Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Arundhati Roy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arundhati Roy. Mostra tutti i post

21/10/2023

India - Arundhati Roy e la stampa libera sotto attacco

Dallo scorso 10 ottobre Arundhati Roy, la celebre scrittrice indiana vincitrice del Booker Prize, è nuovamente sotto processo per una vicenda che risale a più di dieci anni fa, quando Roy è stata accusata di sedizione, insieme al professore universitario Sheikh Showkat Hussain, per un discorso pubblico tenuto durante un seminario sul Kashmir.

Nel suo intervento, alquanto provocatorio secondo alcuni gruppi di estrema destra, Roy avrebbe incitato alla secessione del Kashmir dall’India, inasprendo le relazioni già tese tra India e Pakistan. Nel 2010, non appena il discorso è divenuto pubblico, i manifestanti nazionalisti della destra hindu hanno assediato la casa della scrittrice, che da allora riceve regolarmente minacce di morte da diversi gruppi estremisti.

Ora, dopo tredici anni di silenzio, il vicegovernatore di Delhi V. K. Saxena, affiliato al Bharatiya Janata Party (BJP) e in carica dal 2022, ha riaperto il caso contro la scrittrice. La quale ha commentato così: «Minacciarmi di azioni legali ha lo scopo di spaventare gli attivisti per i diritti civili e i giornalisti, e indurli a tacere. Ma penso che avrà l’effetto opposto. Il governo sa che ormai è troppo tardi».

Arundhati Roy è la prima scrittrice indiana non espatriata ad aver vinto il Booker Prize, nel 1997, con il romanzo Il Dio delle piccole cose. Enormemente riconosciuta e sostenuta all’estero, in India è diventata una figura controversa a causa delle sue opinioni e prese di posizione su questioni politicamente sensibili.

Negli ultimi anni, a parte i romanzi, Arundhati Roy ha pubblicato diversi saggi e articoli sulla povertà, evidenziando le contraddizioni e le responsabilità della classe politica indiana.

A favore dell’insurrezione naxalita, in passato la scrittrice ha messo anche in dubbio il coinvolgimento del Pakistan negli attacchi di Mumbai del 2008, facendo infuriare il governo. Di fatto la sua è una delle critiche di più alto profilo al governo Modi, che ora spera di metterla in difficoltà portandola in tribunale.

Quest’azione dal dubbio tempismo ha fatto ribellare quella parte dell’opinione pubblica che ha a cuore la condizione della libertà di pensiero e di stampa in India.

Negli stessi giorni anche il portale di informazione NewsClick è finito nel mirino del governo. Nella capitale Nuova Delhi la polizia ha fatto irruzione nelle case di circa cinquanta giornalisti legati al giornale online, che viene accusato di aver preso fondi da una lobby statunitense filo-cinese.

Il fondatore e redattore capo del portale, Prabir Purkayastha, e il responsabile delle risorse umane, Amit Chakraborty, sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo e sono incorsi nell’Unlawful Activity Prevention Act (Uapa), che consente di detenere i sospettati in carcere senza un’udienza in tribunale e/o senza fornire alcuna prova per giustificare la loro reclusione.

Dal 2014 il Bjp ha utilizzato l’Uapa in numerose occasioni per perseguitare gli oppositori. L’attacco a NewsClick e la ripresa del procedimento penale contro Arundhati Roy sembrano essere parte di un’ampia campagna di repressione e silenziamento della stampa indiana messa in atto dal BJP e dal premier Narendra Modi in vista delle elezioni del 2024.

Fonte

31/07/2021

Pegasus: lo spionaggio di massa è una realtà

Pubblichiamo questo contributo di Arundhati Roy, apparso sul The Guardian martedì 27 luglio.

La nota attivista indiana, nonché Premio Nobel per la Letteratura, riflette sulla diffusione e la pervasività di uno strumento di controllo di massa come Pegasus, spyware prodotto da un'azienda israeliana – la NSO Group – venduto a differenti governi e che permette di hackerare con grande facilità i dispositivi informatici di chiunque.

Lo scandalo attorno a questa attività di intelligence di massa piuttosto opaca rende giustizia alla precisa denuncia di alcuni anni fa di Edward Snowden, ex analista della National Security Agency degli Stati Uniti, su quest’aspetto dispopico delle politiche governative.

In una recente intervista al Guardian – citata dalla Roy – Snowden ha avvertito: “Se non fai nulla per fermare la vendita di questa tecnologia, non saranno solo 50.000 obiettivi. Saranno 50 milioni di obiettivi, e accadrà molto più velocemente di quanto nessuno di noi si aspetti.“

La vicenda ormai è nota e mostra due aspetti piuttosto rilevanti: la valenza dell’industria della sicurezza in Israele e delle sue tecnologie belliche che si riverberano sulla vita civile di tutti; la facilità dello spionaggio di massa, nonostante i costi esorbitanti che comporta, da parte dei governi senza, di fatto, alcun filtro democratico.

Per ciò che concerne Israele, con cui il nostro Paese ha sviluppato una cooperazione in vari settori connessi direttamente o indirettamente all’industria militare, ciò che avviene con Pegasus è simile a ciò che accade con altre tecnologie, come quelle di controllo delle frontiere.

“Nel Mediterraneo di oggi” – hanno ben spiegato due attivisti di Sea Watch intervenuti nel corso di una assemblea di inizio giugno a Livorno nell’ambito delle mobilitazioni dei lavoratori portuali contro il traffico delle armi – “non sono solo gli stati NATO che vengono sempre più coinvolti nella gestione delle frontiere; ma anche il capitale militare.

La frontiera ormai è un’industria militare, un mercato enorme che entro il 2025 varrà oltre 65 miliardi di euro, in cui svolgono un ruolo da protagonista le aziende private specializzate nella progettazione e nel commercio di armi e tecnologie da guerra.

Per fare un esempio rilevante, uno dei paesi all’avanguardia dell’esportazione di apparati di sorveglianza non solo in Europa, ma anche negli USA e in Australia, è Israele. I droni usati da FRONTEX per dare supporto logistico alla cosiddetta Guardia Costiera libica sono stati inventati da Elbit Systems e Israel Aerospace Industries – entrambe aziende israeliane, che gestiscono l’apparato di controllo sul territorio palestinese.”


Torniamo a quello che è avvenuto in India.

Avevamo già tradotto a marzo un contributo di una altra attivista di fama internazionale, come Naomi Klein, che rifletteva su The Intercept come le multinazionali della rete fossero dietro la repressione del movimento in India, Stato che è divenuto un laboratorio su larga scala delle tecniche della controrivoluzione digitale contro i movimenti di massa.

Il disastro pandemico indiano, che era stato descritto a marzo dalla stessa Roy in un articolo che abbiamo tradotto come un vero e proprio crimine contro l’umanità, ha ulteriormente fatto vacillare l’attuale esecutivo retto da una convergenza di interessi tra i nazionalisti indù, i multimiliardari indiani proprietari di svariate attività economiche, e le caste più elevate, aumentando le paranoie del Potere Indiano.

Il tutto con il beneplacito dell’Occidente, per cui l’India è un baluardo nella politica di “contenimento“ della Repubblica Popolare Cinese, e quindi nessuno, come hanno fatto gli USA con Cuba, si sogna di denunciarne la catastrofe umanitaria, occultata con sprezzo del ridicolo dalla leadership del Paese Asiatico contro le più banali evidenze empiriche.

Alla luce di quanto si legge qui sotto, sarà difficile non riflettere come l’abuso del concetto di dittatura e creazione del nemico interno sia stato così male indirizzato negli ultimi tempi anche da intellettuali di un certo rilievo e da alcuni osservatori politici.

Buona Lettura.

*****

Questo non è semplice spionaggio. La nostra intimità è ora allo scoperto.

Il progetto Pegasus dimostra che presto potremmo essere governati da Stati che sanno tutto di noi, mentre noi sappiamo sempre meno sul loro conto

In India, l’estate della morte si sta presto trasformando nell’estate dello spionaggio.

La seconda ondata di coronavirus si è arrestata, dopo aver causato 4 milioni di morti in India. I numeri ufficiali ammontano solo a un decimo – 400.000. Nella distopia di Nahendra Modi, mentre il fumo dei forni crematori ancora si diradava e la terra delle tombe si assestava, degli enormi cartelloni sono apparsi nelle nostre strade per dire “Grazie Modiji” (un’espressione di gratitudine aniticipata per il “vaccino gratuito” che resta ancora poco reperibile, e che manca al 95% della popolazione).

Per quanto riguarda il governo Modi, qualsiasi tentativo di quantificare il vero numero di morti è una cospirazione contro l’India – come se i milioni di morti fossero attori che giacevano nelle fosse comuni di massa che avete visto dalle foto aeree, o che galleggiavano nei fiumi travestiti da cadaveri, o che si cremavano da soli nei marciapedi delle città, motivati unicamente dal desiderio di rovinare la reputazione internazionale dell’India.

Il governo indiano e i suoi media hanno mosso la stessa accusa contro il consorzio internazionale di giornalisti investigativi di 17 giornali, che hanno lavorato con Forbidden Stories e Amnesty International per rendere pubblica una storia straordinaria di sorveglianza su scala globale.

L’India appare in questi report a fianco a un insieme di altri Paesi i cui governi hanno acquistato lo spyware Pegasus prodotto dal NSO Group, un’azienda di sorveglianza israeliana. NSO, dal canto suo, ha dichiarato che vende la sua tecnologia solo a governi che hanno superato il vaglio in quanto a rispetto dei diritti umani e che si sono impegnati a usarla solo per fini di sicurezza nazionale – per tenere sotto controllo terroristi e criminali.

Tra gli altri Paesi ad aver superato il test per i diritti umani dell’NSO ci sono Rwanda, Arabia Saudita, Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti e Messico. Quindi chi esattamente ha deciso quale sia la definizione di “terroristi” e “criminali”? L’NSO e i suoi clienti?

Oltre al costo esorbitante dello spyware, circa centinaia di migliaia di dollari per telefono, l’NSO chiede un canone annuale per la manutenzione del sistema pari al 17% del costo totale del programma. C’è sicuramente qualcosa di proditorio in una corporazione straniera che fornisce e mantiene un sistema di sorveglianza che monitora privati cittadini per conto del governo del Paese.

Il team di giornalisti ha esaminato una lista trapelata di 50.000 numeri di telefono. L’analisi ha mostrato che più di 1.000 di questi sono stati selezionati in India da un cliente dell’NSO. Se un numero sia stato hackerato con successo, o sia stato soggetto a tentativi di hacking, lo si può dimostrare solo se i telefoni vengono sottoposti ad un esame forense. In India, molti dei telefoni esaminati sono risultati infettati dallo spyware Pegasus.

La lista trapelata include i numeri di membri di partiti d’opposizione, giornalisti dissidenti, attivisti, avvocati, intellettuali, imprenditori, un ufficiale dissidente della commissione elettorale indiana, un ufficiale dissidente dell’intelligence, ministri e le loro famiglie, diplomatici stranieri e anche il primo ministro pakistano, Imran Khan.

Portavoce del governo indiano hanno denunciato la lista come un falso. Osservatori della politica indiana sanno bene che neanche uno scrittore esperto e ben informato sarebbe in grado di costruire una lista così precisa e credibile di persone che il partito al governo considera di interesse o nemiche del proprio progetto politico. È pieno di dettagli deliziosi, pieno di storie nelle storie. Ci sono nomi inaspettati. Molti tra quelli plausibili non ci sono.

Pegasus, ci viene riferito, può essere installato in un telefono anche solo con una chiamata persa. Immagina. Un carico di spyware invisibile sganciato da una chiamata persa. Un ICBM senza precedenti. Uno in grado di smantellare democrazie e atomizzare società senza il disturbo della burocrazia – nessun mandato, accordo sulle armi, commissioni di inchiesta, nessun tipo di regolamentazione. La tecnologia è neutrale ovviamente. Non è colpa di nessuno.

La collaborazione amichevole tra India e NSO sembra essere iniziata in Israele nel 2017, durante ciò che i media hanno chiamato la “bromance” Modi-Netanyahu – quella volta che si sono arrotolati i pantaloni e si son messi a sguazzare nella spiaggia di Dor. Hanno lasciato ben più che impronte sulla sabbia. È allora che i numeri sono iniziati ad apparire sulla lista.

Lo stesso anno il budget del Consiglio di Sicurezza Nazionale è decuplicato. La maggior parte della spesa è stata allocata alla cybersicurezza. Nell’agosto 2019, poco dopo la seconda vittoria di Modi come primo ministro, la draconiana legge indiana sull’antiterrorismo, la UAPA (Unlawful Activities Prevention Act), con la quale in migliaia sono stati arrestati senza possibilità di cauzione, è stata espansa per includere anche individui, non solo organizzazioni.

Le organizzazioni, d’altronde, non hanno telefonini – dettaglio importante, per quanto teorico. Ma certamente espande il mandato. E il mercato.

Durante il dibattito parlamentare sull’emendamento, il ministro dell’interno, Amit Shah, ha dichiarato: “Signori, le armi non causano il terrorismo, le radici del terrorismo affondano nella propaganda fatta per diffonderlo... E se questi individui verranno riconosciuti come terroristi, non credo che dei parlamentari debbano avere obiezioni“.

Lo scandalo Pegasus ha causato un putiferio durante la sessione estiva del parlamento. L’opposizione ha richiesto le dimissioni del ministro dell’interno. Il partito di Modi, forte di una maggioranza assoluta, ha schierato Ashwini Vaishnaw – di recente entrato come ministro delle ferrovie, comunicazioni e tecnologie informatiche – a difendere il governo in parlamento. Imbarazzante per lui che anche il suo numero fosse sulla lista trapelata.

Mettendo da parte la sbruffonaggine e il burocratese disorientante delle molte dichiarazioni del governo, non si trova nessuna smentita sull’acquisto e l’uso di Pegasus. Neanche l’NSO ha smentito. Il governo di Israele ha aperto un’inchiesta sulle accuse di abuso dello spyware, così come il governo francese. In India la pista dei soldi ci condurrà, prima o poi, alla pistola fumante.

Ma dove ci porterà questa pistola fumante? Consideriamo questo: ci sono 16 attivisti, avvocati, sindacalisti, professori e intellettuali, molti di loro dalit (la casta degli “intoccabili”, ndt), che sono stati imprigionati per anni in quello che è conosciuto come il caso Bhima-Koreagon (BK).

Sono accusati, incredibilmente, di aver cospirato per incitare le violenze avvenute tra dalit e gruppi di caste privilegiate nel gennaio 2018, quando decine di migliaia di dalit si sono radunati per commemorare il 200esimo anniversario della battaglia di Bhima-Koregaon (nella quale i soldati dalit hanno combattuto per sconfiggere i Peshwa, un regime tirannico bramino).

I numeri di telefono di 8 dei 16 BK accusati, e i numeri di alcuni dei loro famigliari più stretti, sono apparsi sulla lista. Se tutti o alcuni dei loro telefoni siano stati oggetto di hacking, tentati o riusciti, non si può sapere, perché i loro telefoni sono in custodia della polizia e non disponibili per esami forensi.

Negli anni alcuni di noi sono diventati esperti nelle modalità sinistre che il governo di Modi è pronto ad adottare per fermare coloro che considera suoi nemici – ed è più che semplice sorveglianza.

Il Washington Post ha recentemente pubblicato un report di Arsenal Consulting, un’azienda digitale forense del Massachusetts, che ha esaminato copie elettroniche dei computer di due dei BK accusati, Rona Wilson e Surendra Gadling.

Gli investigatori hanno scoperto che entrambi i loro computer sono stati infiltrati da un hacker non identificato, e che documenti incriminanti sono stati nascosti nei loro hard drive. Tra questi, per aggiungere pathos, c’era una lettera assurda che delineava un piano banale per assassinare Modi.

Le gravi implicazioni contenute nella relazione di Arsenal non hanno spinto il sistema giudiziario indiano o la sua stampa tradizionale ad agire diversamente. Al contrario. Mentre lavoravano duramente per insabbiare e contenere le possibili ricadute del rapporto, uno degli accusati della BK, un sacerdote gesuita di 84 anni, padre Stan Swamy, che aveva trascorso oltre trent’anni nello Jarhkland tra le tribù che abitano la foresta e lottano contro la conquista aziendale delle loro terre d’origine, moriva atrocemente dopo essere stato infettato dal coronavirus in prigione. Al momento del suo arresto aveva il morbo di Parkinson e il cancro.

Allora, cosa dobbiamo fare di Pegasus? Liquidarla cinicamente come una nuova iterazione tecnologica di un gioco secolare in cui i governanti hanno sempre spiato i governati sarebbe un grave errore. Questo non è un normale spionaggio. I nostri telefoni cellulari rappresentano il nostro io più intimo. Sono diventati un’estensione del nostro cervello e del nostro corpo.

La sorveglianza illegale attraverso i telefoni cellulari non è una novità in India. Ogni Kashmir lo sa e lo sanno anche la maggior parte degli attivisti indiani. Tuttavia, cedere ai governi e alle società il diritto legale di invadere e prendere il controllo dei nostri telefoni significa sottometterci volontariamente alla violazione della nostra privacy.

Le rivelazioni del progetto Pegasus mostrano che la potenziale minaccia di questo spyware è più invasiva di qualsiasi forma precedente di spionaggio o sorveglianza. Più invasivo anche degli algoritmi di Google, Amazon e Facebook, all’interno dei quali milioni di persone vivono la loro vita e giocano i loro desideri. È più che avere una spia in tasca. È come se si fornissero le informazioni più nascoste del nostro stesso cervello.

Spyware come Pegasus mettono a rischio politico, sociale ed economico non solo l’utente di ogni telefono infetto, ma l’intera cerchia sociale dei propri amici, famiglie e colleghi.

La persona che probabilmente ha riflettuto in modo più approfondito di chiunque altro sulla sorveglianza di massa è il dissidente ed ex analista della National Security Agency degli Stati Uniti Edward Snowden. In una recente intervista al Guardian, ha avvertito: “Se non fai nulla per fermare la vendita di questa tecnologia, non saranno solo 50.000 obiettivi. Saranno 50 milioni di obiettivi, e accadrà molto più velocemente di quanto nessuno di noi si aspetti”. Dovremmo prestargli attenzione.

Ho incontrato Snowden a Mosca quasi sette anni fa, nel dicembre 2014. Era trascorso circa un anno e mezzo da quando era diventato informatore, disgustato dalla sorveglianza di massa indiscriminata dei suoi cittadini da parte del suo governo. Aveva fatto la sua grande fuga nel maggio 2013 e si stava lentamente abituando alla vita come fuggitivo.

Daniel Ellsberg (dei Pentagon Papers), John Cusack (di John Cusack) ed io ci siamo recati a Mosca per incontrarlo. Per tre giorni, ci siamo rintanati in una stanza d’albergo con il gelido inverno russo che premeva contro i vetri delle finestre, per parlare di sorveglianza e spionaggio.

Dove ci porterà questa pista? Quanto lontano? Quando è scoppiata la notizia del progetto Pegasus, sono tornato indietro e ho guardato la trascrizione della nostra conversazione registrata. Si trattava di poche centinaia di pagine. Mi ha fatto rizzare i capelli.

Snowden, che aveva appena trent’anni allora, era cupamente profetico: “La tecnologia non può essere ripristinata, la tecnologia non va da nessuna parte … sarà più economico, sarà più efficace, sarà più facilmente disponibile. Se non facciamo nulla, ci troveremo come sonnambuli in uno stato di sorveglianza totale in cui abbiamo sia un super-Stato che ha una capacità illimitata di applicare la forza, sia una capacità illimitata di sapere e dunque di dirigere in modo molto specifico quella forza e questa è una combinazione molto pericolosa. Questa è la direzione del prossimo futuro.

In altre parole, andiamo nella direzione di essere governati da Stati che sanno tutto ciò che c’è da sapere sulle persone e di cui la gente sa sempre meno. Questa asimmetria può andare solo in una direzione. Malvagità. E la fine della democrazia."


Snowden ha ragione. La tecnologia non può essere ripristinata. Ma non deve funzionare come un’industria legittima e non regolamentata, che travolge profitti, sboccia e fiorisce sulle autostrade transcontinentali e pulsanti del libero mercato. Bisogna legiferare contro questi rischi.

Ma dove ci porta tutto questo? Nel mondo della buona politica vecchio stile, direi. Solo un’azione politica può fermare o mitigare questa minaccia.

Perché questa tecnologia, quando viene utilizzata, se non legalmente, illegalmente, esisterà sempre all’interno della complicata matrice che descrive i nostri tempi: nazionalismo, capitalismo, imperialismo, colonialismo, razzismo, castismo, sessismo.

Questo rimarrà il nostro campo di battaglia, indipendentemente da come si sviluppa la tecnologia. Dovremo tornare a un mondo in cui non siamo controllati e dominati dal nostro intimo nemico: i nostri telefoni cellulari.

Dobbiamo cercare di ricostruire le nostre vite, le nostre lotte e i nostri movimenti sociali al di fuori del regno asfissiante della sorveglianza digitale. Dobbiamo spodestare i regimi che stanno dispiegando questi strumenti contro di noi.

Dobbiamo fare tutto il possibile per stringere la presa sulle leve del potere, per ricucire quanto ci hanno strappato e riprenderci ciò che ci hanno sottratto.

Fonte

22/05/2021

L’India di Modi: crimini contro l’umanità

di Arundhati Roy

È difficile trasmettere tutta la profondità e la portata del trauma, del caos e dell’indegnità che la gente sta subendo. Nel frattempo, Modi e i suoi alleati ci dicono di non lamentarci.

Durante una campagna elettorale particolarmente polarizzante nello stato dell’Uttar Pradesh nel 2017, il primo ministro dell’India, Narendra Modi, si è buttato nella mischia per smuovere ulteriormente le acque. Da un podio pubblico, ha accusato il governo statale – che era guidato da un partito di opposizione – di assecondare la comunità musulmana spendendo di più per i cimiteri musulmani (kabristan) che per i campi di cremazione indù (shamshan).

Con il suo abituale ghigno, in cui ogni battuta e frecciata si alza di tono a metà frase prima di cadere in un’eco minacciosa, ha incitato la folla. “Se un kabristan è costruito in un villaggio, anche uno shamshan dovrebbe essere costruito lì”, ha detto.

“Shamshan! Shamshan!” ha risposto la folla ipnotizzata e adorante.

Forse è felice ora che l’immagine ossessionante delle fiamme che si alzano dai funerali di massa nei campi di cremazione dell’India è sulla prima pagina dei giornali internazionali. E che tutti i kabristan e gli shamshan del suo paese funzionano bene, in proporzione diretta alle popolazioni che servono, e ben oltre le loro capacità.

“Può l’India, 1,3 miliardi di abitanti, essere isolata?”, ha chiesto retoricamente il Washington Post in un recente editoriale sulla catastrofe indiana in corso e sulla difficoltà di contenere le nuove varianti di Covid che si diffondono rapidamente all’interno dei confini nazionali. “Non facilmente”, ha risposto.

È improbabile che questa domanda sia stata posta nello stesso modo quando il coronavirus imperversava nel Regno Unito e in Europa solo pochi mesi fa. Ma noi in India abbiamo poco diritto di offenderci, viste le parole del nostro primo ministro al World Economic Forum nel gennaio di quest’anno.

Modi ha parlato in un momento in cui la gente in Europa e negli Stati Uniti stava soffrendo il picco della seconda ondata della pandemia. Non aveva una sola parola di compassione da offrire, solo un lungo e gongolante vanto sulle infrastrutture dell’India e sulla sua preparazione all’epidemia.

Ho scaricato il discorso perché temo che quando la storia sarà riscritta dal regime Modi, come avverrà presto, potrebbe scomparire, o diventare difficile da trovare. Ecco alcuni frammenti inestimabili: “Amici, ho portato il messaggio di fiducia, positività e speranza da 1,3 miliardi di indiani in questi tempi di apprensione … Si è predetto che l’India sarebbe stato il paese più colpito dal coronavirus in tutto il mondo. Si diceva che ci sarebbe stato uno tsunami di infezioni da coronavirus in India, qualcuno diceva che 700-800 milioni di indiani sarebbero stati infettati mentre altri dicevano che 2 milioni di indiani sarebbero morti”.

“Amici, non sarebbe consigliabile giudicare il successo dell’India con quello di un altro paese. In un paese che ospita il 18% della popolazione mondiale, quel paese ha salvato l’umanità da un grande disastro contenendo efficacemente il coronavirus.”

Modi il mago fa un inchino per aver salvato l’umanità contenendo efficacemente il coronavirus. Ora che si scopre che non l’ha contenuto, possiamo lamentarci di essere visti come se fossimo radioattivi? Che le frontiere degli altri paesi ci vengono chiuse e i voli cancellati? Che siamo chiusi dentro con il nostro virus e il nostro primo ministro, insieme a tutta la malattia, l’antiscienza, l’odio e l’idiozia che lui, il suo partito e il suo marchio politico rappresentano?

Quando la prima ondata di Covid è arrivata in India e poi si è placata l’anno scorso, il governo e il suo commentario favorevole erano trionfanti. “L’India non sta facendo un picnic”, ha twittato Shekhar Gupta, il caporedattore del sito di notizie online The Print.

“Ma i nostri scarichi non sono soffocati dai corpi, gli ospedali non sono senza letti, né i crematori e i cimiteri senza legno o spazio. Troppo bello per essere vero? Fornite dei dati se non siete d’accordo. A meno che non pensiate di essere Dio”. Lasciate da parte le immagini insensibili e irrispettose – avevamo bisogno di un dio per dirci che la maggior parte delle pandemie ha una seconda ondata?

Questa è stata prevista, anche se la sua virulenza ha colto di sorpresa persino scienziati e virologi. Allora, dov’è l’infrastruttura specifica di Covid e il “movimento della gente” contro il virus di cui Modi si è vantato nel suo discorso?

I letti d’ospedale non sono disponibili. Medici e personale medico sono al punto di rottura. Gli amici chiamano con storie di reparti senza personale e con più pazienti morti che vivi. La gente sta morendo nei corridoi degli ospedali, sulle strade e nelle loro case. I crematori di Delhi hanno finito la legna da ardere. Il dipartimento forestale ha dovuto dare un permesso speciale per l’abbattimento degli alberi della città. La gente disperata sta usando qualsiasi tipo di legna da ardere che riesce a trovare. Parchi e parcheggi vengono trasformati in luoghi di cremazione.

È come se ci fosse un UFO invisibile parcheggiato nei nostri cieli, che succhia l’aria dai nostri polmoni. Un’incursione aerea di un tipo che non abbiamo mai conosciuto.

L’ossigeno è la nuova moneta nella nuova e morbosa borsa dell’India. Politici anziani, giornalisti, avvocati – l’élite dell’India – sono su Twitter a supplicare letti d’ospedale e bombole d’ossigeno. Il mercato nascosto delle bombole è in piena espansione. Le macchine per la saturazione dell’ossigeno e i farmaci sono difficili da trovare.

Ci sono mercati anche per altre cose. All’estremità inferiore del mercato libero, una tangente per dare un ultimo sguardo al proprio caro, impacchettato e impilato nella camera mortuaria di un ospedale. Un sovrapprezzo per un prete che accetta di dire le ultime preghiere. Consulenze mediche online in cui le famiglie disperate vengono spennate da medici spietati.

Nella fascia più alta, potresti dover vendere la tua terra e la tua casa e consumare fino all’ultima rupia per il trattamento in un ospedale privato. Solo l’acconto, prima ancora che accettino di ammetterti, potrebbe riportare la tua famiglia indietro di un paio di generazioni.

Nulla di tutto ciò rende l’idea della profondità e della portata del trauma, del caos e, soprattutto, dell’indegnità a cui la gente è sottoposta. Quello che è successo al mio giovane amico T. è solo una delle centinaia, forse migliaia di storie simili nella sola Delhi.

T., che ha 20 anni, vive nel piccolo appartamento dei suoi genitori a Ghaziabad, alla periferia di Delhi. Tutti e tre sono risultati positivi al Covid. Sua madre era gravemente malata. Dato che era all’inizio, è stato abbastanza fortunato da trovare un letto d’ospedale per lei.

Suo padre, a cui era stata diagnosticata una grave depressione bipolare, divenne violento e cominciò a farsi del male. Smise di dormire. Si sporcava. La sua psichiatra era online e cercava di aiutarlo, anche se di tanto in tanto crollava perché suo marito era appena morto di Covid. Disse che il padre di T. aveva bisogno di essere ricoverato in ospedale, ma dato che era positivo al Covid non c’era alcuna possibilità.

Così T. rimase sveglio, notte dopo notte, a tenere fermo suo padre, a fargli le spugnature, a pulirlo. Ogni volta che gli parlavo sentivo il mio stesso respiro vacillare. Alla fine arrivò il messaggio: “Papà è morto”. Non è morto di Covid, ma di un massiccio picco di pressione sanguigna indotto da un crollo psichiatrico indotto dalla totale impotenza.

Cosa fare con il corpo? Ho chiamato disperatamente tutti quelli che conoscevo. Tra quelli che hanno risposto c’era Anirban Bhattacharya, che lavora con il noto attivista sociale Harsh Mander. Bhattacharya sta per essere processato con l’accusa di sedizione per una protesta che ha contribuito a organizzare nel suo campus universitario nel 2016.

Mander, che non si è completamente ripreso da un violento caso di Covid l’anno scorso, è stato minacciato di arresto e di chiusura degli orfanotrofi che gestisce dopo aver mobilitato le persone contro il Registro nazionale dei cittadini (NRC) e la legge di emendamento della cittadinanza (CAA) approvata nel dicembre 2019, entrambi i quali discriminano palesemente i musulmani.

Mander e Bhattacharya sono tra i molti cittadini che, in assenza di ogni forma di governo, hanno istituito linee di assistenza e risposte di emergenza, e si fanno in quattro per organizzare ambulanze e coordinare i funerali e il trasporto di cadaveri. Non è sicuro per questi volontari fare quello che stanno facendo. In questa ondata della pandemia, sono i giovani che cadono, che riempiono le unità di terapia intensiva. Quando i giovani muoiono, gli anziani perdono un po’ della loro voglia di vivere.

Il padre di T. è stato cremato. T. e sua madre si stanno riprendendo.

Alla fine le cose si sistemeranno. Certo, lo faranno. Ma non sappiamo chi tra noi sopravviverà per vedere quel giorno. I ricchi respireranno più facilmente. I poveri no. Per ora, tra i malati e i moribondi, c’è un residuo di democrazia. Anche i ricchi sono stati abbattuti.

Gli ospedali stanno implorando l’ossigeno. Alcuni hanno avviato schemi “porta il tuo ossigeno”. La crisi dell’ossigeno ha portato a intense e indecorose battaglie tra gli stati, con i partiti politici che cercano di deviare la colpa da se stessi.

La notte del 22 aprile, 25 malati critici di coronavirus con ossigeno ad alto flusso sono morti in uno dei più grandi ospedali privati di Delhi, Sir Ganga Ram. L’ospedale ha emesso diversi messaggi di SOS disperati per il rifornimento di ossigeno. Un giorno dopo, il presidente del consiglio di amministrazione dell’ospedale si è affrettato a chiarire la situazione: “Non possiamo dire che sono morti per mancanza di ossigeno”.

Il 24 aprile, altri 20 pazienti sono morti per l’esaurimento delle scorte di ossigeno in un altro grande ospedale di Delhi, il Jaipur Golden. Lo stesso giorno, nell’alta corte di Delhi, Tushar Mehta, procuratore generale dell’India, parlando per il governo indiano, ha detto: “Cerchiamo di non essere bambini che piangono... finora abbiamo fatto in modo che nessuno nel paese sia rimasto senza ossigeno”.

Ajay Mohan Bisht, il ministro capo dell’Uttar Pradesh vestito di zafferano, che si fa chiamare Yogi Adityanath, ha dichiarato che non c’è carenza di ossigeno in nessun ospedale del suo stato e che i pettegoli saranno arrestati senza cauzione secondo il National Security Act e le loro proprietà saranno sequestrate.

Yogi Adityanath non scherza. Siddique Kappan, un giornalista musulmano del Kerala, imprigionato per mesi nell’Uttar Pradesh quando lui e altri due si sono recati lì per raccontare lo stupro di gruppo e l’omicidio di una ragazza dalit nel distretto di Hathras, è gravemente malato ed è risultato positivo al Covid.

Sua moglie, in una petizione disperata al giudice capo della corte suprema dell’India, dice che suo marito giace incatenato “come un animale” in un letto d’ospedale nel Medical College Hospital di Mathura. (La corte suprema ha ora ordinato al governo dell’Uttar Pradesh di trasferirlo in un ospedale di Delhi).

Quindi, se vivete nell’Uttar Pradesh, il messaggio sembra essere: fatevi un favore e morite senza lamentarvi.

La minaccia per coloro che si lamentano non è limitata all’Uttar Pradesh. Un portavoce dell’organizzazione fascista nazionalista indù Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS) – di cui Modi e molti dei suoi ministri sono membri, e che gestisce una propria milizia armata – ha avvertito che “le forze anti-India” avrebbero usato la crisi per alimentare “negatività” e “sfiducia” e ha chiesto ai media di aiutare a promuovere “un’atmosfera positiva”.

Twitter li ha aiutati disattivando gli account critici nei confronti del governo.

Dove dovremmo cercare conforto? Nella scienza? Ci aggrappiamo ai numeri? Quanti morti? Quanti guariti? Quanti infetti? Quando arriverà il picco? Il 27 aprile, il rapporto era di 323.144 nuovi casi, 2.771 morti. La precisione è in qualche modo rassicurante. Tranne che – come facciamo a saperlo?

I test sono difficili da trovare, anche a Delhi. Il numero di funerali con protocollo Covid provenienti da cimiteri e crematori di piccole città suggerisce un numero di morti fino a 30 volte superiore al conteggio ufficiale. I medici che lavorano fuori dalle aree metropolitane possono dire come stanno le cose.

Se Delhi sta crollando, cosa dovremmo immaginare che stia succedendo nei villaggi del Bihar, dell’Uttar Pradesh, del Madhya Pradesh? Dove decine di milioni di lavoratori delle città, portandosi dietro il virus, stanno fuggendo verso casa dalle loro famiglie, traumatizzati dal ricordo della serrata nazionale di Modi nel 2020.

È stata la chiusura più severa del mondo, annunciata con un preavviso di sole quattro ore. Ha lasciato i lavoratori migranti bloccati nelle città senza lavoro, senza soldi per pagare l’affitto, senza cibo e senza trasporti. Molti hanno dovuto camminare per centinaia di miglia fino alle loro case in villaggi lontani. Centinaia sono morti lungo la strada.

Questa volta, anche se non c’è un blocco nazionale, i lavoratori sono partiti mentre i trasporti sono ancora disponibili, mentre i treni e gli autobus funzionano ancora. Sono partiti perché sanno che anche se costituiscono il motore dell’economia di questo enorme paese, quando arriva una crisi, agli occhi di questa amministrazione, semplicemente non esistono.

L’esodo di quest’anno ha provocato un altro tipo di caos: non ci sono centri di quarantena in cui stare prima di entrare nelle case dei villaggi. Non c’è nemmeno la misera pretesa di cercare di proteggere la campagna dal virus della città.

Questi sono villaggi dove la gente muore di malattie facilmente curabili come la diarrea e la tubercolosi. Come faranno ad affrontare il Covid? Sono disponibili per loro i test del Covid? Ci sono ospedali? C’è l’ossigeno? Più di questo, c’è l’amore? A parte l’amore, c’è anche la preoccupazione? Non c’è. Perché c’è solo un buco a forma di cuore pieno di fredda indifferenza dove dovrebbe esserci il cuore pubblico dell’India.

La mattina presto, il 28 aprile, è arrivata la notizia che il nostro amico Prabhubhai è morto. Prima di morire, ha mostrato i classici sintomi del Covid. Ma la sua morte non sarà registrata nel conteggio ufficiale del Covid perché è morto a casa senza test o trattamento.

Prabhubhai era uno strenuo sostenitore del movimento anti-diga nella valle del Narmada. Sono stata diverse volte a casa sua a Kevadia, dove decenni fa il primo gruppo di tribù indigene è stato cacciato dalla sua terra per fare spazio ai costruttori di dighe e alla colonia di ufficiali. Famiglie sfollate come quella di Prabhubhai rimangono ancora ai margini di quella colonia, impoverite e insediate, trasgressori sulla terra che una volta era loro.

A Kevadia non c’è un ospedale. C’è solo la Statua dell’Unità, costruita a immagine e somiglianza del combattente per la libertà e primo vice primo ministro dell’India, Sardar Vallabhbhai Patel, a cui è intitolata la diga. Con i suoi 182 metri di altezza, è la statua più alta del mondo ed è costata 422 milioni di dollari. Gli ascensori ad alta velocità all’interno portano i turisti su per vedere la diga Narmada dal livello del petto di Sardar Patel.

Naturalmente, non si può vedere la civiltà della valle del fiume che giace distrutta, sommersa nelle profondità del vasto bacino, o ascoltare le storie della gente che ha condotto una delle più belle e profonde lotte che il mondo abbia mai conosciuto – non solo contro quella diga, ma contro le idee accettate di ciò che costituisce civiltà, felicità e progresso. La statua era il progetto preferito di Modi. L’ha inaugurata nell’ottobre 2018.

L’amica che ha mandato un messaggio su Prabhubhai ha passato anni come attivista antidiga nella valle del Narmada. Ha scritto: “Le mie mani tremano mentre scrivo. La situazione degli ammalati di Covid a Kevadia Colony e dintorni è terribile”.

I numeri precisi che compongono il grafico Covid dell’India sono come il muro che è stato costruito ad Ahmedabad per nascondere le baraccopoli davanti alle quali Donald Trump sarebbe passato in auto mentre andava all’evento “Namaste Trump”, che Modi ha ospitato per lui nel febbraio 2020.

Per quanto questi numeri siano tristi, danno un’immagine dell’India che conta, ma certamente non dell’India che è. Nell’India che è, ci si aspetta che la gente voti come indù, ma che muoia come usa e getta.

“Cerchiamo di non fare i bambini che piangono”.

Cercate di non prestare attenzione al fatto che la possibilità di una terribile carenza di ossigeno era stata segnalata già nell’aprile 2020, e poi ancora a novembre da una commissione istituita dal governo stesso. Cercate di non chiedervi perché nemmeno i più grandi ospedali di Delhi hanno i loro impianti di produzione di ossigeno.

Cercate di non chiedervi perché il PM Cares Fund – l’organizzazione opaca che ha recentemente sostituito il più pubblico Prime Minister’s National Relief Fund, e che usa denaro pubblico e infrastrutture governative, ma funziona come un trust privato con zero responsabilità pubblica – si è improvvisamente mosso per affrontare la crisi dell’ossigeno. Ora Modi possiederà azioni della nostra fornitura d’aria?

“Cerchiamo di non fare i bambini che piangono”.

Comprendete che c’erano e ci sono così tante questioni molto più urgenti di cui il governo Modi deve occuparsi. Distruggere le ultime vestigia della democrazia, perseguitare le minoranze non indù e consolidare le fondamenta della nazione indù è un programma incessante.

Ci sono enormi complessi carcerari, per esempio, che devono essere urgentemente costruiti in Assam per i 2 milioni di persone che vivono lì da generazioni e sono stati improvvisamente privati della loro cittadinanza. (Su questa questione, la nostra Corte Suprema indipendente si è schierata duramente dalla parte del governo).

Ci sono centinaia di studenti, attivisti e giovani cittadini musulmani da processare e imprigionare come accusati principali nel pogrom anti-musulmano che ha avuto luogo contro la loro stessa comunità nel nord-est di Delhi lo scorso marzo. Se sei musulmano in India, è un crimine essere assassinato. I tuoi la pagheranno.

C’è stata l’inaugurazione del nuovo Tempio di Ram ad Ayodhya, che viene costruito al posto della moschea che è stata ridotta in polvere da vandali indù sorvegliati da alti politici del BJP. (Su questa questione, la nostra Corte Suprema indipendente si è schierata duramente dalla parte del governo e con indulgenza dalla parte dei vandali).

C’erano i nuovi controversi Farm Bills da approvare, che corporativizzavano l’agricoltura. C’erano centinaia di migliaia di contadini da picchiare e far piangere quando scendevano in strada a protestare.

Poi c’è il piano multi-multimilionario per un nuovo grande rimpiazzo per la sbiadita grandezza del centro imperiale di Nuova Delhi di cui occuparsi urgentemente. Dopo tutto, come può il governo della nuova India indù essere ospitato in vecchi edifici?

Mentre Delhi è bloccata, devastata dalla pandemia, i lavori edili del progetto “Central Vista”, dichiarato come servizio essenziale, sono iniziati. Gli operai vengono trasportati all’interno. Forse possono modificare i progetti per aggiungere un crematorio.

C’era anche il Kumbh Mela da organizzare, in modo che milioni di pellegrini indù potessero ammassarsi in una piccola città per bagnarsi nel Gange e diffondere il virus in modo uniforme mentre tornavano alle loro case in tutto il paese, benedetti e purificati.

Questo Kumbh va avanti, anche se Modi ha gentilmente suggerito che potrebbe essere un’idea che il santo tuffo diventi “simbolico” – qualunque cosa significhi. (A differenza di quanto è successo con coloro che hanno partecipato a una conferenza dell’organizzazione islamica Tablighi Jamaat, l’anno scorso, i media non hanno condotto una campagna contro di loro chiamandoli “jihadisti del coronavirus” o accusandoli di commettere crimini contro l’umanità).

C’erano anche quelle poche migliaia di rifugiati Rohingya che dovevano essere urgentemente deportati indietro al regime genocida del Myanmar da dove erano fuggiti – nel bel mezzo di un colpo di stato. (Ancora una volta, quando la nostra Corte Suprema indipendente è stata interpellata sulla questione, ha concordato con l’opinione del governo).

Quindi, come si può dire, il governo è stato molto, molto, molto occupato.

Oltre a tutte queste attività urgenti, c’è un’elezione da vincere nello stato del Bengala occidentale. Questo ha richiesto al nostro ministro dell’Interno, l’uomo di Modi, Amit Shah, di abbandonare più o meno i suoi compiti di gabinetto e di concentrare tutta la sua attenzione sul Bengala per mesi, per diffondere la propaganda assassina del suo partito, per mettere l’umano contro l’umano in ogni piccola città e villaggio.

Geograficamente, il Bengala occidentale è un piccolo stato. Le elezioni avrebbero potuto svolgersi in un solo giorno, e lo hanno fatto in passato. Ma poiché è un nuovo territorio per il BJP, il partito aveva bisogno di tempo per spostare i suoi quadri, molti dei quali non sono del Bengala, da circoscrizione a circoscrizione per supervisionare il voto.

Il programma elettorale è stato diviso in otto fasi, distribuite su un mese, l’ultima il 29 aprile. Mentre il conteggio delle infezioni da coronavirus saliva, gli altri partiti politici hanno pregato la commissione elettorale di ripensare il programma elettorale. La commissione ha rifiutato e si è schierata duramente dalla parte del BJP, e la campagna elettorale è continuata.

Chi non ha visto i video della star della campagna del BJP, il primo ministro in persona, trionfante e senza mascherina, che parla alla folla senza mascherina, ringraziando la gente per essere uscita in numeri senza precedenti? Era il 17 aprile, quando il numero ufficiale delle infezioni giornaliere era già salito a 200.000.

Ora, mentre si chiudono le votazioni, il Bengala è pronto a diventare il nuovo calderone del coronavirus, con un nuovo ceppo mutante triplo conosciuto come – indovinate un po’ – il “ceppo Bengala”. I giornali riportano che una persona su due testata nella capitale dello stato, Kolkata, è positiva al Covid. Il BJP ha dichiarato che se vincerà in Bengala, farà in modo che la gente abbia i vaccini gratis. E se non lo fa?

“Cerchiamo di non fare i bambini che piangono”.

Comunque, che dire dei vaccini? Sicuramente ci salveranno? L’India non è una potenza nel campo dei vaccini? In realtà, il governo indiano dipende interamente da due produttori, il Serum Institute of India (SII) e Bharat Biotech. Entrambi sono autorizzati a lanciare due dei vaccini più costosi del mondo, alle persone più povere del mondo.

Questa settimana hanno annunciato che venderanno agli ospedali privati ad un prezzo leggermente elevato, e ai governi statali ad un prezzo leggermente inferiore. I calcoli alla rovescia mostrano che le compagnie di vaccini probabilmente faranno profitti osceni.

Sotto Modi, l’economia dell’India è stata svuotata, e centinaia di milioni di persone che già vivevano vite precarie sono state spinte nella povertà più assoluta. Un numero enorme ora dipende per la sopravvivenza dai miseri guadagni del National Rural Employment Guarantee Act (NREGA), che è stato istituito nel 2005 quando il Partito del Congresso era al potere.

È impossibile aspettarsi che le famiglie sull’orlo della fame paghino la maggior parte del reddito di un mese per farsi vaccinare. Nel Regno Unito, i vaccini sono gratuiti e un diritto fondamentale. Chi cerca di farsi vaccinare quando non è il proprio turno può essere perseguito. In India, l’impulso principale alla base della campagna di vaccinazione sembra essere il profitto aziendale.

Mentre questa catastrofe epica si svolge sui nostri canali televisivi allineati con Modi, noterete come tutti parlano con una voce sola. Il “sistema” è crollato, dicono, ancora e ancora. Il virus ha travolto il “sistema” sanitario dell’India.

Il sistema non è crollato. Il “sistema” esisteva a malapena. Il governo – questo, così come il governo del Congresso che lo ha preceduto – ha deliberatamente smantellato quel poco di infrastruttura medica che c’era. Questo è quello che succede quando una pandemia colpisce un paese con un sistema sanitario pubblico quasi inesistente.

L’India spende circa l’1,25% del suo prodotto interno lordo per la salute, molto meno della maggior parte dei paesi del mondo, anche i più poveri. Anche questa cifra è ritenuta gonfiata, perché vi sono state infilate cose che sono importanti ma che non si qualificano strettamente come sanità. Quindi si stima che la cifra reale sia più vicina allo 0,34%.

La tragedia è che in questo paese povero in modo devastante, come mostra uno studio di Lancet del 2016, il 78% dell’assistenza sanitaria nelle aree urbane e il 71% nelle aree rurali è ora gestito dal settore privato. Le risorse che rimangono nel settore pubblico sono sistematicamente dirottate verso il settore privato da un gruppo di amministratori e medici corrotti, di rinvii corrotti e di racket delle assicurazioni.

L’assistenza sanitaria è un diritto fondamentale. Il settore privato non si occuperà di persone affamate, malate e morenti che non hanno soldi. Questa massiccia privatizzazione della sanità indiana è un crimine.

Il sistema non è crollato. Il governo ha fallito. Forse “fallito” è una parola imprecisa, perché quello a cui stiamo assistendo non è negligenza criminale, ma un vero e proprio crimine contro l’umanità.

I virologi prevedono che il numero di casi in India crescerà esponenzialmente fino a più di 500.000 al giorno. Prevedono la morte di molte centinaia di migliaia di persone nei prossimi mesi, forse di più.

Io e i miei amici abbiamo deciso di chiamarci ogni giorno solo per segnarci presenti, come l’appello nelle nostre aule scolastiche. Parliamo con quelli che amiamo in lacrime e con trepidazione, non sapendo se ci rivedremo mai più. Scriviamo, lavoriamo, senza sapere se vivremo per finire ciò che abbiamo iniziato. Senza sapere quale orrore e umiliazione ci aspetta.

L’indegnità di tutto questo. Questo è ciò che ci spezza.

L’hashtag #ModiMustResign sta facendo tendenza sui social media. Alcuni meme e illustrazioni mostrano Modi con un mucchio di teschi che fanno capolino da dietro la cortina della sua barba. Modi il Messia che parla a un raduno pubblico di cadaveri. Modi e Amit Shah come avvoltoi che scrutano l’orizzonte alla ricerca di cadaveri da cui raccogliere voti.

Ma questa è solo una parte della storia. L’altra parte è che l’uomo senza sentimenti, l’uomo dagli occhi vuoti e dal sorriso spensierato, può, come tanti tiranni del passato, suscitare sentimenti appassionati negli altri. La sua patologia è contagiosa. Ed è questo che lo distingue. Nell’India del nord, che ospita la sua più grande base elettorale e che, a forza di numeri, tende a decidere il destino politico del paese, il dolore che infligge sembra trasformarsi in un piacere particolare.

Fredrick Douglas ha detto bene: “I limiti dei tiranni sono prescritti dalla resistenza di coloro che opprimono”. Come noi in India ci vantiamo della nostra capacità di sopportare. Quanto meravigliosamente ci siamo allenati a meditare, a volgerci verso l’interno, a esorcizzare la nostra furia e a giustificare la nostra incapacità di essere egualitari. Con quanta mitezza abbracciamo la nostra umiliazione.

Quando ha fatto il suo debutto politico come nuovo ministro capo del Gujarat nel 2001, Modi si è assicurato un posto nei posteri dopo quello che è diventato noto come il pogrom del Gujarat del 2002. Nell’arco di pochi giorni, folle di vigilanti indù, sorvegliate e talvolta attivamente assistite dalla polizia del Gujarat, hanno ucciso, violentato e bruciato vivi migliaia di musulmani come “vendetta” per un raccapricciante attacco incendiario su un treno in cui più di 50 pellegrini indù erano stati bruciati vivi.

Una volta che la violenza si è placata, Modi, che fino ad allora era stato solo nominato capo ministro dal suo partito, ha chiesto elezioni anticipate. La campagna in cui è stato ritratto come Hindu Hriday Samrat (“L’imperatore dei cuori indù”) gli è valsa una vittoria schiacciante. Modi non ha più perso un’elezione da allora.

Molti degli assassini del pogrom del Gujarat sono stati in seguito ripresi dal giornalista Ashish Khetan, mentre si vantavano di come avevano fatto a pezzi la gente a morte, aperto lo stomaco a donne incinte e spaccato la testa dei neonati contro le rocce. Hanno detto che avrebbero potuto fare quello che hanno fatto solo perché Modi era il loro primo ministro.

Quei nastri sono stati trasmessi sulla TV nazionale. Mentre Modi rimaneva al potere, Khetan, i cui nastri sono stati presentati ai tribunali ed esaminati dalla scientifica, è apparso come testimone in diverse occasioni. Col tempo, alcuni degli assassini furono arrestati e imprigionati, ma molti furono lasciati andare.

Nel suo recente libro, Undercover: My Journey Into the Darkness of Hindutva, Khetan descrive in dettaglio come, durante il mandato di Modi come primo ministro, la polizia del Gujarat, i giudici, gli avvocati, i procuratori e le commissioni d’inchiesta si siano accordati per manomettere le prove, intimidire i testimoni e trasferire i giudici.

Pur sapendo tutto questo, molti dei cosiddetti intellettuali pubblici dell’India, gli amministratori delegati delle sue maggiori aziende ed i gruppi editoriali che possiedono, hanno lavorato duramente per spianare la strada a Modi per diventare il primo ministro. Hanno umiliato e zittito quelli tra noi che persistevano nelle critiche. “Andare avanti”, era il loro mantra.

Anche oggi, mitigano le loro dure parole per Modi con lodi per le sue capacità oratorie e il suo “duro lavoro”. La loro denuncia e il loro prepotente disprezzo per i politici dei partiti di opposizione è molto più stridente. Riservano il loro speciale disprezzo per Rahul Gandhi del Partito del Congresso, l’unico politico che ha costantemente avvertito della prossima crisi del Covid e ripetutamente chiesto al governo di prepararsi al meglio.

Assistere il partito al potere nella sua campagna per distruggere tutti i partiti di opposizione equivale a colludere con la distruzione della democrazia.

Così eccoci qui ora, nell’inferno della loro creazione collettiva, con ogni istituzione indipendente essenziale per il funzionamento di una democrazia compromessa e svuotata, e un virus che è fuori controllo.

La macchina generatrice di crisi che chiamiamo il nostro governo è incapace di condurci fuori da questo disastro. Anche perché un uomo prende tutte le decisioni in questo governo, e quell’uomo è pericoloso – e non molto brillante.

Questo virus è un problema internazionale. Per affrontarlo, il processo decisionale, almeno per quanto riguarda il controllo e l’amministrazione della pandemia, dovrà passare nelle mani di una sorta di organismo apartitico composto da membri del partito di governo, membri dell’opposizione ed esperti di salute e di politica pubblica.

Per quanto riguarda Modi, dimettersi dai suoi crimini è una proposta fattibile? Forse potrebbe semplicemente prendersi una pausa da essi – una pausa da tutto il suo duro lavoro. C’è quel Boeing 777 da 564 milioni di dollari, Air India One, personalizzato per i viaggi VIP – per lui, in realtà – che è inattivo sulla pista da un po’. Lui e i suoi uomini potrebbero semplicemente andarsene. Il resto di noi farà tutto il possibile per ripulire il loro casino.

No, l’India non può essere isolata. Abbiamo bisogno di aiuto.

Traduzione di Dino Erba dell’articolo pubblicato su The Guardian il 28 aprile 2021.

Fonte

05/02/2021

“In India la Storia è in marcia”

Le nostre menti stanno ancora correndo avanti e indietro, desiderando un ritorno alla “normalità”, cercando di ricucire il futuro al passato e rifiutando di accogliere la rottura. Ma la rottura esiste. E nel mezzo di questa terribile disperazione, ci offre la possibilità di ripensare alla macchina del destino che abbiamo costruito per noi stessi.

Niente può essere peggio di un ritorno alla normalità. Storicamente, le pandemie hanno forzato l’umanità a rompere col passato e immaginare il suo mondo di nuovo. Questa non è diversa.

È un portale, un cancello fra un mondo e il prossimo.

Possiamo decidere di passarci attraverso, portando con noi la carcassa dei nostri pregiudizi e del nostro odio, la nostra avarizia, i nostri dati bancari e le nostre idee morte, i nostri fiumi morti e i cieli inquinati. O possiamo attraversarlo leggermente, con un piccolo bagaglio, pronti ad immaginare un nuovo mondo. E pronti a lottare per questo!

La Pandemia è un portale, non si torna alla “normalità”

Arundhati Roy

L’india ha quasi un miliardo e quattrocento milioni di abitanti (come la Cina), un sesto della popolazione mondiale ed è una delle maggiori economie globali.

È uno Stato, o meglio un’Unione di Stati, dove poco più di un centinaio di famiglie controlla l’economia ed in cui la polarizzazione sociale è progredita durante la pandemia. Una tendenza a livello mondiale ben fotografata dal rapporto Oxfam intitolato “Il virus della diseguaglianza”.

Mentre centinaia di milioni di persone hanno perso il lavoro durante il lockdown, i miliardari indiani hanno accresciuto la loro ricchezza del 35%. I cento più ricchi della corporate class hanno guadagnato abbastanza da distribuire, se volessero, circa 100.000 rupie – 1.340 euro – ad ognuno dei 138 milioni di indiani più poveri!

L’India esce con le ossa rotte dalla sfida pandemica che ne ha mostrato le fragilità, ogni paragone con il “vicino” cinese è impietoso a riguardo: più di 150 mila decessi contro meno di 5 mila della Repubblica Popolare.

La politica neo-liberista che i dirigenti politici indiani hanno sviluppato negli ultimi trent’anni ha portato ad una simbiosi mortale tra il privilegio di casta, il dominio politico e la supremazia economica. O, come dice Arundhati Roy, nell’intervento che qui abbiamo tradotto: “Casta e capitalismo si sono fusi per creare un tutt’uno particolarmente letale e peculiarmente indiano”.

Un progetto politico, quello delle élite indiane, che ha coniugato il neo-liberismo, il nazionalismo indù ed una sempre più marcata involuzione autoritaria dello Stato, verso una forma di fascismo indiano promosso dal suo capitale monopolistico con il consenso dell’Occidente.

Il trattamento ricevuto, negli accampamenti ai bordi della capitale, dai circa 250 mila contadini che da fine novembre la stanno pacificamente “assediando”, e che lottano contro un pacchetto legislativo teso a distruggere gli elementi di regolamentazione statale della produzione e distribuzione agricola, per spianare definitivamente la strada all’agrobusiness, dà la cifra di come quella che si vanta essere “la più grande democrazia al mondo” stia da tempo scivolando nell’abisso.

Solo sul piano della censura, il governo ha reiterato l’ordine a Twitter di sospendere l’accesso in India a circa duecento account collegati alla lotta degli agricoltori – dopo una prima sospensione avvenuta questo lunedì ed un successivo sblocco – minacciando ritorsioni penali e monetarie previste dalla legge indiana Under Section 69A.

Ma la censura mediatica è solo un aspetto della lotta contro i contadini mobilitati, fatta di repressione poliziesca, agenti provocatori, squadracce, militarizzazione.

“È come osservare un’automobile che viene smontata pezzo per pezzo, a cui viene distrutto il motore, rimosse le ruote, strappati i rivestimenti, vandalizzato lo scheletro lasciato al bordo della strada, mentre le altre macchine (...) sfrecciano lontano”, afferma Roy, che descrive quest’ennesima tappa dell’accumulazione attraverso l’espropriazione praticata ai danni dei contadini, cioè circa la metà della popolazione.

E proprio nei giorni successivi alla storica marcia del 26 gennaio scorso, la situazione è andata peggiorando, facendo assumere a questo conflitto sociale il profilo di una vera e propria guerra contro una porzione importante della popolazione. La quale viene trattata alla stregua di nemico interno, perpetrando il modus operandi contro chi si è mobilitato, negli anni scorsi, in opposizione ad una legge discriminatoria come il Citizenship Amendment Act (CAA), ora applicato all’intera popolazione del Kashmir da un anno e mezzo circa.

La stigmatizzazione negativa a tutto tondo dei propri oppositori è la tecnica collaudata dei media in mano ai grandi interessi economici: i contadini che protestano oggi – di cui una buona parte Sikh – sono stati dipinti come tutti “separatisti” del movimento Khalistan, così come “tutto ciò che ha a che fare con i mussulmani è di default “jihadismo” (usato incorrettamente come eufemismo di terrorismo) e tutto ciò che contraddice questo sono solo dettagli”, afferma la Roy.

Uno degli strumenti del dominio di classe è la supremazia razziale che esclude una buona parte della popolazione che prende la forma della discriminazione religiosa: “Il rapido diminuire di Hindu ha contribuito all’ansia della casta privilegiata, preoccupata per la demografia e galvanizzata dalle politiche di ciò che oggi è chiamato Hindutva. Oggi, tuttavia, con il potere delle RSS, le cose si sono invertite.”

L’estrema destra induista – le RSS – è da tempo uno strumento in mano alle élites al potere, che ne ha di fatto sposato la Weltanschauung e che attinge dalle sue squadracce per pogrom ed assalti anti-popolari, in piena impunità con la complicità delle forze dell’ordine.

Un nemico di classe che non vuole perdere la propria rendita di posizione, disposto ad usare tutto l’armamentario necessario, è quello che stanno affrontando le organizzazioni sindacali dei contadini indiani e le forze comuniste che le sostengono, in una battaglia decisiva in un Paese che è uno dei perni della strategia di contenimento della Cina da parte di USA ed UE.

Abbiamo quindi ritenuto utile offrire un quadro generale attraverso l’intervento che l’attivista e scrittrice indiana ha fatto durante l’Elgar Parishad di quest’anno.

Questo è un importante appuntamento tenutosi la scorsa domenica, organizzato per la prima volta nel 2018 da una coalizione di circa 250 gruppi “anti-casta” ed organizzazioni che si battono per i diritti umani, quest’anno oggettodedicato alla militarizzazione e alla repressione.

La scrittrice e attivista indiana, nel finale della sua esposizione, ha ricordato Rohit Vermula, studente universitario suicidatosi nel gennaio 2016, a causa delle discriminazioni subite come membro di una casta “inferiore”, che accese le proteste studentesche, un “punto di svolta” nell’India di Modi.

Le parole della Roy sono tutt’altro che un lamento vittimistico ma un invito alla lotta: “contro il Brahamanismo, contro il Capitalismo, contro l’Islamofobia e contro il Patriarcato. Il Patriarcato, il fondamento di tutto questo – perché se gli uomini non controllano o non possono controllare le donne, allora non controllano più nulla”.

Buona Lettura.

*****

Arundhati Roy: “la battaglia per l’amore deve essere intrapresa in modo militante e sarà meravigliosamente vinta”

Ringrazio gli organizzatori dell’Elgar Parishad 2021 per avermi invitato a parlare in questo incontro per ricordare quello che sarebbe stato il trentaduesimo compleanno di Rohith Vemula e l’anniversario della vittoria nella battaglia di Bhima Koregaon nel 1818. Non lontano da qui, le truppe mahar combattendo nell’esercito britannico sconfiggevano il re Peshwa Bajirao II sotto cui i mahar e altre caste dalit furono perseguitate e ritualmente degradate in modi indescrivibili.

Attraverso questa piattaforma lasciatemi ricollegarmi agli altri oratori nell’esprimere la mia solidarietà con la protesta degli agricoltori che chiede l’immediata abrogazione delle tre leggi sull’agricoltura che sono calate sulla testa di milioni di agricoltori e lavoratori delle campagne e li ha fatti scendere in piazza. Siamo qui per esprimere il nostro dolore e la nostra rabbia per tutti quelli che sono morti durante le proteste.

La situazione ai confini di Delhi dove i contadini si sono pacificamente accampati per due mesi sta diventando tesa e pericolosa. Ogni possibile tafferuglio e provocazione è stato usato per dividere e gettare discredito sul movimento. Ora, più che mai, dobbiamo sostenere gli agricoltori.

Noi siamo qui anche per chiedere la liberazione di dozzine di prigionieri politici, inclusi coloro che sono conosciuti come i sedici di Bhima Koregaon – imprigionati con accuse ridicole grazie a draconiane misure anti-terroristiche.

Molti di loro non sono solo compagni ma amici, con i quali ho riso, camminato e condiviso il pane. Nessuno, neppure i loro aguzzini, credono probabilmente che loro abbiano commesso i crimini farsa di cui sono stati accusati, come pianificare l’assassinio del Primo Ministro o di progettare omicidi.

Tutti sanno che sono in prigione per la loro onestà intellettuale e il loro coraggio morale – cose che sono viste da questo regime come minacce reali. Per fingere delle prove inesistenti, i documenti dell’accusa contro alcuni di loro contengono decine di migliaia di pagine. Ci vorrebbero molti anni perché un giudice potesse anche solo leggerli tutti, senza contare il fatto di decidere su quegli atti.

È difficile difendersi da accuse false come lo è svegliare una persona che finge di dormire. In India abbiamo imparato che fare affidamento sulle soluzioni legali è un proposito rischioso. In ogni caso dove e quando le Corti hanno messo i bastoni fra le ruote al fascismo?

Nel nostro Paese le leggi sono selettivamente applicate a seconda della tua classe sociale, della tua casta, etnia, religione, genere e credo politico. Così mentre poeti e preti, studenti, attivisti, insegnanti e avvocati sono in prigione, assassini di massa, serial killer, folle di linciatori alla luce del sole, giudici disonorevoli, velenosi presentatori tv sono ricompensati ampiamente e possono aspirare a posizioni elevate. Addirittura quelle più elevate.

Nessuno dotato della minima intelligenza può non scorgere lo schema di come il congresso Bhima Koregaon nel 2018, le proteste del 2020 contro la CAA e ora le proteste dei contadini sono sottoposte a discredito e sabotate da agenti provocatori nello stesso esatto modo. L’immunità di cui godono parla chiaro circa il supporto che gli riserva l’attuale regime.

Potrei mostrarvi uno schema che si ripete da decenni e porta queste persone al potere. Mentre si avvicinano le elezioni statali, noi aspettiamo con terrore cosa è tenuto in serbo per le persone del Bengala occidentale.

Durante gli ultimi due anni l’Elgar Parishad sia come evento sia come organizzazione è stata diffamata e demonizzata senza sosta dai media. Elgar Parishad: a troppe persone normali queste due parole evocano una oscura cabala di terroristi radicali, jihadisti, naxaliti urbani, pantere dalit, che congiurano per distruggere l’India.

In questo clima di insulti, minacce, terrore e ansia, anche solo l’aver organizzato questo incontro è in se stesso un atto di coraggio e sfida che merita di essere onorato. È necessario che le persone fra noi qui sul palco parlino il più sinceramente possibile.

All’incirca tre settimane fa, il 6 gennaio, mentre guardavamo una folla stravagante assaltare il Campidoglio degli USA con bandiere confederate, armi, forche e crocifissi, indossando pellicce e corna – il pensiero che mi ha attraversato la mente è stato “Mamma mia, nel nostro Paese noi siamo già governati dall’equivalente indiano di queste persone. Hanno preso il nostro parlamento. Loro hanno vinto”.

Le nostre istituzioni sono governate da loro. I nostri leader si mostrano a noi con un diverso completo di pelliccia e corna ogni giorno. Il nostro elisir preferito è l’urina di vacca. Loro sono ben messi nella loro missione di distruggere ogni istituzione democratica di questo Paese.

Gli USA possono essere riusciti ad aggrapparsi sull’orlo del baratro a qualcosa simile a una normalità imperialista. Ma noi in India siamo trascinati indietro di secoli, in un passato da cui avevamo provato così tanto a scappare.

Non siamo noi, non è questo incontro dell’Elgar Parished che è radicale o estremo. Non siamo noi che agiamo illegalmente o incostituzionalmente, non siamo noi che abbiamo guardato dall’altra parte o incoraggiato apertamente dei massacri in cui i mussulmani vengono sterminati in migliaia. Non siamo noi che guardiamo benignamente mentre i dalit vengono fustigati nelle strade delle città. Non siamo noi che mettiamo le persone le une contro le altre, governando con odio e separatismo.

Questo è fatto da coloro che noi abbiamo eletto come nostri governanti grazie alla loro macchina della propaganda che sono i media.

Sono passati duecento anni dalla battaglia di Bhima Koregaon, gli inglesi se ne sono andati, ma una forma di colonialismo, che veniva prima di loro, permane. I peshwas sono finiti, ma il brahmanismo peshwai no. Non devo specificarlo per questa platea, ma lo faccio per coloro che potrebbero non saperlo – è il termine usato storicamente dal movimento anticaste per i jaati-vyavastha.

Il sistema delle caste. Non si riferisce solo ai bramini. Il brahmanismo è stato ristrutturato ed è riemerso con un vocabolario che suona democratico e moderno e un manuale per un sistema di gestione delle caste e un programma (non nuovo, ma revisionato) che ha creato una minaccia esistenziale ai partiti diretti dai dalit-bahujan che una volta davano qualche speranza.

Ora il mezzo scelto dai bramini del ventunesimo secolo è l’estrema destra, RSS controllate dai bramini, che dopo un secolo di lavoro ininterrotto hanno attraverso il loro membro più noto, Narendra Modi, preso il potere a Dehli.

La casta dei miliardari

In molti, incluso Karl Marx stesso, credevano che il capitalismo moderno avrebbe cancellato o almeno superato le caste in India. Lo ha fatto? Nel mondo il capitalismo ha assicurato che la ricchezza sia concentrata sempre di più nelle mani di poche persone. In India le 63 persone più ricche posseggono denaro che supera il bilancio indiano per il 2018-2019 per un miliardo e trecento milioni di persone.

Un recente studio della Oxfam ha rilevato che in India durante la pandemia da coronavirus, mentre centinaia di milioni di persone hanno perso il lavoro durante il lockdown – 170 mila persone hanno perso il lavoro ogni ora da aprile 2020 – i miliardari indiani hanno accresciuto la loro ricchezza del 35%. I cento più ricchi fra loro – chiamiamola la classe delle società – ha guadagnato abbastanza da distribuire, se volessero, circa 100.000 rupie (circa 1340 euro, NdC) ad ognuno dei 138 milioni di indiani più poveri.

Un giornale mainstream ha sottolineato la notizia così: “il covid ha approfondito le inuguaglianze: ricchezza, educazione, genere”. La parola mancante nell’articolo e nel report è, ovviamente, casta.

La domanda è questa: questa classe di imprese, che possiede porti, miniere, impianti per l’estrazione di gas, raffinerie, telecomunicazioni, traffico dati ad alta velocità e reti telefoniche, università, impianti petrolchimici, hotel, ospedali, supermercati e canali televisivi via cavo, questa classe che virtualmente possiede e controlla l’India, ha una casta?

Per la maggior parte sì. Molte delle più grandi imprese indiane sono di proprietà di una famiglia. Per nominarne alcune delle più grandi: Reliance Industries Ltd (Mukesh Ambani), Adani Group (Gautam Adani), Arcelor Mittal (Lakshmi Mittal), O.P.Jindal Group (Savitri Devi Jindal), Birla Group (K.M. Birla). Chiamano loro stessi vaishyas, la classe dei commercianti. Stanno solo facendo ciò che gli è ordinato di fare da dio: soldi.

Studi empirici sulla proprietà delle società di comunicazione e la casta degli editorialisti, dei colonnisti e giornalisti anziani rivela la morsa delle caste privilegiate, la maggior parte bramini e bania, nel definire e diffondere le notizie, sia reali sia fake. I dalit, gli adivasis e sempre di più i mussulmani sono del tutto assenti da questo panorama.

La situazione non è diversa nel settore giudiziario, il comparto più alto dei funzionari della pubblica amministrazione, i servizi esteri, il mondo dei commercialisti, i posti migliori nell’educazione, nella sanità, nell’editoria o in ogni sfera del governo. Fra di loro la popolazione di bramini e vaishyas è probabilmente meno del dieci percento della popolazione. Casta e capitalismo si sono fusi per creare un tutt’uno particolarmente letale e peculiarmente indiano.

Il primo ministro Modi, così instancabile nei suoi attacchi alle politiche dinastiche del partito del Congresso, si dedica completamente a supportare e arricchire queste dinastie societarie. La portantina in cui è esposto, bene o male, è portata sulle spalle di società di comunicazione di proprietà di famiglie di dinastia vaishya e bramina. Per citarne solo alcuni: Times of India, Hindustan Times, Indian Express, The Hindu, India Today, Dainik Bhaskar, Dainik Jagran.

Reliance Industries ha una quota azionaria che le permette di controllare 27 canali televisivi. Ho usato il verbo “esposto” perché Modi non ha mai parlato con la stampa in quasi sette anni da primo ministro. Mai una volta.

Mentre i nostri dati sono rubati e le nostre iridi scansionate, è stato messo su un sistema opaco che consente al mondo delle società di ripagare l’inflessibile lealtà che è stata mostrata loro. Nel 2018 è stato introdotto uno schema di vincoli elettorali che permette donazioni anonime ai partiti politici. Quindi noi ora abbiamo, un vero e propria conduttura, istituzionalizzata, chiusa ermeticamente, che fa circolare denaro e potere fra le società e l’élite della politica. Non ci sono dubbi che il BJP è il partito più ricco al mondo.

Nessun dubbio quindi se nel frattempo questa piccola élite di casta e classe consolida i suoi possedimenti nel paese nel nome del popolo, mentre nel nome del nazionalismo indù, si è iniziato a minacciare le persone, inclusi i loro elettori, come forze nemiche, di essere controllate, manipolate, prese alla sprovvista, attaccate da invisibili e comandate con il pugno di ferro. Noi siamo diventati una nazione di annunci di lockdown e ordinanze illegali.

La demonetizzazione ha rotto la schiena all’economia, durante la notte.

L’abrogazione dell’art. 370 nel Jammu e in Kashmir ha portato sette milioni di persone ad essere messe in lockdown improvvisamente per mesi sotto un assedio militare e digitale – un crimine contro l’umanità perpetrato nel nostro nome – e messo in scena per dimostrarlo al mondo. Un anno dopo, un insolente e testardo popolo continua la sua lotta per la liberà anche se ogni struttura collettiva del Kashmir è stata spezzata, decreto ufficiale per decreto ufficiale.

Il Citizenship Amendment Act palesemente anti-mussulmano e il National Register of Citizens hanno portato a mesi di proteste guidate dalle donne mussulmane. È finita con un massacro anti-mussumano nel nord est di Delhi, incendiato dai vigilantes e supervisionato dalla polizia, per il quale sono ritenuti responsabili i mussulmani. Centinaia di giovani mussulmani, studenti e attivisti sono in prigione, inclusi Umer Khalid, Khalid Saifi, Sharjeel Imam, Meran Haider, Natasha Narwal e Devangana Kalita.

Le proteste sono dipinte come un complotto jihadista islamista. Le donne che hanno guidato l’iconico sit-in Shaheen Bagh, la spina dorsale dei sollevamenti in tutto il paese, sono, ci hanno raccontato, usate come “copertura di genere”, e il pubblico che invocava la Costituzione, cosa successa ad ogni protesta, è stato relegato a “copertura secolare”.

L’interferenza è che tutto ciò che ha a che fare con i mussulmani è di default “jihadismo” (usato incorrettamente come eufemismo di terrorismo) e tutto ciò che contraddice questo sono solo dettagli. Il poliziotto che ha obbligato dei mussulmani gravemente feriti a cantare l’inno nazionale, anche se giacevano ammucchiati l’uno all’altro per la strada, non è stato identificato, e lasciato senza accuse. Uno dei feriti successivamente è morto perché un patriottico manganello della polizia è stato schiacciato sulla sua gola. Questo mese il ministro degli interni ha ringraziato la polizia di Delhi per come ha gestito le “rivolte”.

Oggi, un anno dopo il massacro, mentre una comunità perseguitata si risolleva, il Bajrang Dal e il VHP annunciano il Rath Yatras e parate motociclistiche come raccolta fondi per Ram Mandir presso Ayodhia, in quegli stessi posti dove ebbe luogo il pogrom.

Inoltre, abbiamo avuto il lockdown improvviso per un miliardo e trecento milioni di persone in isolamento con un preavviso di quattro giorni. Milioni di lavoratori delle città costretti a camminare per migliaia di chilometri per tornare a casa, mentre venivano puniti e colpiti come criminali.

Quando la pandemia raggiungeva il suo picco, in risposta ai cambiamenti sullo statuto dello Stato di Jammu-Kashmire, la Cina occupò diverse zone di territorio indiano a Ladakh.

Il nostro sfortunato governo è stato costretto a far finta che non fosse accaduto. Che ci sia o no una guerra, la nostra crescita economica negativa sosterrà un’emorragia di denaro per mantenere migliaia di truppe equipaggiate e sempre pronte al conflitto. A quelle temperature glaciali, molti soldati moriranno solo per il clima.

In cima alla lista delle atrocità commesse ora abbiamo tre contratti della filiera Agricola che lasceranno l’agricoltura indiana nelle mani delle Corporazioni e rifiuterà vistosamente i ricorsi degli agricoltori, fregandosene dei loro diritti costituzionali.

È come osservare un’automobile che viene smontata pezzo per pezzo, a cui viene distrutto il motore, rimosse le ruote, strappati i rivestimenti, vandalizzato lo scheletro lasciato al bordo della strada, mentre le altre macchine, guidate da persone che non indossano pellicce e corna, sfrecciano lontano.

Rabbia e rivolte

Ecco perché abbiamo disperatamente bisogno di questo appuntamento che è un’espressione collettiva, coordinata, sconvolgente della nostra rabbia contro il Brahamanismo, contro il Capitalismo, contro l’Islamofobia e contro il Patriarcato. Il Patriarcato, il fondamento di tutto questo, perché se gli uomini non controllano o non possono controllare le donne, allora non controllano più nulla.

Mentre la pandemia ci colpisce, mentre gli agricoltori sono per strada, gli Stati, governati da BJP ricorrono a ordinanze contro le conversioni di religione. Voglio soffermarmi su questo punto, perché si tratta di un compendio di informazioni utili a comprendere le ansie del regime riguardo alla casta, la mascolinità, riguardo a Musulmani e Cristiani, riguardo all’amore, le donne, la demografia e la storia.

La proibizione dell’UP nota come Proibizione sulla Conversione Illegale – ordinanza del 2020 – chiamata dai più ordinanza contro la “Love Jehad”, è in vigore da poco più di un mese.

Eppure abbiamo già visto matrimoni annullati, famiglie che devono ora difendersi dalle cause legali, decine di giovani musulmani in prigione. Ora, oltre a essere linciati per della carne che non avevano mangiato, per delle vacche che non avevano ucciso, crimini che non avevano commesso, oltre a essere incarcerati per battute che non avevano fatto (penso al caso del giovane attore Munawer Faruqui), i musulmani possono ora essere imprigionati per essersi innamorati e poi sposati.

Nella lettura di questa ordinanza, vorrei porre alcune domande fondamentali, anzitutto come definite la “religione”? Davvero chi ha persuaso un uomo di fede a diventare ateo può essere perseguibile per legge?

L’ordinanza UP del 2020 interviene “per proibire conversioni illegali da una religione all’altra altra verso una falsa rappresentazione, la forza, la manipolazione, la coercizione, la fascinazione, o qualsiasi altro mezzo fraudolento o attraverso il matrimonio...”.

La definizione di fascinazione include doni, gratificazioni, l’educazione libera nelle scuole e la promessa di uno stile di vita migliore (cosa che descrive duramente le compravendite abituali in quasi ogni matrimonio in India).

L’imputato (la persona che ha indotto la conversione) va incontro a pene detentive da uno a cinque anni. E gli effetti di questo reato possono estendersi a qualsiasi membro della famiglia, anche i parenti più lontani. L’onere delle prove è a carico dell’accusato. La “vittima” può essere risarcita sino a 500,000 rupie (quasi 5.700 euro, NdC) secondo il giudizio della Corte, a spese dell’imputato. Potete solo immaginare le infinite possibilità di estorsione e ricatto che ne possono derivare.

E ora passiamo alla parte migliore: se la persona convertita è un minore o una donna o appartiene a una casta che gode dello statuto di “Scheduled Caste” o “Scheduled Tribe”, la punizione per il “convertitore” è doppia: dai due ai dieci anni di carcere. In altre parole questa ordinanza accorda alle donne, agli Adivasis, ai Dalits lo stesso statuto dei minori. Questo ci rende pari a dei bambini: non siamo considerate adulte responsabili delle nostre azioni. Agli occhi del governo UP, solo la casta privilegiata dei maschi Hindu è davvero valida.

Non ci stupiamo allora se il presidente del collegio di giustizia indiano si chiede perché le donne (che sono molto più che la colonna vertebrale dell’agricoltura indiana) siano state “portate” alle proteste degli agricoltori.

E il governo di Madhya Pradesh in quest’ottica ha proposto che le donne lavoratrici che non vivono con le loro famiglie siano registrate dalla polizia e monitorate per la loro sicurezza.

Se Madre Teresa fosse viva, sarebbe sicuramente in prigione a causa di questa Ordinanza. Penso che le darebbero dieci anni e un’intera vita di debiti per tutte le persone che ha convertito al cristianesimo. Questa potrebbe essere la sorte di ogni prete cristiano in India.

Ancora, cosa potremo dire alla persona che disse:

“Poiché abbiamo la sfortuna di chiamarci Hindu siamo trattati così. Se fossimo membri di un’altra fede, nessuno oserebbe trattarci in questo modo. Scegliete qualsiasi religione vi dia uguaglianza di trattamento e condizione. Dovremmo trovare una soluzione a tutti i nostri errori, ora”.

Queste erano le parole, molti di voi lo sapranno, di Babashaeb Ambedkar. Una chiara chiamata alla conversione di massa che prometterebbe condizioni di vita migliori. Sotto questa ordinanza, in cui una conversione di massa è definita tale quando “due o più persone si convertono”, trasformerebbe Ambedkar in un pericolosissimo criminale. Mahatma Phule, anche lui, verrebbe probabilmente perseguito a causa delle sue parole:

“I mussulmani, distruggendo le immagini di pietra intagliata di Arya Bhats, hanno reso i Shudras e gli Ati-Shudras musulmani, includendoli nella religione mussulmana. Non solo, ma essi hanno organizzato matrimoni misti con loro e stabilito che avessero uguali diritti”.

I milioni di sikh, musulmani, cristiani e buddisti che sono parte della popolazione del subcontinente sono testimoni di un cambiamento storico e di conversione di massa. Il rapido diminuire di Hindu ha contribuito all’ansia della casta privilegiata, preoccupata per la demografia e galvanizzata dalle politiche di ciò che oggi è chiamato Hindutva.

Oggi, tuttavia, con il potere delle RSS, le cose si sono invertite. Le uniche conversione di massa sono quelle condotte da Vishwa Prashad – il processo conosciuto anche come “Ghar Wapsi” “(ritorno a casa”) cominciato con i Gruppi Riformisti Hindu alla fine del diciannovesimo secolo. Ghar Wapsi consiste anche nel “ritorno” all’induismo delle tribù che abitano le foreste. Ma non prima di una cerimonia Shuddi (purificazione) per eliminare la corruzione del periodo in cui sono stati lontani da casa.

Ma, allora, come è possibile far conciliare queste pratiche con l’ordinanza dell’UP, che logicamente, dovrebbe condannarle? L’ordinanza include una clausola che dice “A condizione che una persona si converta a una religione di cui era precedentemente fedele, allora essa non sarà considerata una conversione illegale sotto questa ordinanza”.

Facendo questo, l’ordinanza legittima il mito dell’induismo come antica religione autoctona che sussume le religioni di milioni di tribù indigene, Dalit e Dravidiani del subcontinente. Cosa assolutamente priva di fondamenti storici.

In India, è così che la mitologia si trasforma in storia e la storia in mitologia. La narrazione della casta privilegiata non vede alcun contraddizione nell’affermare di essere a un tempo discendenti dei conquistatori ariani e insieme discendenti degli antichi indigeni.

All’inizio della sua carriera in Sud Africa, mentre conduceva una battaglia per una entrata separata dell’India al Durban Post Office, in modo da non dover condividere l’entrata con I Black Africans, che spesso chiamavano “Kaffirs” e “Selvaggi”, Gandhi sosteneva che inglesi e indiani provenivano da radici comuni, dagli ”indo-ariani”. Egli cercò di distinguere la casta privilegiata “Passenger Indians” dalle altre classi oppresse e costrette a lavori forzati. Era il 1893, ma la giostra non si è ancora fermata.

Elgar, l'inizio della battaglia

Il numero di persone che sono intervenute oggi mostra l’abilità intellettuale di Elgar Parishad di osservare l’attacco condotto contro di noi a ogni livello. Niente rende più felice questo regime di vederci chiuderci in piccoli acquari in cui annaspiamo rabbiosamente, ciascuno arrabbiato per quello che gli è capitato o per la sua comunità – senza mai vedere il quadro d’insieme e spesso muovendo la nostra rabbia contro noi stessi. Dobbiamo rompere le barriere e uscire dal nostro acquario, per trasformarci in fiume. E scorrere come una corrente implacabile.

Per fare questo dobbiamo prendere coraggio e osare sognare come fece Rohit Vermula. Lui è qui con noi oggi, tra noi, ispirazione per i giovani anche da morto, perché è morto con degli ideali. È morto insistendo sul diritto di poter accrescere la sua umanità, la sua curiosità e la sua ambizione.

Non si è ritirato, ha rifiutato i compromessi, di entrare nello stampino pronto per lui. Ha rifiutato le etichette che il mondo voleva assegnargli. Sapeva di non esser fatto di niente di meno che polvere di stelle. E lui, lui è diventato polvere di stelle.

Dobbiamo stare in guardia dalle trappole che ci limitano e ci minimizzano. Nessuno di noi è solo un’accozzaglia di identità. Siamo molto, ma molto di più. Mentre stiamo vigili contro i nostri nemici, dobbiamo essere in grado di riconoscere i nostri amici.

Dobbiamo cercare altri alleati, perché nessuno di noi può condurre questa battaglia da solo. Le coraggiose proteste contro il CAA e le mobilitazioni degli agricoltori di oggi ce lo hanno dimostrato. Le organizzazioni di agricoltori che si sono riunite comprendono credi differenti e differenti storie.

Ci sono grandi contraddizioni tra grandi e piccoli agricoltori, tra proprietari terrieri e lavoratori senza terra, tra Jat Sikhs e Mazhabi Sikhs, tra Sindacati di Sinistra e Centristi. Ci sono contraddizioni di casta e altrettanto orrende violenze di casta, come Bant Singh, a cui son state tranciate braccia e gambe nel 2006, come vi ho raccontato oggi.

Queste differenze non sono state seppellite. Ne abbiamo parlato – come ha raccontato Randeep Maddoke, che avrebbe dovuto essere qui con coi oggi, con il suo coraggioso documentario Landless. E tuttavia, queste differenze sono ora chiamate a unirsi per confrontarsi contro questo Stato, sappiamo che questa è la battaglia fondamentale.

Forse, in questa città in cui Ambedkar ha subito il ricatto della firma del Poona Pact, e in cui Jotiba e Savitribai Phule hanno condotto la loro attività rivoluzionaria, forse è proprio qui che possiamo dare un nome alla nostra battaglia. E, forse, potrebbe essere Satya Shodhak Resistance, SSR contro RSS.

La battaglia dell’Amore contro l’Odio. Una battaglia per l’Amore. Sarà una battaglia intrapresa con determinazione e vinta grandiosamente.

Grazie.

Fonte