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21/05/2022

Il ddl concorrenza chiarisce chi comanda

Un consiglio dei ministri straordinario che dura soltanto dieci minuti significa una sola cosa: il presidente del consiglio ha emanato un ordine. Indiscutibile. Giusto il tempo di illustrarlo sommariamente, per titoli e tempi di approvazione, senza alcuna possibilità di discussione.

Una procedura del genere la dice lunga sul tasso di “collegialità” delle decisioni del governo e ancor più sul ruolo del Parlamento, teoricamente sede della “sovranità” dello Stato.

Ma il presidente del Consiglio si chiama Mario Draghi, è stato presidente della Banca Centrale Europea, dà del tu a Joe Biden e Janet Yellen (ministro del tesoro Usa), è stato il teorico-pratico delle privatizzazioni del patrimonio pubblico italiano negli anni ‘90.

Non è uno che perde tempo a ragionare con gli “inferiori” che poco sanno di grandi strategie economiche o che rappresentano interessi sociali considerati marginali in alto loco. “O mi obbedite o vi mando sul lastrico”, si può tradurre la sua sortita che lascia intravedere ancora un volta l’orso chiamato spread.

L’occasione per brutalizzare l’assetto istituzionale teoricamente “sacro” è arrivata con le lungaggini del cosiddetto “ddl concorrenza”. Un testo piuttosto corposo, che comprende un buon numero di “riforme” e temi che riguardano i servizi pubblici locali, i trasporti, l’energia e la sostenibilità ambientale (compreso l’obbligo di privatizzare l’acqua pubblica), la “tutela della salute” (declinata sul fronte dell’accreditamento delle strutture private convenzionate, mentre si taglia su quella pubblica).

Ma anche sullo sviluppo delle infrastrutture digitali e di telecomunicazione, la “semplificazione dei controlli sulle attività economiche”, la delega al governo per adeguare la legislazione italiana a quella europea in materia di “vigilanza del mercato”, il rafforzamento dell’antitrust e le nomine per le authority.

Insomma, “tanta roba” su cui i cosiddetti “partiti” – tutti – che partecipano al governo Draghi non hanno sollevato alcuna obiezione. In fondo si tratta di privatizzazioni e deregolamentazioni, argomenti che tornano solo a favore di imprese medie e grandi, e quindi non incidono troppo sul “blocco sociale” borghese che, nell’insieme, rappresentano.

“Tanta roba” che contribuirà a peggiorare drasticamente il già periclitante benessere residuo delle classi popolari (pensate anche solo alla sanità e ai trasporti pubblici locali), e che quindi non interessa affatto all’”arco parlamentare di governo”, meloniani compresi.

Il punto su cui l’iter del ddl concorrenza si è incagliato, tra proposte di emendamento e irrigidimenti corporativi, è quello relativo alle concessioni balneari. Che, secondo il ddl, che recepisce le “regole europee”, andranno in futuro messe a gara (all’asta, insomma) e non regalate in via clientelare da qualche consiglio comunale o provinciale.

E in effetti tra leghisti e meloniani ci sono molti “onorevoli” sensibili agli interessi di una fettina piuttosto esigua della peggiore “borghesia nazionale” (che magari potremmo definire logicamente come “comunale” o “provinciale”).

Ossia quella che ha fatto le sue non clamorose fortune prendendo “in concessione” beni pubblici (le spiagge), senza pagare praticamente nulla (o cifre irrisorie rispetto ai profitti), recintando e sfruttando in modo bestiale la forza lavoro forzatamente stagionale.

È anche quella fetta ignobile di “borghesia nazionale” che contribuisce in larga misura al coro osceno contro il “reddito di cittadinanza” (in media: 580 euro al mese), che impedirebbe loro di trovare dipendenti precari da pagare anche meno ma in cambio di 10-12 ore di lavoro quotidiano, senza diritti e spesso anche senza alcun contratto scritto.

Ma fonti di palazzo Chigi confermano che per Draghi “il mancato rispetto” della tempistica per l’approvazione del Ddl concorrenza “metterebbe a rischio, insostenibilmente, il raggiungimento di un obiettivo fondamentale del Pnrr, punto principale del programma di Governo”.

E quindi c’è la necessità, “nel pieno rispetto delle prerogative parlamentari”, di porre in essere tutte le iniziative per arrivare a una rapida approvazione al Senato e procedere alla trasmissione alla Camera. In soldoni: Draghi metterà la fiducia perché il ddl sia approvato entro la fine di maggio. Alla faccia del “pieno rispetto delle prerogative parlamentari”…

Perché questa decisione è profondamente interessante?

Perché ricorda anche ai più distratti, o ciechi, che i fondi del Pnrr (traduzione italica del Next Generation Eu) sono erogati a rate e vincolati a una serie di “riforme” indicate tassativamente dalla Commissione Europea (il “governo” continentale) secondo un calendario preciso e inderogabile.

Abbiamo più volte spiegato anche noi che questo è il meccanismo, che le “condizionalità” sono ben 528, di cui già realizzate 51 nel solo 2021, mentre nell’anno in corso sono in via di approvazione altre 100, tra cui appunto il “ddl concorrenza”

Ma, certo, se è lo stesso Draghi a ricordare che c’è un vincolo esterno, altrimenti non arrivano i soldi, la cosa dovrebbe essere chiara a tutti.

Ma sappiamo che non per tutti lo è. C’è chi si gingilla ancora con una visione dell’Unione Europea (l’Europa è un continente, mentre la Ue una sovrastruttura istituzionale) come un “insieme di Stati nazionali” che a volte trovano un accordo, ma altre volte no.

Cosa che può certamente avvenire in sede di negoziazione di nuovi accordi (per esempio sull’embargo sul petrolio russo l’Ungheria mette il veto, perché non può rinunciarvi in tempi rapidi), ma non per quanto riguarda i trattati già sottoscritti.

E dunque c’è chi pensa che, una volta conquistato un certo peso politico-elettorale, si possa tranquillamente fare quel che si ha in programma, senza troppi problemi. L’esperienza del primo governo Tsipras in Grecia, o anche quella del “governo giallo-verde” in Italia, stanno lì a dimostrare che questa è una pia illusione.

C’è una borghesia europea che detta le “linee di riforma” dell’ambiente economico in ogni singolo paese, per ridisegnare sia le filiere produttive sia le occasioni di profitto (il caso delle concessioni balneari è quasi da manuale, per piccoli capitali). E le “borghesie solo nazionali” possono solo provare ad adattarsi, non a “resistere”, per quanto possano strepitare.

Ricordiamo che le classi sociali si definiscono in base al loro ruolo nel processo di produzione e circolazione. Dunque si deve definire “borghesia nazionale” quella il cui ambito di azione non travalica i confini di un singolo paese, anche se poi magari vende i suoi prodotti dall’altra parte del mondo.

Mentre la “borghesia europea” è quella che produce, paga le tasse, utilizza disposizioni e leggi continentali, giocando sui differenti costi del lavoro e la diversità di legislazioni, nella dimensione europea.

Troppo difficile? E allora facciamo un esempio concreto: un imprenditore di passaporto italiano, che fissa la sede legale della sua società a Berlino, paga le tasse (minori) in Olanda, usa materie prime provenienti da Bulgaria e Romania, trasformandole in prodotti finiti negli stabilimenti localizzati in Italia e Germania…

Che borghesia è? Quella scritta sul passaporto? Non facciamo ridere, per favore…

Di un livello ancora superiore è la “borghesia euro-atlantica”, che si muove in uno spazio ancora più grande e che possiamo esemplificare nella famiglia Agnelli-Elkann (Stellantis, che ha assorbito Fiat e Chrysler, è una società franco-italo-statunitense) o in quella Benetton (che spazia da Treviso alla Patagonia).

Questa digressione analitica è necessaria per far capire ancora meglio come l’origine del ddl concorrenza, e di tante altre “riforme” spesso neanche rese pubbliche prima dell’apparizione in Gazzetta Ufficiale, non sia frutto di decisioni strategiche partorite da una “borghesia nazionale” che da tempo ha rinunciato a qualsiasi ambizione e si accontenta sempre più spesso di vivere di rendita (finanziaria), liberandosi dei fastidi della produzione, così “lenta” e incerta a restituire profitti.

Quindi potremmo dire: grazie, Draghi, per aver illustrato con un’azione chiara quale sia la situazione oggettiva in cui siamo tutti costretti a muoverci. Ovviamente, non essendo d’accordo su nessuna delle sue decisioni, ci si vede in piazza. Già da stamattina!

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