Dopo le dichiarazioni del segretario di Stato USA Marco Rubio, che ha sottolineato la necessità di “rivalutare il rapporto con la Nato” una volta finita la guerra contro l’Iran, il presidente Trump è tornato a minacciare l’uscita degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica.
Donald Trump ha detto al quotidiano britannico The Telegraph che sta prendendo seriamente in considerazione di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO dopo che l’alleanza ha evitato di partecipare alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Nell’intervista, Trump ha detto che la NATO non ha sostenuto gli sforzi militari degli Stati Uniti e ha aggiunto: “Ho sempre saputo che l’alleanza era una ‘tigre di carta’, e a proposito, anche Putin lo sa”.
Eppure quella di Trump non è una valutazione originale. Molto prima che la guerra in Ucraina piombasse come un macigno nelle relazioni interne alla Nato accelerandone le contraddizioni interne, nel novembre 2019, in una intervista all’Economist, il presidente francese Macron aveva affermato che “La Nato è in stato di morte cerebrale”.
Anche allora alla Casa Bianca c’era Donald Trump, il quale con uno stile che richiama molto i ragionamenti di questi giorni aveva affermato che “I terroristi, gli jihadisti sono europei, non americani” e “È un loro problema non è il mio”.
Rispondendo a Trump, nell’intervista a l’Economist, Macron aveva affermato che il problema è che “Trump pone il problema della Nato come un progetto commerciale. Secondo lui è un progetto in cui gli Stati Uniti assicurano una forma di ombrello geopolitico, ma come contropartita, occorre che abbia una esclusività commerciale, un motivo per comprare americano”. Era solo ieri ma sembra oggi.
Commentando la situazione di tensione tra due paesi membri della Nato – Grecia e Turchia – sulle Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo – Macron aveva detto al settimanale economico britannico: “Guardiamo le cose in faccia. Ci sono degli alleati che sono insieme in una stessa regione del pianeta e non c’è alcun coordinamento delle decisioni strategiche degli Stati Uniti con questi alleati. Assistiamo a un’aggressione portata da un altro partner della Nato, che è la Turchia, in una zone dove i nostri interessi sono in gioco, senza coordinamento”.
In realtà se volessimo datare l’evidenza della crisi interna della Nato dovremmo tornare al 2008 e alla guerra tra Russia e Georgia sull’Abkhazia e l’Ossezia del sud.
La Georgia nel 2008 aveva chiesto di aderire alla Nato. Gli Usa (amministrazione Bush jr) erano d’accordo, ma le principali potenze europee della Nato (Francia, Germania, Italia) nel vertice Nato di Bucarest – aprile 2008 – si opposero e la cosa non andò in porto. La Georgia aveva dunque lo status di partnerhisp con la Nato ma non quello di membro a tutti gli effetti.
Il Corriere della Sera del 1 dicembre 2010 ricostruirà anche un retroscena che nel 2008 e sulla guerra in Georgia aveva visto salire la tensione nelle relazioni proprio tra Italia e Stati Uniti a causa dell’opposizione italiana all’ingresso della Georgia nella Nato.
In Italia Berlusconi aveva appena vinto le elezioni del 2008 dopo la caduta del secondo governo Prodi.
Nelle comunicazioni tra le ambasciate americane di Roma e Praga e il dipartimento di Stato, venute in possesso di Wikileaks e che il Corriere della Sera fu in grado di pubblicare, trapela “la costante irritazione degli Stati Uniti per la posizione tenuta dall’Italia nel corso della guerra tra Georgia e Russia dell’agosto 2008”.
In un cablo, l’ambasciatore statunitense Richard Spogli scriveva nel 2008: “Nella migliore delle ipotesi, l’Italia eviterà di pronunciare dichiarazioni forti o di fare pressioni sulla Russia. Nella peggiore, l’Italia potrebbe lavorare per distruggere la determinazione degli altri alleati nelle sedi internazionali, incluse la Nato e l’Unione Europea. ... Abbiamo preso contatti con il governo italiano ai più alti livelli per suggerire che l’Italia debba prendere una posizione di principio, basata su fatti obiettivi. Inoltre, abbiamo chiarito che l’atteggiamento favorevole suscitato dal nuovo governo Berlusconi nei suoi primi mesi di attività potrebbe scomparire se la sua credibilità su questa questione venisse meno”.
Per forzare la mano alla Nato, il presidente georgiano di allora, Shakasvili (poi fuggito in Ucraina perché inseguito da un mandato di cattura, diventandone addirittura un ministro ndr), tenta la carta del fatto compiuto e attacca militarmente Abkhazia e Ossezia del Sud.
Di fronte all’intervento russo a fianco delle due repubbliche indipendentiste, Shakasvili invoca l’art. 5 della Nato e chiede di essere sostenuto militarmente dall’Alleanza Atlantica. Gli USA si dicono disponibili a intervenire, ma ancora una volta gli stati europei della Nato si mettono di traverso per non correre il rischio di scatenare una guerra con la Russia a causa di un “dittatorello georgiano” messo al potere dagli Stati Uniti. Emblematicamente questa lungimiranza verrà a mancare ai leader europei qualche anno dopo sull’Ucraina.
Lo scenario infatti si ripeterà – però a parti inverse – nel 2024 in Ucraina dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca.
Proprio la guerra in Ucraina e lo scontro con la Russia avevano dato l’impressione di poter rallentare la crisi della Nato e, al contrario, di voler rafforzare il polo euroatlantico. Ma via via che il conflitto si è trascinato nel tempo e che l’Ucraina lo sta perdendo in tutta evidenza, la tendenza alla coesione interna all’Alleanza Atlantica si è nuovamente affievolita.
L’incubazione della crisi interna della Nato non è quindi una stramberia di Trump ma è in corso da diversi anni. Inevitabile che questo scenario metta i principali paesi europei di fronte ad una alternativa del diavolo: accelerare il processo verso l’autonomia strategica e al riarmo oppure veder venire meno una “camera di compensazione” ma anche lo “strumento dell’ingerenza degli USA sugli affari politici europei” caro a Brzezinski. I tempi stanno cambiando, velocemente e brutalmente.
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