court; un approccio che legittima l’idea secondo cui il liberalismo di sinistra tradizionale, o liberal socialismo, non è il grembo che ha partorito l’attuale sinistra neoliberale, bensì qualcosa di completamente diverso, un patrimonio di idee e valori da cui si potrebbe trarre il materiale per rifondare una “vera” sinistra. Ma procediamo con ordine.

Il bersaglio della Wagenknecht sono coloro che non pongono più al centro della propria attenzione i problemi sociali e politico-economici bensì le tematiche relative allo stile di vita, alle abitudini di consumo e ai giudizi morali sui comportamenti. Per queste persone, le tradizioni e i legami comunitari passano in secondo piano, quando non sono oggetto di rifiuto e disprezzo, rispetto all’autonomia e all’autorealizzazione individuali (l’identità individuale è concepita come qualcosa che esiste indipendentemente dalla vita sociale). Trovare riconoscimento e conferma di sé viene prima di qualsiasi velleità di cambiare il mondo e la società, e in ogni caso si ritiene che il mondo e la società possano e debbano essere cambiati cambiando le parole con cui li si nomina e descrive (questa moda del politically correct, scrive Wagenknecht, è nata nelle università di élite angloamericane, imbevute delle idee dei maestri del postrutturalismo come Foucault e Derrida).

Alle lotte per l’uguaglianza subentra la santificazione della disuguaglianza, una mistica della differenza che fa sì che non ci si impegni più per ottenere l’equiparazione legale delle minoranze, bensì per rivendicare privilegi da concedere alle minoranze stesse. Di qui una svalutazione degli interessi della maggioranza che diventa un alibi per le classi benestanti, le quali che possono così astenersi dal finanziare la collettività, in quanto ai loro occhi non rappresenta più l’incarnazione di un interesse comune e condiviso. A fornire un altro alibi al liberismo economico e al suo progetto di smantellamento dello stato sociale è poi il concetto di società aperta e di cittadinanza globale, una dimensione astratta cui tutti possono accedere senza che ciò comporti coesione e aiuto reciproco. Infine, dietro le maschere dell’apertura e della tolleranza che questa gente indossa, si cela uno spirito intollerante degno della peggiore destra reazionaria: per esempio chi non condivide i valori e i dogmi della cultura Lgbt (a partire dalla negazione di ogni fondamento biologico delle differenze sessuali) non è fatto solo oggetto di disprezzo, ma di vero e proprio odio, sentimento che viene riservato a priori ai maschi bianchi della classe media.

Sinistra alla moda è definizione azzeccata: come le mode postmoderne cercano di illudere il consumatore di godere di prodotti e servizi “unici”, ritagliati su misura per le sue esigenze, che viceversa differiscono solo per qualche elemento marginale, allo stesso modo, dietro l’esaltazione delle differenze e delle singolarità individuali che sostanzia l’ideologia delle nuove sinistre, si nasconde una disarmante uniformità di gusti, idee e valori. Questo conformismo di massa, chiarisce Wagenknecht, non è un prodotto puramente culturale ma rispecchia precisi interessi di classe. Al posto di concetti come classe creativa o lavoratori della conoscenza, l’autrice usa la definizione di “nuovo ceto medio dei laureati”, ma la sostanza è la stessa: si tratta di quel 25/30% di lavoratori (1) – dipendenti, autonomi e liberi professionisti – che svolgono attività legate prevalentemente ai settori della finanza, dell’economia digitale e della comunicazione (media, pubblicità, marketing, ecc.). A marcare la distanza fra questo strato sociale da una parte e la classe operaia e le “vecchie” classi medie dall’altra, non sono solo le forti differenze salariali, sono anche differenze antropologiche (atteggiamenti, valori e stili di vita) che rispecchiano precise condizioni materiali di vita: gli uni vivono nei quartieri centrali delle metropoli, che qualcuno ha definito vetrine della globalizzazione felice (2), o nelle città universitarie, gli altri nelle periferie e/o nei piccoli centri di provincia. L’economia della conoscenza non conosce sindacati, stipendi – né tanto meno posti – fissi, percorsi di carriera predefiniti. I contratti di lavoro sono frutto di trattative individuali, mentre il rischio individuale associato a tale condizione viene esaltato come una virtù, in quanto, secondo la vulgata mainstream, questa spietata competizione di tutti contro tutti premierebbe i “giocatori” più meritevoli e coraggiosi.

Nel concetto di nuovo ceto medio dei laureati, più del termine laureati pesa l’attributo nuovo. La semplice laurea, infatti, non garantisce più di poter salire sull’ascensore sociale, in quanto le professioni meglio pagate richiedono ormai capacità che i percorsi formativi pubblici non sono in grado di trasmettere. Di conseguenza, l’istruzione superiore torna a essere quel privilegio che la massificazione degli accessi all’università sembrava avere cancellato nella seconda metà del secolo scorso, dal momento che sono solo le famiglie benestanti a poter offrire ai figli la possibilità di frequentare università di élite. Ma la selezione comincia prima, su base socio territoriale, dal momento che, come ricordato sopra, il nuovo ceto medio vive nei centri gentrificati delle metropoli, cioè in quartieri dove le scuole, dalle elementari ai licei, offrono chance ben superiori di quelle degli istituti periferici. In poche parole, il privilegio sociale è una spirale che si autoalimenta e si rafforza continuamente, aumentando costantemente la distanza fra alto e basso.

Queste distanze si rispecchiano nelle scelte elettorali: come tutte le ricerche sulla composizione sociale dei flussi elettorali confermano, oggi a votare a sinistra sono gli individui benestanti di cultura elevata, tutti gli altri votano a destra o – in misura crescente – si astengono. Wagenknecht cita il caso dei Verdi tedeschi, che hanno superato da tempo i Liberali come partito più votato dai ricchi, ma ammette che anche il suo partito, la Linke, un tempo sostenuto da un elettorato di cultura medio-bassa prevalentemente operaio, è diventato un “partito dei laureati”. Ma soprattutto si rispecchiano negli stili di vita, nei linguaggi e nelle posture ideologico-culturali. Le élite della nuova sinistra guardano dall’alto in basso “quelli che non hanno frequentato l’università, vivono in provincia e comprano da LIDL i prodotti per la grigliata per risparmiare”. Questi “sdentati” (3) usano parole che l’etichetta politicamente corretta considera intollerabili, per cui, nelle redazioni dei media, nelle istituzioni pubbliche e nelle aziende sono sottoposte a dure sanzioni sociali, al punto che “più della metà dei cittadini tedeschi non osano esprimere liberamente le proprie opinioni“ (4).

Quando questa “marmaglia”, ribellandosi contro le politiche neoliberali e le condizioni di vita che esse impongono alle classi subalterne, scende in piazza dando vita a spettacoli “indecorosi”, come le manifestazioni dei gilet gialli in Francia, degli elettori di Trump negli Stati Uniti e dei No Vax in tutto il mondo, viene bollata con accuse di neofascismo. Le sole manifestazioni accettabili sono quelle per i diritti delle minoranze Lgbt, dei migranti o per la tutela dell’ambiente, e devono essere pacifiche, allegre e variopinte come quelle di movimenti come MeTo e Friday for Future. Per inciso, nota Wagenknecht, a queste ultime non hanno partecipato più dell’80% dei giovani, mentre i due terzi dei partecipanti hanno ammesso di appartenere a un ceto sociale elevato.

Passiamo all'altra faccia dello specchio. I proletari votano a destra perché si sono convertiti in massa al fascismo, o solo perché l’assoluta assenza di empatia del nuovo ceto medio nei confronti delle loro esigenze e dei loro timori non lascia a queste persone altre alternative per esprimere la propria rabbia? Questa per Wagenknecht è ovviamente una domanda retorica che ammette solo la seconda risposta. Le radici della rabbia affondano nel venir meno di ogni senso di sicurezza e continuità. La mistica del cambiamento e del rischio che esalta il nuovo ceto medio, per i membri delle classi subalterne, che hanno bisogno di sapere che cosa accadrà domani, è viceversa associato a un angosciante senso di precarietà e insicurezza esistenziali. Nel trentennio postbellico lo Stato aveva imposto limitazioni alla corsa al profitto privato, alla cui logica aveva sottratto la sanità, l’educazione, il diritto alla casa, le comunicazioni e alcuni servizi fondamentali come elettricità, acqua e trasporti pubblici. La rivoluzione neoliberale ha spazzato via in tempi brevissimi questi presidi che garantivano sicurezza e protezione. Nei primi cinque anni del governo Thatcher è andato in fumo un terzo dei posti di lavoro industriali. Globalizzazione, decentramento produttivo nei Paesi a basso costo del lavoro, outsourcing dei servizi interni alle imprese hanno fatto il resto. Il nocciolo duro del proletariato industriale, caratterizzato da una cultura del lavoro fondata anche sull’orgoglio professionale (non si lavorava “solo per denaro ma per fare qualcosa di utile di cui andare fieri, non si voleva solo fare un lavoro ma farlo bene”), è stato rimpiazzato da un coacervo di mestieri dislocati nella logistica, nella grande distribuzione, nei servizi di cura e assistenza, tutti lavori precari, mal retribuiti e lontani dal garantire una qualche forma di soddisfazione professionale. Un capitalismo finanziarizzato, in cui il reddito proviene dalle rendite patrimoniali più che dal lavoro, ha alimentato disuguaglianze, aumento dei debiti pubblici e privati e immiserimento di massa, al punto che le aspettative di vita della classe media di un Paese ricco come gli Stati Uniti si sono drasticamente ridotte a causa del diffondersi dell’alcolismo, dei suicidi e dell’abuso di psicofarmaci.

La divaricazione alto/basso si evidenzia con particolare nettezza a proposito di temi come l’ambiente e l’immigrazione. In entrambi i casi il nuovo ceto medio e le forze politiche che lo rappresentano propongono un’analisi irrealistica del problema e soluzioni che non tengono in alcun conto gli interessi delle classi subalterne. Partiamo dall’ambiente. Le analisi dei Verdi non vanno alla radice delle cause del degrado ambientale – la logica del profitto capitalistico – ma puntano il dito contro i comportamenti individuali, alimentando l’illusione secondo cui basterebbe cambiare stile di vita per salvare il pianeta. Ovviamente a cambiare stile di vita dovrebbero essere soprattutto i poveri le cui pratiche antiecologiche vengono addebitate a ignoranza e incuria e non alla necessità di risparmiare, per cui si propone di penalizzare determinati consumi di massa (per esempio il carburante diesel) con rincari che “renderebbero nuovamente beni di lusso molti oggetti di consumo e servizi comuni cui grandi fette di popolazione non avrebbero più accesso”.

Veniamo all’immigrazione. L’ideologia delle sinistre cosmopolite che predicano l’accoglienza indiscriminata e senza limiti non fa distinzione fra chi è costretto a emigrare dai disastri provocati dall’imperialismo occidentale e chi lo fa per scelta, rimuovendo il fatto che questi ultimi non sono affatto i più poveri, che non hanno i mezzi per farlo per farlo, bensì i corrispettivi dei ceti medi emergenti dei Paesi occidentali. Così aumentano ovunque i medici del terzo mondo e i paesi poveri finanziano la formazione di specialisti che verranno sfruttati dai paesi ricchi, assistiamo cioè a un sovvenzionamento del Nord da parte del Sud che viene depauperato di forza lavoro qualificata (venti milioni di lavoratori dell’Est sono venuti in Germania dopo l’ingresso dei loro Paesi nella UE). I padroni ottengono così il duplice obiettivo di usufruire di forza lavoro a basso costo e di dividere i lavoratori, ma anche il ceto medio dei laureati ha il suo tornaconto: la disponibilità di servizi di cura alla persona garantisce infatti un aumento del loro potere d’acquisto. A pagare per tutti questi vantaggi sono i quartieri poveri in termini di concorrenza per le abitazioni, degrado delle scuole e dei servizi locali. Il fatto poi che le nuove ondate migratorie giunte in Germania negli ultimi anni dalla Siria e altri Paesi del Medio Oriente abbiano faticato a trovare lavoro e vivano di sussidi, alimenta nei ceti subalterni l’idea che questi soldi vanno a persone che non c’entrano nulla con noi né hanno lavorato per meritarsele.

Fin qui il discorso fila e, pur non apportando sostanziali novità a quanto già argomentato da altri autori, ha il merito di approfondire la situazione tedesca evidenziandone la sostanziale convergenza con quella degli altri Paesi dell’Europa Occidentale e degli Stati Uniti. Le perplessità nascono laddove, come anticipato in sede introduttiva, la Wagenknecht si sforza di riscattare il concetto di sinistra, sia riagganciandolo – acriticamente – alla tradizione della socialdemocrazia tedesca, sia temperando il giudizio sulla sinistra neoliberale nel tentativo di distinguerla dal neoliberismo economico, il che la induce a imboccare una strada che conduce a un pasticcio ideologico che ha scarse chance di contribuire alla costruzione di un’alternativa al dominio neoliberale.

Sulla conversione delle sinistre al neoliberalismo disponiamo già del contributo, fra gli altri, di autori come Nancy Fraser che ha coniato la formula neoliberismo progressista per denotare l’alleanza fra liberalismo di sinistra e liberismo economico (5), o di Wolfgang Streeck, che nei suoi lavori parla della fine della liberal democrazia dovuta al definitivo divorzio fra liberalismo e democrazia (6), ma l’approccio di Wagenknecht, forse perché è più lontana dalla cultura marxista degli autori appena citati, è decisamente meno radicale. Pur riconoscendo che fra liberalismo di sinistra e neoliberismo economico esistono molte convergenze, in quanto riflettono entrambi la visione di strati sociali che sono stati premiati dai grandi mutamenti socioeconomici degli ultimi decenni, continua a coltivare l’illusione che esista un liberalismo di sinistra non ispirato al liberismo economico. È vero che questa differenza si riduce alla disponibilità a tenere in vita un welfare “riformato”, fondato su provvedimenti come l’istituzione di un reddito di base incondizionato che, invece di promuovere politiche finalizzate al conseguimento di uno stato di piena e buona occupazione, si limitano a offrire ai poveri un’assistenza di tipo umanitario, ciò non toglie, secondo Wagenknecht, che queste differenze conservino traccia della sinistra liberale “classica”, che nulla avrebbe a che fare con l’attuale neoliberismo “progressista”.

Per sinistra liberale “classica”, Wagenknecht intende movimenti come la sinistra laburista di Corbyn e quella democratica di Sanders o, per restare in Germania, le ali di sinistra di SPD e Linke. Il che implica, secondo lei, che per rianimare una sinistra degna di questo nome, basterebbe restituire centralità al ruolo dello Stato (di questo Stato) in economia, senza che ciò debba essere necessariamente associato a un progetto di trasformazione sistemica; progetto che del resto, a partire dalla svolta di Bad Godesberg, non fa più parte della cultura socialdemocratica tedesca. La “sua” sinistra dovrebbe essere “liberale e tollerante” e collocarsi nella tradizione dell’illuminismo occidentale che l’autrice assume come un complesso di valori universali privi di connotazioni storiche e politiche (7).

Insomma Wagenknecht è una liberale (“classica”) senza se e senza ma, al punto che si compiace nello scrivere che “oggi la maggioranza dei cittadini pensa in maniera molto più liberale rispetto a pochi decenni fa, lo spirito dei tempi è solidamente liberale” e che “il nostro sistema politico è ancora liberale e bisogna sperare che continui ad esserlo”. Di più: da buona tedesca, Wagenknecht non si rifà semplicemente alla tradizione liberale bensì a quella dell’ordoliberalismo, un pensiero che esalta in quanto impegnato a limitare il potere dei monopoli e garantire le condizioni di una “sana” concorrenza e che, a suo avviso, fino agli anni Novanta, avrebbe premiato “il merito, gli sforzi per migliorarsi e l’operosità individuale”. Non una parola sul fatto che la “libera” concorrenza (Marx docet) genera monopolio, che il merito e la competizione individuale per migliorarsi sono stati la base ideologica su cui è venuta crescendo quella sinistra alla moda che giustamente le sta sui nervi. Non una parola sul fatto che la potenza e il benessere del suo Paese si fonda su un modello di sviluppo mercantilista che ha potuto sfruttare, grazie all’egemonia tedesca sulla UE, il lavoro a basso costo degli operai del Sud e dell’Est Europa. Infine rammarico per un industria tedesca che sarebbe in crisi non a causa delle contraddizioni interne al suo modello di sviluppo bensì delle “importazioni cinesi basate sul dumping”, puntando il dito contro quella Cina “che intrattiene con la democrazia e con i diritti civili un rapporto quale non ci augureremmo mai in Europa”.

In conclusione mi scappa da dire: cara Sahra non capisci che quella sinistra alla moda che giustamente ti irrita è l’erede della tradizione liberal socialista del tuo Paese che oggi ti ispira tanta nostalgia?

Note

(1) Questa percentuale ricorre in tutte le analisi della composizione sociale delle società occidentali, anche se i criteri di ricerca variano. Piketty, ad esempio, si riferisce a quegli strati sociali che più di altri hanno beneficiato delle politiche redistributive del “trentennio glorioso”, ciò che ha loro permesso di integrare il reddito da lavoro con rendite derivanti dal possesso di beni immobili e titoli di stato.

(2) A usare questa definizione è, fra gli altri, il geografo francese Christophe Guilluy, autore di una serie di opere in cui descrive la dimensione territoriale del conflitto di classe.

(3) A usare questa sprezzante definizione nei confronti delle classi inferiori è stato l’ex presidente socialista francese François Hollande.

(4) Questo fenomeno di autocensura indotto dalla pressione del discorso delle élite sull’opinione pubblica è stato analizzato dalla sociologa tedesca Noelle Neumann che lo definisce “la spirale del silenzio” (La spirale del silenzio, Meltemi, Milano 2017).

(5) Cfr. N. Fraser, Capitalismo, Meltemi, Milano 2019.

(6) Cfr. W. Streeck, Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013.

(7) La Wagenknecht respinge l’accusa che il pensiero postcoloniale rivolge alla razionalità occidentale, definendola eurocentrica e colonialista, ma se all’ideologia postcoloniale si possono rivolgere molte critiche, questa accusa è invece, piaccia o meno ai paladini dell’ideologia occidentale, un suo merito indiscusso.

Fonte

18/03/2021

Brasile - Lula libero e la clorochina elettorale!

Intervista con Achille Lollo.

L’8 febbraio il giudice del Tribunale Superiore Federale (STF), Edson Facchin, ha annullato le condanne che il giudice Sergio Moro aveva appioppato a Lula che, in questo modo, potrà essere il candidato del PT nelle prossime elezioni presidenziali del 2022.

Di conseguenza il presidente Bolsonaro cerca di far dimenticare le sue posizioni negazioniste firmando l’accordo per l’acquisto massiccio del vaccino russo e di quello cinese oltre a presentarsi in pubblico con mascherina.

Un contesto che ha subito riacceso le velleità golpiste di alcuni generali, mentre l’insicurezza per il futuro politico del Brasile divide gli industriali ed i commercianti, sempre più minacciati dalla crisi economica e impauriti da un possibile “risveglio violento delle favelas”. Una situazione diventata sempre più grave con la passività e l’incompetenza del governo, che in questa pandemia ha registrato fin qui (ufficialmente) 11,4 milioni di contagi, 277.345 decessi, raggiungendo in questa ultima settima una media di 2.150 decessi al giorno.

Una situazione drammaticamente sempre più esplosiva che merita risposte approfondite ed obbiettive che abbiamo cercato con il giornalista Achille Lollo, che durante quindici anni è stato prima il direttore delle riviste Nação Brasil e Critica Social e poi fondatore di ADIATV.

Come si spiega l’annullamento da parte del giudice del TSF, Edson Facchin, delle due condanne inferte a Lula dal giudice federale di Curitiba, Sergio Moro, nominato Ministro della Giustizia da Bolsonaro e poi dimissionario il 24 maggio 2020?

Forse pochi sanno che il giudice Facchin, per tre anni, ha mantenuto insabbiato l’elaborato presentato dalla difesa di Lula ai giudici del TSF, Mendes e Lewendosky, per poi ritirarlo fuori solo quando questi due giudici stavano preparando gli atti per processare l’ex-ministro della giustizia Sergio Moro.

Una decisione coraggiosa che i giudici Mendes e Lewendosky hanno preso quando la sconfitta di Donald Trump ha letteralmente messo in difficoltà Bolsonaro, il suo governo e soprattutto i media che giustificavano tutte le malefatte commesse da questo governo e soprattutto dal giudice federale Sergio Moro.

In pratica l’annullamento delle condanne di Lula dovrebbe essere la moneta di scambio per insabbiare il processo nei confronti del giudice federale Sergio Moro, alias ex-Ministro della Giustizia del governo del presidente Bolsonaro e capo della Polizia Federale.

Perché il ritorno di Lula, in qualità di candidato del PT nelle elezioni presidenziali del 2022, ha immediatamente riacceso la fiamma del golpismo militare?

In Brasile la fiamma del golpismo non si è mai spenta. Infatti, il 31 agosto 2015 ci fu il golpe istituzionale, detto anche Impeachment, contro la presidente del PT Dilma Russeff, grazie alla partecipazione determinante dell’ex-senatore del PT, Helio Bicudo, al velato assenso dello Stato maggiore delle Forze Armate e, soprattutto alla supervisione del Dipartimento di Stato del “Democratico” John Kerry.

Un golpe che permise a Barak Obama di consolidare pacificamente la cosiddetta “riconquista geopolitica del Brasile”, diventato con Lula e Dilma un pericoloso alleato del Venezuela bolivariano.

La seconda fiammata golpista ci fu nell'aprile del 2018, quando il comandante dell’esercito, Eduardo Villas Boas, per evitare l’approvazione della richiesta di Habeas Corpus degli avvocati di Lula da parte dei giudici del TSF, pubblicò nella rete il messaggio che aveva inviato a tutti i comandanti delle regioni militari, con il quale chiedeva di mantenersi preparati ad intervenire nel caso Lula fosse tornato libero.

È inutile ricordare che i giudici del TSF negarono la richiesta degli avvocati di difesa di Lula, che continuò a restare nella prigione federale di Curitiba.

La terza fiammata golpista fu proprio l’elezione di Bolsonaro, ottenuta con la messa in scena di un falso attentato realizzato da un falso attentatore, qualificatosi prima militante del PSOL e poi del PT. In seguito, dopo l’elezione di Bolsonaro, i giudici federali concessero la semi-liberta all’attentatore considerato pazzo!

Recentemente il generale Eduardo Villas Boas ha confermato che il governo Bolsonaro fu un’opzione politica preparata dall’Intelighenzia militare per interrompere l’affermazione governativa e politica del PT. In seguito, il generale Luiz Eduardo Rocha Paiva e il presidente del Club Militar, generale Eduardo José Barbosa hanno criticato pubblicamente la decisione del giudice Facchin, facendo capire che il ritorno di Lula nelle elezioni presidenziali del 2022 potrebbe rimettere in marcia l’intervento delle Forze Armate per difendere la cosiddetta sovranità nazionale”.

Ciò significa che se Lula vincerà le elezioni i carri armati usciranno dalle caserme?

Oggi, nei paesi che hanno sofferto gli effetti della dittatura militare, non è più necessario mettere soldati e carri armati nelle strade e praticare la cosiddetta “caccia ai sovversivi comunisti”, come negli anni '70. Purtroppo il solo ricordo dei desaparecidos, della tortura, della censura e del clima di repressione generalizzata ha prodotto degli effetti “pedagogici” determinanti.

Purtroppo quegli anni fanno ancora paura, soprattutto nel proletariato e nella classe media brasiliana, che oltre alle minacce dei militari, sempre rilanciate dai media, soffrono ogni giorno i ricatti e le angherie delle Milicias. Vale a dire di quei corpi para-militari, molti dei quali associati o al servizio dei narcotrafficanti, che controllano quasi tutti i quartieri popolari delle grandi città.

Per esempio, a Rio de Janeiro le Milicias controllano il 25% dei quartieri popolari, il che significa che 33,1% degli abitanti di Rio, vale a dire 2.300.000 di persone, devono sopportare la presenza e pagare il pizzo ai paramilitari per la cosiddetta “protezione”. Da sottolineare che i membri delle Milicias sono tutti a favore del presidente Jair Bolsonaro!

I militari potrebbero usare Bolsonaro e le Milicias per tentare di offuscare o addirittura di impedire lo svolgimento di una normale campagna elettorale con l’eventuale assalto finale in Brasile in stile Trump?

Mirelle Franco e, recentemente, altri 8 candidati del PSOL e del PT sono stati assassinati nello stato di Rio de Janeiro proprio perché denunciavano la presenza delle Milicias, soprattutto nelle favelas. L’uso elettorale dei Milicias da parte del clan Bolsonaro è una minaccia reale, che può garantire a Jair Bolsonaro circa il 15% del voto dai para-militari; nelle grandi città ricorda molto l’esperienza colombiana.

Comunque, io non mi preoccupo dell’eventuale assalto violento dei bolsonaristi neo-fascisti al Parlamento di Brasilia. Il grande pericolo sta, invece, nella campagna elettorale quando le Milicias, il narcotraffico e una buona parte delle chiese evangeliche cercheranno di comperare e di cooptare il voto popolare, riaprendo nuovamente questa piaga della storia elettorale brasiliana.

D’altra parte con la gravissima crisi economica e l’esplosione della disoccupazione provocata dalla pandemia, il voto è l’unica cosa che il povero può vendere a buon mercato!

Ci sarà un ulteriore aggravamento della crisi economica?

I due governi guidati da Inàcio Lula da Silva, oltre a dare una grande stabilità al settore pubblico avviarono massicci programmi assistenziali che, durante otto anni, hanno rinvigorito e arricchito soprattutto l’industria privata nazionale e non le multinazionali.

Il governo Bolsonaro, invece, in appena due anni ha smontato quasi tutti i programmi assistenziali, promuovendo anche lo smantellamento delle imprese statali per poi privatizzare con più facilità a “prezzi di banana”. Le colonne dell’industria brasiliana, come la Petrobras (gas, petrolio e raffinerie), l’Elettrobras (dighe, centrali e distribuzione elettrica), Banco do Brasil e Caixa Geral (banche e casse di risparmio), oltre al sistema portuale e aereoportuale, sono in via di privatizzazione.

Nello stesso tempo, per accontentare le élites della borghesia industriale e gli oligarchi agrari, il governo ha letteralmente disarticolato il sistema previdenziale, la formazione occupazionale, oltre ad aver permesso la distruzione di una buona parte dell’Amazzonia.

Dopo soli due anni di governo, i risultati sono drammatici, con la crescita record della disoccupazione; circa 13.925.000 lavoratori sono senza occupazione, vale a dire un tasso di disoccupazione del 14,1%, cui si devono aggiungere i 5.800.000 lavoratori che non cercano più lavoro vivendo di espedienti.

Una situazione che, logicamente, favorisce il proliferare del lavoro in nero, che oggi occupa 9.700.000 brasiliani e che non offre nessun spiraglio di ripresa.

In realtà il liberalismo ortodosso di Bolsonaro e del suo ministro dell’Economia, Paulo Guedes, hanno messo in ginocchio l’economia del Brasile. In seguito, con la pandemia il Brasile si è trasformato in un vero girone dell’Inferno.

Nelle ultime settimane il presidente Bolsonaro ha ascoltato le richieste dei governatori cambiando il programma di lotta al COVID-19. Farà lo stesso anche per arginare la drammatica situazione economica e sociale?

Assolutamente no, poiché ci sono grandi interessi in ballo, quelli per cui era stato eletto Bolsonaro. Infatti, se il presidente blocca le misure ultra-liberiste del suo ministro dell’economia, se per esempio mette in discussione il programma di privatizzazioni, o se introduce la tassazione sui profitti delle multinazionali, immediatamente le teste d’uovo del capitale faranno approvare in Parlamento una delle 68 richieste di Impeachment e Bolsonaro sarà dimesso e sostituito dal suo vice, cioè dal generale Hamilton Mourão.

Per questo Bolsonaro continua imperterrito nel suo programma ultra-liberista. Infatti, l’aumento della benzina del 54%, del diesel del 41,6%, associati all’aumento del 103,79% dell’olio di soia, del 76,01% del riso, del 17,97% delle carni bovine e del pollame, e in generale del 14,09% per tutti gli alimenti e le bevande, hanno colpito non solo i ceti popolari delle favelas, ma anche i settori della classe media, della piccola e della media borghesia, in particolare i commercianti delle grandi città brasiliane (São Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Salvador, Belo Horizonte e Recife).

Questi settori, molto numerosi e influenti in termini elettorali, hanno criticato duramente le decisioni del governo Bolsonaro, mettendo in discussione la competenza del ministro Paulo Guedes e l’efficacia del suo programma ultra-liberista. Nonostante ciò Bolsonaro e il suo ministro dell’Economia continuano a fare regali alle istituzioni finanziarie in cambio di un velato silenzio del mercato sullo stato di crisi in cui versa il Brasile.

L’ultimo regalo per i broker del mercato è stata la legge che concede al presidente della Banca Centrale del Brasile la competa autonomia, seguita dalla trasformazione in legge di un altro decreto presidenziale che permette l’apertura di conti correnti direttamente in dollari. In questo modo le banche brasiliane e straniere operanti nel Brasile avranno la libertà di utilizzare questi depositi per operare investimenti in paesi stranieri.

Cioè il governo ha finalmente ufficializzato l’uso del dollaro, come moneta esclusiva delle élite imprenditoriali, degli oligarchi dell’agro-bussines, dei manager delle multinazionali e logicamente dei broker delle istituzioni finanziarie del mercato, sempre a caccia di investimenti speculativi in combutta con le banche dei paradisi fiscali. Una legge che permetterà soprattutto ai narcos di lavare gli ingenti profitti illegali con più facilità.

L’aggravamento della crisi economica e l’arrivo di una terza ondata di COVID-19, potranno destabilizzare la campagna elettorale dei partiti che continuano a sostenere la rielezione di Bolsonaro?

Certamente, visto che il blocco politico che si era formato nel 2018 per eleggere Bolsonaro, attualmente, ha sofferto profonde fratture. I partiti del centro-destra, con l’aiuto dei gruppi mediatici, in particolare la TV Globo ed il giornale Folha de São Paulo, hanno cercato di promuovere nuovi leader politici, capaci di arginare la crisi e far sognare i brasiliani.

Però le promesse del governatore dello stato di São Paulo, João Doria, o quelle del lider del PSDB, Aécio Neves, sono subito svanite, poiché non hanno alcun presupposto programmatico. Nello stesso tempo, sia Doria che Neves non sono leader di spessore nazionale; cioè, sono molto votati negli stati di São Paulo e Minas Gerais, ma risultano degli emeriti sconosciuti negli stati del nordest brasiliano. Inoltre ambedue sono privi di un’esperienza governativa.

Anche nei partiti di destra c’è molta confusione. Gli elementi politici che ancora li mantiene fedeli a Bolsonaro sono due: l’assenza di leader capaci di sostituire Bolsonaro e la crescita del sentimento fascistoide e razzista anti-PT, subito dopo il ritorno politico di Lula nella partita elettorale del 2022.

Altro fattore determinante, che oggi preoccupa molti settori della borghesia brasiliana, è la comprovata incompetenza governativa degli otto ministri militari presenti nel governo di Bolsonaro e dei 2.500 ufficiali superiori che occupano la direzione o incarichi di grande responsabilità, in 21 settori del governo federale.

Comunque, quello che ha ferito maggiormente l’opinione pubblica è stato l’operato irresponsabile del ministro dell’Ambiente, Riccardo Salles, e l’incompetenza del ministro della Salute, il generale Eduardo Pazuello, che i giudici del TSF stanno indagando per aver provocato la morte di migliaia di brasiliani nello stato di Amazonas con la distribuzione della clorochina al posto dei vaccini.

Cosa sta succedendo all’interno delle Forze Armate? Accetteranno la possibile sconfitta di Bolsonaro o, come nel 2018, cercheranno di essere i grandi garanti dell’ordine repubblicano per poi far pesare in termini elettorali la propria autorità?

Anche nelle Forze Armate la situazione è complicata, nel senso che da un lato abbiamo le dichiarazioni pseudo-golpiste del Clube Militar di Rio de Janeiro, che rappresenterebbe l’intelighencia degli ufficiali con cinque stelle. Dall’altro abbiamo le differenti posizioni degli ufficiali delle caserme delle regioni militari brasiliane (maggiori, capitani e tenenti) che, essendo in maggioranza figli di una classe media delusa e impoverita, cominciano ad avere profonde divergenze con l’élite militare. Che poi è quella che ha ricevuto immensi favori finanziari da Bolsonaro.

Questo fatto escluderebbe la certezza e l’efficienza operativa per realizzare un golpe militare subito dopo l’eventuale vittoria elettorale di Lula. Invece è certo che che il peso politico dei militari crescerà se durante la campagna elettorale i gruppi neo-fascisti bolsonaristi, protetti dalle Milicias, cominceranno a far uso della violenza per provocare nelle piazze lo scontro con l’elettorato del PT.

In quel caso i generali a cinque stelle riuscirebbero a riunificare le Forze Armate intervenendo per salvaguardare il cosiddetto “ordine democratico repubblicano”.

In realtà, il Brasile, nel 2022 potrebbe soffrire gli effetti nefasti di una Strategia della Tensione, che permetterebbe ai media di manipolare il regolare andamento delle elezioni presidenziali, invocando l’intervento “pacificatore” delle Forze Armate presentandole, per assurdo, come “salvatorici della patria”!

Un pericolo che Lula ha subito capito, motivo per cui il suo primo discorso politico è stato abbastanza moderato.

È per questo motivo che il Fronte della Sinistra è stato sostituito dal Fronte Ampio?

Certamente! Anche perché, in questi ultimi due anni, il Fronte delle Sinistra è stato un buon esercizio di retorica politica, presentato dai vari dirigenti dei partiti riformisti del centro sinistra, senza produrre aggregazione concrete.

Molti analisti politici, tra cui lo stesso José Luis Fiori, affermano che soltanto la candidatura di Lula potrà evitare la frammentazione dei partiti del centro-sinistra e della cosiddetta sinistra, ammesso che ancora si possa parlare di sinistra.

A questo proposito ricordo che lo storico dirigente comunista del PCdoB, Aldo Rebelo, è passato nel PSB soltanto per avere la certezza di essere rieletto deputato nel 2022! Da ricordare che Rebelo fu il ministro della difesa nel primo governo Lula!

Per questo motivo i leader del centro-destra, che rappresentano una parte della borghesia industriale e di molti settori della classe media urbana, come João Doria, Rodrigo Maia, Bruno Covas e lo stesso Aelcio Neves, appoggiano la creazione di un Fronte Ampio insieme al PT di Lula, al PDT di Ciro Gomes, al PCdB di Luciana Santos, il PSB di Carlos Siqueira ed il PSOL di Luiz Araujo.

Come spieghi il discorso moderato di Lula associato al mantenimento della bandiera rossa con lo stellone giallo da parte del PT?

Il simbolismo politico ha sempre giocato un ruolo importante nel marketing elettorale del PT. Per esempio, nel 2002, la direzione del PT, controllata dal gruppo di Lula chiamato Articulação, per sbiadire l’immagine sinistrorsa del partito, cambiò la storica bandiera rossa con una bianca, utilizzando una stellina rossa, o a volte una viola quando il pubblico era femminile o LGBT.

Comunque bisogna chiarire che Lula, come pure tutta la corrente maggioritaria del PT e della confederazione sindacale CUT, cioè Articulação, non sono mai stati marxisti. Negli anni ottanta erano dei sinceri riformisti socialdemocratici, molto legati alla socialdemocrazia tedesca e olandese e alla CGIL italiana.

Oggi, invece sono dei perfetti social-liberisti che vogliono condividere con la borghesia e il mercato la responsabilità di amministrare il Brasile. Una caratteristica politica che ha motivato e accelerato la trasformazione politica e ideologica di personaggi storici come José Dirceu, José Genoino e la stessa Dilma Rousseff, che furono le colonne del marxismo rivoluzionario negli anni della resistenza alla dittatura militare.

Nel 2002 il discorso di Lula e del PT fu ugualmente moderato, poi espresso con la famosa Carta aos Brasileiros (Lettera ai Brasiliani). Un documento programmatico che si rivolgeva non ai lavoratori, ma ai banchieri e agli industriali preannunciando una pace sociale, in cui il nuovo governo del PT avrebbe fatto di tutto per modernizzare il capitalismo selvaggio brasiliano.

Un’operazione che Lula realizzò con successo insieme al suo vice, rappresentato dall’industriale del settore tessile del Minas Gerais, José Alencar.

Oggi, nel PT è trapelato che nel 2022, quasi certamente, il vice di Lula sarà la leader dei commercianti, Luiza Trajano, proprietaria della rete di negozi Magalu e Magazine Luiza!

Ciò significa che il discorso moderato di Lula preannuncia un governo ugualmente moderato, in cui i partiti del centro sinistra divideranno le poltrone con quelli del centrodestra?

Molti, oggi, si scandalizzano per questo Fronte Ampio comandato da Lula e dal PT. Però c’è da dire che questo Fronte Ampio è il limite massimo per il PT e dello stesso Lula in termini politici e ideologici. Vale a dire: l’intercalassimo classico, la difesa dei principali interessi del capitalismo brasiliano, la dipendenza dagli USA, la presenza soffocante delle multinazionali, il mantenimento dei privilegi finanziari per il mercato... il tutto condito con un rinnovato assistenzialismo, qualche decisione ecologica di effetto per controllare la massa di poveri e illudere gli ambientalisti.

D’altra parte, tutti i partiti riformisti, primo fra tutti il PT e il PCdoB, non vogliono minimamente rinunciare ai benefici offerti dal parlamentarismo, sia a livello federale sia statale e municipale. Cioè nessun dirigente vuole perdere la poltrona e il ricco stipendio per difendere la realizzazione di profonde riforme strutturali che cambierebbero il Brasile.

Motivo per cui la retorica e il simbolismo sinistreggiante continuerà per impedire l’esplosione delle favelas sempre più impoverite, mentre nelle sale del potere si realizzeranno norme e programmi per salvaguardare il profitto dell’agro-bussines e dei differenti settori industriali.

D’altra parte, bisogna ammettere che il PT, senza questo Frente Ampio e senza il discorso moderato di Lula, si fermerebbe al 32%! Per questo motivo, Lula, da buon animale politico, ha aperto il gioco delle alleanze con i partiti del centro-destra, tanto è vero che la Borsa di Valori brasiliana (BOVESPA), subito dopo il discorso moderato di Lula ha reagito positivamente chiudendo le operazioni con un attivo del 1,30%, mentre il valore del dollaro è sceso del 5,6%.

Ma il MST, il MTST e soprattutto il PSOL, che con la scissione del PT avrebbe dovuto mobilizzare l’elettorato di sinistra del PT, che ruolo avranno nelle prossime elezioni?

In realtà giocano un ruolo da leone, anche se però si tratta di un leone fondamentalmente vegetariano e con i denti cariati! Cioè è un leone simbolico che non morde! Basti pensare che la leader storica del PSOL, la ex-senatrice Heloisa Helena, icona troskista della IV Internazionale, per continuare ad essere eletta nella città di Maceiò ha abbandonato il PSOL per unirsi al partito di Marina Silva – altra storica traditrice del PT e degli ideali di Chico Mendes – diventando anche evangelica per captare i voti del bigottismo pentecostale.

Purtroppo nel PT, nel PDT, nel PCdB e nello stesso PSOL la macchina elettorale ha preso il posto della storica e ideologica direzione nazionale.

Tutto è in funzone dei risultati elettorali. Nei partiti si è formata una macchina che è un aggregato dei numerosi apparati creati dalle correnti (soprattutto quelle troskiste nel PSOL) che in questo modo si fanno reciprocamente la guerra nella cosiddetta “lotta interna per il controllo del partito”.

Con gli anni questi apparati elettorali hanno monopolizzato e frammentato la militanza, “professionalizzando” i suddetti apparati, sempre più retribuiti e sperimentati nel trasformare le correnti in autentici partitini all’interno del PSOL.

Purtroppo la voracità della macchina elettorale ha inghiottito anche lo storico dirigente del PSOL di Rio de Janeiro, Marcelo Freixo, che portava avanti un discorso di pura rifondazione socialista del partito. Un contesto che a Rio de Janeiro, la cosiddetta lotta interna delle correnti troskiste, ha determinato l’abbandono politico di Renato Cinco, uno dei più validi giovani leader della sinistra alternativa di Rio de Janeiro. Per cui il Fronte Ampio sarà accettato anche dal PSOL se Lula gli garantirà una partecipazione nel governo federale.

Nel marasma pantanoso del “riformismo progressista”, il MST di João Pedro Stedile cerca di mantenere aperto il discorso sulle storiche riforme formulate dalla sinistra nel 1979, subito dopo il ritorno alla democrazia. Vale dire la riforma dei media, la riforma politica dei partiti, la riforma fiscale e soprattutto la riforma agraria. Riforme che se approvate dal Parlamento cambierebbero la struttura sociale ed economica del Brasile, rivelandosi un autentico colpo rivoluzionario. Per questo restano li, scritte e sognate, nel limbo della sinistra brasiliana.

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23/02/2019

La “mossa” del Cinese

Si era parlato di lui nei giorni scorsi come candidato “forte” (in verità più nei corridoi che pubblicamente), ma con l’intervista di oggi a il manifesto, Sergio Cofferati è tornato a materializzarsi nello scenario politico della cosiddetta “sinistra” in previsione delle elezioni europee. E il “Cinese” lo ha fatto alla sua maniera, andando dritto al problema e sparecchiando il tavolo su ogni illusione che in Italia ci potesse essere una “sinistra” diversa da quella impaludatasi da anni.

Cofferati infatti ha in mente una lista europeista in salsa rosso-verde “che vada da Rifondazione comunista, Sinistra italiana, Diem, Possibile ai Verdi”. Ma che tenga fuori Potere al Popolo e qualsiasi interlocuzione europea che non sia compatibile all’europeismo riformista (come Melenchon e la France Insoumise per esempio).

Nell’intervista Cofferati lo chiarisce con nettezza: “De Magistris, per ragioni a me incomprensibili ha provato a mettere insieme formazioni incompatibili fra loro. Fra queste Prc, Si, L’Altra Europa, Diem, Possibile, fanno riferimento al partito della sinistra europea e sono europeiste. Invece Potere al popolo ha un orientamento distruttivo verso l’Europa. Non c’era convergenza possibile.”

Distruttivo? PaP è contro i Trattati, proprio come le altre forze di quel tavolo.

“Noi siamo contro alcuni Trattati. PaP non c’entra con il partito della sinistra europea, ne è un feroce oppositore, come il francese Mélanchon a cui si collega, che è contro l’Europa”.

Bisogna ammettere che “il Cinese” dice con chiarezza l’esatta ragione della discesa in campo della “sua” coalizione nel mentre le stesse forze stavano dialogando con il sindaco di Napoli: impedire che “alla sinistra” del Pd si realizzasse – anche sul piano elettorale – un qualcosa di davvero dirompente, ossia capace di indicare con nome e cognome il vero “potere politico” negli equilibri di questo Continente. E quindi di proporne la rottura come condizione minima indispensabile per realizzare una qualsiasi politica economica e sociale a favore delle classi popolari.

Appare dunque fin troppo evidente come l’uscita di Cofferati sia la “rivendicazione” di aver lavorato con successo, insieme ad altri, per costruire sulle elezioni europee un’altra ipotesi rispetto a quella di cui si va discutendo da mesi; una lista classicamente “europeista senza se e senza ma”, con qualche tiepida velleità di revisione di alcuni trattati (quali però, non è mai stato dato sapere: Maastricht, Six Pack, Two Pack, Mes, Fiscal Compact, Dublino, il complessivo impianto del Trattato di Lisbona, etc.), o comunque una operazione tesa a far fallire l’ipotesi di lista elettorale su cui sia Potere al Popolo sia De Magistris avevano provato – con maggiori o minori aspettative – a lavorare.

Nella giornata di ieri avevamo parlato di tavoli di discussione multipli e a geometrie politiche variabili nelle varie anime della “sinistra”, dal ritorno della “Ditta” alla direzione del Pd, alle centrifughe anime di Si e Leu e quant’altro. Come al solito la realtà ha superato la fantasia.

Come abbiamo scritto in molte occasioni, le elezioni non sono sempre un certificato di esistenza in vita, perpetuando sulle solite modalità rischiano di diventare un certificato di morte, politica ovviamente.

C’è urgenza di un’altra visione politica e della ricostruzione di nuove forme di interconnessione e rappresentanza con i settori popolari devastati dalla crisi e dall’impoverimento, settori che hanno affidato il loro rancore sociale alle forze che hanno costruito un governo anomalo. Un governo che porta dentro di sé la brutalità dei governi di centro-destra e contemporaneamente la capacità di ammortizzazione sociale dei governi di centro-sinistra. Un combinato disposto micidiale.

Per romperlo serve molto di più delle mosse del Cinese, in Italia come a livello europeo. Anzi, l’esatto opposto. E la rottura del quadro esistente è un presupposto decisivo per costruire e indicare qualsiasi alternativa popolare, democratica e internazionalista degna di questo nome.

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22/10/2018

La sinistra europea sta morendo: e se lo merita

Di fronte al processo di globalizzazione neo liberista la sinistra europea (limitiamoci a questa area) si è divisa in tre aree:

a. la sinistra “riformista” (o, se volete, socialdemocratica) che ha accettato supinamente la rivoluzione neo liberista, non opponendo alcuna resistenza e cercando maldestramente di ritagliarsi uno spazio di sinistra interna al sistema. In questo processo di omologazione, questa sinistra ha cessato di essere socialdemocratica (e lo ha dimostrato accettando la demolizione un pezzo alla volta del welfare) per diventare semplicemente liberale, pur se con vaghissime aspirazioni socialeggianti.

La cosa è andata avanti per un quindicennio, sinché la creazione di denaro bancario ha dato la sensazione di un sostitutivo del welfare state, poi è arrivata la grande crisi e, con essa, la stretta che ha frantumato il ceto medio, spinto sotto la soglia di povertà gran parte delle classi lavoratrici e precarizzato tutta la forza lavoro giovanile. Ed in breve è stato evidente che nell’ordinamento neo liberista non c’è spazio per una sinistra riformista. I vari partiti dell’Internazionale “Socialista”, per salvare il sistema, hanno abbracciato senza fiatare le politiche di austerity che hanno massacrato la loro base sociale la quale, a lungo andare, li ha abbandonati riducendoli sotto il 15% (e talvolta sotto il 10%) in Grecia, Austria, Francia Spagna e, fra non molto, Italia.

Il deflusso è andato ad alimentare la rivolta “populista” che accomuna cose molto diverse fra loro. Di fatto, l’unica sinistra possibile in questa fase storica è la sinistra antisistema: se vuoi sostenere decenti politiche sociali, non puoi accettare questo ordinamento e devi predisporti alla battaglia frontale contro l’ipercapitalismo finanziario, magari sperando di poterci arrivare con i mezzi usuali della lotta politica.

b. la seconda area è stata quella semi radicale (Rifondazione Comunista, Linke, Izquierda Unida, Siryza ecc.) che ha ritenuto non ci fossero le forza per una scontro frontale con il sistema ed ha scelto una linea di “guerra di posizione”, cercando di cedere meno terreno possibile e, a questo scopo, ponendosi come “gruppo di pressione” verso la sinistra riformista, con la quale tentare una qualche alleanza.

Schema non meno sbagliato del precedente: in primo luogo perché noi siamo in una fase di guerra di movimento, nella quale non ci sono trincee nelle quali resistere. In secondo luogo perché non comprendeva la natura sociale e politica della ex sinistra socialista diventata ormai liberale ed interna al sistema liberista. Il risultato è stato che la sinistra semiradicale non ha fatto alcuna alleanza con quella “riformista” ma ha fatto solo da sgabello ad essa (basti citare l’esperienza del governo Prodi, costata la pelle a Rifondazione Comunista che prosegue in una inutile esistenza senza riuscire neanche a chiedersi dove ha sbagliato e perché). Soprattutto, l’errore di base è stata la mancata comprensione delle caratteristiche di questo nuovo capitalismo, che, a sua volta ha determinato la totale incomprensione della crisi, verso la quale questa area non ha saputo proporre alcuna politica. E lo dimostra il fatto che la protesta montante ha premiato le nuove formazioni “populiste” e non questa sinistra semi radicale che non interessa nessuno. In Italia è ridotta a brandelli insignificanti, in Spagna e in Germania vivacchia.

Il caso più clamoroso è quello della Grecia, dove la formazione semi radicale è giunta al governo, promettendo il superamento dell’austerity salvo vendersi anima e corpo ed eseguire fedelmente i diktat della Troika, per non aver avuto il coraggio di andare allo scontro. E la conseguenza di questa disfatta morale prima ancora che politica è stata l’infelice esperienza della lista Tsipras varata in Italia, della cui esistenza non abbiamo avuto modo di accorgerci in questi quasi cinque anni per la totale assenza di ogni iniziativa.

c. la terza area è stata quella che definiamo “sinistra radicale” (centri sociali, gruppuscoli di radice maoista o trotskjista, vecchi Pc come quello portoghese o quello greco, pezzi di sindacato ecc.) che hanno assunto una posizione dichiaratamente antisistema, ma, haimè, puramente verbale e declamatoria. Non sono mancati sporadici movimenti di protesta, rivendicativi o territoriali (vedi il movimento No Tav o singole ondate di protesta salariale in Francia ecc.) ma tutto questo non fa una politica. E’ la riproposizione del vecchio “basismo” sessantottino, tentativo generoso ma votato alla sconfitta. Ed anche questa area, come la precedente, deve chiedersi perché la protesta ha premiato i “populisti” e non ha riversato neppure un rivolo di consensi in questa direzione.

Di fatto questa area non si dimostra in grado di uscire da un disperato minoritarismo e di darsi una cultura politica degna di questo nome.

Tutte tre queste aree pagano il prezzo di aver cessato qualsivoglia lavoro teorico: ma senza teoria non c’è cultura politica e, senza cultura, non c’è né analisi né progetto. I “riformisti” hanno sostituito il pensiero politico con le serate nei salotti della finanza o frequentando i think tank del potere (come l’Aspen, la Trilateral o i loro più modesti succedanei nazionali). La sinistra semi radicale si occupa solo di formazione di liste, di organigrammi e di distribuzione delle sempre più magre risorse. La sinistra radicale ha conati in questo senso ma che si spengono subito per l’incapacità di interloquire con chi non faccia parte della ristrettissima cerchia di ciascun gruppo.

Qualche novità positiva non manca: Corbyn in Inghilterra, Melenchon in Francia ad esempio, ma speriamo non rifacciano gli errori di chi li ha preceduti. Ne riparleremo, per ora le espressioni conosciute della sinistra, chi per un motivo e chi per un altro, possono tranquillamente dichiarare bancarotta.

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18/07/2017

L'altra Europa e le illusioni riformiste

Il numero di maggio-giugno della rivista “Il Ponte” è intitolato “Un’altra Europa”, per cui il lettore si aspetta le consuete argomentazioni delle sinistre radicali che auspicano un’evoluzione democratica delle istituzioni comunitarie e/o una svolta di centottanta gradi nella politica economica dell’Unione. Ma gli oltre dieci articoli raccolti nel fascicolo vanno in tutt’altra direzione: queste illusioni riformiste vengono infatti criticate da vari punti di vista; in particolare a partire: 1) dall’analisi della natura costitutivamente oligarchica della Ue e dei principi e valori dell’ordoliberalismo tedesco che ne ispirano il progetto; 2) dalla messa a fuoco delle contraddizioni del processo di globalizzazione e del conseguente acuirsi del conflitto interimperialistico fra grandi potenze; 3) dalla presa d’atto della natura neocoloniale della relazione fra Germania e Paesi della area mediterranea e dell’Est europeo; 4) dall’affermazione della necessità di rompere con la Ue e di dare avvio a processi alternativi di aggregazione fra Paesi periferici.

Per ragioni di spazio, non posso dare conto di tutti gli articoli e delle argomentazioni dei rispettivi autori, per cui mi concentrerò in particolare sui temi trattati negli interventi di Ernesto Screpanti, Luciano Vasapollo e Giorgio Cremaschi, nonché in quello firmato congiuntamente da Marco Baldassari, Diego Melegari e Stefano Zai.
 
Mi pare opportuno partire dal ruolo che l’ossatura ordoliberale dell’architettura comunitaria attribuisce allo Stato (vedi Melegari, Baldassari e Zai). Contrariamente alla tesi di chi ritiene di cogliere l’errore” della politica economica europea nel ritorno al dogma dello stato minimo, tipico del liberismo classico, e pensa che tale errore sia correggibile attraverso il ritorno a politiche neokeynesiane, si insiste giustamente (sulle tracce di autori come Dardot e Laval) sul fatto che la visione ordoliberale, adottata fin dalle origini dalla Germania postbellica, nega al contrario la capacità del mercato di autoregolarsi e affida allo Stato uno Stato forte dunque! – il ruolo di definire un quadro giuridico istituzionale, una vera e propria “costituzione economica”, nel quale i fattori economici possano esplicarsi correttamente (stabilità dei prezzi, protezione della concorrenza da sostegni pubblici e interventi “lobbistici” dei corpi intermedi come i sindacati). La politica non deve dunque compensare gli effetti del mercato (di qui l’obiettivo di smantellare il welfare) ma garantire il libero sviluppo di un’economia che – in quanto “economia sociale di mercato” – si presenta come un vera e propri utopia, una economia “morale” fondata su un mix di spirito imprenditoriale, valore comunitario e ordine sociale armonico. Questa funzione di governance (più che di governo in senso classico) non necessita di legittimazione, per cui le critiche alla scarsa democraticità delle istituzioni europee, o alla presunta incompletezza del processo di unificazione politica cadono letteralmente nel vuoto: l’Unione non è uno stato federale “incompiuto”, bensì una superstruttura parastatale che ha il compito di gestire una governance multilivello, una superstruttura rispetto alla quale i trattati assumono valore costituzionale, funzionano come “una costituzione senza stato e senza popolo”. Di fronte a tale realtà l’unico argomento che consente alle sinistre radicali di coltivare l’illusione riformista di poter democratizzare questa Europa è il dogma (fedele a una sorta di internazionalismo astratto che sconfina nel cosmopolitismo borghese) secondo cui il piano sovranazionale sarebbe l’unico sul quale è possibile rappresentare gli interessi delle classi subalterne.

Un secondo punto che ricorre in diversi articoli riguarda la relazione semicoloniale fra la Germania e gli altri Paesi, mediterranei e dell’Est, dell’Unione e la “necessità” di tale relazione, imposta dai rapporti di forza fra grandi potenze in conflitto reciproco sul mercato globale. Il processo di globalizzazione è stato a lungo trainato (cfr. l’articolo di Screpanti) dalla sostanziale convergenza di interessi fra Stati Uniti e Cina: da un lato, la politica americana di espansione della domanda aggregata che alimentava la crescita di consumi, investimenti e importazioni gonfiando il debito pubblico e privato (e facendolo pagare agli altri Paesi grazie all’egemonia del dollaro), dall’altro, il mercantislismo cinese che sfruttava la politica americana per alimentare i vertiginosi tassi di crescita del proprio surplus commerciale. La crisi, argomenta Screpanti, ha rotto questi equilibri, inducendo quasi tutti i Paesi ad adottare forme di mercantilismo difensivo che tendono a rallentare lo sviluppo, nella misura in cui rallentano la domanda mondiale di importazioni. Secondo Screpanti, non è tuttavia corretto parlare di fine della globalizzazione, in quanto il processo di internazionalizzazione delle grandi imprese prosegue, anche se entra in contraddizione con il nazionalismo dei grandi stati. In questo contesto la Germania, il cui modello di sviluppo è stato fin dall’inizio basto sulle esportazioni, tende ad accentuare ulteriormente la pressione sugli altri Paesi dell’Unione imponendo (Cfr. Luciano Vasapollo) una divisione del lavoro che assegna ai Paesi mediterranei il ruolo di importatori, mentre trasferisce all’Est il sistema industriale per ridurre ulteriormente il costo del lavoro. Del resto il mito della convergenza delle economie nazionali dell’area Ue è tramontato da tempo, di fronte alla forbice che vede un Nord che cresce rapidamente grazie ai surplus commerciali , opposto a un Sud che cresce lentamente, ha elevati tassi di disoccupazione, debiti pubblici in aumento, bilanci commerciali in deficit e subisce un processo di deindustrializzazione. Ormai è evidente che l’euro è lo strumento che ha consentito alla Germania di imporre ai soci di finanziare i suoi squilibri di bilancio (soprattutto dopo l’unificazione con l’Est), di costruire un nuovo proletariato industriale per le sue multinazionali e di esercitare un inedito colonialismo interno al polo europeo per sostenere le proprie ambizioni di potenza emergente a livello globale.

Di fronte a tale scenario, che rende irrealistico qualsiasi progetto di riforma di questa Europa, tutti gli articoli sostengono l’inevitabilità, per quelle forze politiche che intendano realmente rappresentare gli interessi delle classi subalterne, di lavorare per la rottura della Ue anche prendendo in considerazione l’ipotesi di un’uscita unilaterale (Italexit) del nostro Paese – uscita che, scrive Screpanti, mentre rappresenterebbe un processo dirompente per tutta l’Unione, non deve farci dimenticare che implicherebbe un prezzo elevato da pagare. Nel suo articolo Screpanti spiega con quali strumenti, a suo parere, sarebbe possibile ridurre entro limiti accettabili il costo della inevitabile crisi successiva a una rottura. Non ho qui lo spazio per sintetizzarne le complesse argomentazioni sul tema. Tema che Vasapollo affronta da un altro punto di vista, sviluppando la prospettiva della costruzione di un’Europa dei popoli mediterranei in analogia all’alleanza politico-economica messa in atto dalle rivoluzioni bolivariane in America Latina.

Più breve, di taglio più politico, forse meno ricco di argomentazioni tecnico giuridiche e tecnico economiche ma decisamente efficace l’articolo di Cremaschi. Qui il tema della crisi della globalizzazione viene – a mio parere giustamente – affrontato meno dal punto di vista delle contraddizioni “oggettive” del sistema, e più da quello della perdita di consenso delle masse popolari nei confronti delle élite che hanno governato il processo negli ultimi decenni. A causa della crisi, gli avanzi della ricchezza accumulata non hanno più potuto essere ridistribuiti, aggravando ulteriormente gli effetti di una guerra di classe dall’alto che già aveva falcidiato occupazione, salari e welfare, per cui non è un caso se la rivolta è partita proprio in quei Paesi – Stati Uniti e Inghilterra dove quasi mezzo secolo fa è iniziata la controrivoluzione liberista. Che poi questa rivolta abbia assunto connotati di destra (senza dimenticare tuttavia il caso Sanders!), sia stata cioè egemonizzata da forze che affidano ogni soluzione a un leader, si concentrano esclusivamente sulla lotta alle caste corrotte, dirottano la rabbia popolare sui migranti ecc. non toglie nulla al fatto che questo dissenso politico di massa sia il punto da cui è necessario partire per produrre qualsiasi cambiamento reale. Le sinistre radicali che continuano ad allearsi alle socialdemocrazie in via di estinzione, o pienamente convertite al liberismo, si autocondannano alla ininfluenza più assoluta, viceversa, chi desidera veramente cambiare le cose deve necessariamente misurarsi con “l’onda populista”. Perché il vero problema ormai non è se ma come usciremo dalla globalizzazione. Infine, per quanto riguarda l’Italexit, Cremaschi invita a non avere paura di affermare che la rottura con la Ue deve puntare alla sovranità popolare e democratica del nostro Paese, e ribadisce (punto sul quale mi pare che tutti gli autori del numero concordino) che la rottura dev’essere concepita come un momento di transizione verso un nuovo sistema economico e politico “che non è ancora socialista ma non è più neoliberista”.

16/04/2017

L’Iran di Rohani, convergenza di passato e futuro

Mentre si presentano le candidature alla presidenza iraniana - c’è tempo sino a domani quindi entro il 26 aprile il Consiglio dei Guardiani esporrà il suo parere - l’unica figura di spicco sicura al giudizio delle urne è il presidente uscente Rohani. Una sua rielezione è probabile. Dal 1981 l’elettorato ha sempre offerto un secondo mandato a chi veniva scelto nel quadriennio precedente e l’eterna sfida fra riformisti e conservatori, rilanciata anche stavolta, ha vissuto momenti alterni. Hassan Rohani appartiene a una categoria che, comunque, ha una tradizione nell’Iran khomeinista, quella dei pragmatici. Che ha avuto in Rafsanjani un campione di diplomazia divisa sul fronte dell’osservanza ai dogmi khomeinisti, aperture a una certa privatizzazione di attività commerciali e imprenditoriali e pure patteggiamenti coi riformisti radicali, quei Mousavi e Karoubi, che quattro anni fa grazie ai suoi buoni uffici hanno condotto il voto riformista e giovanile verso Rohani. Allora venne battuto il candidato dei Pasdaran Qalibaf. Da quell’esperienza il fronte conservatore ha imparato una lezione: evitare le divisioni, tant’è che scommetterà su uno o due elementi. Per ora Qalibaf ha rinunciato, gli oltranzisti saranno rappresentati Rajsi, custode del santuario Imam Reza a Mashad e Baqaei, che fu capo staff di Ahmadinejad. La notizia che quest’ultimo ha lanciato una nuova candidatura sembra una mossa sviante, perché nessuna ‘istituzione’ l’accetterà. Nel 2013 i tradizionalisti frammentarono il voto attorno a tre figure, più o meno conservatrici, laiche e clericali. Credevano che i quorum elettorali fossero più bassi, vista la dichiarazione di astensione proclamata fino alla vigilia dai riformisti di quella che era stata l’Onda verde. Invece la convergenza dei consensi radicali sul ‘centrista’ diplomatico Rohani li mise all’angolo.

Ora la partita si riapre e il presidente uscente, che ha avuto momenti di ampio successo e credito soprattutto per l’uscita dalla nerissima fase delle sanzioni (non è terminata perché sulle finanze del Paese pende il blocco delle transazioni bancarie) viene giudicato pure sul versante economico. E’ vero che il Pil è in ripresa e segna un invidiabile 7.2% ma diversi analisti, anche i non detrattori verso il regime degli ayatollah, descrivono la situazione attuale come malaticcia. C’è molta progettualità, diverse pianificazioni che riguardano, ad esempio, pure il nostro Paese che ha proposto investimenti nelle infrastrutture di trasporti e sanità. Sono progetti firmati col governo Renzi per la creazioni di linee e treni superveloci (se ne occupano Gavio e Trenitalia) su tratte d’interesse turistico fra Teheran, Qom, Esfahan, Mashhad, e l’edificazione di strutture ospedaliere affidate alla Pessina costruzioni, società del gruppo imprenditoriale coinvolto nella recente querelle di presunti favori con l’ex premier: appalti in cambio di finanziamenti al quotidiano L’Unità. Ma questi sono “affari” tutti italiani. Sulle urne iraniane potrà pesare il malcontento dei ceti a basso reddito - non solo i mostazzafin da decenni serbatoio di voto per il partito dei pasdaran - che dopo quindici mesi dalla caduta dell’embargo non vedono sbocchi lavorativi, con una disoccupazione cronicizzata al 12%. E per i tanti giovani le percentuali salgono al 30%, come in Occidente. Sulle politiche economiche in caduta, o comunque, non nella ripresa sperata s’è anche pronunciato Khamenei, e quando parla la Guida Suprema giunge automatica la promozione o la bocciatura d’ogni iniziativa. Però la massima autorità della nazione, dopo l’esperienza estremista di Ahmadinejad, diffida di personaggi sconosciuti. Soprattutto se conducono mosse azzardate contro il clero sciita, come quella di promuovere un superpotere laico che mettesse ai margini “il governo del clero”. Di lì la lista nera in cui è finito l’ex presidente.

Così nelle apparizioni pubbliche che conducono alle presidenziali si sono sentiti pronunciamenti di Khamenei favorevoli a una scelta d’un Capo di Stato esperto, per evitare avventure con politici inadatti. S’è sentito anche un Rohani battagliero che quasi infiammava i sostenitori delle posizioni più dure quando ha detto che “L’Iran è il Paese dei leoni, nessuno può cercare di avvantaggiarsi di questa magnifica nazione”. Concetti rivolti alle minacce dello staff di Trump che potevano stare in bocca al ministro della Difesa, una Guardia della Rivoluzione. Nel conseguente cerchiobottismo, sembra che Khamenei e Rohani, stiano trovando una quadratura delle spigolose contraddizioni che continuano ad attanagliare un pezzo di Iran. Una parte dell’opposizione riformista di area intellettuale, critica la mancanza di coraggio dell’ayatollah-presidente attorno alla repressione di pensieri e costumi; questione additata dai tradizionalisti come un cavallo di Troia del pensiero lassista e corrotto dell’Occidente lanciato contro i tratti salienti della Rivoluzione islamica. Tanto che le manifestazioni popolari del 2009, concentrate soprattutto a Teheran, che avevano riavviato scontri di piazza fra basij e studenti furono bollate come contestazione organizzate dall’esterno (s’accusava la Cia) per operare un colpo di Stato alla stregua di quello antico contro Mossadeq. Fantasmi di regime? Forse. Certamente i contrasti anche interni non sono secondari, in tutti i fronti menzionati. Ma un aspetto che gli avversari di ideuzze aggressive devono meditare è il senso d’appartenenza degli iraniani. Davanti a possibili attacchi esterni tutti s’unificano: clericali e laici, apparati, correnti politiche e generazioni. S’innesca quello spirito leonino, menzionato da Rohani, che risponde diventando un’unica diga contro i nemici della patria e di ciò che rappresenta.

Fonte

09/01/2017

Liberali, unionisti e filo-euro. Il testo della svolta imposta da Grillo


Il testo dell'accordo tra Beppe Grillo e Guy Verhofstadt, in doppia versione – italiano e inglese –, è quanto di più lontano si possa leggere dallo "spirito grillino". Del resto l'Alde (Alliance of Liberals and Democrats of Europe) è il gruppo parlamentare di Starsburgo più incolore, anonimo, privo di connotazioni effettivamente distinguibili dagli altri gruppi storici "istituzionali".

Al simil-referendum tenuto online, in tempi strettissimi, hanno partecipato 40.654 iscritti certificati, il 78,5% dei quali (poco più di 30.000 persone) ha approvato la scelta. Di cui peraltro non aveva mai sentito parlare fin quando non è stata messa ai voti. Poco tempo per pensarci (24 ore circa) per una collocazione europea che certamente non è mai stato il tema più discusso tra gli esponenti Cinque Stelle. Mentre è noto che gli elettori pentastellati erano stati tra l'altro attirati dalla retorica anti-Bruxelles e anti-euro imperante fino a qualche mese fa.

Non c'è solo la collocazione dentro il finto parlamento di Strasburgo (non si fanno leggi lì dentro) a motivare una scelta così sorprendente. C'è soprattutto la necessità di presentarsi al panorama politico continentale con i tratti ideologici di una forza "affidabile", molto meno "populista" di quanto affermato dai suoi nemici italiani. Insomma, meno somigliante nei toni e nella collocazione a Lepen e Salvini, e forse più in linea con la tradizione liberal-pannelliana.

La prospettiva di vincere le prossime elezioni politiche ha dunque spinto il vecchio ex comico a cercare un profilo meno "estremo", meno "antisistema", per non doversi trovare di fronte – all'indomani della possibile vittoria – lo stesso plotone di esecuzione che ha accolto la Grecia di Tsipras.

Una mossa comprensibile ma probabilmente suicida. Solo quell'insistito bagaglio "antisistema", condito sul piano pratico col rifiuto di alleanze politiche con qualsiasi altro partito, aveva in effetti persuaso quasi un terzo dell'elettorato a ritenere i Cinque Stelle un movimento "diverso", puro e opposto ai vecchi politicanti democristiani, socialdemocratici e – ovviamente – liberali. Reggerà questa immagine alla prova della "responsabilità" – subordinazione – di fronte ai diktat dell'Unione Europea?

Improbabile, anche se certo a Grillo non manca la spregiudicatezza. L'adesione o no all'Unione Europea, l'accettazione piena o il rifiuto delle sue regole e trattati, oltre che della sua moneta unica, è del resto l'unico tema su cui si gioca il carattere "sovversivo" o meno di una forza politica. In Italia e in Europa. Passare dagli scombiccherati farfalloni dell'Ukip al grigio liberalismo strasburghese è perciò qualcosa di molto più serio di un semplice "cambio di settore" in un emiciclo privo di potere. E' un salto di barricata, tra chi cerca di rompere certe regole soffocanti e chi le accetta, sia pure per "riformarle".

Il testo di Grillo e Verhofstadt è un brodino semifreddo di frasi fatte, in stretto dialetto brussellese, pieno di frasi pindariche interpretabili molto liberamente. Ma una cosa, almeno, è chiarissima:
Troppi dei nostri cittadini vedono l'Unione europea come parte del problema, come una guida indiretta dietro la globalizzazione incontrollata che viene percepita come beneficio solo di alcuni. Mentre in realtà dovrebbe essere il contrario.
La sgrammaticatura logica è violenta: "i cittadini vedono l'Unione Europea come parte del problema", uno strumento che polarizza ricchezze ed esalta disuguaglianze. E non si dice neanche che si stiano sbagliando, in questa "visione", semplicemente "così non dovrebbe essere". E' così, insomma, ma "bisognerebbe cambiare" questo edificio.

Come? Con le "riforme".

Quali? Quelle contenute nei trattati. Ossia quelle che hanno creato l'attuale polarizzazione sociale nella crisi, impoverendo i poveri e arricchendo i ricchi.

Ma sarebbe inutile cercare di "inchiodare" il documento a una presa di posizione limpida (a parte l'europeismo e la difesa della moneta unica). La neolingua brussellese è fatta per scivolare nelle orecchie e negli occhi senza lasciare traccia, un po' come fanno quei venditori porta-a-porta, di cui non riesci mai a capire cos'è che stanno vendendo, ma comunque sia sei tu che devi comprartelo.

Buona lettura...

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"Alde e il Movimento 5 Stelle (M5S) condividono i valori fondamentali di libertà, uguaglianza e trasparenza. Entrambi vediamo l'individuo come l'elemento centrale della società e al tempo stesso promuoviamo un'economia aperta, la solidarietà e la coesione sociale come presupposti per le persone a raggiungere il loro pieno potenziale.

Entrambi vogliamo rafforzare l'influenza dei cittadini sulle decisioni che li riguardano, anche attraverso lo sviluppo di meccanismi di democrazia diretta e per motivare le persone a partecipare e impegnarsi in politica.

Ancora più importante, siamo entrambi forze riformiste che vogliono cambiare radicalmente il modo in cui l'Unione europea funziona oggi. Ci impegniamo per una revisione fondamentale, perché l'Unione europea di oggi non è in grado di fornire i risultati che i cittadini si aspettano in termini di prosperità e di protezione, alimentando sfiducia e disillusione invece di costruire fiducia e impegno. Troppi dei nostri cittadini vedono l'Unione europea come parte del problema, come una guida indiretta dietro la globalizzazione incontrollata che viene percepita come beneficio solo di alcuni. Mentre in realtà dovrebbe essere il contrario. Crediamo che solo l'Unione europea abbia un peso sufficiente per sfruttare la globalizzazione, come una forza per il bene e per assicurare che i benefici siano condivisi da tutti. L'Unione europea deve essere il contrappeso democratico alle forze economiche della globalizzazione. Pertanto, vogliamo proporre riforme in settori chiave:

1. Il rinnovamento della democrazia europea

ALDE e M5S sostengono una Unione più democratica e trasparente. Entrambi vogliamo una Commissione europea ppiù efficace, più leggera, un Consiglio europeo riformato e un Parlamento europeo con più potere che si trovi su un piano di parità con il Consiglio. Entrambi crediamo che parte dei membri del Parlamento europeo dovrebbero essere eletti su base transnazionale come passo importante verso una vera democrazia europea. Vogliamo anche porre termine alla inefficace 'grande coalizione' che ha monopolizzato il potere e paralizzato l'Europa per troppo tempo. La strada da seguire è migliorare il coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi democratici e aumentare la trasparenza, rendendo pubblici come regola tutti i documenti e utilizzando un linguaggio chiaro per comunicare a tutti i tipi di legislazione come in accordi internazionali e accordi commerciali. Abbiamo bisogno di rendere le istituzioni più trasparenti e responsabili, e dare ai cittadini un'influenza più diretta sulle politiche e la scelta della leadership politica, sia nelle urne che attraverso altri strumenti per il coinvolgimento dei cittadini.

2. La riforma della zona euro

Negli ultimi dieci anni, la nostra moneta unica ha dimostrato di essere stabile e resistente agli shock esterni, ma non è stata all'altezza nel rafforzare la nostra economia e il raggiungimento della convergenza tra le economie nazionali. L'euro non ha mantenuto la promessa. E 'giunto il momento di correggere alcuni dei difetti che lo contraddistinguono.Abbiamo bisogno di costruire intorno alla moneta comune un sistema che è in grado di assorbire shock economici nella zona euro e che ha bisogno di essere gestito da una nuova governance che deve essere integrata in strutture trasparenti e democratiche. Abbiamo anche bisogno di rivedere il modo in cui vengono monitorati i bilanci nazionali, e di introdurre un nuovo codice di convergenza che si concentri sulle riforme significative e garantisca il valore della moneta nella spesa dei servizi pubblici invece che sui numeri di bilancio.

3. Diritti e delle libertà

L'Unione europea è innanzitutto una comunità di valori. Abbiamo bisogno di fare dell'Unione europea il campione mondiale delle libertà civili, dei diritti fondamentali e dello stato di diritto. L'Unione europea deve garantire che i valori e i principi fondamentali, stabiliti nei trattati dell'UE, siano rispettati in tutta l'UE. Valori condivisi e la fiducia reciproca sono la chiave per le politiche comunitarie quali la cooperazione in tema di polizia e giustizia, l'asilo e le politiche dei rifugiati, l'agenda digitale, l'energia o la gestione comune delle frontiere esterne.

4. Opportunità senza frontiere

Allo stesso modo, l'Europa deve essere in grado di garantire le quattro libertà fondamentali attraverso una migliore protezione del mercato comune. Ciò richiede una strategia globale affrontando il dumping dei prodotti sul mercato UE per eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei cittadini. Il mercato unico deve diventare il fulcro per il talento, l'innovazione, le start-up e le piccole e medie imprese così come per le multinazionali. Allo stesso tempo, un mercato unico senza frontiere interne richiede chiaramente che le questioni di solidarietà e di coesione sociale debbano essere affrontate come una priorità!".

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Versione originale in inglese.

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Brussels, 4 January 2017

Alde and Movimento 5 Stelle

ALDE and the Movimento 5 Stelle (M5S) share the core values of freedom, equality and transparency. We both see the individual as the central building block of society, while promoting an open economy, solidarity and social cohesion as the preconditions for people to achieve their full potential. We both want to strengthen the influence of citizens on decisions that affect them, including through developing mechanisms for direct democracy and by motivating people to participate and engage in politics.

More importantly, we are both reformist forces that want to fundamentally change the way the European Union operates today. We strive for a fundamental overhaul, because the European Union of today is unable to deliver the results that citizens expect in terms of prosperity and protection, which fuels distrust and disillusionment instead of building up confidence and commitment.

Too many of our citizens see the European Union as part of the problem, as the indirect driver behind uncontrolled globalization that is perceived as benefitting only a few. While in fact it should be the opposite. We believe only the European Union has sufficient weight to exploit globalisation, as a force for good and to ensure that the benefits are shared by all. The European Union must be the democratic counterweight to globalized economic forces.

Therefore, we want to see reform in key areas.

1. The renewal of European democracy.

ALDE and M5S champion a more democratic and transparent Union. We both want a smaller, more effective European Commission, a reformed European Council and a more powerful European Parliament that is on equal footing with the Council. We both believe part of the Members of the European Parliament should be elected on a transnational basis as an important step towards a real European democracy.

We also want to end the ineffective ‘grand coalition’ that has monopolised power and paralysed Europe for too long. The way forward is enhancing the direct involvement of citizens in the democratic processes and increase transparency, by making all documents public as a rule and by using clear language to communicate in all kind of legislation as well as in international arrangements and trade agreements. We need to make the institutions more transparent and accountable, and give citizens more direct influence over policies and the choice of political leadership, both in the ballot station and through other tools for citizens’ involvement.

2. Reform of the Eurozone

During the past decade, our single currency has proven to be stable and resilient against external shocks, but it has fallen short in strengthening our economy and achieving convergence between the national economies. The euro has not delivered on its promise. It is high time to fix some of the underlying flaws.

We need to build around the common currency a system that is able to absorb economic shocks in the eurozone and that needs to be managed by a new governance that must be embedded in transparent and democratic structures. We also need to review the way in which national budgets are monitored, and introduce a new convergence code that is focussed on meaningful reforms and ensuring value for money delivery of public services, instead of one-sidedly on budget numbers.

3. Rights and freedoms

The European Union is first and foremost a community of values. We need to make European Union the global champion of civil liberties, fundamental rights and the rule of law. The European Union has to ensure the basic values and principles, laid down in the EU Treaties, are respected throughout the EU. Shared values and mutual trust are key for EU policies such as police and justice cooperation, asylum and refugee policies, the digital agenda, energy or the joint management of external borders.

4. Opportunities without borders

Equally, Europe should be able to secure the four fundamental freedoms by better protecting the common market. This requires a broad strategy that reaches from tackling dumping of products on the EU market to eliminating obstacles to free movement for ordinary citizens. The single market has to become the hub for talent, innovation, start-ups and small and medium sized enterprises as well as multinationals. At the same time a single market without internal borders clearly requires that questions of solidarity and social cohesion needs to be tackled as a priority!

Fonte

Vuoi vedere che il 2017 segnerà il passo anche agli anticonformisti 2.0? 

29/09/2016

Tsipras (s)vende la Grecia

Quando si pensa che più in basso non si possa cadere è il momento in cui si comincia a scavare. Succede in Grecia, dove il governo Syriza-Anel ha imposto nei giorni scorsi al Parlamento di Atene un ennesimo pacchetto di ‘riforme’ dettate dalla Unione Europea. Un nuovo colpo a chi sperava, ingenuamente, che la tattica collaborazionista di Tsipras fin qui seguita servisse a prendere tempo per rafforzare il paese e risalire la china. Ma ad ogni provvedimento governativo la verve riformista di ciò che è ormai l’ombra di Syriza cede il passo a una desolante e totale ubbidienza ai tecnocrati di Bruxelles e Francoforte.

Nella notte tra martedì e mercoledì, dopo quattro giorni di dibattito, polemiche, accuse e controaccuse, la risicata maggioranza a disposizione del premier – 152 deputati su 300 – ha approvato un nuovo pacchetto di pesanti ‘riforme’, il cui piatto forte è la privatizzazione delle compagnie finora pubbliche che gestiscono la distribuzione dell’acqua e del gas, la liberalizzazione del mercato elettrico e nuovi tagli alle già più che martoriate pensioni. Il meccanismo è quello di sempre: se Atene vuole avere una nuova tranche del prestito – nella fattispecie 2,8 miliardi di euro – deve svendere il proprio patrimonio pubblico, sforbiciare salari e pensioni, continuare a consegnare il paese ai rapaci creditori svendendo quel poco di valore che rimane. Le aziende che gestiscono l’elettricità, il gas e l’acqua saranno quindi trasferite sotto il controllo di un fondo letteralmente pignorato dalla Troika, che potrà gestirle a proprio piacimento per i prossimi 99 anni. Il Fondo, che si incaricherà delle privatizzazioni, sarà ovviamente diretto da un presidente scelto dai creditori, che in un colpo solo hanno messo le mani anche sulla metropolitana di Atene, su un’azienda che produce veicoli militari e su un fondo pubblico immobiliare. Ci manca solo, hanno accusato sarcasticamente le opposizioni sociali e politiche al governo Tsipras, che l’esecutivo metta in vendita il Partenone...

Informa il Sole24Ore che “le Ferrovie dello Stato italiane hanno acquisito recentemente la Trainose, la società che gestisce il trasporto su rotaia in Grecia per 45 milioni di euro (...). Anche la Snam potrebbe rilevare una quota di minoranza del 17% della Desfa, la società che gestisce la rete di distribuzione del gas in Grecia (...) e la Terna è interessata all'acquisizione del 24% della società di distribuzione delle rete elettrica ellenica Admie”.

Anche questa volta il governo che aveva promesso di ‘cambiare l’Europa’ è rimasto sordo alle proteste di alcune migliaia di manifestanti – molti dei quali lavoratori delle a questo punto ex municipalizzate – che chiedevano al Parlamento di non chinare di nuovo la testa.

Nonostante i continui provvedimenti draconiani, le privatizzazioni, i tagli ai salari e alle pensioni, l’aumento dell’Iva e delle imposte sul reddito, il debito resta stratosferico – tanto che il Fondo Monetario insiste sulla sua insostenibilità – e la disoccupazione è salita di nuovo toccando il 26%, nonostante migliaia di giovani greci prendano la via dell’Australia, del Canada e della Germania per tentare di trovare un lavoro. L’aumento della pressione fiscale e i controlli sui capitali terranno la Grecia in recessione anche quest’anno.

Di fronte ai ritardi del governo greco nell’applicazione degli ordini provenienti da Bruxelles, a metà settembre l’arcigno presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem aveva tuonato: «Abbiamo perso molto tempo. L'estate è terminata, è giunto il momento di rimettere in cantina il materiale da campeggio. Potremo sborsare nuovi aiuti solo se saranno introdotte le misure richieste a suo tempo». Detto, fatto, in tempi record. Con tanto di battuta del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, il quale ha ricordato: “Non è una novità, con la Grecia, vedere l'adozione delle misure concordate solo nella fase finale del periodo che era stato deciso”.

Non c’è da stupirsi del fatto che Tsipras non sia più amato e popolare come un tempo. Qualche giorno fa, per permettergli di parlare a Salonicco di fronte a una piccola folla di sostenitori, il ministero della Difesa ha mobilitato ben 5000 poliziotti, incaricati di tenere lontani i 15 mila manifestanti che dimostravano la loro rabbia per il tradimento di Syriza. Il paese è allo stremo e secondo i sondaggi pubblicati da vari media solo un 20-30% dei cittadini valuta positivamente il suo operato. Ma per ora prevale la disillusione, e le forze di sinistra che hanno rotto con Tsipras o non lo hanno mai sostenuto cogliendo la contraddizione di un premier che prometteva mari e monti senza essere disposto a rompere con l’Unione Europea sono divise ed incapaci di coagulare intorno a sé una massa critica sufficiente a dar vita ad una quanto mai necessaria opposizione politica di massa. E paradossalmente i sondaggi danno l’opposizione di centrodestra davanti a Syriza di parecchi punti percentuali. Per puntellare il suo traballante governo Tsipras sta cercando di allargare la maggioranza ai socialisti del Pasok, che però per ora rifiutano, sperando che il crollo annunciato di Syriza alle prossime elezioni consenta loro di riprendersi quella fetta di elettorato che aveva creduto alle promesse salvifiche della sinistra europeista ellenica.

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08/05/2016

Iran - Quei conservatori mascherati da riformisti

di Giorgia Grifoni

 Cosa c’è di nuovo nel decimo Parlamento della Repubblica Islamica? Molto. Ci sono più donne -17 – e meno clerici – 16 – che in tutte le legislature dal 1979 a oggi. C’è una base abbastanza solida per intraprendere le famose riforme economiche che il presidente Hassan Rouhani ha promesso a inizio mandato. E’ c’è anche la speranza che venga rieletto il prossimo anno, vista la fiducia accordata al suo campo da parte degli elettori. Ma forse, nonostante i numeri sbandierati dalla stampa mondiale, non ci sono più riformisti che conservatori, come invece risulterebbe dalle urne.

I risultati del ballottaggio di venerdì scorso hanno riconfermato, se non la vittoria schiacciante del fronte riformista-moderato, sicuramente la sconfitta dei conservatori: su 68 posti in palio, 38 sarebbero andati ai moderati, 18 ai “principalisti” e 12 agli indipendenti. Il blocco riformista, stando all’Associated Press, si aggiudica così ben 143 seggi, seguito dagli 86 del blocco rivale e infine dai 61 degli indipendenti. Quasi metà dell’assemblea, quindi, sarebbe “dalla parte” di Rouhani, il che, secondo gli analisti, permetterebbe al presidente di implementare delle riforme di stampo liberista in economia, riforme che avrebbero lo scopo primario di far risollevare il paese dal disastro provocato da anni di chiusura economica e di sanzioni occidentali.

Se per “riformisti” si intendono coloro che vorrebbero implementare queste riforme, allora è giusto dire che abbiano vinto; ma se per “riformisti” si intendono coloro che vogliono riformare il sistema a un livello più profondo, e portare avanti dei cambiamenti in materia istituzionale, pensare che questi siano la maggioranza nel nuovo Parlamento è una pia illusione.

Le logiche del posizionamento dei deputati all’interno del Majlis sono state ben illustrate in un’ analisi di Mahmood Delkhasteh, ricercatore e attivista politico iraniano, sul portale Open Democracy. Il sociologo si chiede innanzitutto cosa sia veramente il riformismo iraniano, scorporato dalla dicotomia di stampo occidentale di opposizione al conservatorismo: cioè l’azione o il processo di riforma di un’istituzione o di una pratica. Porta l’esempio della presidenza di Mohamed Khatami, considerato il primo capo di stato riformista della Repubblica islamica. Sebbene sotto Khatami si fossero discussi leggeri cambiamenti alla legge elettorale, che tendevano a definire meglio il  potere presidenziale e di fatto limitavano l’azione su di esso di altri organi istituzionali, Delkhasteh riporta una sua dichiarazione rabbiosa in cui sostenne che cambiare la Costituzione “equivaleva a un tradimento”. In un’altra dichiarazione di quel periodo Khatami sostenne addirittura che i leader delle democrazie occidentali avessero più potere della Guida suprema dell’Iran.

Inoltre, Delkhasteh si chiede come mai nella famosa “lista della Speranza”, coalizione composta da “riformisti” e moderati in lizza per i seggi della capitale Teheran sia al Parlamento che all’Assemblea degli Esperti, ci siano state decine di nomi che hanno fatto tremare gli orfani e le vedove degli oppositori al regime. Come l’Ayatollah Omid Najaf Abadi, responsabile della condanna a morte di almeno sei tra attivisti e scrittori critici del sistema. O l’Ayatollah Reyshahri, il primo capo del Vavak (ministero dell’Intelligence iraniano), che ha firmato l’esecuzione di molti piloti delle forze aeree iraniane e funzionari come Seyed Mehdi Hashemi, che ha giocato un ruolo di primo piano nell’esposizione della relazione segreta tra il regime di Khomeini e l’amministrazione Reagan, conosciuto come l’Irangate. Altri giudici-boia presenti nella lista comprendono Mohseni Ejei, Ali Razini e Seyed Ebrahim Reisi, quest’ultimo famoso per aver accelerato l’esecuzione di oltre 5 mila prigionieri politici in soli tre giorni.

Chi segue le vicende elettorali iraniane, infatti, avrà accolto con stupore la quantità di candidati “riformisti” ammessi dal Consiglio dei Guardiani – 200: un numero abbastanza “alto” se paragonato alle precedenti tornate elettorali. Come conferma Delkhasteh, infatti, il regime ha proibito ai principali leader riformisti di candidarsi con poche eccezioni e solo quelli più innocui sono riusciti a passare il filtro dei Guardiani. A fronte di un Parlamento sostanzialmente svuotato del suo potere, il Consiglio dei Guardiani si è però ben guardato dal permettere a troppi moderati di concorrere per un seggio nel prezioso Consiglio degli Esperti, preposto alla nomina della prossima Guida Suprema. Se Khamenei ha perso alcuni dei suoi uomini più fidati nella corsa e ha visto l’odiato Akbar Hashemi Rafsanjani conquistare una poltrona, non era certamente preoccupato dal risultato finale: come previsto, degli 88 seggi dell’Assemblea, il 90 percento è andato a candidati conservatori – principalisti o moderati – a lui vicini. Quanto agli indipendenti, se si va a fondo nelle loro biografie si scopre che molti provengono dal campo conservatore.

Certo è che, in un paese che non ha un sistema partitico vero e proprio, il posizionamento dei candidati in Parlamento sarà quantomeno confuso. Gli analisti confermano che gli schieramenti potrebbero cambiare a seconda dei temi in discussione, e che i deputati voteranno caso per caso senza porsi particolari problemi di affiliazione ideologica. Ad affossare ancora di più la precaria chimera riformista, poi, ci sta pensando l’accordo sul nucleare. Firmato nel luglio scorso, dopo oltre due anni di trattative, stenta ancora a essere implementato nella parte riguardante il sollevamento delle sanzioni, circa 55 miliardi di dollari che le limitazioni bancarie Usa stanno ritardando a rilasciare. E in Iran le voci di protesta contro l’atteggiamento statunitense del “prendere tutto e non dare niente” si fanno sempre più forti. A guidarle, ancora prima che venisse intavolato il negoziato, ci pensavano i principalisti: ora, dopo che l’Iran sta mantenendo tutti i suoi impegni atomici senza vedere in cambio neanche l’ombra del beneficio di una sanzione sollevata, i principalisti non sono più soli.

Non è solo per la lentezza e le minacce con le quali Washington si occupa di implementare la sua parte dell’accordo, ovvero liberare l’Iran dal peso delle sanzioni: ora c’è in ballo anche la causa per gli attentati del 1983 contro i marines americani a Beirut, attentato attribuito a Hezbollah per il quale la Corte Suprema Usa ha stabilito che sarà Teheran a pagare. Il risarcimento per le famiglie – 2,6 miliardi di dollari – verrà sottratto ai beni congelati della Banca Centrale iraniana dalle sanzioni, una mossa possibile grazie a una recente legge del Congresso scritta ad hoc per il caso. Parole dure contro gli Stati Uniti – accusati di deviare illegalmente i preziosi asset che secondo l’accordo dovrebbero essere restituiti a Teheran – sono state pronunciate persino dal mite Rohani. Inoltre, il portale al-monitor fa notare come recentemente Washington abbia portato leggere modifiche al Visa Waiver Program, che esclude i cittadini di Iran, Iraq, Sudan e Siria dall’esenzione del visto di ingresso per gli Stati Uniti. Misure che scoraggiano gli imprenditori iraniani e quelli stranieri che vogliono fare affari con l’Iran, dal momento che l’esenzione al visto è vietata anche a tutti quelli che si siano recati a Teheran negli ultimi 5 anni. Quanto basta, insomma, per far tornare buona parte dello spettro politico iraniano su posizioni conservatrici.

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