Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/06/2024

Alla guerra, alla guerra! E come vada, vada...

È quasi incredibile che un articolo simile abbia trovato posto su La Stampa, storico foglio di casa Agnelli, noto come la busiarda a tutti gli operai piemontesi, quando erano centinaia di migliaia.

È pur vero che direzione e capiredattori si son dati da fare per nasconderlo nelle pagine interne, mettendoci su un titolo che prova (inutilmente) a far capire il contrario di quel che l’articolo afferma (“Nel 2029 la generazione Erasmus rischia di marciare su Mosca”, come se fosse un destino imposto dall’evoluzione, invece che una denuncia della demenza senile delle élite occidentali) e affidando l’editing a qualche antipatizzante.

Ma comunque doveva essere impossibile rifiutare la pubblicazione a Domenico Quirico, un suo storico inviato di guerra che aveva pagato per di più il prezzo di ben due sequestri (in Libia e in Siria, ad opera dell’Isis).

Uno che la guerra l’ha attraversata da testimone, certo schierato con le ragioni dell’Occidente, ma senza farsene accecare. Uno che oggi, come il buon ufficiale di Uomini contro si gira e vede la follia omicida dei propri superiori, indifferenti a tutto meno che al proprio potere.

Uno che quindi vede sotto le parole e le dichiarazioni dei politici più idioti (o banalmente “venduti”) che abbiano mai calcato il palcoscenico europeo il ticchettare del pallottoliere che calcola i profitti dell’industria militare.

C’è molto, in questo articolo. Il riconoscimento che è l’Occidente a volere la guerra mondiale. L’ammissione che la guerra in Ucraina era ed è una guerra per delega, fondata su un calcolo completamente sbagliato. E che ora costringe o ad ammettere la sconfitta oppure ad impegnarsi direttamente, buttando nel tritacarne generazioni allevate per tutt’altri scopi e, soprattutto, in drastico calo numerico.

Un urlo trattenuto, cui La Stampa abbassa intenzionalmente il volume, rendendolo simile a quello di Munch...

Un urlo che conviene, anche da comunisti, saper udire e capire. Perché è certamente vero che è il modo di produzione capitalistico a riprodurre ciclicamente la tendenza alla guerra per rimuovere i limiti incontrati dall’accumulazione dei profitti (“ragione strutturale”).

Ma è altrettanto vero che è soprattutto nell’Occidente che questa tendenza si afferma in modo radicalmente distruttivo, al punto da prendere come una buona chance la Terza guerra mondiale (nucleare, ricordiamo), dopo aver consumato il mondo con la prima e la seconda.

Ed è solo in Occidente, in effetti, che l’inarrestabile istinto dell’accumulazione si è sposato (“ragione sovrastrutturale”) con l’illusione genocida della “superiorità” rispetto al resto del mondo. Da Cristoforo Colombo in poi questa pretesa “superiorità” ha assunto tutti i volti possibili (religione, scienza, cultura, abilità commerciale, ecc.).

Ma, al fondo, ritorna sempre a proporsi come “superiorità della razza bianca”. In versione prima anglosassone, poi ariana, infine anche sionista, rimuovendo una ormai antistorica conventio ad excludendum dalla “tribù dei bianchi”.

Sarebbe divertente dire che questa pretesa di superiorità, questo suprematismo assoluto, si fa manifesto e rivendica il proprio “diritto a dominare tutti” proprio quando lo sviluppo gigantesco del resto del mondo ne mette in discussione i fondamenti economici, culturali, scientifici. Quasi un ultimo rimirarsi allo specchio prima della senescenza.

Ma c’è poco da ironizzare, quando si aprono le valigette con i comandi dell’arsenale nucleare...

Buona lettura.


*****

Nel 2029 la generazione Erasmus rischia di marciare su Mosca

di Domenico Quirico

Una volta la parola guerra terrorizzava. Una volta. Utilizzarla richiedeva le delicatezze propiziatorie di chi evoca il cancro o la pazzia. Si ruminava il termine a bassa voce come se si dovesse scongiurare la cosa esorcizzandone il nome.

Bei tempi! Ora che i massacri raggiungono nefaste velocità di crociera l’élite occidentale, se così si può dire, trasgredisce il divieto si riempie la bocca della parola, ruba la parte linguistica al copione di prepotenti e tiranni.

C’è il rischio di risvegliare timori e tremori? Niente affatto. Si predica la virtù dell’intervento diretto in Ucraina, la tautologia si fa solenne e non si scherza più. Spazzando via in un colpo le rare obiezioni farfugliate da infinitesimali piazze pacifiste e da qualche ‘’intellò’’ a cui si intima peraltro di farsi riconoscere come collaborazionista, la parola GUERRA tuona, fa perdere il senso della misura, respinge in vivo timori e tremori. Con la certezza di ridurre l’impatto quando la guerra verrà.

Nel fontanile di stupidità guerrafondaia un posto di rilievo bisognerà ricavare per il ministro della guerra tedesco Pistorius.

Perché è a questo socialdemocratico che non prova reticenze a far crepitare gli M-16 e a cui, considerata ovviamente risolta la lotta di classe, non ripugna gettare i figli nella mischia, si deve il primo calendario della quarta guerra mondiale. Finalmente! C’è una ora x, c’è un atto di battesimo. Adeguiamoci.

«Entro e non oltre» (come prescriveva la prosa borbonica) il 2029 dobbiamo esser pronti a combattere. I buoni rivoluzionari erano quelli che sapevano cogliere le occasioni del tempo, che decifravano i misteri del calendario, che lo fermavano secondo le necessità o lo facevano precipitare.

Il metereologo dell’ora giusta per scatenare l’apocalisse, con l’occhio fisso sulla immaginaria ma instancabile clessidra è lui: Pistorius Boris.

La politica è o non è un’arte diagnostica che sa localizzare quando è il momento del salasso, la guerra grande senza limiti? Sa cogliere la “krisis” di Ippocrate quando bisogna far cadere il bisturi nel punto giusto: ovvero la Russia.

Politico dal fiuto fine ha capito che dopo due anni e più di mezze verità e mezze bugie è arrivato il momento di parlar chiaro alle opinioni pubbliche. Sa bene che vogliono la pace ma pensano la mia pace e vogliono dire lasciatemi in pace.

Per costoro, mai usciti dall’ora del tè e dell’aperitivo, che facevano finta di preoccuparsi per quegli sventurati dell’Europa centrale con una enfasi che profumava la bugia di circostanza, finora hanno imbastito una quasi guerra su misura, la guerra da retrovia, armi e denaro e ucraini cercate di resistere.

Questa fase si è conclusa con il naufragio delle utopiche certezze di una vittoria made in Zelensky: ora basta con le anime candide i principi immacolati e gli esperti di apocalisse annunziate. Lasciare che Zelensky si arrangi da solo non basta più. La guerra deve prolungarsi, allargarsi, per rendere di più economicamente e politicamente.

I predicatori come Pistorius che sguazzano nel torbido sono certi che ritroveranno intorno a sé, come se nulla fosse successo, un consenso quasi religioso. Banalità notevoli affidate a Robespierre da osteria (...per avere la pace bisogna far fare la guerra agli altri...) erano scandite con il riso sotto i baffi.

Le declamazioni retoriche si rovesciano in un batter d’occhio, i ragionamenti sbandano in fretta, basta svilupparli un po’. Il discorso della pace doveva essere al tempo stesso, senza farsene accorgere, un discorso della guerra: volete forse concedere lunga vita al Grande Satana della steppa? Volete aggiungere una sconfitta a tutte quelle che aborriamo, Iraq, Afghanistan eccetera?

Così, rassicurati dal silenzio che sale dalle piazze, si accelera. Sofisticate armi americane e Nato colpiscono in Russia evidentemente manovrate da serventi esportati con il prodotto e non certo da contadini ucraini fermi al kalashnikov.

E poi si lascia trapelare che si tracciano già corridoi per far arrivare a tutta velocità i rinforzi Nato alla prima linea ucraina in agonia.

Pistorius fissa il calendario: nel 2029 ci sarà la resa dei conti finale, la marcia su Mosca. Dal fatale bagnasciuga della Normandia Macron, un Clemenceau reincarnato, non in zimarra come il Tigre ma haute couture, vuole accelerare, scalpita.

Da notare nell’annuncio di Pistorius la caratteristica prosopopea occidentale: noi fissiamo sempre le date in cui la Storia deve svolgersi. E se il nemico decidesse di accelerare? In fondo ci ha anticipato nel passaggio a una economia di guerra a tutto vapore, mentre noi siano ancora fermi all’auto elettrica e alla caldaia green. Ma abbiamo deciso che il 2029 va bene; il nemico si adegui.

A che serve questa guerra? Che cosa si cerca quando ci si crede? Perché questa passione delle classi dirigenti occidentali per l’ignoranza, questo accanimento per non vedere? Cosa succede se si spegne la luce, pallido barlume dei nostri innumerevoli fantasmi e di una tenace e insensata mitologia della vittoria?

Suprema autorità della stupidità dialettica la guerra, il rassegnarsi a uccidere, resta il modo antichissimo di risolvere le cose irrisolvibili o di credere di risolverle.

Per rispondere stiamo comodamente in Germania. Esempio, a Düsseldorf. Qui ha sede la Rheinmetall. Storia tradizione affidabilità: ha lucrativamente fornito cannoni alle guerre tedesche sotto le bandiere del Kaiser e la croce uncinata di Adolf. Dal 1945 al 1956 fu un periodo sciagurato: produzione bellica vietata, si tirava avanti con i consumi innocui.

Se sfogliate l’attuale catalogo non manca niente: munizioni, cannoni, carri armati. Sono la specialità più ghiotta e di successo. Alla Rheinmetall amano i felini, per battezzare i panzer che deliziavano Hitler e complici tirarono in ballo pantere e tigri. A cui hanno aggiunto il Leopard. Ne stanno preparando una versione che dicono ganzissima: sarà pronta per la marcia su Mosca.

Il calendario di Pistorius delizia i consigli di amministrazione: si può completare la progettazione avviare le catene di montaggio fare i test. Occupazione che cresce, affari sicuri, investimenti a lungo termine, gli unici redditizi.

Nel frattempo si farà digerire il ritorno della coscrizione, «nuova» annuncia Boris, alla immemore generazione Erasmus.

Un dettaglio: il gruppo Rheinmetall dal gennaio 2022 al 26 febbraio 2024 ha aumentato la capitalizzazione del 394%. È abbastanza chiaro?

Fonte

11/09/2013

La galassia indecifrabile dei ribelli siriani

«E' un dovere morale affermarlo. Non è il governo di Bashar Al-Asad ad aver usato gas sarin o altre armi analoghe nei sobborghi di Damasco. Anche se mi costa dirlo perché dal 22 Maggio ho ferocemente sostenuto l'esercito siriano libero nella sua giusta lotta per la democrazia» così ieri ha rivelato Pierre Piccinin, l'insegnante belga liberato insieme al giornalista de "La Stampa" Domenico Quirico, al quotidiano Le Soir e alla RTL belga.

Quirico però ha smorzato subito i toni sul sito del suo giornale affermando che «eravamo all'oscuro di tutto quello che stava accadendo, anche dell'attacco con i gas». «Un giorno» - ha raccontato Quirico - «dalla stanza in cui venivamo tenuti prigionieri, attraverso una porta socchiusa, abbiamo ascoltato una conversazione in inglese via Skype che ha avuto per protagoniste tre persone di cui non conosco i nomi. Uno si era presentato a noi in precedenza come un generale dell'Esercito di liberazione siriano. Un secondo, che era con lui, era una persona che non avevo mai visto. Anche del terzo, collegato via Skype, non sappiamo nulla». «In questa conversazione» - avuta in inglese precisa Quirico - «dicevano che l'operazione del gas nei due quartieri di Damasco era stata fatta dai ribelli come provocazione, per indurre l'Occidente a intervenire militarmente. E che secondo loro il numero dei morti era esagerato».

«Io non so» - ha precisato il giornalista - «se tutto questo sia vero e nulla mi dice che sia così, perché non ho alcun elemento che possa confermare questa tesi e non ho idea né dell'affidabilità, né dell'identità delle persone. Non sono assolutamente in grado di dire se questa conversazione sia basata su fatti reali o sia una chiacchiera per sentito dire, e non sono abituato a dare valore di verità a discorsi ascoltati attraverso una porta». Pertanto «è folle dire che io sappia che non è stato Al-Asad ad usare i gas» ha concluso Quirico.

Ma se è giusto affermare che non si può accertare la veridicità della notizia, né si conoscono le identità dei rapitori, viene però naturale domandarsi perché dei gruppi ribelli avrebbero dovuto comunicare in inglese. O detto più chiaramente: con chi stavano parlando? Che sia vera o meno questa notizia relativa ai gas sarin, Piccinin e Quirico concordano su un punto: la rivoluzione che loro sostenevano è stata «tradita». Il giornalista italiano è stato molto chiaro su questo punto la sera stessa del suo ritorno in Italia all'aeroporto di Ciampino «ho cercato di raccontare la rivoluzione siriana, ma può essere che questa rivoluzione mi abbia tradito. Non è più la rivoluzione laica di Aleppo, è diventata un'altra cosa». Paradossale che ad abbracciare il provato inviato vi fosse un'emozionata Emma Bonino che, seguendo la strada tracciata in precedenza da Terzi, sostiene la Coalizione Nazionale Siriana che non è immune da colpe nella drammatica situazione siriana.

La variegata opposizione

Ma inglobare tutte le forze che si oppongono al regime ba'thista sotto la dicitura "opposizione siriana" è fuorviante perché rappresenterebbe gli oppositori di al-Asad come un blocco monolitico e ciò non corrisponde al vero. Inoltre va sottolineato come spesso i vari gruppi non hanno confini rigidissimi per cui non è raro assistere ad un passaggio da una fazione all'altra. Sulla composizione dei principali gruppi che combattono il regime, il giornale inglese The Independent ha presentato un quadro chiaro lo scorso Giugno stimando i numeri dei loro aderenti e provando a tracciare per ciascuna organizzazione una breve storia. Quello che balza immediatamente agli occhi è come i gruppi principali siano per lo più a carattere religioso sebbene con maggiore o minore vicinanza all'ortodossia islamica. Si va dai salafiti del Fronte Islamico Siriano e degli Ahrar Al-Sham (l'organizzazione più forte nel Nord della Siria, a Idlib, ad Aleppo, ad Hama ma che vanta affiliati ovunque nel paese) all'Esercito Libero Siriano (FSA). Costituitosi alla fine del Luglio 2011, l'Esercito Libero Siriano è formato dai dissidenti delle forze armate lealiste e da volontari.

Il FSA coordina le sue attività con il Consiglio Nazionale Siriano dal Dicembre 2011 e sostiene la Coalizione Nazionale nata nel Dicembre 2012. A Giugno dichiarava di avere 80.000 combattenti. Accanto a questi gruppi più influenti vi sono numerose brigate che sono presenti solo in una precisa area o località. In un interessante articolo di J. Dana Stuster pubblicato Venerdì su Foreign Policy si sostiene che «la maggioranza dei ribelli siriani siano sotto controllo del Consiglio Supremo Militare (SMC) che è stato formato nel Dicembre 2012». «Il CSM è guidato dal Generale Salim Idriss ed è l'intermediario primario tra la leadership dei ribelli presenti sul campo e il governo in esilio rappresentato dal Consiglio Nazionale Siriano (SNC)».

All'interno e ad di fuori del SMC vi sono diversi gruppi ribelli. La più grande organizzazione interna al SMC è il Fronte di Liberazione Islamico Siriano (SILF). «Il SILF è l'alleanza più moderata in Siria» afferma Stuster riportando il parere di Elizabeth O'Bagy, analista presso l'Institute for the Study of War e direttrice politica del Syrian Emergency Task Force. «Loro [i militanti del SILF, ndr] hanno firmato un codice di condotta e rispondono alla leadership dell'SMC». Non sempre però. Il 22 Agosto, per esempio, quattro dei cinque comandanti dei comandi regionali dell'SMC hanno minacciato di dimettersi nel caso in cui non avessero ricevuto altre armi e non fosse dato loro il permesso di agire insieme a gruppi islamisti più radicali (cosa che di fatto avviene da tempo).

Accanto alle fazioni citate vi è poi il Fronte Islamista Siriano (SIF) più radicale nei contenuti e nelle pratiche. Al di fuori sia del Consiglio Supremo Militare, del SIF e del SILF si collocano i due gruppi affiliati ad al-Qa'eda: il Fronte Al-Nusra, guidato da Abu Mohammed Al-Julani, e lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (precedentemente conosciuto come al-Qa'eda in Iraq) il cui leader è Abu Bakr al-Baghdadi.

Aaron Zelin del Washington Institute for Near East Policy sostiene che tra i due gruppi vi è rivalità ma «quando vedi i soldati e i loro comandanti, non osservi alcun problema». C'è sì una competizione, ma non è così rigida perché i rapporti tra di loro mutano a seconda delle località. Sono stati testimoniati casi in cui non si registrano differenze tra di loro. Zelin ritiene che il numero dei jihadisti arrivati in Siria oscilli tra i 5.000 e i 10.000 senza tener conto però degli arruolati autoctoni. C'è chi (come la già citata O' Bagy) riduce il loro numero ad un massimo di 7.000. In un intervista rilasciata al Washington Institute il 20 Agosto Zelin ha escluso per il momento che le zone del paese controllate dai jihadisti siano governate secondo un «modello talebano». «Alle persone non piace. Ai siriani i jihadisti vanno bene quando forniscono loro servizi sociali e li proteggono, ma si guadagnano la loro ostilità quando impongono norme sociali più conservative espressione di una più rigorosa lettura della Shari'a [la legge islamica, ndr]. Fin quando non avranno la certezza di aver sconfitto il regime, non credo che vedremo niente che assomigli ad un modello talebano».

Due settimane fa, il 25 Agosto, la Reuters ha riportato la notizia di un piano caldeggiato dal Consiglio Nazionale Siriano per creare un "esercito nazionale". L'Arabia Saudita aveva promesso uno stanziamento di 100 milioni di dollari per formare una forza composta dalle 6.000 alle 10.000 unità. Il progetto è stato però subito rigettato dai miliziani islamisti per il timore di essere posti ai margini della ribellione. Pertanto al momento le probabilità che possa concretizzarsi sembrano essere esigue. Tanto più che pare evidente la volontà dei ribelli di non perdere nessuna componente di lotta in questa fase. Su questo punto Zelin è netto «una delle maggiori ironie, anche se l'opposizione è così spezzettata, è che i gruppi sono interconnessi sul campo di battaglia perché non c'è nessuna fazione più forte di un'altra. Hanno bisogno l'una dell'altra». Come sono vaghi i confini che delimitano i vari gruppi e le motivazioni che legano un militante ad una fazione piuttosto che un'altra - non è raro assistere al passaggio di un combattente dall'esercito siriano libero a gruppi jihadisti per mere condizioni economiche o perché i gruppi qaedisti forniscono armi - così non è univoco l'atteggiamento che i "ribelli" mostrano nei confronti di un'eventuale aggressione straniera.

Il Maggiore Mohammed Yahya Alì, comandante del Fronte Nord e Ovest dell'Esercito Libero Siriano, Brigata Ifhad al-Rasul, in un intervista rilasciata ad "Al-Monitor" pubblicata il 1 Settembre, ha affermato di sostenere «un attacco straniero che abbia come obiettivo le riserve di armi chimiche del regime come hanno annunciato gli Stati Uniti. Ma c'è bisogno anche di una no fly-zone e di colpire i principali centri militari». Altri gruppi invece si oppongono all'intervento occidentale perché secondo loro soltanto i siriani devono decidere come sbarazzarsi di al-Asad. Inoltre sostengono che un eventuale attacco straniero non ha come finalità la libertà del popolo siriano ma gli interessi occidentali nel paese.

L' "opposizione laica"

Ma se la variegata opposizione è formata principalmente da gruppi con differenti livelli di islamizzazione, resta da chiedersi che fine abbiano fatto le forze laiche e democratiche che hanno preso parte alle manifestazioni dei primi mesi del 2011 a partire da quella di Dar'a del 18 Marzo 2011 (subendo anche la dura repressione del regime). Deboli economicamente perché non appoggiate da un grosso sponsor occidentale né da un paese del golfo, appaiono numericamente irrisorie. Ghayath Naisse membro della "Corrente di Sinistra Siriana" parla di «rivoluzione ancora viva nei quartieri popolari di città come Damasco, Homs, Aleppo, Der'a e Deir Ezzour». Di quale rivoluzione parla? E quali sono i rapporti che legano la "Corrente di Sinistra" con i gruppi che fanno uso politico dell'Islam? Appare assai poco chiaro nei loro comunicati. Il gruppo sostiene di avere molti nemici: «da un lato noi abbiamo una dittatura crudele e barbara sostenuta da Russia, Cina ed Hezbollah. Dall'altro il campo controrivoluzionario e le petromonarchie sostenute da Stati Uniti e dai poteri occidentali. Per questo noi diciamo no a Washington, né a Mosca, Riyad o Teheran».

Quali sono però i rapporti che legano la "Corrente" con gruppi di opposizione sostenuti dall'Occidente? E' davvero pensabile che agiscano da soli senza coordinarsi con l'Esercito Libero Siriano e la Coalizione Nazionale così presenti in Siria? E se sì, considerata la vicinanza di questi due gruppi alle diplomazie europee e nordamericane, dove è lo sbandierato principio di lotta al "nemico occidentale"? Altro gruppo laico, seppur minoritario e debole, che merita la menzione è il "Coordinamento per il Cambiamento Democratico".

Molto attivo nei primi mesi della rivolta siriana, è riuscito a costruirsi in quella prima fase una certa visibilità all'interno dell'opposizione a Bashar Al-Asad in particolar modo nei Comitati locali. Movimento nato prima che Burhan Ghalioun formasse (con l'aiuto esterno) il Consiglio Nazionale Siriano e ne diventasse presidente, il Coordinamento ha proposto di integrare tutte le voci contro il Presidente Al-Asad, dalle forze laiche a quelle religiose ponendo però due precise condizioni: né l'intervento esterno, né l'uso della violenza. Economicamente debole è stato schiacciato politicamente (e mediaticamente) quando i Paesi del Golfo (in primis Qatar e Arabia Saudita) hanno deciso di intervenire massicciamente nella crisi siriana. Ciononostante, è sicuramente interessante il suo progetto di un cambio laico del regime (dove però tutte le forze presenti nel paese siano incluse e rappresentate) attraverso il rifiuto della violenza, la centralità della resistenza palestinese e la difesa della sovranità siriana da qualunque ingerenza occidentale e straniera.

Un abisso che non ha fondo

Intanto però la situazione precipita sempre di più. Mentre il regime prova a conquistare terreno nelle aree a Nord controllate da gruppi ribelli, ieri l'opposizione ha denunciato la morte di decine di suoi prigionieri a causa della «brutale repressione del regime». In questo contesto drammatico l'unica nota positiva è l'iniziativa del Ministro degli Esteri russo Lavrov di porre l'arsenale chimico siriano sotto controllo internazionale. La proposta è stata immediatamente accettata dal suo pari siriano Al-Mu'allem e commentata positivamente anche da un cauto Obama. Ma i sorrisi in Siria durano poco perché bombe occidentali o meno la distruzione del paese andrà avanti e altro sangue bagnerà la terra siriana. L'immagine emblematica del baratro in cui la Siria precipita sempre di più è l'occupazione dello splendido villaggio di Ma'alula da parte di alcuni jihadisti. Ma'alula è uno dei principali simboli di quella tolleranza religiosa che due anni e mezzo fa regnava in Siria. Informazioni (contrastanti in quanto a gravità dei danni) raccontano di devastazioni di alcune chiese, dell'isolamento cui è posta la popolazione locale che non può uscire di casa per evitare i colpi dei cecchini appostati sui tetti. Se il settarismo religioso è ormai un fatto assodato, se il regime a fatica conserva l'area centrale del paese con una striscia di terra che arriva fino a Lattakia sulla costa orientale del Mediterraneo, se i curdi governano di fatto l'area a nord est del paese e l'ampia galassia dei "ribelli" detta legge in molte aree del nord, resta da chiedersi che cosa geograficamente si intende ormai per Siria.

Fonte 

10/09/2013

Siria: la 'smentita' di Quirico sui gas inchioda i ribelli

Le dichiarazioni del belga Piccinin appena liberato dopo una prigionia di mesi passata in mezzo ai tagliagole jihadisti sono esplose come una bomba atomica sui media intruppati dalla propaganda filo-bellica del governo statunitense.
Forse nel tentativo di metterci una toppa Quirico è intervenuto poco fa a commento delle dichiarazioni del compagno di prigionia.
“E’ folle dire che io sappia che non è stato Assad a usare i gas” ha detto al suo giornale, La Stampa, l'inviato di guerra appena tornato in patria.

Ma la ricostruzione di Quirico su quanto accaduto in realtà rafforza ulteriormente quanto raccontato da Piccinin alla stampa belga, e fornisce particolari che rendono ancora più interessanti - e politicamente esplosive - le cose dette dal suo compagno di sventura.
“Eravamo all’oscuro di tutto quello che stava accadendo in Siria durante la nostra detenzione, e quindi anche dell’attacco con i gas a Damasco”, ha raccontato Quirico. “Un giorno però - ha aggiunto - dalla stanza in cui venivamo tenuti prigionieri, attraverso una porta socchiusa, abbiamo ascoltato una conversazione in inglese via Skype che ha avuto per protagoniste tre persone di cui non conosco i nomi. Uno si era presentato a noi in precedenza come un generale dell’Esercito di liberazione siriano. Un secondo, che era con lui, era una persona che non avevo mai visto. Anche del terzo, collegato via Skype, non sappiamo nulla”.
“In questa conversazione - prosegue la ricostruzione di Quirico - dicevano che l’operazione del gas nei due quartieri di Damasco era stata fatta dai ribelli come provocazione, per indurre l’Occidente a intervenire militarmente. E che secondo loro il numero dei morti era esagerato”.

"Io non so - è il racconto di Domenico Quirico - se tutto questo sia vero e nulla mi dice che sia così, perché non ho alcun elemento che possa confermare questa tesi e non ho idea né dell’affidabilità, né dell’identità delle persone. Non sono assolutamente in grado di dire se questa conversazione sia basata su fatti reali o sia una chiacchiera per sentito dire, e non sono abituato a dare valore di verità a discorsi ascoltati attraverso una porta”.

Fa bene Quirico a dire che non ha certezze su quello che ha ascoltato. Se i media tenessero questo atteggiamento prudente su quanto sta accadendo in Siria eviterebbero almeno di sfornare titoloni a favore dell'intervento militare spacciato come un modo per punire Assad e il suo governo di responsabilità che, appunto, non sono affatto chiare.

Ma quello che dice Quirico è interessante anche per altri motivi: che bisogno hanno dei combattenti arabi, dei jihadisti, di utilizzare l'inglese per comunicare? Chi c'era quindi dall'altra parte del cavo?

Quirico è intervenuto veramente per smentire Piccinin o ha maliziosamente confermato le accuse contro i cosiddetti ribelli, dandogli ancora maggiore credibilità e spessore?

Fonte

09/09/2013

Siria: Quirico e Piccinin scoprono il vaso di Pandora

AGGIORNAMENTO ore 17.00
Quirico ridimensiona l'accusa mossa dal compagno di prigionia Piccinin, secondo il quale i ribelli sono i responsabili dell'attacco chimico di Ghouta. Alla Stampa.it, il giornalista dice di non aver prove a sufficienza e racconta di una telefonata via Skype tra due persone (di cui un generale dell'Esercito Libero Siriano) nella quale si affermava che il gas sarin era stato utilizzato dai ribelli per convincere la comunità internazionale ad intervenire contro Assad. Ma aggiunge: "E' folle dire che io sappia che non è stato Assad a usare i gas".

AGGIORNAMENTO ore 14
"Non è il governo di Bashar al-Assad ad avere utilizzato il gas sarin o un altro gas nella periferia di Damasco". E' la rivelazione fatta poco fa da Pierre Piccinin, l'insegnante italo-belga rapito il 9 aprile scorso e rilasciato ieri assieme a Domenico Quirico in un'intervista all'emittente radiofonica belga RTL-TVi. Secondo Piccinin, che sostiene di aver ascoltato una conversazione tra i suoi carcerieri a proposito dell'attacco a Ghouta del 21 agosto scorso, questa rivelazione è "un dovere morale" che gli è costato molto fare, dato che, come ha affermato, "dal maggio del 2012 sostengo fortemente l'Esercito libero siriano nella sua giusta lotta per la democrazia". Dopo aver sentito i ribelli parlare della responsabilità dell'attacco chimico, Piccinin ha raccontato che lui e Quirico sono "impazziti, perché avevamo sentito che l'America voleva punire il regime di Assad con un attacco militare. Era una notizia così grande e non la potevamo diffondere".

In un'intervista rilasciata al quotidiano francese "Le Soir", invece, Piccinin ha raccontato alcuni dettagli della sua detenzione assieme a Domenico Quirico. Ha detto che hanno tentato la fuga in due occasioni, una il giorno dopo il rapimento, e che sono stati violentemente puniti. "Quirico - ha raccontato Piccinin - ha addirittura subito due finte esecuzioni". "I rapitori - continua l'insegnante - ci trattavano da occidentali, da cristiani, con grande disprezzo. E certi giorni non ci davano neanche da mangiare". Dopo una detenzione di due mesi in un luogo segreto, è cominciata la "terribile odissea" di spostamenti attraverso la Siria, spesso nelle mani di gruppi diversi.

Quirico, che non ha ancora rilasciato interviste sulla sua detenzione, si trova da più di tre ore a colloquio con il sostituto procuratore di Roma.

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dalla Redazione

Roma, 9 settembre 2013, Nena News - "Ho cercato di raccontare la rivoluzione siriana e le sue sofferenze. Ma può essere che questa, in qualche modo, mi abbia tradito". Queste le prime parole di Domenico Quirico, l'inviato della Stampa rapito lo scorso aprile in Siria mentre si recava a Homs per un reportage e liberato ieri dopo 5 mesi di sequestro. Sbarcato all'aeroporto di Ciampino alle 00.25 a bordo di un Falcon 900 dei servizi segreti italiani, prima decollato da un non precisato "scalo del Medio Oriente", Quirico è stato accolto dal ministro degli Esteri Emma Bonino e da un nugolo di giornalisti, ai quali ha dato un anticipo di quello che dovrà raccontare oggi in Procura a Roma, competente per tutto ciò che avviene ai cittadini italiani all'estero.

"Ho avuto paura. Non è più la rivoluzione che ho incontrato due anni fa ad Aleppo - ha spiegato l'inviato della Stampa - quella laica che avevo cominciato a raccontare. Ora è diventata un'altra cosa, è pericolosa". Riferendosi alla deriva radicale e islamista che ha preso la guerra civile siriana, il giornalista ha confermato che quei ribelli a cui tutto il mondo si affretta a regalare armi, addestramento e una spinta sostanziosa contro l'esercito di Assad grazie a un futuro intervento franco-statunitense, sono ormai in gran parte diversi da quelli raccontati dai media mondiali da due anni a questa parte.

Alla domanda di una giornalista che gli chiedeva se avesse saputo della veglia di digiuno del Papa per la Siria, Quirico ha dichiarato di sentirsi come se avesse "vissuto su Marte per 5 mesi". "E - ha aggiunto - posso dire che i miei marziani sono malvagi". Parole che lasciano pochi dubbi su chi siano stati i suoi carcerieri e da che parte stiano. Nonostante il mistero sulle circostanze del rapimento e della liberazione - non è chiaro se la Farnesina abbia pagato un riscatto o se la liberazione sia avvenuta in maniera diversa - sembrava improbabile che il giornalista fosse detenuto dal regime siriano. Quanto a Bashar al-Assad, aveva dichiarato più volte di non avere alcuna notizia del cronista italiano. A giugno, infatti, Quirico era stato rintracciato a Qusayr, roccaforte ribelle riconquistata dalle forze lealiste dopo un lungo e sanguinoso assedio.

La liberazione, inaspettata, è avvenuta a tre mesi dall'ultimo contatto di Quirico con la famiglia, quando il 5 giugno aveva telefonato alla moglie dicendo solo: "sto bene". Certo è che a partire da quella telefonata il lavoro dei Servizi segreti e della Farnesina si era intensificato, nonostante il silenzio totale sulle sue sorti. Un silenzio che lui stesso aveva voluto mantenere al suo ingresso in Siria, mettendosi in contatto con la sua redazione solo dopo alcuni giorni. "Chiedo scusa per avervi fatto preoccupare - ha detto per telefono Quirico ieri sera alla sua redazione - ma questo è mio giornalismo. Tu sai che la mia idea è di andare dove la gente soffre. Ogni tanto tocca soffrire come loro".

Fonte

Mentre la coppia di rapiti smentisce parzialmente se stessa, le agenzie riportano che Assad acconsentirebbe a porre sotto tutela internazionale il proprio arsenale chimico, una mossa da scacco matto nei confronti dell'amministrazione americana, che ora sarà costretta ad innalzare ulteriormente il livello dello scontro per trovare una giustificazione ai bombardamenti sulla Siria.

25/06/2013

Siria: Bonino, Quirico e il Nulla

Una svolta nella guerra alla Siria? Si direbbe proprio di si. E, sbaragliate le bande dei “ribelli”, addirittura, il regime di Assad ricomincia a trovare credito sui media mainstream, (si vedano, ad esempio, questo davvero inconsueto servizio de La Stampa o della Reuters) e in non poche cancellerie occidentali.

I motivi di questo ripensamento sono molti.

Intanto la tenuta del regime di Assad, anzi l’appoggio pressoché plebiscitario della popolazione siriana (il 75%, secondo un recente sondaggio commissionato dalla CIA, che, tra l’altro, dovrebbe garantirgli un trionfo alle prossime elezioni siriane del 2014) che non vuole fare la fine della popolazione libica o irachena. Un consenso, tra l’altro, che ha garantito la coesione delle Forze Armate siriane (320.000 soldati di leva) nonostante due anni di guerra e di pressanti inviti alla diserzione (lautamente ricompensata).

Il secondo motivo è da ricercare nell’operato dei cosiddetti “ribelli” (in realtà, nella stragrande maggioranza, mercenari al soldo della NATO e delle petromonarchie del Golfo) che, macchiandosi di crimini, quali decapitazioni e uccisioni di civili inermi, hanno finito per scompaginare la coalizione che fa capo all’Esercito  libero siriano. E lo stesso fanatismo islamico che anima gran parte dei “ribelli” (tra i quali – a meno che non fosse stato un agente dei Servizi sotto copertura – ha perso la vita anche il genovese Giuliano Ibrahim Delnevo) sta cominciando a suscitare non poche preoccupazioni tra l’opinione pubblica occidentale che teme di ritrovarsi, come l’America con Bin Laden, un’altra serpe in seno.

Last but non least, vi sono motivi militari. Il fermo “niet” della Russia ad una qualsiasi no fly zone in Siria ha impedito non solo i conseguenti bombardamenti NATO e l’invasione, già visti in Libia, ma ha privato i “ribelli” di una qualsiasi copertura aerea. E il tentativo di Israele di bypassare il problema, con i suoi bombardamenti “mirati” alla frontiera Siria-Libano di un mese fa, è rientrato, sia per la credibile rappresaglia missilistica annunciata dalla Siria, sia perché l’intervento israeliano ha compromesso il tentativo di coalizzare anche i Palestinesi nella guerra alla Siria.

Si direbbe, quindi, che la maggior parte delle cancellerie occidentali vada verso un ripensamento sulla “guerra per procura” che stanno conducendo da due anni alla Siria. Anche l’Italia? Anche la Bonino? Si e no. E così, mentre il PD resta ancorato alla sciaguratissima richiesta di una no fly zone invocata dall’ineffabile parlamentare Khalid Chaouki, la Bonino (che il Cinque Stelle ha rischiato di eleggere come Presidente della Repubblica) si arrabatta come può promettendo, tanto per dirne una, “aiuti, ma non armi ai ribelli”.

Una posizione surreale, come quella nei riguardi del rapimento del giornalista de “La Stampa” Domenico Quirico, dal 9 aprile sequestrato in Siria da una delle tante bande di “ribelli” filo NATO. L’obbiettivo di questo sequestro, così come fu per quello dei quattro giornalisti RAI, è certamente un riscatto: denaro o armi (antiaereo e anticarro). Ma anche per Quirico, mentre i nostri Servizi certamente stanno trattando, o, forse, già inviando armi ai “ribelli” come fu per la Libia, l’unica risposta ufficiale della Farnesina è la richiesta di un “silenzio stampa”. E guai a parlare di “sequestro”: ne andrebbe il “buon nome” dei “ribelli” che il nostro Paese sta aiutando. Del resto, già i quattro giornalisti RAI – rapiti il 3 aprile e rilasciati il 14 – secondo la vulgata governativa erano stati non già “sequestrati” ma semplicemente ”fermati” da qualcuno che voleva solo “accertarsi del contenuto delle loro videocamere”. Undici giorni: neanche bisognasse visionare la cineteca della RAI. Per Quirico, da due mesi nelle mani dei sequestratori, esaurite le panzane da raccontare, invece, non sanno più che dire. Nulla. Neanche una parola dalla Farnesina, impantanata nel “Gruppo dei Paesi Amici della Siria”. E nulla neanche dai partiti e dai principali organi di stampa, solitamente pronti ad invocare crociate in “difesa” degli Italiani all’estero (qualunque cosa essi abbiano fatto). Nulla. Per fare credere che la guerra che il nostro Paese sta combattendo da due anni contro la Siria non sia mai esistita.

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