Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/06/2017

La Cina imbarca Panama. Schiaffo a Taiwan e a Trump

Il governo di Panama ha deciso di tagliare i rapporti diplomatici con Taiwan e ha stabilito relazioni diplomatiche con la Cina. Lo ha annunciato il presidente di Panama, Juan Carlos Varela, in un discorso televisivo nella serata di lunedì. L’apertura alla Cina rappresenta “una nuova era di opportunità” per Panama ed è “il corretto sentiero per il nostro Paese”, ha affermato il presidente.

Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, è in queste ore a Panama dove ha firmato l’atto per l’apertura delle relazioni assieme alla vice presidente di Panama, Isabel Saint Malo.

La Cina è il secondo Paese al mondo per l’utilizzazione del canale di Panama ed è già presente in molti settori strategici dell’economia locale, come le banche, le costruzioni, l’energia e la tecnologia.

Il sito Cinaforum.net riferisce che nelle ultime settimane (in seguito a un accordo siglato nel 2016, del valore di circa 1 miliardo di dollari), le aziende di Stato cinesi hanno avviato la costruzione di un terminal per container e di infrastrutture energetiche nella provincia di Colon, nel nord dell’istmo centroamericano, impianti che dovrebbero servire a soddisfare l’aumento di traffico a base di maxi navi atteso con l’ampliamento del Canale di Panama.

Le navi cinesi rappresentano ormai la metà del passaggio complessivo attraverso il Canale, principale fonte di entrate nel piccolo Stato.

Secondo diversi analisti, la presenza di Pechino in America Centrale riduce la zona di influenza degli Stati Uniti nella regione. In pratica la Cina è diventata una presenza rilevante, strategica e decisiva in quello che una volta era il “patio trasero” (cortile di casa, ndr) degli Stati Uniti. Tanto che nel 1989 ci fu un pesantissimo e sanguinoso intervento militare Usa a Panama per “ristabilire il controllo”.

La mossa di Panama, di riconoscere “una sola Cina” di cui Taiwan farebbe dunque parte, ha fatto infuriare Taipei che ha accusato Panama di “bullismo” ed ha accusato Pechino di aver messo nuovamente in discussione le relazioni tra i due paesi.

Nel comunicato del governo di Panama nel quale si annuncia il cambio di strategia, si legge infatti che “Panama riconosce una sola Cina legittima e che Taiwan forma una parte inalienabile del territorio cinese”.

A questo punto, in tutto il mondo, a riconoscere Taiwan – guidata dalla presidente “indipendentista” Tsai Ing-wen – restano solo 19 Stati più il Vaticano. Nel dicembre scorso, anche il paese africano di Sao Tomé e Principe aveva tagliato i rapporti con Taipei in favore di Pechino.

L’amministrazione Trump era stata inaugurata con una telefonata di congratulazioni del presidente di Taiwan al neopresidente statunitense che aveva fatto infuriare Pechino. Come si dice, la vendetta è un piatto che si gusta freddo... E’ la competizione globale bellezza!

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31/03/2016

Egitto - Nel canale di Suez affondano le ambizioni di al-Sisi

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Abdel Fattah al Sisi con il raddoppio parziale del Canale di Suez aveva sognato di passare alla storia, proprio come era avvenuto al suo illustre predecessore Gamal Abdel Nasser che, nazionalizzando lo strategico passaggio tra Mar Mediterraneo e Mar Rosso, costrinse alla resa le potenze coloniali.

Al Sisi lascerà la sua impronta, ma solo per aver instaurato un regime brutale, persino più oppressivo di quello di guidato per 30 anni da Hosni Mubarak. Non certo per aver dato una vita migliore e dignitosa agli egiziani. Il raddoppio del canale di Suez (avvenuto l’anno scorso) che, attraverso il passaggio giornaliero di quasi cento navi, doveva moltiplicare gli introiti, si è rivelato molto deludente rispetto alle ambizioni del rais egiziano.

Gli ultimi dati disponibili dicono nelle casse egiziane è entrato il 3% in meno rispetto all’anno precedente. Il costo elevato del pedaggio a Suez, l’instabilità del Sinai in parte controllato da “Wilayat Sina” (Isis) e, più di tutto, il crollo del prezzo del petrolio, spingono tante compagnie marittime ad ordinare ai comandanti di mercantili e portacontainer di circumnavigare l’Africa lungo la rotta del capo di Buona Speranza. Un salto all’indietro nel tempo, a come si era fatto fino all’apertura del canale nel 1869.

SeaIntel Maritime Analysis, che segue i flussi commerciali via mare, riferisce che nell’ultimo trimestre del 2015 decine di mercantili di grosso tonnellaggio che dall’Asia navigavano verso l’Europa hanno scelto di non passare per Suez approfittando del calo del prezzo del petrolio del 70%. Tenendo presente che le navi commerciali di grandi dimensioni quasi sempre hanno bisogno di pagare anche un pilota ad hoc per attraversare il canale e che devono versare un pedaggio all’Egitto che varia dai 250.000 a 465.000 dollari, il costo totale di un viaggio, carburante incluso, supera i 700.000 dollari. Passare per il capo di Buona Speranza comporta un viaggio più lungo di almeno 10 giorni e un consumo extra di carburante di 328.000 dollari ma, tirate le somme, alla fine del viaggio le compagnie registrano un risparmio di oltre 300.000 dollari.

Il canale resta il passaggio preferito per l’8% del traffico commerciale mondiale e l’Egitto, comunque sia, nel 2015 ha incassato da Suez 5.36 miliardi di dollari. Eppure il sogno di al Sisi è già svanito. Il raddoppio del canale, costato ben otto miliardi di dollari (pagati tutti dal popolo egiziano) potrà rivelarsi una miniera d’oro solo se il prezzo del petrolio tornerà oltre i 70 dollari al barile. Una possibilità lontana di fronte all’abbondanza di greggio sul mercato mondiale causata dall’eccesso di produzione e dalla recessione economica.

Per il presidente egiziano è un colpo duro che rallenta piani di sviluppo, anche edilizio, che dovrebbero alleggerire la disoccupazione (nel 2015 era intorno al 14-15%), la conseguenza più grave della crisi dell’economia egiziana che non cresce quanto dovrebbe per creare un numero sufficiente di posti di lavoro in un Paese che presto avrà cento milioni di abitanti.

A tenere in affanno al Sisi e il suo entourage è anche la sofferenza del turismo, tra le voci principali per le casse statali, figlia della instabilità e della violenza. Già prima del sanguinoso colpo di stato che ha deposto il presidente Mohammed Morsi nel 2013 e della feroce repressione della Fratellanza Islamica, il “Washington Institute” aveva calcolato in 2,5 miliardi di dollari le perdite del turismo. Poi è giunto il colpo durissimo dell’attentato dell’Isis, lo scorso novembre, a un aereo della Metrojet decollato da Sharm el Sheikh in cui hanno perduto la vita oltre 200 turisti russi. In questo clima è utopistico pensare che possa avere successo il piano quinquennale che punta ad raggiungere venti milioni di presenze turistiche e 26 miliardi di dollari entro il 2020.

Certo al Sisi punta anche allo sfruttamento, assieme alla italiana Eni, dell’enorme giacimento di gas scoperto davanti alle sue coste. Tuttavia che questa risorsa finirà per rivelarsi un tesoro per l’Egitto è ancora da dimostrare. Per ora mancano i fondi per dare una risposta a decine di milioni di egiziani che non hanno un lavoro o sono sottopagati e riescono a malapena a sopravvivere.

L’aiuto esterno è fondamentale per tenere a galla il regime ma i i sauditi, generosi finanziatori di al Sisi, che hanno puntellato l’economia egiziana dopo il colpo di stato del 2013 (Riyadh da sempre guarda con sospetto ai Fratelli Musulmani), non appaiono più disposti a regalare o a investire i loro miliardi di dollari senza una sicura contropartita politica. Il Cairo pur aderendo alle alleanze e alle iniziative proposte dalla monarchia sunnita contro l’Iran e i suoi alleati, negli ultimi tempi ha migliorato i rapporti con Damasco nemica di Riyadh. I sauditi perciò hanno fatto sapere che la promessa di investimenti per otto miliardi di dollari e di forniture di petrolio a costo stracciato, sarà mantenuta solo se l’Egitto seguirà senza esitare la linea dettata da re Salman.

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03/07/2015

Armatori, quei greci che impoveriscono la Grecia

Se la ride, e come non potrebbe, mister Niarkos, figlio d’arte e di privilegi. Il papà Stavros, armatore, rivaleggiava con quell’Aristotele che conosceva un’unica filosofia: il denaro. Le dinastie degli armatori greci: Niarkos, Onassis, Vardinoyannis, Latsis, Alafouzos, Marinakis, le sanguisughe delle casse statali che per decenni hanno incamerato dracme, dollari, euro senza versare nulla in patria. Quintessenza dell’egoismo padronale. Accresciuto dall’articolo 89 della Costituzione che li esenta dal versare tasse, privilegio chissà perché congelato visto che una reale democrazia può richiedere una revisione costituzionale. Una vera democrazia, questo è un problema irrisolto nella terra del governo del popolo. In un rapido volo fra le biografie degli armatori che furono e degli epigoni in navigazione, c’è un comune denominatore: umili origini (per padri e nonni), in famiglie talvolta numerose, tal altre migranti e voglia di arrivare. Ma dietro questi uomini fatti da sé, marchiati da nomi epici ci sono fortune misteriose, ambigue, bordeline. “Derrière chaque grande fortune, il y a un grand crime” sosteneva un letterato testimone degli arricchimenti della prima grande borghesia mondiale.

E le vite, gli affari, lo splendore di alcuni di questi greci imbarcati fra il primo e secondo Novecento, hanno il sapore delle ambiguità del grande Gatsby fitzgeraldiano. Tutte nascono Oltreoceano, appoggiandosi a business mai trasparenti legati a petrolieri (trasporto e smercio di greggio), militari (rifornimenti alle navi della Us Navy), legami matrimoniali con clan statunitensi della finanza, economia e politica che si chiamano Ford e Kennedy. Sembrano davvero trame di romanzi. Certuni si fanno una guerra perlomeno sui rotocalchi, spendendo e spandendo fiumi di denaro ovunque, tranne che nelle casse statali. Perché già prima del famigerato passo della Costituzione del triste 1967 i signori delle navi pensavano bene di non battere la bella bandiera di casa. Qualcuno (Latsis) si trascinava vecchie storie di collaborazionismo con l’occupante nazista, che si faceva perdonare con regalìe ed elargizioni allo Stato. Ma nessun ripensamento sulle imposte che la casta ritiene “non dovute”. Il più narciso (Onassis) coltivava la fama di seduttore e collezionista di donne famose (Maria Callas e Jacquelin Bouvier, vedova Kennedy, le più in vista), si comprava un’isola e organizzava feste mondane.

Molti, già straricchi, hanno svariato con ulteriori affari nei trasporti (Olympic Airways, Singapore Airlines, compagnìe low cost) oppure si sono dilettati con lo sport e i media, fra squadre di calcio (Olympiakos, Panathinaikos, padrone del campionato, rissose in campo, sugli spalti e nelle riunioni di Lega, tanto da costringere nello scorso febbraio uno scandalizzato Tsipras a sospendere il campionato), canali televisivi (Mega Channel, Smart tv, Antenna 1), radio (Skai, Antenna 97,1), quotidiani (Kathimerini,  Mesimvrini). Un’orgia di potere, denaro e sollazzi durati decenni all’ombra di altri potentati, appartenenti ai clan familiari del bipolarismo Nea Dimokratia–Pasok (soprattutto Karamanlis e Papandreou, con la variante Mitsotakis), che si sono a lungo spartiti maggioranza parlamentare e governo. Senza muovere un dito contro i vantaggi goduti dalla lobby degli armatori, la componente più corposa del capitalismo greco. Il Paese accanto alle navi può vantare la sola risorsa del turismo, un ulteriore colabrodo per il fisco nazionale. Così, negli anni di crisi e di attacco della Troika, a versare sono rimasti i più deboli, quei dipendenti e pensionati ora incolonnati per raccimolare i 50 euro settimanali distribuiti in questi giorni.

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21/06/2015

Discutere senza sapere. Sulla Grecia e in genere

Nell'analizzare l'evoluzione della crisi greca e la gestione del suo decorso da parte della Troika si fa da sempre molta ideologia. Vi fa ricorso estremo la Troika, che ha costruito un pupazzo su cui infilare molti spilloni di comodo (“non sono professionali”, “inaffidabili”, hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi”, ecc.), con l'appoggio acritico di tutti i media mainstream (fa eccezione il Financial Times, spesso, ma stranamente nessuno lo prende ad esempio in questo solo caso). Vi fanno ricorso ovviamente i demagoghi semplificatori (“usciamo dall'euro” e basta, pensando alla svalutazione competitiva come panacea universale). Vi fa ricorso, nelle prese di posizione pubbliche, quasi per obbligo istituzionale, anche il governo Syriza, che deve barcamenarsi tra offensiva pressante dei “creditori”, condizioni di vita della popolazione intollerabili e un mandato elettorale – anche per sua responsabilità – da mission impossible: “restare nell'euro e nella Ue, ma mettere fine all'austerità”.

Sorvoliamo sui deficienti in tribuna – a destra come in certe aree della sinistra, persino “antagonista” – che sparano ricette immaginando quel che farebbero loro al posto di Tsipras-Varoufakis, ecc. senza conoscere altro che i numeri pubblicati dai giornali. Ovvero pochi, incompleti, estratti non per caso da un mazzo ben più folto.

La questione fondamentale è che ben pochi conoscono la struttura dell'economia ellenica. E se non sai con quale materia stai pasticciando rischi sempre di parlare al vento (se lo fai quando hai poteri decisionali, invece, fai danni epocali).

Proponiamo questa analisi tratta da http://www.eunews.it, che mette i piedi nel piatto e illumina anfratti bui, chiarendo buona parte dei “misteri” che circondano un sistema economico decisamente non standard. Già il fatto che i 600 armatori greci fossero esentati per dettato costituzionale – la Carta scritta dai colonnelli golpisti, ancora in vigore – avrebbe dovuto sollevare numerosi dubbi sulle ricette “consigliate” dalla Troika. Come si fa, infatti, a imporre una politica fiscale deflazionistica a un'economia il cui settore trainante – per dimensioni, fatturato e profitti – non contribuisce quasi per nulla alle entrate dello Stato?

Da sinistra questa scandalosa esenzione è stata vista solo dal lato moralistico, una clamorosa ingiustizia. Come in effetti è. Ma è solo una parte del problema, e neanche la principale. Se il settore produttivo principale è addirittura fuori dalle statistiche ufficiali, di cosa stiamo parlando?

La questione centrale è infatti che – qualunque decisione venga presa domani nel vertice tra i capi di stato, ovvero sia che il governo Syriza si arrenda di schianto, sia che si metta in moto la procedura di espulsione di Atene dalla Ue –, senza comprendere il peso della marina mercantile all'interno delle equazioni miranti a “salvare” o far “risorgere” la Grecia, ogni soluzione sarà inefficace.

“Comprendere”, in questo caso, va inteso in entrambi i sensi: “tener dentro” e “capire”.

Ci si può domandare: com'è possibile che gente economicamente competente come i vertici dell'Eurogruppo, la Bce, il Fmi, non abbiano "capito"? Basta ricordare che siamo in regime capitalistico: contano gli interessi, non le teorie. Anzi, le seconde sono sempre elaborate per corrispondere agli interessi. Se gli interessi della Troika sono, come sono, quelli del capitale multinazionale, Atene può anche morire.

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La Grecia: una superpotenza dell’export che non sa di esserlo?

di Thomas Fazi

Neanche il più accanito sostenitore della Grecia si azzarderebbe a definire “competitiva” l’economia ellenica. Non è forse vero che il paese esporta formaggio di capra e poco altro, e che la bilancia commerciale del paese è in deficit da decenni, in particolar modo dall’entrata del paese dell’euro? Al massimo ci si azzuffa sulle cause di questo deficit: burocrazia sclerotica, eccesso di regolamentazione e soprattutto salari e costi eccessivi, secondo la troika; gli squilibri generati dall’architettura dell’euro, secondo le schiere di critici dell’austerità. Sui numeri, però, concordano tutti. E se invece fossero proprio questi ad essere sbagliati?

Secondo un recente paper di Michael Bernegger, esperto di questioni finanziarie ed ex ufficiale della banca centrale svizzera, i dati relativi alla bilancia commerciale e al PIL della Grecia sono completamente distorti dal fatto che le esportazioni relative all’industria della marina mercantile – dagli anni sessanta il principale settore economico del paese – sono drammaticamente sotto rappresentate nelle statistiche ufficiali. Se le esportazioni del settore fossero conteggiate correttamente, sostiene Bernegger, risulterebbe che fino al 2008 la Grecia ha registrato un notevole e crescente avanzo delle partite correnti, superiore anche a quello della Germania nello stesso periodo; e che nel 2008 il PIL del paese era superiore del 15% rispetto a quello ufficiale. Scrive Bernegger:
La verità è che la Grecia è un paese con un’industria dell’export molto grande e competitiva. La sua flotta mercantile è da più di quarant’anni la flotta più grande ed efficiente del mondo. Il suo settore turistico è tra i più forti d’Europa. Tra il 1999 e il 2008 il paese ha registrato uno straordinario boom delle esportazioni. Nessun altro paese dell’Europa occidentale, ad eccezione della Norvegia, ha registrato un tasso di crescita delle esportazioni lontanamente comparabile a quello greco.
Nelle statistiche ufficiali, però, di queste esportazioni non c’è traccia. Come è possibile? Si tratta di un problema che è noto almeno dagli anni ottanta, quando si è cominciato a parlare del “fenomeno della flotta mancante”. Esso ha a che vedere con l’esposizione valutaria, la regolamentazione e la tassazione del settore mercantile in Grecia. Sostanzialmente, prima dell’ingresso nell’euro, a differenza di quello che avveniva nel resto del mondo, lo Stato greco non calcolava i profitti esteri delle compagnie di navigazione come esportazioni. Solo i trasferimenti dai conti correnti esteri degli armatori (denominati in dollari, la valuta “ufficiale” del settore) – utilizzati per tutti i trasferimenti internazionali – ai conti correnti greci figuravano come esportazioni nelle statistiche nazionali. Queste cosiddette “rimesse” servivano a coprire i costi dei fattori produttivi domestici (i salari dei marinai, i contributi pensionistici, ecc.).

In seguito all’introduzione dell’euro, la situazione statistica è leggermente migliorata. Oggi, a differenza di prima, i trasferimenti verso la Grecia sono tutti contabilizzati; e una parte dei profitti all’estero degli armatori viene inclusa nelle statistiche ufficiali. Di conseguenza, la percentuale dei proventi delle esportazioni dell’industria mercantile che è coperta dalla bilancia dei pagamenti greca è passata dal 10% del 1999 al 25% circa del 2008. Ma la maggior parte delle esportazioni del settore continua a rimanere fuori dalle statistiche ufficiali. Gli stessi problemi concettuali esistono nel settore del turismo. Nota Bernegger:
L’industria dell’export greca è molto competitiva, e poiché è orientata verso quei settori dell’economia globale che registrano tassi di crescita superiori alla media è anche ben posizionata ad affrontare le sfide del futuro. Ma è poco diversificata, ed è basata quasi interamente su un settore, quello dei commerci marittimi, che è estremamente ciclico.
In seguito al 2008, infatti, il settore è stato esposto a un drastico crollo dei prezzi che ha colpito duramente tutti gli operatori. Nel 2014-15, le petroliere hanno registrato un calo nelle tariffe di trasporto del 30-40% rispetto alla media degli anni 2000, e le navi cargo addirittura del 70-80%. Rispetto ai picchi del 2008, si tratta di un calo del 50-95%. Anche nel settore alberghiero e della ristorazione i prezzi sono calati del 20% circa rispetto ai livelli del 2007-8. “La contrazione delle esportazioni greche, dunque, è un fenomeno di natura ciclica e settoriale. Nessun altro paese ha subìto un crollo delle esportazioni di questa magnitudine”, si legge nel paper.

Da quando è scoppiata la crisi finanziaria il commercio estero greco sta vivendo una dinamica deflattiva estrema. I due shock petroliferi del 2007-8 e del 2011-14 hanno rappresentato un fardello enorme per tutta l’economia greca, non solo per la sua flotta mercantile. Nessun’altra economia avanzata, infatti, è dipendente dal prezzo del petrolio quanto quella greca. Questa dipendenza riflette la natura marittima del paese: oltre ad avere la più grande flotta mercantile al mondo, la Grecia ha migliaia di isole che possono essere raggiunte solo via nave o in aereo, e questo vuol dire alti costi di trasporto. Inoltre, l’elettricità sulle isole è generata esclusivamente per mezzo di centrali a olio/gas combustibile. Da cui la pressione deflattiva estrema – e solo in parte registrata nelle statistiche ufficiali, per le anomalie di cui abbiamo parlato – esercitata sul commercio estero del paese dall’aumento del costo del petrolio.

“Si tratta, in sostanza, di un classico shock esterno causato dal drastico aumento del prezzo del petrolio dal 2007 ad oggi. Esso non ha assolutamente niente a che vedere con le dinamiche dei prezzi e dei costi interni della Grecia”, sostiene Bernegger.

A causa di questa errata interpretazione dei problemi del paese la troika ha formulato una risposta completamente sbagliata: ad una deflazione esterna estrema ha risposto con una politica di deflazione interna altrettanto estrema, senza pari nella storia moderna. Questa politica di deflazione interna è inappropriata per una serie di motivi:
L’industria delle esportazioni ellenica è molto poco sensibile ai costi interni, e dunque non ha ricavato nessun beneficio dalla drastica riduzione dei prezzi e dei salari greci: l’industria mercantile è fortemente dipendente dalla manodopera straniera (retribuita nella valuta del paese di provenienza), mentre quella turistica è in buona parte a conduzione familiare.

La politica di svalutazione interna ha peggiorato la posizione debitoria delle famiglie e delle imprese greche: a causa della riduzione dei prezzi e dei salari e dell’alto livello di disoccupazione i redditi nominali sono drasticamente diminuiti ma il valore reale del debito è rimasto inalterato, e dunque il suo valore reale è aumentato. Questo ha creato una situazione da deflazione da debiti (debt deflation).

Questa deflazione da debiti ha enormemente aggravato la crisi sistemica del settore bancario greco, che funge da “acceleratore finanziario” della crisi greca: l’esplosione delle sofferenze bancarie ha infatti determinato un credit crunch quasi totale e una crisi della liquidità che ha paralizzato tutta l’economia.

Il ruolo della politica fiscale nella crisi è stato fortemente sopravvalutato. Un consolidamento del settore pubblico era necessario, è vero, ma la maniera brutale in cui è stato implementato dalla troika ha avuto effetti estremamente negativi e distorsivi sull’economia: chi già pagava le tasse oggi ne paga ancora di più, ottenendo in cambio minori servizi. Questo ha creato un enorme incentivo all’evasione fiscale. Per non parlare di tutti quelli che non possono più permettersi di pagare le tasse a causa della situazione economica. Tutto questo si sarebbe potuto evitare requisendo una parte delle tasse evase parcheggiate nei conti offshore.
La conclusione di Bernegger è chiara: “La politica di svalutazione interna della troika ha messo in moto un processo di deflazione da debito che, sommandosi alla severa deflazione esterna già in corso nel settore più importante dell’economia, quello del commercio navale, ha ridotto l’economia greca allo stremo”.

Che opzioni ha il paese di fronte a sé a questo punto? Un’uscita dall’euro, secondo l’autore del paper, danneggerebbe le due principali industrie dell’export greche, quella mercantile e quella turistica. L’industria marittima non beneficerebbe per nulla da una svalutazione poiché la maggior parte delle entrate e delle spese del settore sono in dollari. Entrambe le industrie sono ad alta intensità di capitale e dunque abbisognano di tassi di interesse bassi e stabili e di una buona offerta di credito. Un ritorno alla dracma implicherebbe tassi di interesse alti e volatili. “Per prosperare, queste due industrie hanno bisogno di un sistema bancario capace di garantire un’offerta di credito a tassi di interesse bassi e stabili, che solo la permanenza della Grecia nell’euro può garantire. Ma perché questo sia possibile, è necessario rompere subito il braccio di ferro con i creditori per evitare una corsa agli sportelli e il collasso definitivo dell’economia greca”, sostiene Bernegger. “Di per sé, continuare con le politiche di consolidamento fiscale e le ‘riforme’ della troika non farà che aggravare il processo di deflazione da debito in corso”.

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