Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/08/2015

Varoufakis: fra alto tradimento, arcana imperii e politica da cabaret

L’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, una decina di giorni fa, in una conversazione privata durante una conferenza presso l'Official Monetary and Financial Institutions Forum (OMFIF), ha detto che esisteva “un piano B”, nel caso i negoziati fossero falliti, per realizzare una nuova moneta greca, aggiungendo di essere stato autorizzato da Tsipras sin da prima delle elezioni e di aver “lavorato sotto traccia” con un piccolo team con a capo l’economista Usa James Galbraith, figlio del celebre John Kennet Galbraith.

Il piano prevedeva di dare un codice bancario e fiscale ad ogni contribuente e società per gestire il passaggio alla nuova valuta, poi in caso di chiusura delle banche sarebbe scattato un meccanismo di pagamento ombra, basato sul sito dell’agenzia delle entrate greco che avrebbe permesso, attraverso un pin fornito a chi doveva del denaro, tanto Stato che privati, di trasferire le somme in “formato digitale”, nominalmente in euro.

Poi il sistema sarebbe stato esteso agli smartphone con un’app e al momento opportuno sarebbe stato convertito nella nuova dracma, accennando poi anche alla possibilità di arrestare il governatore della banca centrale greca se si fosse opposto. Era una conversazione privata, ma poi lui ha autorizzato la messa in rete della registrazione.

Varoufakis, in una dichiarazione successiva, ha poi aggiunto che la difficoltà di tradurre in realtà il piano sarebbe scattata nel momento della realizzazione che richiedeva una seconda autorizzazione da parte di Alexis Tsipras e che invece non è mai arrivata. Galbraith, poi, ha confermato di aver preso parte al gruppo di lavoro segreto dell’ex ministro greco da febbraio ai primi di luglio.

Nemmeno 24 ore dopo la messa in rete della conversazione, è scattata la richiesta di deferimento di Varoufakis all’Alta Corte di giustizia per alto tradimento.

La questione, intrecciando aspetti economici, politici, finanziari, costituzionali, penali, è complessa, per di più ha molti punti oscuri e suscita non poche perplessità, per cui è bene procedere per punti e mantenersi molto cauti.

In primo luogo dobbiamo porci il problema di quali possibilità di successo avrebbe potuto avere il “piano B” di Varoufakis e Galbraith jr. A quanto pare, per poterlo attuare si sarebbe dovuti passare attraverso una manovra di hackeraggio per accedere alle posizioni dei singoli cittadini. Il punto non è chiaro, ma fa alzare più di un sopracciglio per l’evidente illegalità della cosa, ma lasciamola un attimo da parte.

Ci sono anche altri aspetti pratici che lasciano perplessi: ad esempio, come avrebbero fatto quanti avessero avuto uno smartphone o non lo avessero saputo usare (ad esempio molti pensionati) o il rischio di manipolazioni da parte della malavita ecc: non sono un tecnico della materia, per cui mi limito a segnalare la cosa sotto forma di quesito.

Il punto più delicato è un altro: i greci avrebbero accettato questa moneta? Mi spiego meglio: la Grecia è un paese che importa gran parte di quel che consuma, fra cui anche i prodotti alimentari. Facciamo allora l’esempio dell’esportatore di carni, che si vede presentare dal grossista greco un pagamento in questa forma che presuppone che il debitore finale sia lo Stato o anche altro soggetto economico greco; realisticamente l’esportatore penserebbe che la credibilità del debitore finale sia molto prossima allo zero, considerato che si tratterebbe di debito aggiuntivo a quello per il quale quello Stato si sta avviando al default; quanto poi alla possibilità di convertire quel credito in dracme, questo renderebbe poco credibile anche il pagamento del privato più affidabile del Mondo. Dunque, è largamente plausibile che l’esportatore rifiuterebbe quel tipo di pagamento se gli fosse proposto. Di conseguenza, anche il grossista greco, che dovrebbe pagare l’importazione in euro ballanti e sonanti, rifiuterebbe quel titolo di pagamento da parte dei macellai della zona e, pertanto, anche i macellai non accetterebbero quel pagamento dai clienti. Nel frattempo, l’assottigliarsi delle riserve delle merci in vendita, con ogni probabilità, scatenerebbero un forte rincaro dei prezzi, soprattutto in vista di un passaggio alla dracma. Insomma lo Stato sarebbe costretto a convertire la sua moneta virtuale in vere dracme ed il tentativo si sarebbe rivelato solo una breve perdita di tempo. Certo: tutto da verificare, ma le previsioni logiche sembrano andare in senso sfavorevole al tentativo.

Poi ci sono i problemi di ordine politico-istituzionale ed il primo interrogativo è: si può cambiare il sistema monetario di un paese con un colpo di mano e senza autorizzazione preventiva del Parlamento?  Qui c’è anche la slealtà di fondo di Syriza verso l’elettorato cui era stato promesso il mantenimento dell’Euro e la fine dell’austerità. Si può anche pensare che quella fosse la speranza (ahimè quanto infondata) di Tsipras e che l’altro fosse il piano di riserva, ma è lecito nascondere all’elettorato, non dico il piano nei suoi particolari, ma quantomeno la possibilità di un ritorno alla moneta nazionale?

Ma alcuni “furbi” diranno che così Syriza avrebbe perso le elezioni. Può darsi ma mentire coscientemente all’elettorato è un gesto moralmente più basso che prendere tangenti. C’è chi è sensibile a questi argomenti e chi ritiene questi scrupoli superati: tutto dipende da quale sia la concezione che si ha della democrazia, ammetto solo che non capisco perché poi la stessissima cosa venga rimproverata a Renzi o Berlusconi.

E c’è un altro aspetto che non convince proprio sul piano negoziale: nascondere il piano B e dichiarare la volontà di restare nell’Euro a tutti i costi, non ammettendo neanche per un momento l’ipotesi di poterne uscire, ha indebolito la Grecia al tavolo negoziale, certo non l’ha rafforzata. Per di più c’è da chiedersi: sino a che punto il team di Varoufakis e Galbraith ha davvero lavorato “sotto traccia”? Non è certissimo che un qualche servizio segreto (europeo o americano conta poco) abbia avuto sentore di quelle manovre e sia riuscito a scoprirle, ma è realistico prendere in considerazione che ciò possa essere accaduto. Per cui, magari, il risultato è stato quello (peraltro per nulla insolito) di un arcana imperii efficace solo verso i cittadini ma non verso i nemici.

Insomma, ad un paese come la Grecia sarebbe convenuto di gran lunga giocare a carte scoperte, da un lato chiamando la solidarietà dei popoli europei e degli stati in condizioni analoghe e, dall’altro, giocando sui prezzi che la zona Euro avrebbe dovuto pagare per una sua uscita, e cercare di arrivare ad un’uscita concordata, con minor danno per tutti, Grecia ed Eurozona.

L’impressione che si riceve è che il piano B sia stato una modesta furbata in sostanza molto ingenua.

Da ultimo c’è un aspetto che lascia perplessi: la natura del rapporto fra Tsipras ed il suo ministro delle finanze. A quanto pare, Alexis era al corrente della cosa da almeno 5 mesi e l'approvava e la decisione di andare al referendum si spiega perfettamente in questa logica, anche se, nella breve campagna referendaria, sia lui che il suo ministro hanno continuato a giurare che non esisteva alternativa all’Euro. Poi in due giorni è cambiato tutto: nonostante la clamorosa vittoria referendaria e mentre a Bruxelles, Francoforte e Berlino, si iniziava a fare il conto dei danni del terremoto, Atene si è ripresentata al tavolo delle trattative, ma con una faccia nuova, perché Varoufakis era stato dimissionato. Perché? Cosa è successo in quelle 48 ore da indurre Tsipras a questa clamorosa svolta a 180 gradi? Perché questa improvvisa rottura fra i due? E, di conseguenza, perché oggi Varoufakis sente il bisogno di dire candidamente di questo piano che lo mette nei guai?

Tsipras con un certo ritardo, ha parlato confermando di aver dato ordine di apprestare il piano, ma di non aver mai pensato all’uscita dall’Euro. Per cui o il piano era destinato a scattare se la Grecia in caso fosse stata esclusa dall’Euro contro la sua volontà o serviva solo come deterrente nei confronti degli interlocutori; ma un piano segreto, se è davvero tale, non serve come deterrente. Quindi resta solo la prima ipotesi evidentemente non condivisa da Varoufakis, che invece sarebbe voluto passare all’attuazione del piano subito dopo il referendum e prima dell’espulsione di Atene dall’Eurozona. Di qui la rottura fra i due e le dimissioni. Questo però fa capire quanto superficiale fosse l’intesa fra i due: a questo punto, più che una coppia di statisti, sembrano Stanlio ed Ollio.

Deferire per questo Varoufakis all’Alta corte? Ma se non sono stati processati nemmeno quelli che hanno falsificato i bilanci dello Stato per un decennio! Siamo seri.

Il fatto è che riesce davvero poco credibile un deferimento all’Alta corte del ministro senza che lo segua a ruota il Presidente del Consiglio: se il reato non c’è perché non si è passati dal progetto all’atto, allora anche Varoufakis non è imputabile, ma se il reato sussiste anche solo per aver ipotizzato il piano B, allora  sul banco degli imputati Varoufakis non può restare solo. Simul stabunt simul cadent.

L’impressione è che a nessuno convenga rimestare troppo in questa storia perché di scheletri nell’armadio ce n’è più d’uno. E non solo ad Atene. Credete che Berlino non abbia preparato un suo piano B in caso di collasso dell’Euro o anche solo in caso di uscita di altri? E Parigi, Madrid, l’Aia,…? Roma no, sono convinto che l’Italia sia l’unica a non averlo fatto.

E quali argomenti si sono usati per “persuadere” Tsipras a tornare al tavolo? Lui era giù incline a non uscire dall’Euro, ma è credibile che sin dall’inizio pensasse di fare un referendum-sceneggiata per poi calarsi le braghi in quel modo in 48 ore? Il fatto che il martedì successivo il neo ministro delle finanze si sia presentato senza nessuna proposta fa capire che non c’era nulla di pronto e che, quindi, la cosa è precipitata in poche ore, prendendo una strada diversa da quella pensata quando il referendum è stato convocato: perché?

La verità è che se si inizia a scavare su questa storia nessuno, né la Grecia né gli altri, ha da guadagnarci e, pertanto, sono convinto che la cosa verrà sbrigativamente messa a tacere al massimo con un dibattito parlamentare molto formale.

Però, se penso che questo è il governo della sinistra radicale, che dovrebbe dare lezioni di democrazia, di un nuovo rapporto fra masse e potere, non so se ridere o piangere.

Fonte

04/07/2015

Speriamo che vinca il no, nonostante Tsipras e Varoufakis

Che nel referendum greco possa vincere il Si è possibile (e temo probabile, visti i sondaggi) e non ci vuol molto a dire che sarebbe un disastro per i greci e non solo per loro. Sarebbe la vittoria campale della Merkel, che rigetterebbe indietro tutti i movimenti di contestazione dell’ordine europeo, tanto di sinistra quanto di destra (per intenderci: Podemos, M5s, Front de Gauche e Syriza, ma anche Lega, Front National, ecc.) ma, paradossalmente non dei movimenti anti euro dei “ricchi” come l’Ukip o Alernative fur Deutschland che eserciterebbero un ricatto permanente sulla Merkel, costretta a non mutare mai atteggiamento.

Dunque una svolta a destra complessiva (destra vera, quella finanziaria, non quella folkloristica del Fn o della Lega), e c’è da immaginare, con queste premesse, chi sarà il successore di Draghi (che scade ad ottobre prossimo). E l’Europa non sarà più tedesca ma semplicemente prussiana.

Dunque, di ragioni per sostenere il no ce ne sono a dozzine. Il guaio è il sabotaggio oggettivo che stanno combinando Tsipras e Varoufakis sparando fesserie a getto continuo. Hanno recentemente dichiarato che:

1. anche in caso di vittoria del No, la Grecia resterà nell’Euro (come se dipendesse solo dalla loro volontà);

2. che all’Euro potrebbe essere affiancata una seconda moneta, magari la Dracma, con parità 1 a 1 con l’Euro (anche se aggiungono che sarebbe una parità teorica);

3. che stanno studiando le premesse della nuova moneta greca, meditando sul bitcoin (sic!!!!).

Allora: se vince il No, significa che il governo greco cercherà di riprendere a trattare, rafforzato dal voto popolare. Tutto sta a vedere se gli altri ci stanno. Ho l’impressione che la Merkel non sia affatto disposta a riaprire il discorso ed a concedere salvataggi, e sulla stessa lunghezza d’onda mi pare che siano Hollande, Renzi, Junker, Dijsselbloem e tutta la Bce, da Draghi all’usciere dell’entrata di servizio. Ma, soprattutto, anche se gli altri ci stessero, questo risolverebbe il problema della Grecia?

Sei anni fa, quando iniziò la crisi, sarebbero bastati 100 miliardi di euro per mettere le cose a posto, poi, gli “aiuti” forniti di volta in volta sono stati pari a 500 milioni di euro ma il debito è cresciuto ed oggi si aggira intorno ai 330 miliardi. Magia! Il fatto è che gli aiuti consistevano in questo: la Grecia pagava interessi sino al 17% (un tasso super usurario) e gli aiuti che generosamente venivano, erano dati con la mano destra e ripresi con la sinistra un secondo dopo, con il risultato di far crescere il debito ad ogni rata, ponendo le premesse per una nuova rata di interessi ancora più salata.

Allora, se il giochino resta questo, la Grecia non ne uscirà mai e non c’è riforma che tenga. Il punto di partenza deve essere l’abbattimento parziale (ma generoso) del debito, poi si vede il resto. Vero è che ormai anche gli scienziati della Bce e persino i tedeschi si sono convinti che il debito greco è insostenibile e va fatto un haircut, ma di che stiamo parlando? Il 5%? Per cui, in cambio di un parzialissimo taglio, la Grecia si troverebbe comunque un bel debito sul groppone e con il solito gioco degli interessi, per di più con una credibilità molto diminuita sui mercati finanziari (voi prestereste soldi ad uno che ha appena rinegoziato il debito riducendoselo? E se si, a che prezzo?) e con una moneta che non è affatto adatta a riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Direi che, tanto vale, disconoscere il debito in toto ed attrezzarsi con una propria moneta (certamente molto debole) per rilanciare turismo ed esportazioni. Quindi non si capisce che vantaggio possa avere la Grecia a restare nell’euro.

Ma sin qui siamo sul terreno dell’opinabile per cui se ne può parlare su un piano razionale, sostenendo l’una o l’altra tesi (anche se questo, poi, finisce per indebolire le ragioni del No). Da adesso in poi iniziano i “quattro passi nel delirio”. Iniziamo da una cosa: la doppia moneta. In primo luogo questa sarebbe una rottura del trattato sufficiente ad espellere la Grecia, per essere venuta meno alla condizione di adottare l’Euro come unica moneta legale del paese. Può darsi che gli altri europei accettino la cosa (più avanti dirò perché), ma può anche darsi che non ci stiano, magari per non creare precedenti pericolosi, e che la Grecia finisca, come dicono a Cagliari, “Bogai a sono e corru”.

Vediamo più da vicino la proposta: il cambio 1 a 1 è cosa che non sosterrebbe neppure Paolo Rossi in preda alla grappa: voi cambiereste 100 euro con 100 bit-dracme, che già a dirlo non le prendi sul serio? Per il principio per cui la moneta cattiva caccia sempre la moneta buona, la gente cercherebbe, nei limiti del possibile, di accaparrarsi Euro che sparirebbero immediatamente dalla circolazione, perché ciascuno se li terrebbe, magari sotto il mattone, perché avranno un cambio sempre più vantaggioso. I turisti pagherebbero in euro e si vedrebbero dare il resto in Bit-dracme, con litigi infiniti, la speculazione finanziaria farebbe incetta di moneta buona ecc.

E’ ovvio che anche il passaggio dall’Euro alla Dracma tout court comporterebbe un hard landing molto brusco e la moneta sarebbe debolissima, però, nel caso fosse moneta unica, bloccherebbe in gran parte la speculazione, ma, soprattutto, favorirebbe la ripresa di turismo, noli ed esportazioni, per cui, dopo un periodo innegabilmente difficile, avvierebbe la ripresa.

In secondo luogo, la doppia circolazione non è una eresia in sé, ma richiede condizioni di equilibrio particolari ed un cambio legale concordato, diversamente accade che stipendi, salari e pensioni vengono  pagati con la moneta debole, mentre i prezzi delle merci sono in moneta forte, diventando rapidamente inavvicinabili. In Grecia, stante la situazione attuale, questa scelta polverizzerebbe in breve il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni e non ci sarebbe neppure bisogno delle mitiche riforme richieste dalla Merkel, per distruggere il sistema pensionistico ed il sovrannumero della pubblica amministrazione: ci avrà pensato Vanoufakis con la sua moneta a risolvere il problema.

In terzo luogo, i cittadini, ovviamente, pagherebbero le tasse in bit-dracme e lo stato con quelle dovrebbe fare fronte ai suoi impegni internazionali: sai che affare!

Ma Vanoufakis dove ha studiato economia? A Tirana con Renzo Bossi? Al Luna Park di Afragola? In una osteria del Pireo?

Ma la cosa più fantastica è che adesso (ADESSO!) il governo greco inizia a studiare una seconda moneta, a tre giorni dal referendum, con un blocco delle banche in atto e, per di più, studiata sui principi… dei bitcoin. E perché non dei soldi del Monopoli?

Direi che può bastare. Spero che i Greci abbiano tanto cervello da votare “No”, nonostante abbiano questo governo di dilettanti allo sbaraglio che, speriamo, possano metter giudizio dopo il referendum.

Rassicuro chi teme che queste mie critiche possano indebolire il No (che comunque sostengo): stando a quello che mi dice Google, in Grecia mi leggono in non più di 5 o 6 persone. Qui ci rivolgiamo a lettori italiani cercando di dare qualche elemento di giudizio in più e magari di evitare facili miti dietro cui si nascondono gli Tsipras di casa nostra.

Fonte

Magari sbaglio - c'è da augurarselo - ma in rete lessi che le strategie smontate da Giannuli sono tutte supercazzole messe in giro da media occidentali.

21/06/2015

Discutere senza sapere. Sulla Grecia e in genere

Nell'analizzare l'evoluzione della crisi greca e la gestione del suo decorso da parte della Troika si fa da sempre molta ideologia. Vi fa ricorso estremo la Troika, che ha costruito un pupazzo su cui infilare molti spilloni di comodo (“non sono professionali”, “inaffidabili”, hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi”, ecc.), con l'appoggio acritico di tutti i media mainstream (fa eccezione il Financial Times, spesso, ma stranamente nessuno lo prende ad esempio in questo solo caso). Vi fanno ricorso ovviamente i demagoghi semplificatori (“usciamo dall'euro” e basta, pensando alla svalutazione competitiva come panacea universale). Vi fa ricorso, nelle prese di posizione pubbliche, quasi per obbligo istituzionale, anche il governo Syriza, che deve barcamenarsi tra offensiva pressante dei “creditori”, condizioni di vita della popolazione intollerabili e un mandato elettorale – anche per sua responsabilità – da mission impossible: “restare nell'euro e nella Ue, ma mettere fine all'austerità”.

Sorvoliamo sui deficienti in tribuna – a destra come in certe aree della sinistra, persino “antagonista” – che sparano ricette immaginando quel che farebbero loro al posto di Tsipras-Varoufakis, ecc. senza conoscere altro che i numeri pubblicati dai giornali. Ovvero pochi, incompleti, estratti non per caso da un mazzo ben più folto.

La questione fondamentale è che ben pochi conoscono la struttura dell'economia ellenica. E se non sai con quale materia stai pasticciando rischi sempre di parlare al vento (se lo fai quando hai poteri decisionali, invece, fai danni epocali).

Proponiamo questa analisi tratta da http://www.eunews.it, che mette i piedi nel piatto e illumina anfratti bui, chiarendo buona parte dei “misteri” che circondano un sistema economico decisamente non standard. Già il fatto che i 600 armatori greci fossero esentati per dettato costituzionale – la Carta scritta dai colonnelli golpisti, ancora in vigore – avrebbe dovuto sollevare numerosi dubbi sulle ricette “consigliate” dalla Troika. Come si fa, infatti, a imporre una politica fiscale deflazionistica a un'economia il cui settore trainante – per dimensioni, fatturato e profitti – non contribuisce quasi per nulla alle entrate dello Stato?

Da sinistra questa scandalosa esenzione è stata vista solo dal lato moralistico, una clamorosa ingiustizia. Come in effetti è. Ma è solo una parte del problema, e neanche la principale. Se il settore produttivo principale è addirittura fuori dalle statistiche ufficiali, di cosa stiamo parlando?

La questione centrale è infatti che – qualunque decisione venga presa domani nel vertice tra i capi di stato, ovvero sia che il governo Syriza si arrenda di schianto, sia che si metta in moto la procedura di espulsione di Atene dalla Ue –, senza comprendere il peso della marina mercantile all'interno delle equazioni miranti a “salvare” o far “risorgere” la Grecia, ogni soluzione sarà inefficace.

“Comprendere”, in questo caso, va inteso in entrambi i sensi: “tener dentro” e “capire”.

Ci si può domandare: com'è possibile che gente economicamente competente come i vertici dell'Eurogruppo, la Bce, il Fmi, non abbiano "capito"? Basta ricordare che siamo in regime capitalistico: contano gli interessi, non le teorie. Anzi, le seconde sono sempre elaborate per corrispondere agli interessi. Se gli interessi della Troika sono, come sono, quelli del capitale multinazionale, Atene può anche morire.

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La Grecia: una superpotenza dell’export che non sa di esserlo?

di Thomas Fazi

Neanche il più accanito sostenitore della Grecia si azzarderebbe a definire “competitiva” l’economia ellenica. Non è forse vero che il paese esporta formaggio di capra e poco altro, e che la bilancia commerciale del paese è in deficit da decenni, in particolar modo dall’entrata del paese dell’euro? Al massimo ci si azzuffa sulle cause di questo deficit: burocrazia sclerotica, eccesso di regolamentazione e soprattutto salari e costi eccessivi, secondo la troika; gli squilibri generati dall’architettura dell’euro, secondo le schiere di critici dell’austerità. Sui numeri, però, concordano tutti. E se invece fossero proprio questi ad essere sbagliati?

Secondo un recente paper di Michael Bernegger, esperto di questioni finanziarie ed ex ufficiale della banca centrale svizzera, i dati relativi alla bilancia commerciale e al PIL della Grecia sono completamente distorti dal fatto che le esportazioni relative all’industria della marina mercantile – dagli anni sessanta il principale settore economico del paese – sono drammaticamente sotto rappresentate nelle statistiche ufficiali. Se le esportazioni del settore fossero conteggiate correttamente, sostiene Bernegger, risulterebbe che fino al 2008 la Grecia ha registrato un notevole e crescente avanzo delle partite correnti, superiore anche a quello della Germania nello stesso periodo; e che nel 2008 il PIL del paese era superiore del 15% rispetto a quello ufficiale. Scrive Bernegger:
La verità è che la Grecia è un paese con un’industria dell’export molto grande e competitiva. La sua flotta mercantile è da più di quarant’anni la flotta più grande ed efficiente del mondo. Il suo settore turistico è tra i più forti d’Europa. Tra il 1999 e il 2008 il paese ha registrato uno straordinario boom delle esportazioni. Nessun altro paese dell’Europa occidentale, ad eccezione della Norvegia, ha registrato un tasso di crescita delle esportazioni lontanamente comparabile a quello greco.
Nelle statistiche ufficiali, però, di queste esportazioni non c’è traccia. Come è possibile? Si tratta di un problema che è noto almeno dagli anni ottanta, quando si è cominciato a parlare del “fenomeno della flotta mancante”. Esso ha a che vedere con l’esposizione valutaria, la regolamentazione e la tassazione del settore mercantile in Grecia. Sostanzialmente, prima dell’ingresso nell’euro, a differenza di quello che avveniva nel resto del mondo, lo Stato greco non calcolava i profitti esteri delle compagnie di navigazione come esportazioni. Solo i trasferimenti dai conti correnti esteri degli armatori (denominati in dollari, la valuta “ufficiale” del settore) – utilizzati per tutti i trasferimenti internazionali – ai conti correnti greci figuravano come esportazioni nelle statistiche nazionali. Queste cosiddette “rimesse” servivano a coprire i costi dei fattori produttivi domestici (i salari dei marinai, i contributi pensionistici, ecc.).

In seguito all’introduzione dell’euro, la situazione statistica è leggermente migliorata. Oggi, a differenza di prima, i trasferimenti verso la Grecia sono tutti contabilizzati; e una parte dei profitti all’estero degli armatori viene inclusa nelle statistiche ufficiali. Di conseguenza, la percentuale dei proventi delle esportazioni dell’industria mercantile che è coperta dalla bilancia dei pagamenti greca è passata dal 10% del 1999 al 25% circa del 2008. Ma la maggior parte delle esportazioni del settore continua a rimanere fuori dalle statistiche ufficiali. Gli stessi problemi concettuali esistono nel settore del turismo. Nota Bernegger:
L’industria dell’export greca è molto competitiva, e poiché è orientata verso quei settori dell’economia globale che registrano tassi di crescita superiori alla media è anche ben posizionata ad affrontare le sfide del futuro. Ma è poco diversificata, ed è basata quasi interamente su un settore, quello dei commerci marittimi, che è estremamente ciclico.
In seguito al 2008, infatti, il settore è stato esposto a un drastico crollo dei prezzi che ha colpito duramente tutti gli operatori. Nel 2014-15, le petroliere hanno registrato un calo nelle tariffe di trasporto del 30-40% rispetto alla media degli anni 2000, e le navi cargo addirittura del 70-80%. Rispetto ai picchi del 2008, si tratta di un calo del 50-95%. Anche nel settore alberghiero e della ristorazione i prezzi sono calati del 20% circa rispetto ai livelli del 2007-8. “La contrazione delle esportazioni greche, dunque, è un fenomeno di natura ciclica e settoriale. Nessun altro paese ha subìto un crollo delle esportazioni di questa magnitudine”, si legge nel paper.

Da quando è scoppiata la crisi finanziaria il commercio estero greco sta vivendo una dinamica deflattiva estrema. I due shock petroliferi del 2007-8 e del 2011-14 hanno rappresentato un fardello enorme per tutta l’economia greca, non solo per la sua flotta mercantile. Nessun’altra economia avanzata, infatti, è dipendente dal prezzo del petrolio quanto quella greca. Questa dipendenza riflette la natura marittima del paese: oltre ad avere la più grande flotta mercantile al mondo, la Grecia ha migliaia di isole che possono essere raggiunte solo via nave o in aereo, e questo vuol dire alti costi di trasporto. Inoltre, l’elettricità sulle isole è generata esclusivamente per mezzo di centrali a olio/gas combustibile. Da cui la pressione deflattiva estrema – e solo in parte registrata nelle statistiche ufficiali, per le anomalie di cui abbiamo parlato – esercitata sul commercio estero del paese dall’aumento del costo del petrolio.

“Si tratta, in sostanza, di un classico shock esterno causato dal drastico aumento del prezzo del petrolio dal 2007 ad oggi. Esso non ha assolutamente niente a che vedere con le dinamiche dei prezzi e dei costi interni della Grecia”, sostiene Bernegger.

A causa di questa errata interpretazione dei problemi del paese la troika ha formulato una risposta completamente sbagliata: ad una deflazione esterna estrema ha risposto con una politica di deflazione interna altrettanto estrema, senza pari nella storia moderna. Questa politica di deflazione interna è inappropriata per una serie di motivi:
L’industria delle esportazioni ellenica è molto poco sensibile ai costi interni, e dunque non ha ricavato nessun beneficio dalla drastica riduzione dei prezzi e dei salari greci: l’industria mercantile è fortemente dipendente dalla manodopera straniera (retribuita nella valuta del paese di provenienza), mentre quella turistica è in buona parte a conduzione familiare.

La politica di svalutazione interna ha peggiorato la posizione debitoria delle famiglie e delle imprese greche: a causa della riduzione dei prezzi e dei salari e dell’alto livello di disoccupazione i redditi nominali sono drasticamente diminuiti ma il valore reale del debito è rimasto inalterato, e dunque il suo valore reale è aumentato. Questo ha creato una situazione da deflazione da debiti (debt deflation).

Questa deflazione da debiti ha enormemente aggravato la crisi sistemica del settore bancario greco, che funge da “acceleratore finanziario” della crisi greca: l’esplosione delle sofferenze bancarie ha infatti determinato un credit crunch quasi totale e una crisi della liquidità che ha paralizzato tutta l’economia.

Il ruolo della politica fiscale nella crisi è stato fortemente sopravvalutato. Un consolidamento del settore pubblico era necessario, è vero, ma la maniera brutale in cui è stato implementato dalla troika ha avuto effetti estremamente negativi e distorsivi sull’economia: chi già pagava le tasse oggi ne paga ancora di più, ottenendo in cambio minori servizi. Questo ha creato un enorme incentivo all’evasione fiscale. Per non parlare di tutti quelli che non possono più permettersi di pagare le tasse a causa della situazione economica. Tutto questo si sarebbe potuto evitare requisendo una parte delle tasse evase parcheggiate nei conti offshore.
La conclusione di Bernegger è chiara: “La politica di svalutazione interna della troika ha messo in moto un processo di deflazione da debito che, sommandosi alla severa deflazione esterna già in corso nel settore più importante dell’economia, quello del commercio navale, ha ridotto l’economia greca allo stremo”.

Che opzioni ha il paese di fronte a sé a questo punto? Un’uscita dall’euro, secondo l’autore del paper, danneggerebbe le due principali industrie dell’export greche, quella mercantile e quella turistica. L’industria marittima non beneficerebbe per nulla da una svalutazione poiché la maggior parte delle entrate e delle spese del settore sono in dollari. Entrambe le industrie sono ad alta intensità di capitale e dunque abbisognano di tassi di interesse bassi e stabili e di una buona offerta di credito. Un ritorno alla dracma implicherebbe tassi di interesse alti e volatili. “Per prosperare, queste due industrie hanno bisogno di un sistema bancario capace di garantire un’offerta di credito a tassi di interesse bassi e stabili, che solo la permanenza della Grecia nell’euro può garantire. Ma perché questo sia possibile, è necessario rompere subito il braccio di ferro con i creditori per evitare una corsa agli sportelli e il collasso definitivo dell’economia greca”, sostiene Bernegger. “Di per sé, continuare con le politiche di consolidamento fiscale e le ‘riforme’ della troika non farà che aggravare il processo di deflazione da debito in corso”.

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