Secondo Edward Snowden, quella pubblicata nel fine settimana da 17 testate giornalistiche sarebbe semplicemente la “notizia dell’anno”. La rivelazione riguarda la vendita a numerosi governi, da parte di una compagnia informatica israeliana, di un avanzato strumento di sorveglianza in grado sostanzialmente di garantire il completo accesso al contenuto degli smartphone nei quali il software viene impiantato. Maggiori dettagli e informazioni dovrebbero arrivare nei prossimi giorni, ma alcuni aspetti allarmanti appaiono già evidenti, a cominciare dal controllo dei telefoni di centinaia di giornalisti in tutto il mondo.
Gli obiettivi elencati nei documenti della società NSO Group ottenuti da Amnesty International e dalla no-profit francese Forbidden Stories includono anche attivisti per i diritti umani, imprenditori, sindacalisti, ambasciatori, ministri e, addirittura, capi di stato e di governo. Lo “spyware” in questione è noto col nome di Pegasus e, per gli utilizzatori, il suo punto di forza è rappresentato da una caratteristica che lo distingue dagli altri strumenti di sorveglianza, cioè le modalità con cui può essere introdotto nei dispositivi delle vittime.
Mentre le versioni precedenti di questo e di altri software simili erano basati sul “phishing”, ovvero su messaggi o e-mail che invitano il destinatario a cliccare su un link, Pegasus è in grado di infettare i telefoni cellulari attraverso i cosiddetti “attacchi zero click”. Per impossessarsi del dispositivo non serve alcuna interazione da parte del proprietario. Il software sfrutta i punti deboli del sistema operativo o di determinate applicazioni che i produttori dei telefoni e gli sviluppatori non conoscono ancora e che, quindi, non hanno ancora provveduto a risolvere.
Pegasus viene installato ad esempio tramite una telefonata a cui il bersaglio può anche non rispondere o, in alternativa, per mezzo di uno strumento wireless posizionato a poca distanza dall’obiettivo oppure manualmente se si viene in possesso fisicamente del telefono. Una volta dentro il dispositivo, il software riesce a raccogliere tutte le informazioni in esso contenute, dai messaggi alle telefonate, dalla rubrica alle immagini, dalle e-mail ai dati sulla navigazione internet. Pegasus è in grado inoltre di attivare il microfono e la videocamera dei telefoni, in modo da registrare segretamente le conversazioni e le attività degli utenti, così come il GPS per individuare le loro posizioni.
Secondo Claudio Guarnieri, direttore del laboratorio sulla sicurezza di Amnesty International, Pegasus può ottenere i “privilegi di amministratore” del dispositivo, per sfruttarlo “più di quanto possa farlo il suo proprietario”. Inoltre, il software della compagnia israeliana è virtualmente inarrestabile, in quanto quasi impossibile da individuare, dal momento che lavora a livello della memoria temporanea e non lascia dunque tracce quando il telefono è spento. Sempre Guarnieri in un’intervista al Guardian, uno dei giornali che ha pubblicato i documenti di NSO Group, ha spiegato che, in merito al software Pegasus, una delle domande più frequenti che gli vengono rivolte è come sia possibile evitare che l’aggressione informatica si ripeta. In questo caso, la risposta più realistica è: “nulla”.
Tra i documenti ottenuti c’è anche un elenco di circa 50 mila numeri di telefono scelti per essere infettati con Pegasus. Questi numeri non sono collegati all’identità dei rispettivi utenti, ma i giornalisti che hanno lavorato sul materiale riservato hanno identificato un migliaio di persone sparse in oltre cinquanta paesi. Tra di essi ci sono più di 600 politici e funzionari di governo, 65 dirigenti di aziende, 85 attivisti per i diritti umani e, come accennato all’inizio, 189 giornalisti di testate come New York Times, Associated Press, CNN, Financial Times, The Economist, France 24, Reuters e altre.
Senza un’analisi approfondita dei singoli dispositivi, è impossibile stabilire quanti di quelli sull’elenco di NSO Group siano stati effettivamente infettati da Pegasus. Tuttavia, l’esame a campione di 67 telefoni di giornalisti ne ha individuati 37 colpiti dal “malware”. I paesi di provenienza di questi ultimi includono Azerbaigian, India, Francia, Marocco e Ungheria. Alcuni governi di questi paesi hanno stipulato contratti di acquisto di prodotti di NSO Group, assieme a molti altri, tra cui quelli di Messico, Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Non sono state diffuse invece informazioni specifiche circa l’identità degli utilizzatori del software in questione.
Pegasus sarebbe stato comunque usato per portare a termine assassini di giornalisti e dissidenti anche molto noti, come il saudita Jamal Khashoggi, ucciso barbaramente nel consolato del suo paese a Istanbul nel 2018. Oggetto di sorveglianza attraverso questo software erano stati anche svariati familiari di Khashoggi, nonché la sua fidanzata Hatice Cengiz e i funzionari turchi che indagavano sull’assassinio.
Anche il giornalista messicano Cecilio Pineda Birto, ucciso nel 2017 a colpi di pistola in una strada della città di Altamirano, potrebbe essere stato localizzato grazie al programma Pegasus. Proprio il Messico è uno dei paesi con il maggior numero di agenzie governative clienti di NSO Group e, in parallelo, uno dei più pericolosi per i giornalisti al di fuori delle aree di guerra. Dal 2010 sono 86 i giornalisti assassinati in Messico, molti dei quali impegnati in indagini sui collegamenti tra gruppi criminali e organi dello stato. Le implicazioni per i giornalisti sono dunque evidentissime ed estremamente preoccupanti. Anche tra i più attenti alla minaccia di intercettazioni e sorveglianza, le armi a disposizione sono di fatto nulle e, oltre alla stessa incolumità personale dei giornalisti, questa situazione mette in serio pericolo i rapporti con le fonti riservate.
Le rivelazioni sui prodotti informatici di NSO Group non sono peraltro nuove. Il New York Times ne aveva parlato già nel 2016 per descrivere le attività di sorveglianza relativamente a paesi come Arabia Saudita e Messico. Le nuove informazioni pubblicate nel fine settimana indicano però un uso decisamente più ampio a livello globale dei software della compagnia israeliana. I dati ancora parziali potrebbero riservare altre sorprese, ma è fin da ora plausibile ipotizzare l’uso di questi strumenti anche da parte di organi dei governi “democratici” occidentali.
Laddove non ci siano invece elementi per stabilire l’acquisto e l’utilizzo di Pegasus da parte di questi paesi, è ugualmente ragionevole pensare che ciò sia dovuto alla disponibilità di strumenti simili sviluppati direttamente dalle loro agenzie di intelligence. Basti pensare, a questo proposito, alla realtà rivelata da Edward Snowden riguardo agli Stati Uniti e ai loro più stretti alleati.
Gli scenari raccontati dai documenti distribuiti alla stampa da Amnesty International e Forbidden Stories contribuiscono a disegnare un quadro internazionale nel quale i diritti civili e democratici risultano sempre più minacciati. Da ciò deriva di conseguenza anche il pericolo che incombe sulla libertà di stampa. Il caso specifico di NSO Group, che da parte sua ha respinto le accuse e affermato che i suoi prodotti sono utilizzati solo per colpire terroristi e criminali, rappresenta infine un altro atto di accusa contro Israele.
L’esportazione di un software come Pegasus richiede infatti la concessione di una licenza specifica da parte del governo dello stato ebraico che, evidentemente, non si è fatto nessuno scrupolo nell’approvare la fornitura di un sofisticato strumento di repressione a regimi ultra-autoritari e violenti, a cominciare da quelli di Emirati Arabi e Arabia Saudita, con cui da qualche tempo intrattiene rapporti sempre più stretti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Malware. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Malware. Mostra tutti i post
19/07/2021
08/03/2017
Il più grande autogol dell’intelligence, targato Cia
Anche stavolta lo scoop è opera di Wikileaks, la compagnia di ventura creata da Julian Assange, da anni prigioniero volontario nell’ambasciata ecuadoriana a Londra per evitare un'estradizione in Svezia (paese che vorrebbe processarlo per una trappola preparata da una agente del Mossad) e di lì negli Usa.
Vault 7 (La settima volta) è il titolo dato a questa pubblicazione di migliaia di mail della Cia, che la stessa Wikileak definisce “la più grande pubblicazione mai fatta di documenti riservati dell’agenzia”. L’operazione è stata possibile perché – neanche a dirlo – anche questa volta la Cia ha perso il controllo di una parte del suo lavoro. "Questa straordinaria collezione che conta diverse centinaia di milioni di codici, consegna ai suoi possessori l'intera capacità di hackeraggio della Cia. L'archivio è circolato senza autorizzazione tra ex hacker e contractor del governo Usa, uno dei quali ha fornito a Wikileaks una parte di questa documentazione".
Com’è possibile? Grazie alle esternalizzazioni e alle privatizzazioni, applicate anche in campo militare (basti ricordare il “lavoro” della società Blackwater in Iraq e altrove) e in quello della sicurezza. In pratica, alcuni hacker temporaneamente messi sotto contratto da Langley si sono poi ritrovati nella condizione di far circolare materiale “riservato”, potendo probabilmente contare su “amici” rimasti invece tra le fila degli spioni ufficiali.
Una prima griglia di lettura di questo sterminato carteggio, offerta dalla stessa Wikileas, individua un cyber-arsenale messo in piedi dalla Cia (in stretta collaborazione con i cugini inglesi dell’MI5) per utilizzare qualsiasi device elettronico informatico come mezzo per spiare gli ignari proprietari. Nulla di realmente nuovo, bisogna dire, se non il fatto che la “possibilità tecnica” di utilizzarli in questo modo è stata praticamente colta dalle principali agenzie governative. Non solo Usa, immaginiamo senza troppi sforzi. In pratica, un autogol da cineteca, di quelli che verranno tramandati per generazioni come esempio di quel che non bisogna fare...
La notizia è ovviamente su tutti media del pianeta, ma gestita in chiave assolutamente opposta. La Cia, insomma, viene descritta nel vecchio e “rassicurante” modo: una potentissima e occhiuta organizzazione capace di difendere “la nostra libertà e il nostro stile di vita” anche con metodi poco ortodossi che ci privano – per esempio – proprio della libertà. Ma a molti media mainstream questo è sempre apparso un prezzo accettabile, e dunque viva la potente Cia.
Tra i tanti media citabili fa quasi tenerezza – quasi, sia chiaro – il quotidiano italiano Repubblica; che, nello sforzo di tenere insieme l’immagine ultrapotente di Langley e i propri interessi commerciali, prima asserisce di aver avuto il materiale in esclusiva mondiale (tutto il carteggio è visionabile qui), poi si premura di non nominare la Samsung, azienda coreana costruttrice di smart tv particolarmente esposti ad essere utilizzati per registrare audio e video dell’ambiente in cui sono stati piazzati (tipicamente il salotto di casa). E dire che il rapporto del gruppo di Assange lo indica come titolo di uno dei capitoli (che non si farebbe per mantenere un po’ di contratti pubblicitari)...
Ma torniamo alle cose serie.
Naturalmente i device più piratati – da apposite divisioni Cia dedicate alla creazione di virus e malware di ogni tipo – sono quelli mobili, a partire da smartphone e tablet, per finire ai primi modelli di automobile “sempre connessa”, sfruttando “bachi” e vulnerabilità varie del software non individuate dai costruttori e ovviamente non segnalate dagli spioni. Neppure l’iPhone di Apple, social network criptati (Whatsapp, Signal, Telegramma, Wiebo, Confide e Cloackman) o sistemi operativi relativamente recenti sono al riparo. Così come i supporti removibili (chiavette usb, ecc).
Sono ormai anni che gruppi di attivisti (per esempio quelli di Anonymous) denunciano questa possibilità, che fa del nostro amatissimo “telefonino” il nostro peggior nemico, in grado di regalare agli spioni non solo ogni nostra conversazione (come avveniva dall’invenzione del telefono), ma anche ogni spostamento (via gps) e ogni momento di intimità. Di fatto, siamo tutti spiabili, ma a nostre spese e con la nostra attiva collaborazione...
Un ingenuo si potrebbe chiedere: ma cosa ci faranno mai con i miei appuntamenti museali o goderecci? Domanda sbagliata. Il problema degli spioni governativi – di qualsiasi paese – è di avere la possibilità di farlo, senza ostacoli e senza dover muovere un passo dalla sedia. Poi, quando per qualche motivo – anche per errore – decideranno di monitorare ogni nostro respiro... cominceranno a farlo. Per quale motivo? Lo decidono loro, il perché e il percome, e quale utilizzo fare delle informazioni così assunte (dal classico pedinamento-schedatura all’altrettanto classico ricatto per trasformare un cittadino in “informatore”, sul modello de La vita degli altri).
Wikileaks lo cita esplicitamente: La crescente sofisticazione delle tecniche di sorveglianza ha messo a confronto con il 1984 di George Orwell, ma [il software] "Weeping Angel", sviluppato dalla CIA Embedded Devices di Branch (EDB), che infesta televisori intelligenti, trasformandoli in microfoni segreti, è sicuramente la sua realizzazione più emblematica.
Grande Fratello a parte, la documentazione offerta da Wikileaks (nella parte denominata “Anno zero”) contiene per esempio la documentazione relativa ai candidati alle presidenziali francesi del 2012. Neanche degli alleati di ferro come i francesi (o, qualche tempo fa Angela Merkel) sono al riparo delle intromissioni della Cia. Non perché “non si fidino”, ma probabilmente per avere informazioni utili al tavolo di trattativa, quando si devono stringere accordi; sapere cosa l’altro ha in testa, garantisce sempre un grande “vantaggio competitivo” e il raggiungimento di un contratto asimmetrico.
Il centro europeo di raccolta degli hacker della Cia risulta essere il consolato statunitense di Francoforte, che copre Europa, Mediterraneo e Medio Oriente. Ma del resto tutta questa struttura, per quanto banale possa sembrare, è regolarmente interna alle strutture pubbliche del governo statunitense. Per esempio, la “copertura” ufficiale di un funzionario Cia è espressamente indicata nella documentazione come “funzionario del Dipartimento di Stato”; ovvero del ministero degli esteri (e questo potrebbe spiegare, per esempio, il ruolo svolto dalla Cia nella campagna elettorale Usa, anti-Trump e pro-Clinton, che aveva ricoperto quel ruolo nella prima presidenza Obama).
Alla fine dello scorso anno, la divisione di hacking della CIA, che cade formalmente sotto il centro dell'Agenzia per Cyber Intelligence (CCI), aveva oltre 5000 utenti registrati e aveva prodotto più di mille sistemi di hacking, Trojan, virus, e altri "weaponized" malware. I suoi hacker avevano utilizzato più codice di quello utilizzato per l'esecuzione di Facebook. La CIA aveva creato, di fatto, la sua "propria NSA" con ancora meno responsabilità e senza rispondere pubblicamente in merito alla questione se una massiccia spesa di bilancio per duplicare le capacità di un'agenzia rivale potesse essere giustificata.
Molte di queste vere e proprie armi – in qualsiasi guerra le informazioni sul nemico e la possibilità di bloccare-deviare le sue comunicazioni interne sono una delle chiavi del successo – sono ora in circolazione. Invisibili, perché si tratta di righe di codice, caricabili anche per poco tempo su qualsiasi computer.
Wikileaks, nel pubblicare la documentazione, mostra di essere preoccupata perché il cyber-arsenale Cia sarebbe potenzialmente a disposizione di soggetti molto diversi tra loro (da governi ostili ai “terroristi”, fino a qualche giovane smanettone in cerca di emozioni forti) che potrebbero operare come la Cia. E se sembra logico attendersi un atteggiamento “prudente” da parte di paesi di potenza equivalente (come Russia e Cina, in primo luogo), abituati a un “confronto” di lungo periodo e sempre attenti a non far precipitare la conflittualità latente in rischio di scontro aperto, altrettanto non si può certo dire per “entità fuori controllo”.
Anche perché i genialoni che dirigono la Cia hanno bellamente ignorato le indicazioni dell’ex presidente Obama, allarmato dalla rivelazioni di Edward Snowden. "A titolo di esempio, un malware specifico della CIA, rivelato in "Anno Zero", è in grado di penetrare, infestare e controllare telefoni Android e iOS mentre il presidente Usa, per esempio sta pubblicando dei banali tweet. Fino a quando la CIA mantiene queste vulnerabilità celate ad Apple e Google quei telefoni rimarranno hackerabili".
L’accusa di Wikileaks è dunque spietata: “In quello che è probabilmente il più stupefacente autogol dell’intelligence a memoria d’uomo [...] la CIA ha reso questi sistemi non classificati”. In pratica non sono segreti, dunque non protetti e riproducibili sul mercato, dove indubbiamente hanno un valore e possono essere utilizzati anche per scopi opposti. La ragione è quasi paradossale: se per effettuare i propri attacchi informatici gli hacker della Cia usassero software “classificato” – cioè segreto – “potrebbero essere perseguiti o licenziati per aver violato le norme che vietano l'immissione di informazioni classificate su Internet”.
Insomma, “Il governo degli Stati Uniti non è in grado di far valere diritti d'autore, a causa delle restrizioni della Costituzione degli Stati Uniti”. Quindi tutto quel software è perfettamente legale anche se ottenuto in modo illegale, piratandolo. Per questo la CIA ha dovuto in primo luogo fare affidamento su meno sicure tecniche di “offuscamento” per proteggere i suoi malware segreti.
Anche le armi convenzionali – per esempio i missili – contengono grandi quantità di software. Ma il loro uso in territorio nemico non implica il rischio di aver diffuso lì “materiato classificato come segreto”, perché il missile distrugge tutto se stesso nel momento dell’esplosione. Al contrario, il software in Internet ci resta a lungo e può essere facilmente copiato da chiunque abbia le competenze sufficienti per capire cosa sta maneggiando.
La complessità, oltre un certo limite, diventa concettualmente o istituzionalmente ingovernabile con gli strumenti classici della guerra imperialista; e si ritorce contro i suoi creatori.
L’analisi degli oltre 8.000 file pubblicati richiederà certamente molto tempo, energie e curiosità.
Confidiamo di avere lettori curiosi...
Fonte
03/11/2015
I generosi fornitori di spyware alla Jihad
Si profila una ipotesi inquietante. Gli spyware progettati dalla Hacking Team, la società di informatica che sviluppa programmi di intelligence e spionaggio e li fornisce a governi, servizi segreti e forze di polizia di tutto il mondo, potrebbero essere finiti in mano a jihadisti sauditi. Come già scritto su questo giornale, la società milanese nel luglio scorso aveva subito a sua volta un'azione di hackeraggio con la conseguente violazione di 400 gigabyte di dati riservati custoditi nel server aziendale.
I magistrati che indagano sull’incursione contro la Hacking Team, stanno lavorando su questa ipotesi e questa mattina hanno disposto una perquisizione alla Meanna Slr, una società di Torino riconducibile allo sviluppatore di software Guido Landi e al commercialista libanese Mostapha Meamma, ex dipendenti della stessa Hacking Team ed ora finiti sotto indagine con le accuse di accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreto industriale.
La perquisizione ordinata vuole vederci chiaro su un pagamento sospetto che risale al 20 novembre 2014, quando 300 mila euro vennero pagati con un bonifico alla Meanna srl da parte della società saudita Saudi Technology Developement Inv. Un versamento giustificato come pagamento di un servizio di formazione professionale che però non sembra convincere i magistrati: "Non risulta verosimile – si legge nel decreto di perquisizione firmata dal pm Gobbis – che la somma versata a Meanna sia stata corrisposta per formazione professionale, apparendo più probabile fornitura di servizi relativi a informazione informatiche, come sostenuto da Htc (Cioè Hacking Team, ndr)".
Landi e Manna sono finiti sotto indagine a luglio scorso insieme ad altri tre ex dipendenti dell'azienda milanese. Il sospetto degli inquirenti è che siano stati loro a violare il server aziendale di Hacking Team, a pubblicare su Wikileaks circa 400 gigabyte ed a rivelare, seppure in modo parziale, il codice sorgente di "Galileo", software utilizzato da oltre 40 governi e dai servizi segreti in tutto il mondo. Le indagini da luglio sono andate avanti e dagli accertamenti bancari e finanziari condotti negli ultimi mesi è spuntato questo bonifico da 300 mila euro in favore della società creata dai due ex dipendenti "infedeli" di Hacking Team. I quali – secondo l'ipotesi degli inquirenti – avrebbero ceduto ai sauditi una tecnologia di spionaggio sviluppata dalla loro ex società. Adesso le indagini si concentreranno sulla Saudi Technology Developement Inv soprattutto per capire chi siano gli azionisti di questa misteriosa società saudita e verificare suoi eventuali rapporti con i jihadisti. Non si esclude che la società saudita possa aver rivestito il ruolo di mediatrice per conto di un altro committente che resta però da individuare. Quella degli jihadisti è una ipotesi inquietante ma ancora tutta da verificare.
vedi anche:
La grossissima rogna della Hacking Team
Gli spioni spiati. Quella strana società di Milano
Fonte
I magistrati che indagano sull’incursione contro la Hacking Team, stanno lavorando su questa ipotesi e questa mattina hanno disposto una perquisizione alla Meanna Slr, una società di Torino riconducibile allo sviluppatore di software Guido Landi e al commercialista libanese Mostapha Meamma, ex dipendenti della stessa Hacking Team ed ora finiti sotto indagine con le accuse di accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreto industriale.
La perquisizione ordinata vuole vederci chiaro su un pagamento sospetto che risale al 20 novembre 2014, quando 300 mila euro vennero pagati con un bonifico alla Meanna srl da parte della società saudita Saudi Technology Developement Inv. Un versamento giustificato come pagamento di un servizio di formazione professionale che però non sembra convincere i magistrati: "Non risulta verosimile – si legge nel decreto di perquisizione firmata dal pm Gobbis – che la somma versata a Meanna sia stata corrisposta per formazione professionale, apparendo più probabile fornitura di servizi relativi a informazione informatiche, come sostenuto da Htc (Cioè Hacking Team, ndr)".
Landi e Manna sono finiti sotto indagine a luglio scorso insieme ad altri tre ex dipendenti dell'azienda milanese. Il sospetto degli inquirenti è che siano stati loro a violare il server aziendale di Hacking Team, a pubblicare su Wikileaks circa 400 gigabyte ed a rivelare, seppure in modo parziale, il codice sorgente di "Galileo", software utilizzato da oltre 40 governi e dai servizi segreti in tutto il mondo. Le indagini da luglio sono andate avanti e dagli accertamenti bancari e finanziari condotti negli ultimi mesi è spuntato questo bonifico da 300 mila euro in favore della società creata dai due ex dipendenti "infedeli" di Hacking Team. I quali – secondo l'ipotesi degli inquirenti – avrebbero ceduto ai sauditi una tecnologia di spionaggio sviluppata dalla loro ex società. Adesso le indagini si concentreranno sulla Saudi Technology Developement Inv soprattutto per capire chi siano gli azionisti di questa misteriosa società saudita e verificare suoi eventuali rapporti con i jihadisti. Non si esclude che la società saudita possa aver rivestito il ruolo di mediatrice per conto di un altro committente che resta però da individuare. Quella degli jihadisti è una ipotesi inquietante ma ancora tutta da verificare.
vedi anche:
La grossissima rogna della Hacking Team
Gli spioni spiati. Quella strana società di Milano
Fonte
07/08/2015
Attacco hacker al Pentagono. Una conseguenza della vicenda Hacking Team?
La sottrazione dei codici alla azienda di spionaggio informatico italiana Hacking Team, potrebbe aver cominciato a produrre i suoi effetti. Le autorità statunitensi ritengono infatti che intorno al 25 luglio scorso alcuni hacker russi si siano intrufolati nel sistema di email non top secret del Pentagono, che è stato così costretto a chiudere lo stesso sistema per le due settimane successive. A riferirlo è il canale televisivo Nbc News, le cui fonti spiegano che la "cyber-intrusione sofisticata" ha colpito 4.000 dipendenti del Pentagono - tra civili e militari - del Joint Chiefs of Staff, ossia dello Stato Maggiore Congiunto, la struttura che riunisce i capi di stato maggiore di ciascun ramo delle forze armate statunitensi.
A riportare per primo la notizia è stato il sito di informazione Daily Beast, secondo il quale si tratterebbe degli stessi pirati informatici probabilmente responsabili di altre operazioni di 'hackeraggio', tra cui alcune avvenute nello scorso aprile e che colpirono il Dipartimento di Stato e la stessa Casa Bianca. Il Daily Beast ha ricevuto una conferma dal Pentagono in cui spiega che "almeno cinque" utenti del Dipartimento alla difesa Usa sono stati attaccati dagli hacker. Il Pentagono non specifica però se siano state rubate informazioni né le agenzie per cui lavorano le persone colpite. Queste ultime hanno ricevuto un messaggio nella loro casella di posta elettronica che sembrava fosse stato inviato dalla National Endowment for Democracy, un'organizzazione formalmente non governativa (in realtà collaterale alle operazioni della Cia).
In quella email c'era un link che, una volta cliccato, ha fatto scattare il download di un software infettato sul computer della vittima. Un funzionario del Pentagono ha confermato al Daily Beast che la email di avvertimento è stata diffusa, ma non ha voluto commentare ulteriormente: "Ogni giorno ci sono migliaia di tentativi di violazioni hacker del Dipartimento della Difesa. Ci sono procedure in atto per mitigare tali tentativi". Anche l'Fbi ha inviato ieri un messaggio di avvertimento - anch'esso pubblicato dal Daily Beast - in cui avverte che gli hacker stanno prendendo di mira "le agenzie governative Usa e le aziende private" sfruttando alcune vulnerabilità del programma Adobe Flash. Ma, secondo il Daily Beast, quella vulnerabilità, è venuta a galla all'inizio di luglio quando l’azienda di spionaggio informatico italiana Hacking Team è stata a sua volta vittima di un cyber-attacco che ha reso note le relazioni tra l'azienda e il governo Usa, così come una serie di regimi autoritari nel mondo e con servizi segreti, carabinieri, polizia e guardia di finanza italiani.
Fonte
A riportare per primo la notizia è stato il sito di informazione Daily Beast, secondo il quale si tratterebbe degli stessi pirati informatici probabilmente responsabili di altre operazioni di 'hackeraggio', tra cui alcune avvenute nello scorso aprile e che colpirono il Dipartimento di Stato e la stessa Casa Bianca. Il Daily Beast ha ricevuto una conferma dal Pentagono in cui spiega che "almeno cinque" utenti del Dipartimento alla difesa Usa sono stati attaccati dagli hacker. Il Pentagono non specifica però se siano state rubate informazioni né le agenzie per cui lavorano le persone colpite. Queste ultime hanno ricevuto un messaggio nella loro casella di posta elettronica che sembrava fosse stato inviato dalla National Endowment for Democracy, un'organizzazione formalmente non governativa (in realtà collaterale alle operazioni della Cia).
In quella email c'era un link che, una volta cliccato, ha fatto scattare il download di un software infettato sul computer della vittima. Un funzionario del Pentagono ha confermato al Daily Beast che la email di avvertimento è stata diffusa, ma non ha voluto commentare ulteriormente: "Ogni giorno ci sono migliaia di tentativi di violazioni hacker del Dipartimento della Difesa. Ci sono procedure in atto per mitigare tali tentativi". Anche l'Fbi ha inviato ieri un messaggio di avvertimento - anch'esso pubblicato dal Daily Beast - in cui avverte che gli hacker stanno prendendo di mira "le agenzie governative Usa e le aziende private" sfruttando alcune vulnerabilità del programma Adobe Flash. Ma, secondo il Daily Beast, quella vulnerabilità, è venuta a galla all'inizio di luglio quando l’azienda di spionaggio informatico italiana Hacking Team è stata a sua volta vittima di un cyber-attacco che ha reso note le relazioni tra l'azienda e il governo Usa, così come una serie di regimi autoritari nel mondo e con servizi segreti, carabinieri, polizia e guardia di finanza italiani.
Fonte
10/07/2015
Spionaggio informatico. La grossissima rogna della Hacking Team
MILANO - Sull’hackeraggio dei file della società milanese Hacking Team, è stato aperto un fascicolo di inchiesta da parte della procura di Milano. L’ipotesi di reato, al momento, è quella di accesso abusivo a sistema informatico. Ma la vicenda ha tutti i numeri per poter diventare una grossa, grossissima rogna da molti punti di vista.
L’attacco di hackeraggio contro l’azienda specializzata in spionaggio informatico, secondo una dichiarazione della Hacking Team, avrebbe permesso anche di sottrarre il codice dei trojan – cioè dei virus spia – che vengono commercializzati proprio dall’azienda milanese e, paradossalmente, ne hanno fatto la fortuna economica. Ma questa sottrazione di files infettanti e spioni apre la strada alla possibilità che adesso le tecnologie di spionaggio della Hacking Team vengano utilizzate da chiunque. L’azienda avrebbe invitato tutti i suoi clienti a sospendere l’utilizzo dei sistemi di sorveglianza basati sulla loro tecnologia.
Il quotidiano inglese The Guardian, riferisce di come le attività di spionaggio consentite dai servizi della Hacking Team, fossero finiti nel mirino di Reporter Senza Frontiere, che aveva accusato la HT di essere una delle società di mercenari digitali e di essere ritenuta una dei cinque nemici aziendali di internet, ovvero della rete come strumento di espressione libera. Le cinque compagnie segnalate nel rapporto di Rsf sono Gamma, Trovicor, Hacking Team appunto, Amesys, Blue Coat, ma la lista non è esaustiva.
Ma di cosa si tratta esattamente? La punta di diamante dei prodotti commercializzati da Hacking Team è un malware chiamato Da Vinci, che secondo la pubblicità aziendale della HT permette di compromettere la sicurezza di qualsiasi dispositivo: Windows, MacOS, iOS, Android, Linux, Blackberry o Symbian. Da Vinci garantisce l’accesso in remoto a email, chiamate VoIP, messaggi SMS, scambio di documenti, navigazione su Internet, posizione Gps e, sempre secondo quanto dichiarato dagli sviluppatori milanesi, sarebbe completamente invisibile anche ai programmi antivirus.
L’esperto di sicurezza informatica Roberto Forzieri, contattato da Il Fatto Quotidiano, sottolinea come “Il vero punto è che la vicenda evidenzia un vuoto legislativo. Non c’è niente che normi la commercializzazione di questa roba prodotta da Ht. Capisco che ha fatto comodo, ma questa è la compromissione più grossa della storia non solo per quantità di dati, ma per implicazioni. Finirà nei libri di storia”.
E’ ancora presto per capire se chi ha rubato i file ad una società di spioni abbia migliorato il mondo e la libertà della rete oppure se sia uno squalo peggiore di quello che è stato addentato. E in questo secondo caso viene voglia buttare nel fiume pc, telefonino e tablet. Meglio l’alfabeto muto.
Fonte
L’attacco di hackeraggio contro l’azienda specializzata in spionaggio informatico, secondo una dichiarazione della Hacking Team, avrebbe permesso anche di sottrarre il codice dei trojan – cioè dei virus spia – che vengono commercializzati proprio dall’azienda milanese e, paradossalmente, ne hanno fatto la fortuna economica. Ma questa sottrazione di files infettanti e spioni apre la strada alla possibilità che adesso le tecnologie di spionaggio della Hacking Team vengano utilizzate da chiunque. L’azienda avrebbe invitato tutti i suoi clienti a sospendere l’utilizzo dei sistemi di sorveglianza basati sulla loro tecnologia.
Il quotidiano inglese The Guardian, riferisce di come le attività di spionaggio consentite dai servizi della Hacking Team, fossero finiti nel mirino di Reporter Senza Frontiere, che aveva accusato la HT di essere una delle società di mercenari digitali e di essere ritenuta una dei cinque nemici aziendali di internet, ovvero della rete come strumento di espressione libera. Le cinque compagnie segnalate nel rapporto di Rsf sono Gamma, Trovicor, Hacking Team appunto, Amesys, Blue Coat, ma la lista non è esaustiva.
Ma di cosa si tratta esattamente? La punta di diamante dei prodotti commercializzati da Hacking Team è un malware chiamato Da Vinci, che secondo la pubblicità aziendale della HT permette di compromettere la sicurezza di qualsiasi dispositivo: Windows, MacOS, iOS, Android, Linux, Blackberry o Symbian. Da Vinci garantisce l’accesso in remoto a email, chiamate VoIP, messaggi SMS, scambio di documenti, navigazione su Internet, posizione Gps e, sempre secondo quanto dichiarato dagli sviluppatori milanesi, sarebbe completamente invisibile anche ai programmi antivirus.
L’esperto di sicurezza informatica Roberto Forzieri, contattato da Il Fatto Quotidiano, sottolinea come “Il vero punto è che la vicenda evidenzia un vuoto legislativo. Non c’è niente che normi la commercializzazione di questa roba prodotta da Ht. Capisco che ha fatto comodo, ma questa è la compromissione più grossa della storia non solo per quantità di dati, ma per implicazioni. Finirà nei libri di storia”.
E’ ancora presto per capire se chi ha rubato i file ad una società di spioni abbia migliorato il mondo e la libertà della rete oppure se sia uno squalo peggiore di quello che è stato addentato. E in questo secondo caso viene voglia buttare nel fiume pc, telefonino e tablet. Meglio l’alfabeto muto.
Fonte
04/09/2014
Ritratto di un cacciatore di malware
A prima vista Nex sembra un ragazzo come tanti. Taglio di capelli alla moda, un paio di sneakers sgualcite ai piedi e in tasca uno smartphone che estrae di tanto in tanto per controllare la mail. Ci incontriamo un pomeriggio di luglio a Bologna in un bar che si affaccia su piazza Verdi, nel cuore della zona universitaria. Sono passate poche ore dalla fine di Hackmeeting 2014 – il raduno delle controculture digitali, tenutosi presso il centro sociale XM24 – e i muri dei portici circostanti sono ancora tappezzati delle locandine pubblicitarie dell’evento.
Anche Nex vi ha preso parte, con un talk che ha fatto il tutto esaurito: nel buio della sala, spezzato soltanto da un fascio di luce irradiato da un proiettore, 150 persone si sono accalcate per ascoltare in religioso silenzio i suoi “racconti di sorveglianza digitale”. Due ore densissime, in cui l’hacker ha snocciolato gli episodi più significativi relativi agli ultimi due anni della sua vita. Anni vissuti pericolosamente, in prima linea contro l’industria del malware, ovvero contro quelle aziende private (come la tedesca Gamma International o l’italiana Hacking Team) che producono virus, spyware e software malevoli in grado di infettare qualsiasi dispositivo digitale – dagli smartphone ai personal computer – e metterne sotto controllo le comunicazioni. Una merce, com’è facile immaginare, richiestissima da polizie e servizi segreti di tutto il mondo, interessate a monitorare passo passo le attività di militanti politici e giornalisti non allineati.
L’industria dell’insicurezza
Claudio Guarnieri (questo il vero nome di Nex) fin da adolescente coltiva una passione sfrenata per la sicurezza informatica. Finite le scuole superiori si iscrive alla facoltà di informatica a Crema, anche se il suo percorso di studi era già cominciato molti anni prima nella scena hacker underground, quando questa era ancora un crogiolo incandescente di pensatori rivoluzionari e visionari del codice.
Prima ancora di terminare l’università viene messo sotto contratto da alcune società statunitensi che lo assumono come white hat: il suo compito è perimetrare le reti dei clienti e impedire che queste siano oggetto di incursioni ostili. Poco alla volta però Claudio si accorge che nel mondo della security professionale nulla è come sembra. «È solo un mercato di gadget che, per sua stessa natura, prospera sulla destabilizzazione delle reti». La logica che ne regola l’esistenza è semplice: maggiore è il numero degli attacchi che si verificano, maggiori sono i servizi che possono essere venduti, maggiori saranno i profitti conseguiti. Se questo meccanismo venisse intaccato, se il diffuso senso di insicurezza che aleggia oggi su Internet venisse meno, l’intero comparto collasserebbe nel giro di una notte.«Motivo per cui» prosegue «nessun player del settore ha interesse a spegnere un focolaio di minaccia una volta che l’ha individuato».
Senza moralità
Lo interrompo. Gli chiedo di farmi un esempio pratico. Inclina il capo e mi osserva accigliato attraverso gli occhiali dalla montatura nera che ne incorniciano lo sguardo. Sospira. Poi, pazientemente, riprende il filo del discorso. «Poniamo che tu, azienda X, venga a conoscenza di un gruppo di cracker che in questo momento sta attaccando alcune società e istituzioni. Che fai? Rendi pubblica la notizia e permetti alla community di elaborare una qualche forma di contromisura? Oppure te la tieni per te, in modo tale che, se a essere colpito è un tuo cliente, tu sei l’unico in grado di tirare fuori dal cilindro una soluzione?». Ovviamente in cambio di un bel gruzzoletto.
Quest’assenza di etica professionale e moralità è una doccia fredda per Claudio. Sopporta finché può. Poi arriva al punto di saturazione e molla tutto. Dismette i panni del venditore di gadget, del security professional, e torna a essere un hacker. Torna a essere Nex.
Allaccia i contatti con Citizen Lab, un centro di ricerca interdisciplinare finanziato dall’università di Toronto che studia l’impatto delle tecnologie digitali sull’esercizio dei diritti umani e del potere politico. A spingerlo in questa direzione è anche la situazione ingenerata in Bahrein dalle rivolte scoppiate nel febbraio 2011. Attraverso un amico direttamente coinvolto nella scena politica locale, Nex viene messo in contatto con Ala’a Shehabi, cofondatrice di Barhainwatch.org e corrispondente del Guardian. Da diversi mesi la giornalista riceve strane e-mail provenienti da mittenti sconosciuti o che si spacciano per giornalisti di Al Jazeera. Al loro interno a volte sono allegate fotografie raggelanti che ritraggono i volti di attivisti locali torturati. Altre invece contengono documenti che promettono rivelazioni scottanti sull’agenda politica del governo. Ala’a si insospettisce. Decide di inoltrare i file a Nex e ai suoi “compagni d’arme” del Citizen Lab per farli analizzare.
Un controllo globale
I risultati non lasciano dubbi. Quelli ricevuti da Ala’a erano messaggi di posta elettronica infettati con «FinFisher, uno spyware prodotto da Gamma International di cui molti conoscevano l’esistenza nel nostro ambiente ma che nessuno aveva mai toccato con mano». Si tratta di un malware per l’intercettazione tattica: è multipiattaforma – funziona su ogni sistema operativo – e una volta che è installato sul computer o sul cellulare del target, nulla sfugge più al controllo degli attaccanti. Ogni SMS, chiamata (anche quelle Skype), e-mail, sessione di chat e spostamento fisico viene monitorato in tempo reale.
Citizen Lab pubblica il suo primo report. E a quel punto la situazione sfugge di mano. Innanzi tutto a Nex, che comincia a vedere il suo lavoro in un’altra prospettiva. Analizzare un malware non è più solo una sfida intellettuale: i target, da asettiche stringhe alfanumeriche, si trasformano in carne, sangue, affetti, spazzati via per un click di troppo o per aver scaricato un file che non dovevano. Ma sfugge di mano anche al gruppo di ricerca canadese che si trova all’improvviso sommerso da segnalazioni anonime, leak e soffiate che documentano l’uso di software simili in molti altri paesi dell’area. Salta fuori anche il nome di Hacking Team, una startup milanese – foraggiata anche da Finlombarda, una finanziaria controllata da Regione Lombardia – il cui software RCS (Remote Control System), dotato di funzioni simili a FinFisher, è stato utilizzato in almeno 21 paesi.
Nex mi spiega che lo spettro di conseguenze cui va incontro un gruppo politico quando viene sottoposto ad attacchi di questo genere è piuttosto ampio: carcere, repressione, violenza fisica. Ma non solo. In contesti sociali critici la sorveglianza elettronica svolge anche una funzione dissuasiva: coloro che capiscono di esserne oggetto, infatti, spesso abbandonano l’attività politica per non danneggiare i propri compagni. In gergo si chiama chilling effect: so di essere osservato e quindi non “delinquo”. Come capitato al gruppo giornalistico investigativo marocchino Mamfakinch, scioltosi come neve al sole quando i suoi membri hanno capito di essere oggetto delle attenzioni della cyber polizia di re Muhammad VI.
E in Italia? «Abbiamo in mano molto materiale che documenta l’uso di spyware nel nostro paese. Solo che» ci tiene a precisare «non l’abbiamo mai pubblicato perché non siamo ancora riusciti a ricostruire il contesto in cui è utilizzato. E senza spiegare il retroterra di un attacco, i nostri report si limitano ad essere indicatori tecnici, privi di qualsiasi valore politico».
All’ombra del datagate
Quello del malware è un mercato che non conosce recessione. Il suo valore oscilla fra i 3 e i 5 miliardi di dollari, con punte di crescita annuali del 20%. Un’espansione favorita da diversi fattori: paradossalmente uno di questi è stato il Datagate. All’ondata di proteste levatasi in seguito alle rivelazioni di Edward Snowden, molti provider commerciali hanno reagito implementando di default la crittografia sui loro servizi. «Il risultato è che l’intercettazione su cavo è diventata più difficile e gli spyware hanno avuto un’impennata di richieste da parte di polizia e servizi».
Poi c’è il vuoto normativo in cui opera il settore. Norme per limitare le esportazioni? Zero. Minore è la regolamentazione, più bassa è la soglia d’accesso al mercato. I costi sono talmente contenuti che la corsa agli armamenti digitali è aperta «a qualsiasi dittatorello che abbia due spicci da investire. Figuriamoci ai paesi con economie più avanzate». E la proliferazione incontrollata di tecnologie appositamente concepite per rendere insicure le reti ha un’altra ovvia ricaduta: l‘ulteriore destabilizzazione delle infrastrutture comunicative globali. «Ci guadagnano un po’ tutti. Chi traffica in spyware, perché così vede allargato il suo bacino d’utenza. Chi si occupa di security commerciale, perché a quel punto il lavoro non manca mai. E infine le agenzie di intelligence, che in una rete vulnerabile hanno molta più facilità a muoversi. C’è un matrimonio d’interessi tale» conclude Nex prima di salutarmi «che una regolamentazione del mercato non è neanche immaginabile».
Fonte
Anche Nex vi ha preso parte, con un talk che ha fatto il tutto esaurito: nel buio della sala, spezzato soltanto da un fascio di luce irradiato da un proiettore, 150 persone si sono accalcate per ascoltare in religioso silenzio i suoi “racconti di sorveglianza digitale”. Due ore densissime, in cui l’hacker ha snocciolato gli episodi più significativi relativi agli ultimi due anni della sua vita. Anni vissuti pericolosamente, in prima linea contro l’industria del malware, ovvero contro quelle aziende private (come la tedesca Gamma International o l’italiana Hacking Team) che producono virus, spyware e software malevoli in grado di infettare qualsiasi dispositivo digitale – dagli smartphone ai personal computer – e metterne sotto controllo le comunicazioni. Una merce, com’è facile immaginare, richiestissima da polizie e servizi segreti di tutto il mondo, interessate a monitorare passo passo le attività di militanti politici e giornalisti non allineati.
L’industria dell’insicurezza
Claudio Guarnieri (questo il vero nome di Nex) fin da adolescente coltiva una passione sfrenata per la sicurezza informatica. Finite le scuole superiori si iscrive alla facoltà di informatica a Crema, anche se il suo percorso di studi era già cominciato molti anni prima nella scena hacker underground, quando questa era ancora un crogiolo incandescente di pensatori rivoluzionari e visionari del codice.
Prima ancora di terminare l’università viene messo sotto contratto da alcune società statunitensi che lo assumono come white hat: il suo compito è perimetrare le reti dei clienti e impedire che queste siano oggetto di incursioni ostili. Poco alla volta però Claudio si accorge che nel mondo della security professionale nulla è come sembra. «È solo un mercato di gadget che, per sua stessa natura, prospera sulla destabilizzazione delle reti». La logica che ne regola l’esistenza è semplice: maggiore è il numero degli attacchi che si verificano, maggiori sono i servizi che possono essere venduti, maggiori saranno i profitti conseguiti. Se questo meccanismo venisse intaccato, se il diffuso senso di insicurezza che aleggia oggi su Internet venisse meno, l’intero comparto collasserebbe nel giro di una notte.«Motivo per cui» prosegue «nessun player del settore ha interesse a spegnere un focolaio di minaccia una volta che l’ha individuato».
Senza moralità
Lo interrompo. Gli chiedo di farmi un esempio pratico. Inclina il capo e mi osserva accigliato attraverso gli occhiali dalla montatura nera che ne incorniciano lo sguardo. Sospira. Poi, pazientemente, riprende il filo del discorso. «Poniamo che tu, azienda X, venga a conoscenza di un gruppo di cracker che in questo momento sta attaccando alcune società e istituzioni. Che fai? Rendi pubblica la notizia e permetti alla community di elaborare una qualche forma di contromisura? Oppure te la tieni per te, in modo tale che, se a essere colpito è un tuo cliente, tu sei l’unico in grado di tirare fuori dal cilindro una soluzione?». Ovviamente in cambio di un bel gruzzoletto.
Quest’assenza di etica professionale e moralità è una doccia fredda per Claudio. Sopporta finché può. Poi arriva al punto di saturazione e molla tutto. Dismette i panni del venditore di gadget, del security professional, e torna a essere un hacker. Torna a essere Nex.
Allaccia i contatti con Citizen Lab, un centro di ricerca interdisciplinare finanziato dall’università di Toronto che studia l’impatto delle tecnologie digitali sull’esercizio dei diritti umani e del potere politico. A spingerlo in questa direzione è anche la situazione ingenerata in Bahrein dalle rivolte scoppiate nel febbraio 2011. Attraverso un amico direttamente coinvolto nella scena politica locale, Nex viene messo in contatto con Ala’a Shehabi, cofondatrice di Barhainwatch.org e corrispondente del Guardian. Da diversi mesi la giornalista riceve strane e-mail provenienti da mittenti sconosciuti o che si spacciano per giornalisti di Al Jazeera. Al loro interno a volte sono allegate fotografie raggelanti che ritraggono i volti di attivisti locali torturati. Altre invece contengono documenti che promettono rivelazioni scottanti sull’agenda politica del governo. Ala’a si insospettisce. Decide di inoltrare i file a Nex e ai suoi “compagni d’arme” del Citizen Lab per farli analizzare.
Un controllo globale
I risultati non lasciano dubbi. Quelli ricevuti da Ala’a erano messaggi di posta elettronica infettati con «FinFisher, uno spyware prodotto da Gamma International di cui molti conoscevano l’esistenza nel nostro ambiente ma che nessuno aveva mai toccato con mano». Si tratta di un malware per l’intercettazione tattica: è multipiattaforma – funziona su ogni sistema operativo – e una volta che è installato sul computer o sul cellulare del target, nulla sfugge più al controllo degli attaccanti. Ogni SMS, chiamata (anche quelle Skype), e-mail, sessione di chat e spostamento fisico viene monitorato in tempo reale.
Citizen Lab pubblica il suo primo report. E a quel punto la situazione sfugge di mano. Innanzi tutto a Nex, che comincia a vedere il suo lavoro in un’altra prospettiva. Analizzare un malware non è più solo una sfida intellettuale: i target, da asettiche stringhe alfanumeriche, si trasformano in carne, sangue, affetti, spazzati via per un click di troppo o per aver scaricato un file che non dovevano. Ma sfugge di mano anche al gruppo di ricerca canadese che si trova all’improvviso sommerso da segnalazioni anonime, leak e soffiate che documentano l’uso di software simili in molti altri paesi dell’area. Salta fuori anche il nome di Hacking Team, una startup milanese – foraggiata anche da Finlombarda, una finanziaria controllata da Regione Lombardia – il cui software RCS (Remote Control System), dotato di funzioni simili a FinFisher, è stato utilizzato in almeno 21 paesi.
Nex mi spiega che lo spettro di conseguenze cui va incontro un gruppo politico quando viene sottoposto ad attacchi di questo genere è piuttosto ampio: carcere, repressione, violenza fisica. Ma non solo. In contesti sociali critici la sorveglianza elettronica svolge anche una funzione dissuasiva: coloro che capiscono di esserne oggetto, infatti, spesso abbandonano l’attività politica per non danneggiare i propri compagni. In gergo si chiama chilling effect: so di essere osservato e quindi non “delinquo”. Come capitato al gruppo giornalistico investigativo marocchino Mamfakinch, scioltosi come neve al sole quando i suoi membri hanno capito di essere oggetto delle attenzioni della cyber polizia di re Muhammad VI.
E in Italia? «Abbiamo in mano molto materiale che documenta l’uso di spyware nel nostro paese. Solo che» ci tiene a precisare «non l’abbiamo mai pubblicato perché non siamo ancora riusciti a ricostruire il contesto in cui è utilizzato. E senza spiegare il retroterra di un attacco, i nostri report si limitano ad essere indicatori tecnici, privi di qualsiasi valore politico».
All’ombra del datagate
Quello del malware è un mercato che non conosce recessione. Il suo valore oscilla fra i 3 e i 5 miliardi di dollari, con punte di crescita annuali del 20%. Un’espansione favorita da diversi fattori: paradossalmente uno di questi è stato il Datagate. All’ondata di proteste levatasi in seguito alle rivelazioni di Edward Snowden, molti provider commerciali hanno reagito implementando di default la crittografia sui loro servizi. «Il risultato è che l’intercettazione su cavo è diventata più difficile e gli spyware hanno avuto un’impennata di richieste da parte di polizia e servizi».
Poi c’è il vuoto normativo in cui opera il settore. Norme per limitare le esportazioni? Zero. Minore è la regolamentazione, più bassa è la soglia d’accesso al mercato. I costi sono talmente contenuti che la corsa agli armamenti digitali è aperta «a qualsiasi dittatorello che abbia due spicci da investire. Figuriamoci ai paesi con economie più avanzate». E la proliferazione incontrollata di tecnologie appositamente concepite per rendere insicure le reti ha un’altra ovvia ricaduta: l‘ulteriore destabilizzazione delle infrastrutture comunicative globali. «Ci guadagnano un po’ tutti. Chi traffica in spyware, perché così vede allargato il suo bacino d’utenza. Chi si occupa di security commerciale, perché a quel punto il lavoro non manca mai. E infine le agenzie di intelligence, che in una rete vulnerabile hanno molta più facilità a muoversi. C’è un matrimonio d’interessi tale» conclude Nex prima di salutarmi «che una regolamentazione del mercato non è neanche immaginabile».
Fonte
28/02/2013
La cyber guerra tra Usa e Cina
La crescente rivalità tra la Cina e gli
Stati Uniti si è da tempo allargata fino ad includere svariate
operazioni di pirateria informatica condotte da entrambe le parti. Le
accuse rivolte negli ultimi giorni dalle autorità americane al governo
di Pechino hanno segnato però una netta escalation del confronto tra le
due più grandi economie del pianeta, i cui rapporti sono già
caratterizzati da tensioni sempre più marcate a causa della rinvigorita
aggressività statunitense nel continente asiatico.
Utilizzando
verosimilmente gli stessi metodi di quest’ultimo, i tecnici di
Mandiant hanno individuato in maniera approssimativa la provenienza dei
cyber-attacchi, partiti quasi interamente da una località che si trova
in un quartiere nell’area di Pudong, alla periferia di Shanghai.
Ad aumentare le pressioni sulla Cina avevano inizialmente contribuito a fine gennaio le rivelazioni del New York Times,
secondo il quale degli hacker cinesi si erano più volte introdotti nel
sistema informatico del noto giornale americano. Subito dopo,
identiche violazioni erano state denunciate anche dal Washington Post e dal Wall Street Journal,
scatenando un coro di richieste indirizzate verso la Casa Bianca per
adottare iniziative più incisive per contrastare il cyber-crimine
internazionale di matrice cinese.
Lo stesso New York Times,
qualche giorno fa, ha poi rincarato la dose, pubblicando un lungo
articolo nel quale vengono presentate dubbie prove di operazioni di
hackeraggio ai danni di aziende private e di uffici governativi
americani, messe in atto da una struttura legata direttamente alle forze
armate cinesi.
L’indagine del Times è
il risultato del lavoro della compagnia americana Mandiant che si
occupa di sicurezza informatica sia per il settore privato che per il
governo. Nel rapporto di 60 pagine su cui si basano le accuse alla Cina
vengono analizzati 141 attacchi informatici ai danni degli Stati Uniti
a partire dal 2006, tutti attribuiti allo stesso gruppo di hacker,
conosciuto negli USA con il nome di “Comment Crew” o “Shanghai Group”.
Qui
si troverebbe un edificio che ospita l’Unità 61398 dell’Esercito
Popolare di Liberazione, cioè le forze armate cinesi, il cui operato
rimane avvolto nel mistero e forse anche per questo indicato con quasi
assoluta certezza dal Times e dal rapporto di Mandiant come
responsabile delle intrusioni nei sistemi informatici americani. Lo
stesso giornale, tuttavia, afferma chiaramente come Mandiant non sia
stata in grado di localizzare esattamente la provenienza degli attacchi.
Secondo
quanto affermato dall’amministratore delegato di Mandiant, Kevin
Mandia, o i cyber-attacchi hanno avuto origine “dall’Unità 61398 oppure
le persone che gestiscono le reti internet più controllate e monitorate
del mondo [il governo e i vertici militari cinesi] non sono a
conoscenza dell’esistenza di centinaia di hacker in questo quartiere”.
In realtà, le parole del consulente informatico del New York Times
rivelano la mancanza di prove indiscutibili delle responsabilità
dell’esercito cinese, come ha successivamente confermato alla testata
Christian Science Monitor anche un esperto di sicurezza informatica
della compagnia Dell Secureworks. Secondo quest’ultimo, “ancora non ci
sono prove schiaccianti” che le attività di hackeraggio in questione
abbiano avuto origine dall’edificio che ospita l’Unità 61398, dal
momento che quanto è stato messo assieme da Mandiant sono solo “una
serie di coincidenze che puntano in questa direzione”.
Da
parte sua, il governo cinese ha risposto duramente alle accuse,
affermando che esse “mancano di prove certe” e, soprattutto, facendo
notare come gli indirizzi dei provider rintracciati da Mandiant non
forniscano indicazioni precise circa l’origine degli attacchi, visto
che gli hacker se ne appropriano frequentemente per non essere
localizzati. Il Ministero degli Esteri di Pechino, inoltre, ha
ricordato che i sistemi informatici cinesi sono il costante bersaglio
degli hacker, gran parte dei quali operano negli Stati Uniti.
Un editoriale pubblicato mercoledì dell’agenzia di stampa cinese Xinhua ha
poi accusato la compagnia Mandiant di volere soltanto promuovere i
propri interessi commerciali, accennando anche alla possibilità che
“politici e uomini d’affari americani stiano come al solito cercando di
utilizzare la Cina per perseguire i propri interessi personali,
specialmente in un momento in cui il Congresso USA sta per approvare il
bilancio del prossimo anno fiscale”.
I
motivi principali dietro a questa nuova polemica scatenata dagli Stati
Uniti sono infatti da ricercare principalmente nell’atteggiamento
sempre più bellicoso dell’amministrazione Obama nei confronti della
Cina e, in secondo luogo, nel tentativo di sfruttare le minacce
tecnologiche provenienti da paesi ostili per rafforzare il controllo
sulle comunicazioni web e fornire alle agenzie governative preposte
strumenti più incisivi per lanciare eventuali cyber-attacchi contro i
propri nemici.
Come era ampiamente prevedibile, subito dopo l’articolo del New York Times,
la Casa Bianca ha annunciato una serie di iniziative per contrastare
la presunta cyber-guerra scatenata dalla Cina. Le misure che sarebbero
in preparazione vanno dalle pressioni diplomatiche su Pechino a nuove e
più severe leggi per punire i colpevoli degli attacchi informatici, ma
anche sanzioni e restrizioni in ambito commerciale.
Questo
nuovo fronte della campagna anti-cinese era già stato preannunciato
dallo stesso presidente Obama la scorsa settimana durante il suo
discorso sullo stato dell’Unione, nel quale aveva fatto insolitamente
riferimento proprio alla minaccia di sabotaggio a cui i sistemi
informatici dei settori nevralgici dell’economia e della sicurezza USA
sarebbero esposti.
In precedenza,
Obama aveva invece firmato un decreto esecutivo per consentire ai
militari di condurre attacchi informatici per prevenire possibili
minacce contro gli Stati Uniti, ovviamente ridefinendoli come
“operazioni difensive”, mentre il Pentagono aveva approvato un
sensibile aumento del personale da impiegare nel proprio comando
deputato alle operazioni informatiche.
Uno
dei più recenti esempi della propaganda di Washington in questo ambito
è stato infine registrato mercoledì, quando alla Casa Bianca è stata
organizzata una speciale conferenza sul cyber-crimine che ha avuto al
centro dell’attenzione le attività degli hacker cinesi, secondo il
governo impegnati, con il sostegno delle autorità di Pechino, ad
infiltrare le corporation americane per rubare preziose informazioni
commerciali, ma anche a violare i sistemi informatici di agenzie
federali e delle compagnie che gestiscono i servizi pubblici.
Dai
commenti apparsi in questi giorni sui media “mainstream” d’oltreoceano
e dalle dichiarazioni allarmate di politici e top manager americani è
rimasta invece puntualmente fuori qualsiasi critica delle stesse
attività di guerra tecnologica condotte in maniera del tutto illegale
dal governo di Washington.
Solo per
citare una delle operazioni più note tra le pochissime diventate di
dominio pubblico, gli Stati Uniti, in collaborazione con Israele, nel
2010 infiltrarono un’installazione nucleare iraniana con il malware
successivamente denominato “Stuxnet”, distruggendo centinaia di
centrifughe usate per l’arricchimento dell’uranio.
Questa
iniziativa, da considerare un vero e proprio atto di guerra secondo i
parametri dello stesso governo americano e, oltretutto, accompagnata da
una campagna di assassini di scienziati nucleari in territorio
iraniano, non ha rappresentato peraltro un episodio isolato, dal
momento che le autorità di Teheran nella primavera del 2012 avrebbero
poi scoperto un nuovo virus - “Flame” - riconducibile a “Stuxnet” ma
utilizzato principalmente per sottrarre dati classificati relativi al
programma nucleare dell’Iran.
Iscriviti a:
Post (Atom)