di Pino Arlacchi
Le due portaerei dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano.
La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei.
La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile. L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar.
L’Arabia Saudita aveva trovato una valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.
Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più.
Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.
Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata.
L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo.
Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede. Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.
Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.
La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna.
Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema.
Resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.
Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.
Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi.
Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.
Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro.
Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.
Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative.
La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.
Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/08/2026
L’Iran e l’impotenza dell’impero statunitense
20/07/2026
La guerra degli Stretti “gemelli”
di Alberto Negri
È possibile che Casa Bianca e cancellerie europee precipitino in una nuova crisi di nervi e petrolio, quella che viene adesso dalla Porta delle Lacrime, Bab el Mandeb, la rotta vitale per il Canale di Suez.
Nella guerra dei mondi voluta il 28 febbraio dal presidente americano e da Netanyahu attaccando l’Iran, Trump e l’Occidente devono aggiungere come protagonisti gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran nell’asse della resistenza, che minacciano di chiudere questo Stretto sul Mar Rosso, insieme a Hormuz, di cui è l’unica rotta alternativa, il secondo canale di esportazione dell’oro nero del Golfo e del Medio Oriente (12% del traffico mondiale).
Pochi conoscono gli Houthi e li hanno incontrati. Quando mi apparvero davanti nel dicembre 2009 erano dei giovanissimi guerriglieri con le piume colorate infilate nei turbanti e dei sandali scassati ai piedi, sbucarono con vecchi kalashnikov da santuari di roccia scura e affilata, protetti da crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”.
Mai allora avrei immaginato che nel 2014 avrebbero conquistato la capitale Sanaa, eliminato sull’onda delle primavere arabe il presidente Saleh e sarebbero diventati i padroni dello Yemen, resistendo alla coalizione militare guidata dai sauditi e a una delle più devastanti crisi umanitarie mondiali.
Ora sono pure i “guardiani” del nostro petrolio.
Nel viaggio dentro la guerra del Golfo tra sciiti iraniani, Hezbollah libanesi e seguaci dello zaydismo come gli Houthi forse è meglio sorvolare sui particolari che Trump e l’Occidente ascoltano malvolentieri perché “esotici”.
Qui si capiscono – non sempre – solo i rapporti di forza. Eccoli allora. Il capo degli Houthi, Abdul Malik al-Houthi (la leadership deriva da una sola famiglia), al comando di 100mila uomini, ha minacciato l’escalation contro l’Arabia Saudita con missili e droni se Riad continua a colpire le basi aeree yemenite mentre l’Iran ha chiesto al movimento alleato di tenersi pronto a bloccare la rotta petrolifera del Mar Rosso se gli Stati Uniti dovessero colpire le infrastrutture energetiche iraniane e quelle civili come ha cominciato a fare Trump (ieri 8 morti): ponendo quindi una nuova e concreta minaccia agli approvvigionamenti energetici globali.
Il gruppo yemenita ha completato i preparativi per attaccare le navi mercantili schierando missili e droni vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta d’accesso al Mar Rosso, sfruttando gli altipiani yemeniti che sovrastano Hodeidah e il Golfo di Aden.
Non sono minacce vane. Gli Houthi hanno già lanciato missili contro l’Arabia Saudita dopo aver accusato il regno wahabita di aver bombardato un aeroporto sotto il loro controllo, rompendo così una tregua di quattro anni.
Considerato che l’Arabia Saudita dopo la crisi di Hormuz ha dirottato il 70% delle sue esportazioni energetiche attraverso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, contribuendo a calmierare le quotazioni petrolifere in Europa, qualsiasi attacco diretto in quella zona rappresenterebbe un grave problema anche per i mercati petroliferi. E gli Houthi hanno già attaccato gli impianti energetici sauditi due volte, nel 2019 e nel 2022, bloccando metà della produzione di Riyad.
Non sono solo i sauditi a temerli: il Pakistan, che ha fatto da mediatore tra Iran e Usa con ambizioni evidenti di ampliare la sua influenza regionale, ha le sue truppe schierate al confine tra Arabia Saudita e Yemen, per mantenere una tregua che appare sempre più fragile.
Come si vede gli Houthi, scesi dalle insidiose montagne del Nord dello Yemen come trasandati guerriglieri adolescenti ignorati da tutti, non scherzano. Dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la devastante campagna genocidaria israeliana a Gaza, gli Houthi hanno iniziato a sparare contro Israele e contro le navi nel Mar Rosso, affermando di farlo a sostegno dei palestinesi.
Gli attacchi, terminati dopo la «tregua» a Gaza, hanno devastato il trasporto nel Mar Rosso, costringendo le più importanti compagnie a deviare le rotte intorno all’Africa, un percorso molto più lungo e costoso.
Nel Mar Rosso ci sono già tutti i presupposti per una escalation militare. Una missione guidata dagli Stati Uniti, Prosperity Guardian, per ripristinare la navigazione nel Mar Rosso ha comportato ripetuti attacchi contro obiettivi Houthi e una campagna aerea che ha abbattuto centinaia di droni e missili, colpendo anche basi yemenite sulla costa.
A quella Usa si aggiunge la missione Aspides della Ue per proteggere il naviglio mercantile dagli attacchi yemeniti. Sotto comando italiano e quartier generale in Grecia, ha natura strettamente difensiva ma non è detto che possa essere sottoposta a un “riesame strategico”.
Ma cosa succede sull’altro Stretto “gemello” a Hormuz? Al centro c’è il rifiuto dell’Iran di consentire alle navi di transitare per le acque dell’Oman senza il suo via libera. Teheran non vuole rinunciare al controllo sullo stretto di Hormuz e rivendica i diritti di passaggio.
Washington si oppone categoricamente mentre la repubblica islamica non vuole allentare la presa su questa via marittima strategica, da cui prima della guerra passava quasi il 20% del commercio mondiale di idrocarburi. Finché la questione non sarà risolta qualsiasi accordo Usa-Iran sembra fuori portata.
Certo resta l’incognita più pesante: cosa vuole Trump?. “Se intende raggiungere un accordo con l’Iran dovrà accettare che non ci sia, realisticamente, un ritorno alle condizioni nello stretto di Hormuz precedenti al 28 febbraio”, sottolinea Danny Citrinowicz, ricercatore all’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale dell’università di Tel Aviv.
Insomma, non può pretendere la libera circolazione – convenzione del mare del resto mai ratificata da Usa e Iran. Ma se vuole ripristinare quello status quo il conflitto appare inevitabile. E con Hormuz potrebbe incendiarsi anche Bab el Mandeb.
È la guerra degli Stretti “gemelli”.
Fonte
È possibile che Casa Bianca e cancellerie europee precipitino in una nuova crisi di nervi e petrolio, quella che viene adesso dalla Porta delle Lacrime, Bab el Mandeb, la rotta vitale per il Canale di Suez.
Nella guerra dei mondi voluta il 28 febbraio dal presidente americano e da Netanyahu attaccando l’Iran, Trump e l’Occidente devono aggiungere come protagonisti gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran nell’asse della resistenza, che minacciano di chiudere questo Stretto sul Mar Rosso, insieme a Hormuz, di cui è l’unica rotta alternativa, il secondo canale di esportazione dell’oro nero del Golfo e del Medio Oriente (12% del traffico mondiale).
Pochi conoscono gli Houthi e li hanno incontrati. Quando mi apparvero davanti nel dicembre 2009 erano dei giovanissimi guerriglieri con le piume colorate infilate nei turbanti e dei sandali scassati ai piedi, sbucarono con vecchi kalashnikov da santuari di roccia scura e affilata, protetti da crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”.
Mai allora avrei immaginato che nel 2014 avrebbero conquistato la capitale Sanaa, eliminato sull’onda delle primavere arabe il presidente Saleh e sarebbero diventati i padroni dello Yemen, resistendo alla coalizione militare guidata dai sauditi e a una delle più devastanti crisi umanitarie mondiali.
Ora sono pure i “guardiani” del nostro petrolio.
Nel viaggio dentro la guerra del Golfo tra sciiti iraniani, Hezbollah libanesi e seguaci dello zaydismo come gli Houthi forse è meglio sorvolare sui particolari che Trump e l’Occidente ascoltano malvolentieri perché “esotici”.
Qui si capiscono – non sempre – solo i rapporti di forza. Eccoli allora. Il capo degli Houthi, Abdul Malik al-Houthi (la leadership deriva da una sola famiglia), al comando di 100mila uomini, ha minacciato l’escalation contro l’Arabia Saudita con missili e droni se Riad continua a colpire le basi aeree yemenite mentre l’Iran ha chiesto al movimento alleato di tenersi pronto a bloccare la rotta petrolifera del Mar Rosso se gli Stati Uniti dovessero colpire le infrastrutture energetiche iraniane e quelle civili come ha cominciato a fare Trump (ieri 8 morti): ponendo quindi una nuova e concreta minaccia agli approvvigionamenti energetici globali.
Il gruppo yemenita ha completato i preparativi per attaccare le navi mercantili schierando missili e droni vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta d’accesso al Mar Rosso, sfruttando gli altipiani yemeniti che sovrastano Hodeidah e il Golfo di Aden.
Non sono minacce vane. Gli Houthi hanno già lanciato missili contro l’Arabia Saudita dopo aver accusato il regno wahabita di aver bombardato un aeroporto sotto il loro controllo, rompendo così una tregua di quattro anni.
Considerato che l’Arabia Saudita dopo la crisi di Hormuz ha dirottato il 70% delle sue esportazioni energetiche attraverso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, contribuendo a calmierare le quotazioni petrolifere in Europa, qualsiasi attacco diretto in quella zona rappresenterebbe un grave problema anche per i mercati petroliferi. E gli Houthi hanno già attaccato gli impianti energetici sauditi due volte, nel 2019 e nel 2022, bloccando metà della produzione di Riyad.
Non sono solo i sauditi a temerli: il Pakistan, che ha fatto da mediatore tra Iran e Usa con ambizioni evidenti di ampliare la sua influenza regionale, ha le sue truppe schierate al confine tra Arabia Saudita e Yemen, per mantenere una tregua che appare sempre più fragile.
Come si vede gli Houthi, scesi dalle insidiose montagne del Nord dello Yemen come trasandati guerriglieri adolescenti ignorati da tutti, non scherzano. Dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la devastante campagna genocidaria israeliana a Gaza, gli Houthi hanno iniziato a sparare contro Israele e contro le navi nel Mar Rosso, affermando di farlo a sostegno dei palestinesi.
Gli attacchi, terminati dopo la «tregua» a Gaza, hanno devastato il trasporto nel Mar Rosso, costringendo le più importanti compagnie a deviare le rotte intorno all’Africa, un percorso molto più lungo e costoso.
Nel Mar Rosso ci sono già tutti i presupposti per una escalation militare. Una missione guidata dagli Stati Uniti, Prosperity Guardian, per ripristinare la navigazione nel Mar Rosso ha comportato ripetuti attacchi contro obiettivi Houthi e una campagna aerea che ha abbattuto centinaia di droni e missili, colpendo anche basi yemenite sulla costa.
A quella Usa si aggiunge la missione Aspides della Ue per proteggere il naviglio mercantile dagli attacchi yemeniti. Sotto comando italiano e quartier generale in Grecia, ha natura strettamente difensiva ma non è detto che possa essere sottoposta a un “riesame strategico”.
Ma cosa succede sull’altro Stretto “gemello” a Hormuz? Al centro c’è il rifiuto dell’Iran di consentire alle navi di transitare per le acque dell’Oman senza il suo via libera. Teheran non vuole rinunciare al controllo sullo stretto di Hormuz e rivendica i diritti di passaggio.
Washington si oppone categoricamente mentre la repubblica islamica non vuole allentare la presa su questa via marittima strategica, da cui prima della guerra passava quasi il 20% del commercio mondiale di idrocarburi. Finché la questione non sarà risolta qualsiasi accordo Usa-Iran sembra fuori portata.
Certo resta l’incognita più pesante: cosa vuole Trump?. “Se intende raggiungere un accordo con l’Iran dovrà accettare che non ci sia, realisticamente, un ritorno alle condizioni nello stretto di Hormuz precedenti al 28 febbraio”, sottolinea Danny Citrinowicz, ricercatore all’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale dell’università di Tel Aviv.
Insomma, non può pretendere la libera circolazione – convenzione del mare del resto mai ratificata da Usa e Iran. Ma se vuole ripristinare quello status quo il conflitto appare inevitabile. E con Hormuz potrebbe incendiarsi anche Bab el Mandeb.
È la guerra degli Stretti “gemelli”.
Fonte
13/12/2023
Mar Rosso - Le forze Houthi alzano il livello dello scontro
Il governo yemenita guidato dalle forze Houthi ha alzato notevolmente il livello di allerta sul traffico marittimo lungo il Mar Rosso. Il 9 dicembre, infatti, le forze Houthi hanno dichiarato che qualsiasi nave avesse attraccato o fosse destinata verso uno dei porti israeliani sarebbe diventata un obbiettivo militare fino a quando non si sarebbe posto fine alla guerra genocida nei confronti di Gaza e del popolo palestinese.
A farne le spese nella serata di lunedì è stata una nave cisterna battente bandiera norvegese, la “Strinda”, colpita da un missile yemenita (o un drone secondo la ricostruzione della marina militare USA) a circa 100 kilometri a nord dello stretto di Bab-al Mandab. A seguito dell’attacco l’imbarcazione ha preso fuoco ma pare che nessun membro dell’equipaggio sia rimasto ferito. La nave ha dichiarato di trasportare olio di palma destinato alla produzione di biocarburanti dalla Malesia verso il porto di Venezia.
Il portavoce militare degli Houthi, Yehia Sareea, ha rivendicato in televisione l’attacco dichiarando di aver lanciato l’attacco dopo che la nave non aver ricevuto risposta ai ripetuti avvertimenti.
Secondo quanto dichiarato dall’armatore norvegese, Mowinckel Chemical Tankers, la nave era destinata in un porto italiano (una raffineria di Gela secondo Shipping Italy) e che a gennaio avrebbe poi fatto rotta verso Israele. Tuttavia è sicuro che dopo le minacce dei giorni scorsi, diverse compagnie di navigazione che effettuano servizi commerciali verso porti israeliani hanno modificato la loro destinazione dichiarata di arrivo per evitare di essere prese di mira dagli attacchi yemeniti, una pratica tutt’altro che insolita e utilizzata anche per commerciare con paesi sotto embargo.
La Strinda è stata comunque poi soccorsa da una nave della marina militare statunitense, la USS MASON, di stanza in zona ma non nelle vicinanze al momento dell’attacco.
Secondo la ricostruzione statunitense il drone non sarebbe arrivato direttamente a bersaglio ma sarebbe stato intercettato dalla fregata militare francese “Lenguedoc” e tuttavia i resti avrebbero colpito poi la nave causando l’incendio. Una ricostruzione probabilmente fatta per smorzare a livello mediatico la capacità militare delle forze Houthi che nonostante la presenza nell’area di navi delle più potenti marine militari a mondo continuano a mettere a segno potenti attacchi. La stessa Lenguedoc il 10 dicembre è stata oggetto di un attacco portato da due droni suicidi provenienti dalle coste yemenite. L’azione militare venne però neutralizzata dai sistemi di sicurezza della nave. La presenza e l’attività francese nell’area è forse anche in qualche modo ricollegabile all’attacco avvenuto alcune settimane, sempre tramite droni, verso una nave portacontainer utilizzata dalla compagnia francese CMA CGM.
Questi attacchi mostrano come si sia alzata la portata dello scontro militare portato avanti dagli Houthi per minare le catene di approvvigionamento e l’economia israeliana. Un’economia già in forte stress fin dall’inizio della sanguinosa operazione militare su Gaza. Lo scontro militare in uno dei punti più strategici per i traffici commerciali globali sta avendo un notevole impatto diretto verso le compagnie che commerciano con Israele, costrette a utilizzare altre rotte, e indiretto per le altre navi che transitano attraverso il canale di Suez. Qualsiasi nave che faccia rotta adesso per il Mar Rosso rischia infatti di trovarsi in situazioni pericolose e di subire possibili rallentamenti, inoltre, è soggetta a costi assicurativi sicuramente in aumento, fattori che impatto sul costo del trasporto e sulla redditività di questi viaggi.
La strategia Houthi non sta quindi impensierendo solo il governo israeliano ma, probabilmente, anche varie cancellerie europee le cui catene di import/export nazionali viaggiano in buona parte proprio attraverso questa area geografica chiave.
Fonte
A farne le spese nella serata di lunedì è stata una nave cisterna battente bandiera norvegese, la “Strinda”, colpita da un missile yemenita (o un drone secondo la ricostruzione della marina militare USA) a circa 100 kilometri a nord dello stretto di Bab-al Mandab. A seguito dell’attacco l’imbarcazione ha preso fuoco ma pare che nessun membro dell’equipaggio sia rimasto ferito. La nave ha dichiarato di trasportare olio di palma destinato alla produzione di biocarburanti dalla Malesia verso il porto di Venezia.
Il portavoce militare degli Houthi, Yehia Sareea, ha rivendicato in televisione l’attacco dichiarando di aver lanciato l’attacco dopo che la nave non aver ricevuto risposta ai ripetuti avvertimenti.
Secondo quanto dichiarato dall’armatore norvegese, Mowinckel Chemical Tankers, la nave era destinata in un porto italiano (una raffineria di Gela secondo Shipping Italy) e che a gennaio avrebbe poi fatto rotta verso Israele. Tuttavia è sicuro che dopo le minacce dei giorni scorsi, diverse compagnie di navigazione che effettuano servizi commerciali verso porti israeliani hanno modificato la loro destinazione dichiarata di arrivo per evitare di essere prese di mira dagli attacchi yemeniti, una pratica tutt’altro che insolita e utilizzata anche per commerciare con paesi sotto embargo.
La Strinda è stata comunque poi soccorsa da una nave della marina militare statunitense, la USS MASON, di stanza in zona ma non nelle vicinanze al momento dell’attacco.
Secondo la ricostruzione statunitense il drone non sarebbe arrivato direttamente a bersaglio ma sarebbe stato intercettato dalla fregata militare francese “Lenguedoc” e tuttavia i resti avrebbero colpito poi la nave causando l’incendio. Una ricostruzione probabilmente fatta per smorzare a livello mediatico la capacità militare delle forze Houthi che nonostante la presenza nell’area di navi delle più potenti marine militari a mondo continuano a mettere a segno potenti attacchi. La stessa Lenguedoc il 10 dicembre è stata oggetto di un attacco portato da due droni suicidi provenienti dalle coste yemenite. L’azione militare venne però neutralizzata dai sistemi di sicurezza della nave. La presenza e l’attività francese nell’area è forse anche in qualche modo ricollegabile all’attacco avvenuto alcune settimane, sempre tramite droni, verso una nave portacontainer utilizzata dalla compagnia francese CMA CGM.
Questi attacchi mostrano come si sia alzata la portata dello scontro militare portato avanti dagli Houthi per minare le catene di approvvigionamento e l’economia israeliana. Un’economia già in forte stress fin dall’inizio della sanguinosa operazione militare su Gaza. Lo scontro militare in uno dei punti più strategici per i traffici commerciali globali sta avendo un notevole impatto diretto verso le compagnie che commerciano con Israele, costrette a utilizzare altre rotte, e indiretto per le altre navi che transitano attraverso il canale di Suez. Qualsiasi nave che faccia rotta adesso per il Mar Rosso rischia infatti di trovarsi in situazioni pericolose e di subire possibili rallentamenti, inoltre, è soggetta a costi assicurativi sicuramente in aumento, fattori che impatto sul costo del trasporto e sulla redditività di questi viaggi.
La strategia Houthi non sta quindi impensierendo solo il governo israeliano ma, probabilmente, anche varie cancellerie europee le cui catene di import/export nazionali viaggiano in buona parte proprio attraverso questa area geografica chiave.
Fonte
04/12/2023
I bombardamenti su Gaza "pesano" sul commercio israeliano e globale
È degli ultimi giorni la notizia che la compagnia marittima israeliana ZIM, ha dichiarato che non farà passare le sue navi dal canale di Suez a causa degli attacchi delle milizie yemenite Houti verso navi commerciali riconducibili ad Israele. Questa decisione costringerà le navi portacontainer dell’azienda a circumnavigare l’Africa, passando da Capo di Buona Speranza, per continuare a mantenere i suoi servizi di linea verso il Far East.
Dall’inizio del massacro in corso a Gaza l’esercito dei ribelli yemeniti Houti, forza politico-militare supportata dall’Iran, ha iniziato a prendere di mira le navi commerciali riconducibili a proprietà israeliane.
Come riporta il sito della CNN le forze navali Houthi hanno infatti dichiarato che le navi nel Mar Rosso battenti bandiera israeliana, gestite da società israeliane o di proprietà di israeliani sarebbero state obbiettivo di operazioni militari finché “l’aggressione di Israele contro Gaza non cesserà“.
I ribelli hanno messo inoltre in guardia qualsiasi unità militare che fornisse protezione alle navi israeliane, affermando che sarebbero state considerate obiettivi legittimi.
Il 19 novembre i ribelli yemeniti hanno effettuato la prima azione militare nei confronti della nave cargo Galaxy Leader tramite un’eclatante operazione militare via elicottero che ha portato al sequestro dell’imbarcazione che tuttora è in mano alle forze Houti.
La nave di tipo Ro-Ro, tipologia di nave utilizzata per il trasporto di auto ma anche di materiale bellico, è utilizzata dalla compagnia giapponese NYK ma di proprietà di una compagnia armatoriale facente capo all’israeliano Abraham Rami Ungar.
Un secondo attacco è avvenuto nel golfo di Aden la notte tra il 26 e il 27 novembre verso la nave tanker “Central Park”, la cui proprietà è collegabile al miliardario israeliano Eyal Ofer, anche se non è ancora chiaro se l’azione è stata materialmente compiuta dai ribelli yemeniti.
Il tentativo di sequestro è stato però impedito dall’arrivo di una nave della marina militare americana presente nell’area in pattugliamento con funzione “antipirateria”. Due missili balistici sono stati però lanciati nelle ore immediatamente successive da un’area dello Yemen sotto controllo dei ribelli Houti in direzione della nave militare americana anche se pare siano caduti in mare a qualche miglio di distanza.
Episodi che confermano quanto le coste yemenite adiacenti allo sbocco del Mar Rosso siano un’area sensibile per le navi israeliane e la fine della tregua nei bombardamenti non può che inasprire la situazione.
Lo stretto di Bab el Mandeb è uno dei cosiddetti choke point (in italiano “colli di bottiglia”) del commercio marittimo internazionale attraverso cui passano i flussi commerciali tra i paesi occidentali ed il Far East (Paesi asiatici e soprattutto Cina).
Queste operazioni hanno reso estremamente difficoltoso e pericoloso il traffico di navi riconducibili a Israele e per questo la ZIM si è vista costretta a cambiare le proprie rotte.
La ZIM è una storica compagnia marittima battente bandiera israeliana nata nel 1945 e ora di proprietà condivisa tra lo stato di Israele e un fondo privato sempre israeliano.
La compagnia è oggi al decimo posto nel ranking globale delle maggiori compagnie marittime di navi portacontainer e offre servizi di linea che garantiscono la sicurezza dei traffici commerciali marittimi di import ed export dei porti israeliani. I suoi servizi di linea offrono un network logistico che copre le principali rotte globali.
Negli anni è stata anche oggetto di numerose azioni di protesta in solidarietà alla causa palestinese in numerosi porti del mondo. Uno tra gli ultimi è stato il blocco dei varchi portuali del porto di Genova messo in atto dai portuali del Calp, dall’USB e da altre realtà solidali in protesta contro l’attracco in porto di una nave della compagnia israeliana.
La compagnia che già dall’inizio dei bombardamenti aveva annunciato il suo impegno a fornire supporto logistico e infrastrutture per la sicurezza di Israele (leggasi anche supporto al trasporto di armi), si è vista costretta a modificare le rotte dei suoi servizi di linea provenienti dai porti europei e mediterranei verso i paesi asiatici, nonché per i collegamenti tra porti nord americani e Far East.
Il mancato passaggio dal Canale di Suez ed il conseguente obbligo di circumnavigazione dell’Africa passando da Capo di Buona Speranza allungano il tragitto delle navi di almeno 6 giorni e costringeranno le navi della ZIM ad escludere alcuni porti dalle rotte di linea ordinarie.
Questi due fattori ovviamente creano un danno economico notevole per l’azienda e rendono più difficoltosi i collegamenti internazionali di Israele con paesi terzi.
Tra le grandi compagnie marittime non è però solo la ZIM a doversi preoccupare della situazione. Nei giorni appena successivi al 7 ottobre la compagnia MSC ha sospeso le crociere nel Mar Rosso e alcuni scali in paesi del medio-oriente.
La stessa compagnia, leader globale nel settore del trasporto marittimo containerizzato, è al centro di diversi consorzi con la ZIM per la gestione di rotte di collegamento con i port Nord-Americani e non è escluso che decida di deviare alcune sue rotte.
Il traffico di navi portacontainer è già stato infatti oggetto di attacco nelle acque internazionali dell’Oceano Indiano il 25 novembre quando la nave CMA CGM Symi, nave operata dalla compagnia marittima francese CMA CGM ma di proprietà riconducibile ad un miliardario israeliano, è stata colpita con droni kamikaze di fabbricazione iraniana mentre viaggiava con il sistema di posizionamento satellitare AIS spento.
Il protrarsi dei bombardamenti su Gaza rischia quindi di avere effetti rilevanti sui traffici commerciali via mare a livello internazionale. Il Mar Rosso ed il Canale di Suez sono infatti snodo cruciale dei flussi commerciali tra l’Europa e la Costa Est americana ed i paesi asiatici.
Un ulteriore aggravamento della crisi potrebbe influenzare molto negativamente le catene di approvvigionamento globali già messe in crisi dagli effetti dell’epidemia di Covid-19 e spingerebbe ad un aumento della presenza militare nell’area delle marine militari di diversi paesi occidentali (soprattutto americana), alzando ulteriormente la tensione nell’area.
Fonte
Dall’inizio del massacro in corso a Gaza l’esercito dei ribelli yemeniti Houti, forza politico-militare supportata dall’Iran, ha iniziato a prendere di mira le navi commerciali riconducibili a proprietà israeliane.
Come riporta il sito della CNN le forze navali Houthi hanno infatti dichiarato che le navi nel Mar Rosso battenti bandiera israeliana, gestite da società israeliane o di proprietà di israeliani sarebbero state obbiettivo di operazioni militari finché “l’aggressione di Israele contro Gaza non cesserà“.
I ribelli hanno messo inoltre in guardia qualsiasi unità militare che fornisse protezione alle navi israeliane, affermando che sarebbero state considerate obiettivi legittimi.
Il 19 novembre i ribelli yemeniti hanno effettuato la prima azione militare nei confronti della nave cargo Galaxy Leader tramite un’eclatante operazione militare via elicottero che ha portato al sequestro dell’imbarcazione che tuttora è in mano alle forze Houti.
La nave di tipo Ro-Ro, tipologia di nave utilizzata per il trasporto di auto ma anche di materiale bellico, è utilizzata dalla compagnia giapponese NYK ma di proprietà di una compagnia armatoriale facente capo all’israeliano Abraham Rami Ungar.
Un secondo attacco è avvenuto nel golfo di Aden la notte tra il 26 e il 27 novembre verso la nave tanker “Central Park”, la cui proprietà è collegabile al miliardario israeliano Eyal Ofer, anche se non è ancora chiaro se l’azione è stata materialmente compiuta dai ribelli yemeniti.
Il tentativo di sequestro è stato però impedito dall’arrivo di una nave della marina militare americana presente nell’area in pattugliamento con funzione “antipirateria”. Due missili balistici sono stati però lanciati nelle ore immediatamente successive da un’area dello Yemen sotto controllo dei ribelli Houti in direzione della nave militare americana anche se pare siano caduti in mare a qualche miglio di distanza.
Episodi che confermano quanto le coste yemenite adiacenti allo sbocco del Mar Rosso siano un’area sensibile per le navi israeliane e la fine della tregua nei bombardamenti non può che inasprire la situazione.
Lo stretto di Bab el Mandeb è uno dei cosiddetti choke point (in italiano “colli di bottiglia”) del commercio marittimo internazionale attraverso cui passano i flussi commerciali tra i paesi occidentali ed il Far East (Paesi asiatici e soprattutto Cina).
Queste operazioni hanno reso estremamente difficoltoso e pericoloso il traffico di navi riconducibili a Israele e per questo la ZIM si è vista costretta a cambiare le proprie rotte.
La ZIM è una storica compagnia marittima battente bandiera israeliana nata nel 1945 e ora di proprietà condivisa tra lo stato di Israele e un fondo privato sempre israeliano.
La compagnia è oggi al decimo posto nel ranking globale delle maggiori compagnie marittime di navi portacontainer e offre servizi di linea che garantiscono la sicurezza dei traffici commerciali marittimi di import ed export dei porti israeliani. I suoi servizi di linea offrono un network logistico che copre le principali rotte globali.
Negli anni è stata anche oggetto di numerose azioni di protesta in solidarietà alla causa palestinese in numerosi porti del mondo. Uno tra gli ultimi è stato il blocco dei varchi portuali del porto di Genova messo in atto dai portuali del Calp, dall’USB e da altre realtà solidali in protesta contro l’attracco in porto di una nave della compagnia israeliana.
La compagnia che già dall’inizio dei bombardamenti aveva annunciato il suo impegno a fornire supporto logistico e infrastrutture per la sicurezza di Israele (leggasi anche supporto al trasporto di armi), si è vista costretta a modificare le rotte dei suoi servizi di linea provenienti dai porti europei e mediterranei verso i paesi asiatici, nonché per i collegamenti tra porti nord americani e Far East.
Il mancato passaggio dal Canale di Suez ed il conseguente obbligo di circumnavigazione dell’Africa passando da Capo di Buona Speranza allungano il tragitto delle navi di almeno 6 giorni e costringeranno le navi della ZIM ad escludere alcuni porti dalle rotte di linea ordinarie.
Questi due fattori ovviamente creano un danno economico notevole per l’azienda e rendono più difficoltosi i collegamenti internazionali di Israele con paesi terzi.
Tra le grandi compagnie marittime non è però solo la ZIM a doversi preoccupare della situazione. Nei giorni appena successivi al 7 ottobre la compagnia MSC ha sospeso le crociere nel Mar Rosso e alcuni scali in paesi del medio-oriente.
La stessa compagnia, leader globale nel settore del trasporto marittimo containerizzato, è al centro di diversi consorzi con la ZIM per la gestione di rotte di collegamento con i port Nord-Americani e non è escluso che decida di deviare alcune sue rotte.
Il traffico di navi portacontainer è già stato infatti oggetto di attacco nelle acque internazionali dell’Oceano Indiano il 25 novembre quando la nave CMA CGM Symi, nave operata dalla compagnia marittima francese CMA CGM ma di proprietà riconducibile ad un miliardario israeliano, è stata colpita con droni kamikaze di fabbricazione iraniana mentre viaggiava con il sistema di posizionamento satellitare AIS spento.
Il protrarsi dei bombardamenti su Gaza rischia quindi di avere effetti rilevanti sui traffici commerciali via mare a livello internazionale. Il Mar Rosso ed il Canale di Suez sono infatti snodo cruciale dei flussi commerciali tra l’Europa e la Costa Est americana ed i paesi asiatici.
Un ulteriore aggravamento della crisi potrebbe influenzare molto negativamente le catene di approvvigionamento globali già messe in crisi dagli effetti dell’epidemia di Covid-19 e spingerebbe ad un aumento della presenza militare nell’area delle marine militari di diversi paesi occidentali (soprattutto americana), alzando ulteriormente la tensione nell’area.
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06/08/2018
Hormuz - Bab al Mandab, due stretti per un conflitto: tutti contro l'Iran
di Michele Giorgio – il Manifesto
Le minacce Usa non intimoriscono Tehran. I suoi leader ripetono che se a causa delle sanzioni americane l’Iran non potrà vendere il suo petrolio, allora nessuno nella regione potrà farlo, almeno non attraverso lo Stretto di Hormuz. «L’Iran ha accesso al Golfo Persico, allo Stretto di Hormuz e al Golfo di Oman. O tutti vendono il petrolio o nessuno lo farà. L’Iran ha la capacità (di bloccare Hormuz) e gli americani lo sanno», ha ribadito ieri Seyed Hossein Naghavi-Hosseini, portavoce della commissione del parlamento iraniano per la sicurezza nazionale e la politica estera.
E che l’Iran faccia sul serio lo dicono anche le esercitazioni navali che la Guardia rivoluzionaria ha cominciato ieri dispiegando 50 imbarcazioni piccole e veloci per dimostrare di essere in grado di chiudere lo Stretto da dove passa circa il 15% del petrolio mondiale. Oltre 30 anni fa, durante la guerra tra Iran-Iraq, le imbarcazioni, spesso dei semplici motoscafi, dei Pasdaran iraniani armati di lanciarazzi, furono in grado di ostacolare per un lungo periodo il passaggio delle petroliere per Hormuz.
Questa e altre mosse, per ora solo annunciate, rientrano in quella «resistenza economica intelligente» volta a vanificare le sanzioni statunitensi spiegata il mese scorso dal vicepresidente Eshaq Jahangiri. Tuttavia in queste ore sale la tensione sale anche sul versante sud-ovest della penisola arabica, nello Stretto di Bab al Mandab che domina il Mar Rosso. In appoggio all’alleata Arabia Saudita, che ritiene il suo traffico commerciale messo in pericolo dai razzi in possesso dei ribelli yemeniti sostenuti da Tehran, Israele mercoledì ha lanciato un avvertimento. «Se l’Iran cercherà di bloccare lo stretto di Bab al Mandab, si troverà di fronte a una coalizione internazionale determinata a impedirgli di farlo e questa coalizione includerà anche lo Stato di Israele e tutte le sue armi», ha ammonito il premier israeliano Benyamin Netanyahu.
Sino ad oggi si è sempre pensato che si sprigionerà nel Golfo la scintilla della guerra all’Iran di cui si parla da anni e che è diventata una realtà più concreta dopo l’uscita degli Usa dall’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano. E questo resta lo scenario più probabile alla luce degli ultimi sviluppi riguardanti Hormuz. Ma ora anche Bab al Mandab diventa un possibile pretesto per l’attacco “occidentale” e arabo all’Iran. Israele è pronto a mettere il suo enorme potenziale bellico a disposizione delle petromonarchie sunnite confermando quanto si sia fatta stretta l’alleanza con i paesi del Golfo (e non solo) schierati contro il “nemico comune”. Tuttavia il ministro della difesa israeliano Lieberman parla anche di “minacce” dirette proprio allo Stato ebraico. «Di recente abbiamo appreso di minacce indirizzate proprio alle navi israeliane nel Mar Rosso. Vorrei sottolineare un punto: le nostre forze armate sono pronte a rispondere simultaneamente su due fronti, e anche sul Mar Rosso» ha affermato.
Di attacchi tentati o pianificati contro le navi israeliane di passaggio per Bab al Mandab sino ad ora non si era saputo. Più noti sono gli attacchi al traffico commerciale dell’Arabia Saudita, paese che alla testa di una coalizione araba da tre anni è impegnato in una campagna militare in Yemen, soprattutto dal cielo, contro i ribelli sciiti Houthi che ha causato molte migliaia di morti e feriti tra i civili. La scorsa settimana la petroliera saudita Arsan, con un carico di due milioni di barili di petrolio diretta in Egitto, è stata colpita da missili nei pressi del porto yemenita di Hodeida, in mano ai ribelli sciiti, dove in questi ultimi mesi si sono concentrati i pesanti quanto inefficaci bombardamenti sauditi e degli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti americane, la nave cisterna è stata colpita da un missile C-802 che l’Iran avrebbe fornito ai ribelli. Dopo l’attacco i sauditi hanno annunciato l’interruzione della navigazione delle sue petroliere fino a quando il traffico marittimo «non sarà di nuovo al sicuro». Dall’Iran ha replicato il generale Qasem Soleimani, potente comandante della “Brigata Gerusalemme” della Guarda rivoluzionaria accusando proprio l’Arabia Saudita di essere responsabile per le condizioni «non sicure» nel Mar Rosso.
Sebbene gli analisti tendano, per il momento, ad escludere un attacco imminente all’Iran da parte di possibili coalizioni Usa-petromonarchie, con la partecipazione di Israele, il quadro si è fatto più complesso e un nulla potrebbe innescare una guerra. E mercoledì il Ccg, le sei petromonarchie del Golfo, ha fatto sapere di aver predisposto non meglio precisati “piani di emergenza” per assicurare il flusso del petrolio nel caso in cui l’Iran chiuda lo Stretto di Hormuz.
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Le minacce Usa non intimoriscono Tehran. I suoi leader ripetono che se a causa delle sanzioni americane l’Iran non potrà vendere il suo petrolio, allora nessuno nella regione potrà farlo, almeno non attraverso lo Stretto di Hormuz. «L’Iran ha accesso al Golfo Persico, allo Stretto di Hormuz e al Golfo di Oman. O tutti vendono il petrolio o nessuno lo farà. L’Iran ha la capacità (di bloccare Hormuz) e gli americani lo sanno», ha ribadito ieri Seyed Hossein Naghavi-Hosseini, portavoce della commissione del parlamento iraniano per la sicurezza nazionale e la politica estera.
E che l’Iran faccia sul serio lo dicono anche le esercitazioni navali che la Guardia rivoluzionaria ha cominciato ieri dispiegando 50 imbarcazioni piccole e veloci per dimostrare di essere in grado di chiudere lo Stretto da dove passa circa il 15% del petrolio mondiale. Oltre 30 anni fa, durante la guerra tra Iran-Iraq, le imbarcazioni, spesso dei semplici motoscafi, dei Pasdaran iraniani armati di lanciarazzi, furono in grado di ostacolare per un lungo periodo il passaggio delle petroliere per Hormuz.
Questa e altre mosse, per ora solo annunciate, rientrano in quella «resistenza economica intelligente» volta a vanificare le sanzioni statunitensi spiegata il mese scorso dal vicepresidente Eshaq Jahangiri. Tuttavia in queste ore sale la tensione sale anche sul versante sud-ovest della penisola arabica, nello Stretto di Bab al Mandab che domina il Mar Rosso. In appoggio all’alleata Arabia Saudita, che ritiene il suo traffico commerciale messo in pericolo dai razzi in possesso dei ribelli yemeniti sostenuti da Tehran, Israele mercoledì ha lanciato un avvertimento. «Se l’Iran cercherà di bloccare lo stretto di Bab al Mandab, si troverà di fronte a una coalizione internazionale determinata a impedirgli di farlo e questa coalizione includerà anche lo Stato di Israele e tutte le sue armi», ha ammonito il premier israeliano Benyamin Netanyahu.
Sino ad oggi si è sempre pensato che si sprigionerà nel Golfo la scintilla della guerra all’Iran di cui si parla da anni e che è diventata una realtà più concreta dopo l’uscita degli Usa dall’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano. E questo resta lo scenario più probabile alla luce degli ultimi sviluppi riguardanti Hormuz. Ma ora anche Bab al Mandab diventa un possibile pretesto per l’attacco “occidentale” e arabo all’Iran. Israele è pronto a mettere il suo enorme potenziale bellico a disposizione delle petromonarchie sunnite confermando quanto si sia fatta stretta l’alleanza con i paesi del Golfo (e non solo) schierati contro il “nemico comune”. Tuttavia il ministro della difesa israeliano Lieberman parla anche di “minacce” dirette proprio allo Stato ebraico. «Di recente abbiamo appreso di minacce indirizzate proprio alle navi israeliane nel Mar Rosso. Vorrei sottolineare un punto: le nostre forze armate sono pronte a rispondere simultaneamente su due fronti, e anche sul Mar Rosso» ha affermato.
Di attacchi tentati o pianificati contro le navi israeliane di passaggio per Bab al Mandab sino ad ora non si era saputo. Più noti sono gli attacchi al traffico commerciale dell’Arabia Saudita, paese che alla testa di una coalizione araba da tre anni è impegnato in una campagna militare in Yemen, soprattutto dal cielo, contro i ribelli sciiti Houthi che ha causato molte migliaia di morti e feriti tra i civili. La scorsa settimana la petroliera saudita Arsan, con un carico di due milioni di barili di petrolio diretta in Egitto, è stata colpita da missili nei pressi del porto yemenita di Hodeida, in mano ai ribelli sciiti, dove in questi ultimi mesi si sono concentrati i pesanti quanto inefficaci bombardamenti sauditi e degli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti americane, la nave cisterna è stata colpita da un missile C-802 che l’Iran avrebbe fornito ai ribelli. Dopo l’attacco i sauditi hanno annunciato l’interruzione della navigazione delle sue petroliere fino a quando il traffico marittimo «non sarà di nuovo al sicuro». Dall’Iran ha replicato il generale Qasem Soleimani, potente comandante della “Brigata Gerusalemme” della Guarda rivoluzionaria accusando proprio l’Arabia Saudita di essere responsabile per le condizioni «non sicure» nel Mar Rosso.
Sebbene gli analisti tendano, per il momento, ad escludere un attacco imminente all’Iran da parte di possibili coalizioni Usa-petromonarchie, con la partecipazione di Israele, il quadro si è fatto più complesso e un nulla potrebbe innescare una guerra. E mercoledì il Ccg, le sei petromonarchie del Golfo, ha fatto sapere di aver predisposto non meglio precisati “piani di emergenza” per assicurare il flusso del petrolio nel caso in cui l’Iran chiuda lo Stretto di Hormuz.
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