Dopo aver visto un film, capita che il sottoscritto debba farlo decantare per un po’ nella mente, quantomeno per evitare che il primo impatto (positivo o negativo che sia) lo induca a conclusioni affrettate. È accaduto diverse volte, anche per film di cui, col senno di poi, ho un giudizio completamente opposto da quello assunto inizialmente.
Non è il caso di No Other Choice che mi entusiasma allo stesso modo oggi come ieri. Park Chan-wook ci mostra (ancora una volta) un esempio nitido delle potenzialità del Cinema, soprattutto in un frangente storico caratterizzato da una crisi che appare irreversibile.
Ma andiamo con ordine.
Man-soo è un importante caporeparto in un’azienda coreana produttrice di carta appassionato della sua professione. L’azienda viene acquisita da una società americana che licenzia gran parte dei dipendenti, compreso il protagonista.
Già a questo punto della trama possiamo trovare diverse analogie con il presente, che vede le grandi corporation occidentali che operano nel mercato globale espandersi a scapito delle aziende cosiddette “zombie”, quelle minori, sacrificabili.
Ma la pellicola non è una disamina delle logiche di mercato, delle modalità predatorie con cui queste si affermano o delle condizioni nei posti di lavoro che queste producono (vedi La Classe operaia va in Paradiso), bensì dei suoi effetti, della ricaduta nei rapporti sociali che queste implicano, qualche temerario direbbe della “ideologia” che ne consegue.
Man-soo dopo il licenziamento cerca un’altra occupazione, sempre come caporeparto nell’industria cartaria. Inizia la pianificazione degli omicidi dei suoi competitor, di altri tre potenziali profili per lo stesso ruolo e che vivono la stessa situazione del protagonista.
La lotta per la vita, in cui la vita è il lavoro, nient’altro.
Di questo è consapevole anche la moglie di Man-soo la quale, scoperto il piano e gli omicidi perpetrati dal marito, decide di coprirlo pur di mantenere lo status di vita che quel licenziamento aveva messo in discussione.
La bravura di Park Chan-wook sta nel lavorare minuziosamente sui singoli personaggi, i quali rispecchiano le problematiche del precariato moderno, come ad esempio l’alcolismo di cui sono affetti gli altri candidati al posto di caporeparto.
Sono decine le scene che dimostrano la decadenza e soprattutto l’individualismo indotto dalla competizione interna alla classe salariata (anche l’educazione che Man-soo impartisce a suo figlio va in questo senso), scene che si inseriscono in un filone che è quello del cinema e della serialità sud-coreane, di cui l’esempio più famoso è Squid Game.
Non è un caso che questo accada nel paese sopracitato, il quale è un fulgido esempio di riassetto industriale nel solco delle nuove tecnologie e dell’automazione del lavoro. In questo senso, montaggio e fotografia non fanno altro che calcare la mano su questa sensazione di inquietudine alimentata spesso con scene al limite del grottesco.
Il primo, a cura di Kim Sang-bum, è veloce e serrato all’inizio e più lento nello svolgimento delle vicende chiave. In altre parole, la bella vita della cosiddetta “aristocrazia proletaria” che vive Man-soo finisce ancor prima che possa raccontarcela per bene, è un’illusione, un sogno.
La fotografia (di Kim Woo-hyung) e la regia, invece, costruiscono delle scene e dei frame che evocano una chiara impostazione pittorica, che hanno un impatto chiaro anche prese singolarmente, aiutate anche da un ottimo lavoro di color grading in post-produzione.
È un’estetica utile a sottolineare il punto di non ritorno a cui è arrivato il personaggio; il ritratto acceso e colorato della famiglia felice che abbiamo prima dell’esubero, i primi piani con le espressioni folli del protagonista, i colori e le luci che cambiano verso tonalità più grige e spente man mano che la storia si infittisce in un solco più inquietante.
Il finale non è conciliante, anzi. Il protagonista riesce nella sua impresa, senza rimorsi. L’ultima scena ci immerge in una fabbrica fredda e completamente automatizzata tramite piani di lavoro impostati da un’intelligenza artificiale. Man-soo è completamente solo, non deve fare altro che verificare che tutto vada liscio, che non vi siano intoppi.
Questo finale apre dunque il dibattito sulla direzione intrapresa dai nostri tempi, dunque dalle nostre vite. Per comprendere fino in fondo il senso del film (forse con una punta di egoismo) non dovremmo immedesimarci tanto con il protagonista, il “vincitore”, bensì con gli altri tre.
Insomma, un’“altra scelta” ci deve essere, l’alternativa è morire.
Fonte