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31/07/2015

Il Fmi si sfila e apre la strada alla Grexit

Il Fondo Monetario Internazionale si sfila dal negoziato per il nuovo “piano di salvataggio” della Grecia. E lo fa nel modo lurido che è tipico di chi si sente padrone del mondo.

L'istituto economico con base a Washington e presieduto dalla fedelissima di Sarkozy, Christine Lagarde, ha fatto filtrare prima un documento interno e poi la chiacchierata anonima di un funzionario con la stampa specializzata, per spiegare che non parteciperà concretamente a nessun nuovo piano di aiuti se prima Atene non avrà fatto le “riforme strutturali” e contemporaneamente l'Unione Europea – a cui sono intestati ora i debiti greci, dopo il loro trasferimento dalla banche private ai bilanci pubblici – non avrà deciso una sostanziale riduzione di quel debito, per renderlo “sostenibile”.

Nel complicato gioco a tre (Fmi, Unione Europea-Bce, Grecia), dunque, il Fondo intende premere sia sulla Germania che sulla Grecia perché “facciano ognuno la propria parte”.

«Per assicurare la sostenibilità del debito in una prospettiva di medio termine, sono necessarie decisioni difficili da entrambe le parti. Per la Grecia dal lato delle riforme, per i suoi partner europei dal lato del debito ellenico». Più precisamente, «Inutile illudersi che solo una delle parti possa risolvere il problema. È chiaro che ci vorrà del tempo prima che le parti siano pronte a prendere queste decisioni».

Nel frattempo il Fmi parteciperà alle discussioni sul “piano” da 86 miliardi, ma non prenderà nessuna decisione operativa – e impegnativa finanziariamente – finché il debito non sarà stato ridotto con il consenso della Ue.

Questo atteggiamento poggia su un dato di fatto indiscutibile, sollevato più volte dalla delegazione greca fin quando – nella notte tra il 12 e il 13 luglio – Alexis Tsipras non ha alzato bandiera bianca. Il debito greco – salito “grazie” ai diktat e agli “aiuti” della Troika dal 120 al 180% del Pil, nonostante un massacro sociale di dimensioni belliche, è assolutamente non restituibile. Insostenibile, in gergo finanziario.

Quindi potrebbe sembrare una posizione di buon senso, sostenuta peraltro anche dallo statuto del Fmi, che impedisce di erogare finanziamenti a chi si sa non potrà restituirli. Ma a questo punto dell'evoluzione della crisi greca è di fatto uno staccare la spina dopo aver portato il malato in condizioni terminali.

C'è infatti anche l'assoluta certezza che il Bundestag di Berlino – l'ultimo Parlamento sovrano ancora esistente nella Ue, l'unico che possa impedire decisioni “europee” – ben difficilmente potrà dare l'ok all'esborso di 86 miliardi, complessivamente, senza la partecipazione del Fmi. Quindi il tirarsi indietro dell'istituto di Washington diventa un assist per chi, come Wolfgang Schaeuble, ritiene la Grexit l'unica soluzione.

È inutile che vi chiediate “ma allora perché avete costretto Atene ad accettare misure socialmente impossibili per cercare di ripagare un debito impossibile?”

Come abbiamo spiegato ogni giorno, il problema non è economico, ma esclusivamente politico. Il governo targato Syriza era dirazzante rispetto alla governance europea. Peggio, rischiava di diventare contagioso per paesi che stanno per andare ad elezioni politiche (Spagna, Portogallo, Irlanda, con qualche probabilità anche l'Italia, il prossimo anno). Quindi andava stroncato, cambiato, stravolto. La resa di Tsipras era il preliminare a una maggioranza più “europea” ad Atene, e un monito per quanti ancora si potevano illudere che ci potesse essere “un'altra Europa”, riformista e riformabile.

Questo obiettivo è stato raggiunto e ora la Grecia è alle prese con rebus sociali politicamente irrisolvibili per il governo uscito dalle urne a gennaio. Ora il Fmi si sfila e lascia affondare un paese.

Ma non si tratta di una decisione che ha per obiettivo soltanto la Grecia. L'istituto di Washington, creando le condizioni per la Grexit (temporanea o definitiva) nei prossimi mesi, colpisce contemporaneamente anche la credibilità globale dell'euro, che a quel punto non sarebbe più “irreversibile” e si trasformerebbe di fatto in un regime di cambi fissi e a geometria variabile. Un sistema dove si può entrare e uscire, a seconda delle fasi economiche, com'era lo Sme negli anni '80.

La decisione del Fmi, come ultima conseguenza, rende la “capriola” di Tsipras completamente inutile. Il suo penoso “non c'era alternativa” viene infatti smentito da una delle controparti. Che ora gli presenta come condanna quella stessa situazione che avrebbe potuto esser presa come scelta di rottura e liberazione, se adeguatamente preparata: la Grexit, appunto.

Fonte

Ho l'impressione che il FMI si sia mosso a tutela degli interessi statunitensi, ovviamente all'interno della competizione tra imperialismi che vede quello americano puntellare la propria tramontante egemonia mettendo i bastoni tra le ruote all'alleato/competitore europeo, che pare avere una visione strategica ancor più miope di quella a stelle e strisce.

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