Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta NSO Group. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta NSO Group. Mostra tutti i post

23/04/2022

Spiati i dirigenti della Catalogna. Il governo spagnolo elusivo nel dare risposte

Anche il presidente della Generalitat della Catalogna e altri dirigenti indipendentisti sono stati spiati attraverso il sistema israeliano “Pegasus”. Pegasus è un software concepito per aggirare le difese degli degli smartphone Apple e Android. Gli attacchi lasciano pochissime tracce.

Le tradizionali misure – password ordinarie e complesse – sono scarsamente utili. Pegasus può insinuarsi rubando foto, registrazioni, dati relativi alla localizzazione, telefonate, password, registri di chiamata, post pubblicati sui social. Il programma può anche attivare telecamera e microfono dello smartphone.

I ricercatori di Citizen Lab hanno scoperto che il famigerato spyware Pegasus è stato utilizzato per infettare gli smartphone di almeno 65 politici catalani, tra cui alcuni membri del Parlamento europeo. Ciò è avvenuto tra il 2017 e il 2020, sfruttando vulnerabilità di iOS e SMS. Il Parlamento europeo sta istituendo una commissione d’inchiesta sullo scandalo Pegasus. Ci sono sempre più prove che questo programma sia stato usato per spiare politici, giornalisti e attivisti in diversi Stati membri.

Pegasus è il prodotto di punta della NSO Group, un’azienda israeliana leader nella produzione di spyware, ed è stato concepito per insinuarsi negli iPhone e negli apparecchi Android.

“Il cosidetto ‘Catalangate’ è diventata uno dei più grandi casi di spionaggio politico nell’Europa occidentale e probabilmente in tutti i paesi democratici del mondo” scrive il quotidiano spagnolo Publico.

“Forse le conseguenze politiche non saranno paragonabili ad altri precedenti che hanno segnato la storia contemporanea, come il Watergate, ma avrà senza dubbio un impatto sulla politica spagnola con una probabile tensione nella maggioranza che sostiene il governo del PSOE e dell’UP. E minando il rapporto tra Generalitat e Moncloa. A meno che non vengano fornite spiegazioni e non vengano sanzionate le responsabilità”.

Il presidente della Catalogna, Pére Aragones, nonostante quanto emerso, non pensa di interrompere il tavolo di dialogo intrapreso con il governo spagnolo ma chiede “spiegazioni”. In un’intervista all’emittente radiofonica Cadena Ser, Aragones è intervenuto sul caso di spionaggio nei confronti di diversi dirigenti indipendentisti catalani attraverso il programma Pegasus.

Allo stesso tempo il presidente della Catalogna ha chiesto all’esecutivo spiegazioni che finora sono state “insufficienti e controproducenti” per recuperare la fiducia.

Aragones ha accusato il governo di essere stato “elusivo” fino a questo momento. “Immaginate se il presidente spiato fosse quello della Galizia, cosa accadrebbe? Tutti possono immaginare che ci sarebbe uno scandalo molto più grande e si chiederebbero spiegazioni”, ha sottolineato il leader catalano che a Madrid ha incontrato i rappresentanti dei partiti coinvolti nel presunto caso di spionaggio.

Ieri la ministra delle Difesa spagnola, Margarita Robles, aveva dichiarato che le azioni del Centro nazionale d’intelligence (Cni) sono sempre soggette alla legislazione vigente, respingendo in questo modo le accuse mosse “senza prove” dato che tutte le azioni del Cni sono segrete e “non possono essere difese”.

Fonte

31/07/2021

Pegasus: lo spionaggio di massa è una realtà

Pubblichiamo questo contributo di Arundhati Roy, apparso sul The Guardian martedì 27 luglio.

La nota attivista indiana, nonché Premio Nobel per la Letteratura, riflette sulla diffusione e la pervasività di uno strumento di controllo di massa come Pegasus, spyware prodotto da un'azienda israeliana – la NSO Group – venduto a differenti governi e che permette di hackerare con grande facilità i dispositivi informatici di chiunque.

Lo scandalo attorno a questa attività di intelligence di massa piuttosto opaca rende giustizia alla precisa denuncia di alcuni anni fa di Edward Snowden, ex analista della National Security Agency degli Stati Uniti, su quest’aspetto dispopico delle politiche governative.

In una recente intervista al Guardian – citata dalla Roy – Snowden ha avvertito: “Se non fai nulla per fermare la vendita di questa tecnologia, non saranno solo 50.000 obiettivi. Saranno 50 milioni di obiettivi, e accadrà molto più velocemente di quanto nessuno di noi si aspetti.“

La vicenda ormai è nota e mostra due aspetti piuttosto rilevanti: la valenza dell’industria della sicurezza in Israele e delle sue tecnologie belliche che si riverberano sulla vita civile di tutti; la facilità dello spionaggio di massa, nonostante i costi esorbitanti che comporta, da parte dei governi senza, di fatto, alcun filtro democratico.

Per ciò che concerne Israele, con cui il nostro Paese ha sviluppato una cooperazione in vari settori connessi direttamente o indirettamente all’industria militare, ciò che avviene con Pegasus è simile a ciò che accade con altre tecnologie, come quelle di controllo delle frontiere.

“Nel Mediterraneo di oggi” – hanno ben spiegato due attivisti di Sea Watch intervenuti nel corso di una assemblea di inizio giugno a Livorno nell’ambito delle mobilitazioni dei lavoratori portuali contro il traffico delle armi – “non sono solo gli stati NATO che vengono sempre più coinvolti nella gestione delle frontiere; ma anche il capitale militare.

La frontiera ormai è un’industria militare, un mercato enorme che entro il 2025 varrà oltre 65 miliardi di euro, in cui svolgono un ruolo da protagonista le aziende private specializzate nella progettazione e nel commercio di armi e tecnologie da guerra.

Per fare un esempio rilevante, uno dei paesi all’avanguardia dell’esportazione di apparati di sorveglianza non solo in Europa, ma anche negli USA e in Australia, è Israele. I droni usati da FRONTEX per dare supporto logistico alla cosiddetta Guardia Costiera libica sono stati inventati da Elbit Systems e Israel Aerospace Industries – entrambe aziende israeliane, che gestiscono l’apparato di controllo sul territorio palestinese.”


Torniamo a quello che è avvenuto in India.

Avevamo già tradotto a marzo un contributo di una altra attivista di fama internazionale, come Naomi Klein, che rifletteva su The Intercept come le multinazionali della rete fossero dietro la repressione del movimento in India, Stato che è divenuto un laboratorio su larga scala delle tecniche della controrivoluzione digitale contro i movimenti di massa.

Il disastro pandemico indiano, che era stato descritto a marzo dalla stessa Roy in un articolo che abbiamo tradotto come un vero e proprio crimine contro l’umanità, ha ulteriormente fatto vacillare l’attuale esecutivo retto da una convergenza di interessi tra i nazionalisti indù, i multimiliardari indiani proprietari di svariate attività economiche, e le caste più elevate, aumentando le paranoie del Potere Indiano.

Il tutto con il beneplacito dell’Occidente, per cui l’India è un baluardo nella politica di “contenimento“ della Repubblica Popolare Cinese, e quindi nessuno, come hanno fatto gli USA con Cuba, si sogna di denunciarne la catastrofe umanitaria, occultata con sprezzo del ridicolo dalla leadership del Paese Asiatico contro le più banali evidenze empiriche.

Alla luce di quanto si legge qui sotto, sarà difficile non riflettere come l’abuso del concetto di dittatura e creazione del nemico interno sia stato così male indirizzato negli ultimi tempi anche da intellettuali di un certo rilievo e da alcuni osservatori politici.

Buona Lettura.

*****

Questo non è semplice spionaggio. La nostra intimità è ora allo scoperto.

Il progetto Pegasus dimostra che presto potremmo essere governati da Stati che sanno tutto di noi, mentre noi sappiamo sempre meno sul loro conto

In India, l’estate della morte si sta presto trasformando nell’estate dello spionaggio.

La seconda ondata di coronavirus si è arrestata, dopo aver causato 4 milioni di morti in India. I numeri ufficiali ammontano solo a un decimo – 400.000. Nella distopia di Nahendra Modi, mentre il fumo dei forni crematori ancora si diradava e la terra delle tombe si assestava, degli enormi cartelloni sono apparsi nelle nostre strade per dire “Grazie Modiji” (un’espressione di gratitudine aniticipata per il “vaccino gratuito” che resta ancora poco reperibile, e che manca al 95% della popolazione).

Per quanto riguarda il governo Modi, qualsiasi tentativo di quantificare il vero numero di morti è una cospirazione contro l’India – come se i milioni di morti fossero attori che giacevano nelle fosse comuni di massa che avete visto dalle foto aeree, o che galleggiavano nei fiumi travestiti da cadaveri, o che si cremavano da soli nei marciapedi delle città, motivati unicamente dal desiderio di rovinare la reputazione internazionale dell’India.

Il governo indiano e i suoi media hanno mosso la stessa accusa contro il consorzio internazionale di giornalisti investigativi di 17 giornali, che hanno lavorato con Forbidden Stories e Amnesty International per rendere pubblica una storia straordinaria di sorveglianza su scala globale.

L’India appare in questi report a fianco a un insieme di altri Paesi i cui governi hanno acquistato lo spyware Pegasus prodotto dal NSO Group, un’azienda di sorveglianza israeliana. NSO, dal canto suo, ha dichiarato che vende la sua tecnologia solo a governi che hanno superato il vaglio in quanto a rispetto dei diritti umani e che si sono impegnati a usarla solo per fini di sicurezza nazionale – per tenere sotto controllo terroristi e criminali.

Tra gli altri Paesi ad aver superato il test per i diritti umani dell’NSO ci sono Rwanda, Arabia Saudita, Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti e Messico. Quindi chi esattamente ha deciso quale sia la definizione di “terroristi” e “criminali”? L’NSO e i suoi clienti?

Oltre al costo esorbitante dello spyware, circa centinaia di migliaia di dollari per telefono, l’NSO chiede un canone annuale per la manutenzione del sistema pari al 17% del costo totale del programma. C’è sicuramente qualcosa di proditorio in una corporazione straniera che fornisce e mantiene un sistema di sorveglianza che monitora privati cittadini per conto del governo del Paese.

Il team di giornalisti ha esaminato una lista trapelata di 50.000 numeri di telefono. L’analisi ha mostrato che più di 1.000 di questi sono stati selezionati in India da un cliente dell’NSO. Se un numero sia stato hackerato con successo, o sia stato soggetto a tentativi di hacking, lo si può dimostrare solo se i telefoni vengono sottoposti ad un esame forense. In India, molti dei telefoni esaminati sono risultati infettati dallo spyware Pegasus.

La lista trapelata include i numeri di membri di partiti d’opposizione, giornalisti dissidenti, attivisti, avvocati, intellettuali, imprenditori, un ufficiale dissidente della commissione elettorale indiana, un ufficiale dissidente dell’intelligence, ministri e le loro famiglie, diplomatici stranieri e anche il primo ministro pakistano, Imran Khan.

Portavoce del governo indiano hanno denunciato la lista come un falso. Osservatori della politica indiana sanno bene che neanche uno scrittore esperto e ben informato sarebbe in grado di costruire una lista così precisa e credibile di persone che il partito al governo considera di interesse o nemiche del proprio progetto politico. È pieno di dettagli deliziosi, pieno di storie nelle storie. Ci sono nomi inaspettati. Molti tra quelli plausibili non ci sono.

Pegasus, ci viene riferito, può essere installato in un telefono anche solo con una chiamata persa. Immagina. Un carico di spyware invisibile sganciato da una chiamata persa. Un ICBM senza precedenti. Uno in grado di smantellare democrazie e atomizzare società senza il disturbo della burocrazia – nessun mandato, accordo sulle armi, commissioni di inchiesta, nessun tipo di regolamentazione. La tecnologia è neutrale ovviamente. Non è colpa di nessuno.

La collaborazione amichevole tra India e NSO sembra essere iniziata in Israele nel 2017, durante ciò che i media hanno chiamato la “bromance” Modi-Netanyahu – quella volta che si sono arrotolati i pantaloni e si son messi a sguazzare nella spiaggia di Dor. Hanno lasciato ben più che impronte sulla sabbia. È allora che i numeri sono iniziati ad apparire sulla lista.

Lo stesso anno il budget del Consiglio di Sicurezza Nazionale è decuplicato. La maggior parte della spesa è stata allocata alla cybersicurezza. Nell’agosto 2019, poco dopo la seconda vittoria di Modi come primo ministro, la draconiana legge indiana sull’antiterrorismo, la UAPA (Unlawful Activities Prevention Act), con la quale in migliaia sono stati arrestati senza possibilità di cauzione, è stata espansa per includere anche individui, non solo organizzazioni.

Le organizzazioni, d’altronde, non hanno telefonini – dettaglio importante, per quanto teorico. Ma certamente espande il mandato. E il mercato.

Durante il dibattito parlamentare sull’emendamento, il ministro dell’interno, Amit Shah, ha dichiarato: “Signori, le armi non causano il terrorismo, le radici del terrorismo affondano nella propaganda fatta per diffonderlo... E se questi individui verranno riconosciuti come terroristi, non credo che dei parlamentari debbano avere obiezioni“.

Lo scandalo Pegasus ha causato un putiferio durante la sessione estiva del parlamento. L’opposizione ha richiesto le dimissioni del ministro dell’interno. Il partito di Modi, forte di una maggioranza assoluta, ha schierato Ashwini Vaishnaw – di recente entrato come ministro delle ferrovie, comunicazioni e tecnologie informatiche – a difendere il governo in parlamento. Imbarazzante per lui che anche il suo numero fosse sulla lista trapelata.

Mettendo da parte la sbruffonaggine e il burocratese disorientante delle molte dichiarazioni del governo, non si trova nessuna smentita sull’acquisto e l’uso di Pegasus. Neanche l’NSO ha smentito. Il governo di Israele ha aperto un’inchiesta sulle accuse di abuso dello spyware, così come il governo francese. In India la pista dei soldi ci condurrà, prima o poi, alla pistola fumante.

Ma dove ci porterà questa pistola fumante? Consideriamo questo: ci sono 16 attivisti, avvocati, sindacalisti, professori e intellettuali, molti di loro dalit (la casta degli “intoccabili”, ndt), che sono stati imprigionati per anni in quello che è conosciuto come il caso Bhima-Koreagon (BK).

Sono accusati, incredibilmente, di aver cospirato per incitare le violenze avvenute tra dalit e gruppi di caste privilegiate nel gennaio 2018, quando decine di migliaia di dalit si sono radunati per commemorare il 200esimo anniversario della battaglia di Bhima-Koregaon (nella quale i soldati dalit hanno combattuto per sconfiggere i Peshwa, un regime tirannico bramino).

I numeri di telefono di 8 dei 16 BK accusati, e i numeri di alcuni dei loro famigliari più stretti, sono apparsi sulla lista. Se tutti o alcuni dei loro telefoni siano stati oggetto di hacking, tentati o riusciti, non si può sapere, perché i loro telefoni sono in custodia della polizia e non disponibili per esami forensi.

Negli anni alcuni di noi sono diventati esperti nelle modalità sinistre che il governo di Modi è pronto ad adottare per fermare coloro che considera suoi nemici – ed è più che semplice sorveglianza.

Il Washington Post ha recentemente pubblicato un report di Arsenal Consulting, un’azienda digitale forense del Massachusetts, che ha esaminato copie elettroniche dei computer di due dei BK accusati, Rona Wilson e Surendra Gadling.

Gli investigatori hanno scoperto che entrambi i loro computer sono stati infiltrati da un hacker non identificato, e che documenti incriminanti sono stati nascosti nei loro hard drive. Tra questi, per aggiungere pathos, c’era una lettera assurda che delineava un piano banale per assassinare Modi.

Le gravi implicazioni contenute nella relazione di Arsenal non hanno spinto il sistema giudiziario indiano o la sua stampa tradizionale ad agire diversamente. Al contrario. Mentre lavoravano duramente per insabbiare e contenere le possibili ricadute del rapporto, uno degli accusati della BK, un sacerdote gesuita di 84 anni, padre Stan Swamy, che aveva trascorso oltre trent’anni nello Jarhkland tra le tribù che abitano la foresta e lottano contro la conquista aziendale delle loro terre d’origine, moriva atrocemente dopo essere stato infettato dal coronavirus in prigione. Al momento del suo arresto aveva il morbo di Parkinson e il cancro.

Allora, cosa dobbiamo fare di Pegasus? Liquidarla cinicamente come una nuova iterazione tecnologica di un gioco secolare in cui i governanti hanno sempre spiato i governati sarebbe un grave errore. Questo non è un normale spionaggio. I nostri telefoni cellulari rappresentano il nostro io più intimo. Sono diventati un’estensione del nostro cervello e del nostro corpo.

La sorveglianza illegale attraverso i telefoni cellulari non è una novità in India. Ogni Kashmir lo sa e lo sanno anche la maggior parte degli attivisti indiani. Tuttavia, cedere ai governi e alle società il diritto legale di invadere e prendere il controllo dei nostri telefoni significa sottometterci volontariamente alla violazione della nostra privacy.

Le rivelazioni del progetto Pegasus mostrano che la potenziale minaccia di questo spyware è più invasiva di qualsiasi forma precedente di spionaggio o sorveglianza. Più invasivo anche degli algoritmi di Google, Amazon e Facebook, all’interno dei quali milioni di persone vivono la loro vita e giocano i loro desideri. È più che avere una spia in tasca. È come se si fornissero le informazioni più nascoste del nostro stesso cervello.

Spyware come Pegasus mettono a rischio politico, sociale ed economico non solo l’utente di ogni telefono infetto, ma l’intera cerchia sociale dei propri amici, famiglie e colleghi.

La persona che probabilmente ha riflettuto in modo più approfondito di chiunque altro sulla sorveglianza di massa è il dissidente ed ex analista della National Security Agency degli Stati Uniti Edward Snowden. In una recente intervista al Guardian, ha avvertito: “Se non fai nulla per fermare la vendita di questa tecnologia, non saranno solo 50.000 obiettivi. Saranno 50 milioni di obiettivi, e accadrà molto più velocemente di quanto nessuno di noi si aspetti”. Dovremmo prestargli attenzione.

Ho incontrato Snowden a Mosca quasi sette anni fa, nel dicembre 2014. Era trascorso circa un anno e mezzo da quando era diventato informatore, disgustato dalla sorveglianza di massa indiscriminata dei suoi cittadini da parte del suo governo. Aveva fatto la sua grande fuga nel maggio 2013 e si stava lentamente abituando alla vita come fuggitivo.

Daniel Ellsberg (dei Pentagon Papers), John Cusack (di John Cusack) ed io ci siamo recati a Mosca per incontrarlo. Per tre giorni, ci siamo rintanati in una stanza d’albergo con il gelido inverno russo che premeva contro i vetri delle finestre, per parlare di sorveglianza e spionaggio.

Dove ci porterà questa pista? Quanto lontano? Quando è scoppiata la notizia del progetto Pegasus, sono tornato indietro e ho guardato la trascrizione della nostra conversazione registrata. Si trattava di poche centinaia di pagine. Mi ha fatto rizzare i capelli.

Snowden, che aveva appena trent’anni allora, era cupamente profetico: “La tecnologia non può essere ripristinata, la tecnologia non va da nessuna parte … sarà più economico, sarà più efficace, sarà più facilmente disponibile. Se non facciamo nulla, ci troveremo come sonnambuli in uno stato di sorveglianza totale in cui abbiamo sia un super-Stato che ha una capacità illimitata di applicare la forza, sia una capacità illimitata di sapere e dunque di dirigere in modo molto specifico quella forza e questa è una combinazione molto pericolosa. Questa è la direzione del prossimo futuro.

In altre parole, andiamo nella direzione di essere governati da Stati che sanno tutto ciò che c’è da sapere sulle persone e di cui la gente sa sempre meno. Questa asimmetria può andare solo in una direzione. Malvagità. E la fine della democrazia."


Snowden ha ragione. La tecnologia non può essere ripristinata. Ma non deve funzionare come un’industria legittima e non regolamentata, che travolge profitti, sboccia e fiorisce sulle autostrade transcontinentali e pulsanti del libero mercato. Bisogna legiferare contro questi rischi.

Ma dove ci porta tutto questo? Nel mondo della buona politica vecchio stile, direi. Solo un’azione politica può fermare o mitigare questa minaccia.

Perché questa tecnologia, quando viene utilizzata, se non legalmente, illegalmente, esisterà sempre all’interno della complicata matrice che descrive i nostri tempi: nazionalismo, capitalismo, imperialismo, colonialismo, razzismo, castismo, sessismo.

Questo rimarrà il nostro campo di battaglia, indipendentemente da come si sviluppa la tecnologia. Dovremo tornare a un mondo in cui non siamo controllati e dominati dal nostro intimo nemico: i nostri telefoni cellulari.

Dobbiamo cercare di ricostruire le nostre vite, le nostre lotte e i nostri movimenti sociali al di fuori del regno asfissiante della sorveglianza digitale. Dobbiamo spodestare i regimi che stanno dispiegando questi strumenti contro di noi.

Dobbiamo fare tutto il possibile per stringere la presa sulle leve del potere, per ricucire quanto ci hanno strappato e riprenderci ciò che ci hanno sottratto.

Fonte

19/07/2021

Gli spioni di Pegasus

Secondo Edward Snowden, quella pubblicata nel fine settimana da 17 testate giornalistiche sarebbe semplicemente la “notizia dell’anno”. La rivelazione riguarda la vendita a numerosi governi, da parte di una compagnia informatica israeliana, di un avanzato strumento di sorveglianza in grado sostanzialmente di garantire il completo accesso al contenuto degli smartphone nei quali il software viene impiantato. Maggiori dettagli e informazioni dovrebbero arrivare nei prossimi giorni, ma alcuni aspetti allarmanti appaiono già evidenti, a cominciare dal controllo dei telefoni di centinaia di giornalisti in tutto il mondo.

Gli obiettivi elencati nei documenti della società NSO Group ottenuti da Amnesty International e dalla no-profit francese Forbidden Stories includono anche attivisti per i diritti umani, imprenditori, sindacalisti, ambasciatori, ministri e, addirittura, capi di stato e di governo. Lo “spyware” in questione è noto col nome di Pegasus e, per gli utilizzatori, il suo punto di forza è rappresentato da una caratteristica che lo distingue dagli altri strumenti di sorveglianza, cioè le modalità con cui può essere introdotto nei dispositivi delle vittime.

Mentre le versioni precedenti di questo e di altri software simili erano basati sul “phishing”, ovvero su messaggi o e-mail che invitano il destinatario a cliccare su un link, Pegasus è in grado di infettare i telefoni cellulari attraverso i cosiddetti “attacchi zero click”. Per impossessarsi del dispositivo non serve alcuna interazione da parte del proprietario. Il software sfrutta i punti deboli del sistema operativo o di determinate applicazioni che i produttori dei telefoni e gli sviluppatori non conoscono ancora e che, quindi, non hanno ancora provveduto a risolvere.

Pegasus viene installato ad esempio tramite una telefonata a cui il bersaglio può anche non rispondere o, in alternativa, per mezzo di uno strumento wireless posizionato a poca distanza dall’obiettivo oppure manualmente se si viene in possesso fisicamente del telefono. Una volta dentro il dispositivo, il software riesce a raccogliere tutte le informazioni in esso contenute, dai messaggi alle telefonate, dalla rubrica alle immagini, dalle e-mail ai dati sulla navigazione internet. Pegasus è in grado inoltre di attivare il microfono e la videocamera dei telefoni, in modo da registrare segretamente le conversazioni e le attività degli utenti, così come il GPS per individuare le loro posizioni.

Secondo Claudio Guarnieri, direttore del laboratorio sulla sicurezza di Amnesty International, Pegasus può ottenere i “privilegi di amministratore” del dispositivo, per sfruttarlo “più di quanto possa farlo il suo proprietario”. Inoltre, il software della compagnia israeliana è virtualmente inarrestabile, in quanto quasi impossibile da individuare, dal momento che lavora a livello della memoria temporanea e non lascia dunque tracce quando il telefono è spento. Sempre Guarnieri in un’intervista al Guardian, uno dei giornali che ha pubblicato i documenti di NSO Group, ha spiegato che, in merito al software Pegasus, una delle domande più frequenti che gli vengono rivolte è come sia possibile evitare che l’aggressione informatica si ripeta. In questo caso, la risposta più realistica è: “nulla”.

Tra i documenti ottenuti c’è anche un elenco di circa 50 mila numeri di telefono scelti per essere infettati con Pegasus. Questi numeri non sono collegati all’identità dei rispettivi utenti, ma i giornalisti che hanno lavorato sul materiale riservato hanno identificato un migliaio di persone sparse in oltre cinquanta paesi. Tra di essi ci sono più di 600 politici e funzionari di governo, 65 dirigenti di aziende, 85 attivisti per i diritti umani e, come accennato all’inizio, 189 giornalisti di testate come New York Times, Associated Press, CNN, Financial Times, The Economist, France 24, Reuters e altre.

Senza un’analisi approfondita dei singoli dispositivi, è impossibile stabilire quanti di quelli sull’elenco di NSO Group siano stati effettivamente infettati da Pegasus. Tuttavia, l’esame a campione di 67 telefoni di giornalisti ne ha individuati 37 colpiti dal “malware”. I paesi di provenienza di questi ultimi includono Azerbaigian, India, Francia, Marocco e Ungheria. Alcuni governi di questi paesi hanno stipulato contratti di acquisto di prodotti di NSO Group, assieme a molti altri, tra cui quelli di Messico, Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Non sono state diffuse invece informazioni specifiche circa l’identità degli utilizzatori del software in questione.

Pegasus sarebbe stato comunque usato per portare a termine assassini di giornalisti e dissidenti anche molto noti, come il saudita Jamal Khashoggi, ucciso barbaramente nel consolato del suo paese a Istanbul nel 2018. Oggetto di sorveglianza attraverso questo software erano stati anche svariati familiari di Khashoggi, nonché la sua fidanzata Hatice Cengiz e i funzionari turchi che indagavano sull’assassinio.

Anche il giornalista messicano Cecilio Pineda Birto, ucciso nel 2017 a colpi di pistola in una strada della città di Altamirano, potrebbe essere stato localizzato grazie al programma Pegasus. Proprio il Messico è uno dei paesi con il maggior numero di agenzie governative clienti di NSO Group e, in parallelo, uno dei più pericolosi per i giornalisti al di fuori delle aree di guerra. Dal 2010 sono 86 i giornalisti assassinati in Messico, molti dei quali impegnati in indagini sui collegamenti tra gruppi criminali e organi dello stato. Le implicazioni per i giornalisti sono dunque evidentissime ed estremamente preoccupanti. Anche tra i più attenti alla minaccia di intercettazioni e sorveglianza, le armi a disposizione sono di fatto nulle e, oltre alla stessa incolumità personale dei giornalisti, questa situazione mette in serio pericolo i rapporti con le fonti riservate.

Le rivelazioni sui prodotti informatici di NSO Group non sono peraltro nuove. Il New York Times ne aveva parlato già nel 2016 per descrivere le attività di sorveglianza relativamente a paesi come Arabia Saudita e Messico. Le nuove informazioni pubblicate nel fine settimana indicano però un uso decisamente più ampio a livello globale dei software della compagnia israeliana. I dati ancora parziali potrebbero riservare altre sorprese, ma è fin da ora plausibile ipotizzare l’uso di questi strumenti anche da parte di organi dei governi “democratici” occidentali.

Laddove non ci siano invece elementi per stabilire l’acquisto e l’utilizzo di Pegasus da parte di questi paesi, è ugualmente ragionevole pensare che ciò sia dovuto alla disponibilità di strumenti simili sviluppati direttamente dalle loro agenzie di intelligence. Basti pensare, a questo proposito, alla realtà rivelata da Edward Snowden riguardo agli Stati Uniti e ai loro più stretti alleati.

Gli scenari raccontati dai documenti distribuiti alla stampa da Amnesty International e Forbidden Stories contribuiscono a disegnare un quadro internazionale nel quale i diritti civili e democratici risultano sempre più minacciati. Da ciò deriva di conseguenza anche il pericolo che incombe sulla libertà di stampa. Il caso specifico di NSO Group, che da parte sua ha respinto le accuse e affermato che i suoi prodotti sono utilizzati solo per colpire terroristi e criminali, rappresenta infine un altro atto di accusa contro Israele.

L’esportazione di un software come Pegasus richiede infatti la concessione di una licenza specifica da parte del governo dello stato ebraico che, evidentemente, non si è fatto nessuno scrupolo nell’approvare la fornitura di un sofisticato strumento di repressione a regimi ultra-autoritari e violenti, a cominciare da quelli di Emirati Arabi e Arabia Saudita, con cui da qualche tempo intrattiene rapporti sempre più stretti.

Fonte

02/07/2019

Pegasus, il software israeliano per i governi che spiano i propri oppositori

«Ottenere giustizia per i difensori dei diritti umani vittime di software dannosi»: questo è l’obiettivo di un’azione legale sostenuta da Amnesty International in Israele. In causa: NSO Group, società fondata nel 2010 da due ex leader militari israeliani. Questa società offre soprattutto uno spyware (software di spionaggio) acquistato da diversi governi stranieri, che viene poi utilizzato per attaccare i difensori dei diritti umani in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e ancora in Messico.

Secondo l’azienda, il software di spionaggio viene venduto ai governi per aiutarli a combattere il terrorismo e altri crimini. «Noi forniamo gli strumenti per aiutare le autorità ufficiali a risolvere legalmente i problemi più pericolosi», afferma il sito web del Gruppo NSO.

Controllo remoto del telefono cellulare

Che aspetto ha questo “strumento”? Se un telefono viene infettato dal software Pegasus, diventa quasi interamente controllabile dall’esterno. Il software consente di determinare la localizzazione del telefono, attivare la fotocamera e il microfono, registrare conversazioni e avere accesso a tutti i dati personali (SMS, e-mail, contatti, foto, video e conversazioni su Messenger, Whatsapp o Instagram). «É come essere nel cervello di qualcuno», ha descritto un testimone anonimo al The Guardian.

L’azienda israeliana continua a proclamare la legalità del proprio prodotto. Eppure, secondo Amnesty, «NSO Group non ha adottato misure adeguate per prevenire e contenere l’uso improprio delle sue tecnologie». La mancanza di controllo su questi software invasivi espone i difensori dei diritti umani a pericoli, compreso il personale di Amnesty.

Un dipendente di Amnesty è stato preso di mira nell’agosto 2018, inducendo la ONG a presentare una richiesta urgente di annullamento della licenza di esportazione di Pegasus. Dal maggio 2019, Amnesty sostiene un’azione giudiziaria di circa 50 membri della comunità dei diritti umani in Israele. Lo scopo di questa mozione è di portare il ministero della Difesa israeliano in tribunale per chiedergli di annullare la licenza di esportazione del programma. Il ministero è accusato di «mettere in pericolo i diritti umani permettendo a NSO di continuare ad esportare i suoi prodotti».

I difensori dei diritti umani nel mirino dei governi

Oltre a questa azione legale, l’azienda è sempre più avvolta dalle controversie. Lo scorso maggio, Whatsapp ha accusato NSO Group di sfruttare una falla di sicurezza nell’applicazione per installare il suo spyware.

Un altro caso emblematico: secondo il Citizen Lab, un think-tank canadese dell’Università di Toronto, l’Arabia Saudita si è servita del software per raccogliere informazioni su Jamal Khashoggi, raccogliendo informazioni che molto probabilmente hanno portato al suo assassinio da parte del regime saudita a Istanbul lo scorso ottobre. 55 milioni di dollari sono stati spesi dall’Arabia Saudita per l’acquisto del software. Edward Snowden, whistleblower americano, ha anche sottolineato la responsabilità dell’azienda nel caso Khashoggi durante una videoconferenza a Tel Aviv lo scorso novembre.

In Messico, il governo di Enrique Peña Nieto (Presidente del Messico dal 2012 al 2018) ha speso 80 milioni di dollari per acquisire il software. In questo paese – il più letale per i giornalisti – Citizen Lab ha documentato l’uso di Pegasus negli attacchi contro nove giornalisti. Anche Griselda Triana, vedova di un giornalista assassinato nel 2017, è stata vittima di un attacco tramite questo software di spionaggio.

Per John Scott-Railton, uno degli autori del rapporto Citizen Lab, «possiamo aggiungere il nome di Griselda alla crescente lista di famiglie che chiedono giustizia per l’omicidio di uno dei loro parenti e che sono prese di mira da Pegasus».

Sono stati registrati altri venticinque attacchi dello spyware contro membri della società civile messicana, compreso un attacco al comitato internazionale che indaga sull’assassinio dei 43 studenti a Iguala, nello stato di Guerrero, nel 2014. Nella maggior parte dei casi, le persone interessate hanno posizioni critiche nei confronti del governo.

Un’altra vittima: Ahmed Mansoor, difensore dei diritti umani riconosciuto a livello internazionale e cittadino degli Emirati Arabi Uniti. Condannato a dieci anni di carcere per aver criticato il governo degli Emirati Arabi Uniti sui social network, l’attivista è stato oggetto di attacchi da parte di Pegasus nel 2016.

Un’azienda “fuori controllo”, sintomo di un’industria redditizia

«NSO è fuori controllo», ha detto Amnesty Israel dopo che un articolo apparso sul giornale israeliano Haaretz ha rivelato che l’azienda aveva venduto il software al governo saudita pochi mesi prima di iniziare un’epurazione dei suoi oppositori. Durante questa “epurazione”, il regime saudita ha arrestato e torturato membri della famiglia reale e uomini d’affari accusati di corruzione.

Nemici per decenni, Israele e Arabia Saudita hanno trovato al giorno d’oggi un terreno comune di intesa. Il valore del Gruppo NSO è stimato a 1 miliardo di dollari. L’economia dello spionaggio digitale vale 12 miliardi: il business è in piena espansione e molto redditizio.

«Anche il paese più piccolo, con un budget molto ridotto, può avere una capacità offensiva» e avviare attacchi informatici contro i suoi avversari, in spregio ai diritti umani, ha detto al New York Times Robert Johnson, fondatore della società di sicurezza informatica Adlumin.

Un’occupazione redditizia?

Sebbene il gruppo NSO sia particolarmente degno di nota, non è l’unica azienda israeliana ad essere al centro di gravi controversie. Black Cube è anche accusata di aver monitorato gli oppositori dell’ex capo di stato (2001-2019) della Repubblica Democratica del Congo, Joseph Kabila. Harvey Weinstein, il produttore in disgrazia e catalizzatore del movimento #metoo, aveva assunto Black Cube per intimidire le donne che lo accusavano di stupro e abusi sessuali.

Per coronare il tutto, la compagnia israeliana ha preso di mira alcune ONG per intimidirle nel contesto delle elezioni presidenziali ungheresi, tra dicembre 2017 e marzo 2018.

Mentre i metodi tecnici di NSO Group e Black Cube non sono esattamente gli stessi, per il giornalista statunitense Richard Silverstein «i loro obiettivi e clienti sono molto simili: individui potenti e ricchi, aziende e stati che hanno bisogno di intimidire i loro nemici in modo surrettizio».

Per Nadim Nashif, direttore di 7amleh (Centro arabo per lo sviluppo dei social network), le aziende israeliane si trovano in una posizione ideale per approfittare di questo boom: hanno affinato le loro tecniche di sorveglianza digitale nel contesto dell’occupazione del territorio palestinese. «Israele ha imparato l’arte di monitorare milioni di palestinesi in Cisgiordania, Gaza e Israele. Il paese impacchetta e vende questa conoscenza ai governi che ammirano la sua capacità di reprimere e soffocare la resistenza», ha detto Antony Loewenstein, autore e giornalista australiano.

Il confine tra lo Stato ebraico e il settore tecnologico è molto poroso. Le società di intelligence impiegano ex agenti dei servizi segreti. Questo è il caso di Black Cube, i cui dipendenti includono ex membri del Mossad. Per quanto riguarda il gruppo NSO, sono stati i veterani dell’equivalente israeliano dell’NSA negli Stati Uniti (Unit 8200) a fondare la società. Quest’ultima rimane pioniera in materia di cyber-sicurezza.

«Usano la sicurezza nazionale come scusa per agire al di fuori della legge»

Questi casi hanno finito per incidere sull’immagine del gruppo NSO. Quando i fondatori hanno cercato un prestito per acquistare l’azienda nel 2019, un consulente bancario ha commentato: «Gli investitori non si farebbero coinvolgere per nulla al mondo». Infine, è stato Stephen Peel, un banchiere britannico, ad acquistare la maggioranza delle azioni del Gruppo NSO nel mese di febbraio attraverso la sua holding Novalpina Capital.

Dopo l’acquisizione, sembra desideroso di migliorare l’immagine dell’azienda. In una lunga lettera di risposta alle accuse di Amnesty, Peel sostiene che in «quasi tutte» le denunce di violazione dei diritti umani, il governo in questione ha esercitato la sua «legittima autorità». Per Danna Ingleton, vicedirettore di Amnesty Tech, la realtà è diversa: «Usano la sicurezza nazionale come scusa per agire al di fuori della legge», ha detto. La battaglia legale è in corso e le sue conseguenze saranno determinanti per i difensori dei diritti umani.

Fonte