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26/05/2022

[Contributo al dibattito] - Il nuovo disordine mondiale / 14: Per disertare i due fronti, una riflessione

di Sandro Moiso

In tempi cupi di guerra, in cui i paragoni e i paralleli tra guerra in Ucraina, Resistenza e guerra civile spagnola si sprecano e mentre le tentazioni da tifoseria calcistica si infiammano tra quegli stessi militanti che semplicemente alla guerra dovrebbero opporsi senza voler a tutti costi prender parte allineandosi a uno dei due fronti in lotta, potrebbe essere utile la lettura di una ricerca condotta alcuni anni or sono da Mirella Mingardo sul dibattito, e le conseguenti scelte politiche, che si svolse tra le fila dei militanti comunisti italiani al deflagrare della guerra di Spagna.

In particolare la parte dedicata all’analisi che la Sinistra comunista italiana svolse in diretta sull’evoluzione dei fatti che avevano preceduto e accompagnato i primi momenti di quella guerra sulle pagine delle due riviste che la frazione italiana redigeva all’estero: «Prometeo» e «Bilan»1.

La Sinistra comunista, l’organizzazione che si richiamava al Partito comunista d’Italia negli anni della sua fondazione, prima che le imposizioni di Mosca ne cambiassero la natura, si poneva a sinistra del PCI. Quest’area, definita genericamente bordighista, con la scissione avvenuta al suo interno, nel luglio 1927, aveva visto una separazione tra il gruppo facente capo a Michelangelo Pappalardi – che si richiamava alle posizioni critiche di Rosa Luxemburg nei confronti del potere bolscevico – e la maggioranza facente capo a Ottorino Perrone, detto Vercesi, che per sfuggire alle persecuzioni fasciste riparò a Parigi nel 1926, divenendo il punto di riferimento dei compagni. Il gruppo di maggioranza, che si richiamava a Perrone, nel 1928 a Pantin, nelle vicinanze di Parigi, si costituì in frazione, e si definì “Frazione di sinistra del Partito comunista d’Italia”.

Il sollevamento degli operai spagnoli contro la rivolta militare che, nelle giornate di luglio del 1936, aveva dato inizio alla guerra civile, fu motivo di dibattito nella Frazione. Mentre una parte vedeva nell’insurrezione spontanea un inizio di rivoluzione, l’altra, al contrario, la riteneva un tumulto sanguinoso, impossibilitato a tramutarsi in una lotta rivoluzionaria. Tra i due gruppi prevalse quest’ultima corrente che, minoritaria da principio, divenne maggioritaria e faceva riferimento, oltre che a Perrone, a Virgilio Verdaro, che aveva partecipato alla fondazione del Pcd’I.

La maggioranza considerava la Spagna un paese capitalistico che, in quanto tale, avrebbe dovuto proiettarsi verso una rivoluzione comunista, ma mancava di un elemento essenziale: il partito rivoluzionario. Essa riteneva infatti che né il POUM né la CNT potevano dirsi forze realmente rivoluzionarie. Riteneva inoltre che il dirottamento delle masse proletarie, in rivolta contro la sollevazione nazionalista, nell’alveo del Fronte popolare e l’intervento dei paesi stranieri, Germania e Italia da una parte e URSS dall’altra, avevano ormai trasformato la guerra civile in guerra imperialista. Nel conflitto non vi erano due classi che si scontravano, ma due fazioni all’interno della stessa borghesia spagnola, con il sostegno dei due opposti blocchi imperialisti. Mentre Franco attaccava militarmente, le forze borghesi, che guidavano la Repubblica, manovravano e usavano i lavoratori, e li disarmavano ideologicamente.

In questo gioco il POUM e la CNT assumevano un ruolo importante nell’arruolamento degli operai per il fronte. Le due organizzazioni divenivano pertanto delle «pedine» nelle manovre del capitalismo che, per loro tramite, faceva «credere» al proletariato che si combatteva per il socialismo o l’anarchia. “Bilan”, il mensile della Frazione, pubblicato a Bruxelles dal 1933, metteva in luce come alla fine di luglio l’esercito repubblicano si fosse di fatto «dissolto», e come, invece, grazie al POUM, agli anarchici e al PSUC stalinista, il Partito socialista unificato della Catalogna, esso si fosse «ricostituito gradualmente con le colonne dei miliziani», il cui stato maggiore restava nettamente borghese.

Un motivo che, secondo la maggioranza della Frazione, induceva a sopravvalutare la sollevazione spagnola era dato soprattutto dagli esempi di collettivizzazione delle fabbriche e delle terre; in realtà questi episodi non potevano contribuire ad un rivolgimento sociale, in quanto non erano supportati da una rivoluzione politica per la conquista del potere sotto la guida del proletariato. «La socializzazione di un’impresa – ammoniva “Bilan” –, che lasci intatto l’apparato statale, costituisce l’anello di una catena che blocca il proletariato dietro il proprio nemico». Infine, le violenze e le distruzioni perpetrate contro i detentori di capitali, i preti, i proprietari fondiari, non avevano nulla di rivoluzionario: «La distruzione del capitalismo non è la distruzione fisica, anche se violenta delle persone che incarnano il regime, ma la distruzione del regime stesso».

In un momento in cui arruolarsi in difesa della libertà e contro il fascismo erano le parole d’ordine, il gruppo maggioritario contrapponeva, all’adesione al fronte repubblicano, la diserzione degli eserciti e invocava la fraternizzazione dei soldati, chiedendo di non andare ad offrire il proprio tributo nelle colonne internazionali e nelle milizie; raccomandava quindi di intraprendere la sola lotta possibile: la lotta contro la borghesia, favorendo l’insurrezione degli operai e la paralisi degli eserciti. «A chi ci dice che dobbiamo essere dove i proletari si battono, noi rispondiamo che combatteremo per ritirare fino all’ultimo operaio da queste armate di Unione Sacra, che lavorando accanitamente in Spagna e negli altri paesi, noi combattiamo per distruggere la macchina capitalista dell’oppressione, quella da cui sgorga fascismo ed antifascismo, per battere la borghesia, per cacciarla dalla comoda finestra che essa occupa attualmente e dove può fregarsi esultante le mani contemplando la carneficina del proletariato spagnolo ed internazionale.»

Un certo numero di militanti della Frazione, quelli che si ritrovavano nelle scelte della minoranza (sorta nel luglio del 1936 in occasione del dibattito sulla guerra in corso in Spagna, e facente riferimento ai napoletani Enrico Russo e a Mario De Leone, rifugiato a Marsiglia), partì invece per Barcellona dove fondò la Federazione Barcellonese della Frazione italiana della sinistra comunista e prese contatti con il POUM e con la CNT.

Giunto in Spagna, Enrico Russo, che era stato capitano durante la prima guerra mondiale, raccolse una cinquantina di compagni (circa venti trotskisti e una trentina di bordighisti italiani residenti in Belgio e in Francia), formando la “Colonna Internazionale Lenin” aderente al POUM, ne assunse il comando, andando a combattere sul fronte di Huesca. In agosto partì anche Mario De Leone, incaricato dalla Federazione marsigliese di recarsi in Catalogna come osservatore.

La minoranza di Russo e De Leone riteneva che le conquiste rivoluzionarie, economiche e sociali, delle giornate di luglio, fossero tali da imporre a ogni militante il dovere di battersi accanto al proletariato spagnolo contro il fascismo; poi la lotta sarebbe proseguita contro la democrazia e i suoi rappresentanti. Nella prima fase, scriveva un militante che si firmava Il Maremmano, «lotta armata contro la reazione che attacca e distrugge esistenze e organizzazioni, lotta politica contro la democrazia di fronte popolare e antifascismo denunziando al proletariato il ruolo che essa giuoca per salvaguardare le istituzioni borghesi ed i suoi privilegi, solo nella seconda fase quando il proletariato si sarà liberato della reazione di destra passare all’attacco frontale della democrazia che vorrà certamente opporsi alla distruzione completa delle istituzioni borghesi.»

Da principio, dinanzi a questa precisa scelta, non fu presa da parte della maggioranza, alcuna misura di espulsione. La minoranza, costituitasi in “Comitato di Coordinazione”, in un suo comunicato, approvava l’atteggiamento dei compagni che si erano recati in Spagna a difendere anche con le armi la rivoluzione, considerava già poste le condizioni per una scissione e rinviava la soluzione delle divergenze a un prossimo congresso. Ma in ottobre, con la militarizzazione delle milizie, i membri della minoranza che erano presenti in Spagna decisero di sciogliersi e, in seguito, la maggior parte di loro tornò in Francia2.

Quest’ultima parte è approfondita in un altro testo, di Augustín Guillamón Iborra, a cura del Centro Studi Pietro Tresso3, ma ciò che va qui sottolineato è che nel momento stesso in cui l’intervento dell’Internazionale Comunista stalinizzata e dell’URSS nella guerra spagnola iniziava a costruire strutture militari più rigide e autoritarie, mirando a inquadrare le formazioni militari “rivoluzionarie” all’interno di un esercito maggiormente controllato dalla borghesia spagnola e dagli inviati di Mosca, per i compagni che pur erano accorsi tra i primi a fianco dei proletari e contadini spagnoli apparve evidente il rintocco della campana a morto per tutta quella esperienza.

Campana a morto che risuonò tragicamente prima con le giornate di Barcellona durante le quali gli stalinisti imprigionarono e massacrarono i militanti del POUM e anarchici e, successivamente, nell’abbandono dei lavoratori spagnoli al loro destino dopo la sconfitta della Repubblica ad opera delle forze franchiste e la firma del trattato di non aggressione decennale Ribbentrop – Molotov, tra URSS e Germania nazista, il 23 agosto 1939.

Se in un primo momento il dibattito sviluppatosi all’interno della Frazione, i cui militanti dissidenti furono tra i primi a giungere in Spagna per combattere contro il fascismo di Franco, aveva dimostrato la complessità delle valutazioni di carattere tattico e strategico in un contesto in cui una guerra di carattere nazionalista e, successivamente, imperialista aveva contribuito alla sollevazione in armi degli operai e all’istituzione di consigli di fabbrica e comuni contadine che ridistribuivano le terre ai campesinos, la valutazione dell’abbandono del campo di battaglia da parte di coloro che pur avevano rotto con la Frazione agli albori della guerra dimostrò l’evidenza dell’inutilità della partecipazione ad una guerra che si era sviluppata a partire da esigenze borghesi o nazionaliste, in un contesto in cui i proletari e rivoluzionari, pur coraggiosissimi, avrebbero funzionato soltanto come carne da cannone.

Se tutto ciò è possibile dire oggi, ed era già possibile dire allora, in una situazione in cui l’attività e iniziativa proletaria e rivoluzionaria avevano per un periodo contribuito a determinare gli avvenimenti e ad accendere le speranze del proletariato europeo e internazionale, come si può pensare adesso, anche solo lontanamente, che lo stesso sacrificio possa essere messo in pratica da militanti, che si ritengono rivoluzionari, sia sul fronte del Donbass che su quello della “resistenza” ucraina, entrambi determinati da ben precisi interessi ed iniziativa di carattere imperiale, come l’altolà dato dal segretario generale della NATO Stoltemberg a Zelensky sulla possibilità di intavolare negoziati con la Russia ha confermato? Oppure si vuol ancora credere che nelle repubbliche indipendentiste sia in atto una nuova Comune, autonoma dalle scelte putiniane che hanno visto invece inquadrare nelle proprie operazioni militari le milizie di quelle due regioni?

Oltre tutto, l’unico parallelo che è oggi possibile tracciare con la guerra di Spagna è dato dal fatto che, esattamente come in quella, nell’attuale guerra si stanno sperimentando le tecniche, anche di comunicazione, e le armi destinate a contraddistinguere i futuri scenari di guerra europea e mondiale. Mettendo a confronto una tattica militare di carattere ancora novecentesco, come quella messa in atto dalle forze armate russe, con una più avanzata che gli Stati Uniti e i loro alleati più stretti hanno messo fino ad ora in atto soltanto su scala ridotta4, ma ora utilizzata su scala allargata nei confronti di un esercito regolare “tradizionale”.

Allora, meglio meno ma meglio per un movimento che voglia dirsi ancora antagonista e che, per rimanere effettivamente tale, dovrà affidarsi al buon vecchio antimilitarismo di classe. Quello che incita alla diserzione e all’affratellamento dei militari degli eserciti contrapposti e alla successiva o contemporanea rivolta sociale contro i rispettivi governi, di cui alcuni episodi avvenuti sul campo e la fuga di migliaia di giovani sia dalla Russia che dall’Ucraina per sfuggire alla chiamata di leva, sempre meno pubblicizzati, tenderebbero già a dimostrare una seppur remota possibilità5.

Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli.

(Giuseppe Ungaretti – Mariano, 15 luglio 1916)

(14 – continua)

Note

  1. Mirella Mingardo, I comunisti italiani e la guerra civile spagnola. La stampa clandestina (1936 – 1939), Quaderni di pagine marxiste – serie bianca, Milano 2016, pp. 246 – qui anche la sua versione disponibile on line  

  2. Sintesi delle pp. 99 – 104 del testo di Mirella Mingardo  

  3. Augustín Guillamón Iborra, I bordighisti nella guerra civile spagnola, in “Quaderni del Centro studi Pietro Tresso, Serie: Studi e ricerche, n. 27, 1993  

  4. Ad esempio l’uso su larga scala degli omicidi mirati tramite missili e droni, utilizzata precedentemente nei confronti di leader e comandanti militari iraniani, libanesi e palestinesi, ma oggi adottata nei confronti dei vertici militari russi  

  5. Si veda, a titolo di esempio, Daniele Raineri, Quei soldati ucraini allo sbando nel bosco. “Morale a pezzi, vogliamo andare a casa”, «la Repubblica» 30 aprile 2022 oppure i vari episodi riguardanti i militari russi che si rifiuterebbero di combattere sabotando i propri mezzi e disobbedendo agli ordini impartiti dall’alto o, ancora, il sabotaggio degli uffici di reclutamento in Russia – qui

Fonte

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