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lunedì 27 luglio 2015

La nuova geopolitica del petrolio: gli Usa impantanati tra Pechino e Riad

Come l’Arabia Saudita è riuscita finora ad impedire un ritiro degli Usa dalla palude medio-orientale

In un interessante articolo pubblicato nell’edizione spagnola di Le Monde Diplomatique, Ignacio Ramonet spiega con molta chiarezza che il calo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali è dovuto ad una precisa strategia dell’Arabia Saudita per impedire il ritiro degli Usa dalla regione medio-orientale. Proviamo qui di seguito a sintetizzare quanto scrive Ramonet.

Gli Stati Uniti considerano la Cina come l’unico paese che può minacciare la loro egemonia globale e cercano di limitare l’espansionismo cinese sia rafforzando la propria presenza militare in Estremo Oriente, sia allacciando nuove relazioni con paesi come Birmania o Vietnam. Tuttavia gli Stati Uniti non possono impegnarsi contemporaneamente su due fronti così complessi come quelli del Medio Oriente e dell’Estremo Oriente, e per fronteggiare la Cina cercano di sganciarsi dallo scenario medio-orientale.

La presenza statunitense in Medio Oriente è cresciuta progressivamente a partire dalla fine degli anni ’40, quando gli Usa hanno perso l’autosufficienza petrolifera. Mentre il vecchio Impero Britannico si sfaldava - scrive Ramonet - l’impero statunitense lo rimpiazzava e collocava a capo dei paesi di queste regioni i suoi “uomini”, soprattutto in Arabia Saudita e in Iran, principali produttori di petrolio del mondo, oltre al Venezuela che all’epoca era già sotto controllo statunitense. Fino a poco tempo fa le risorse naturali della regione medio-orientale erano imprescindibili per gli Usa e questo non permetteva neanche di pensare a un disimpegno. Ma tra il 2010 e il 2013 il prezzo del petrolio sul mercato internazionale è salito oltre i 100 euro al barile, e questo ha reso conveniente l’utilizzo del fracking per produrre petrolio e gas di scisto. Il costo di produzione di un barile di petrolio ottenuto con questa tecnologia infatti è di circa 60 dollari, e con il fracking e le perforazioni offshore gli Stati Uniti non solo hanno recuperato la propria autosufficienza petrolifera, ma sono diventati di nuovo esportatori: un ritiro dal Medio Oriente è diventato una possibilità concreta. Obama ha richiamato quasi tutte le truppe nordamericane dall’Iraq e dall’Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno partecipato molto discretamente ai bombardamenti della Libia e non sono intervenuti contro Assad in Siria. Washington inoltre cerca di concludere le trattative con Teheran sul nucleare iraniano e preme su Israele perché vada il più presto possibile ad un accordo con i palestinesi. Va anche considerato che delle varie guerre intraprese nell’area, a partire dalla Guerra del Golfo del 1991, gli Usa non ne hanno vinta definitivamente neanche una, nonostante spese militari astronomiche che hanno avuto conseguenze disastrose anche per il sistema finanziario internazionale.

Ma l’Arabia Saudita è contraria a un ritiro degli Usa, che considera un alleato fondamentale nelle lotte tra le varie potenze regionali, e soprattutto nella “guerra civile musulmana” che vede la monarchia di Riad e le altre petromonarchie sunnite del Golfo contrapposte all’Iran e ai suoi principali alleati, cioè Hezbollah in Libano, Assad in Siria e gli Houthi nello Yemen. Ramonet fa notare tra l’altro che le maggiori riserve di petrolio dell’Arabia Saudita si trovano in regioni la cui popolazione è a maggioranza sciita. L’Arabia Saudita ha deciso allora - contravvenendo a quanto previsto dagli accordi tra i paesi produttori - di aumentare la sua produzione e far crollare il prezzo del petrolio, che è sceso fino a 40 dollari per poi risalire a 55-60. A questi prezzi, il fracking e le perforazioni offshore non sono più convenienti. La maggioranza dei grandi produttori statunitensi di gas di scisto sono attualmente in crisi, si indebitano e corrono il rischio di fallire (e con loro le banche che li hanno finanziati). C’è lo spettro di una nuova crisi e sono a rischio decine di migliaia di posti di lavoro. Per ora, dunque, l’Arabia Saudita è riuscita a comandare il gioco e impedire lo sganciamento degli Usa dal teatro medio-orientale. Ma - si chiede Ramonet - fino a quando?

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 105 dell'edizione cartacea di Senza Soste, uscito il 20 giugno 2015

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