Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Maurizio Lazzarato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maurizio Lazzarato. Mostra tutti i post

04/05/2025

[Contributo al dibattito] - La guerra (commerciale) contro la Cina

Un altro articolo di Maurizio Lazzarato, in appendice ad «Armarsi per salvare il capitalismo finanziario!», pubblicato settimana scorsa.

L'autore analizza la natura politica dei dazi di Trump, tentativo di porre rimedio al fallimento economico a cui stanno andando incontro gli Stati Uniti. Così facendo, s'approfondisce lo scontro tra oligarchie: da un lato le «velleità» industriali del tycoon, dall'altro la finanza dei fondi d'investimento. Oligarchie che però trovano una via comune nella guerra alla Cina, vista come prossimo paese da saccheggiare e distruggere. Ma il paese asiatico non starà fermo a guardare, accettando supinamente le mosse americane.

Nel frattempo, si approfondiscono le faglie interne negli States. Lazzarato ci dice che le forze espresse negli Usa nelle manifestazioni del 5 aprile contro le politiche di Trump, sembrano le uniche capaci di scongiurare l’esito catastrofico che seguirà al probabile fallimento dell’Occidente. La mossa d’azzardo del capitalismo potrebbe aprire un inedito fronte di classe negli Usa, facendo saltare il patto razziale.

*****

La «guerra» alla Cina accomuna le strategie della varie amministrazioni statunitensi che si sono succedute. Il paese asiatico, almeno a partire da Obama, è considerato il nemico assoluto del «mondo libero e democratico». L’Occidente dell’uomo bianco, dopo la sconfitta strategica subita dalla Russia, continua il suo violento declino dichiarando la guerra «commerciale» alla Cina, ai BRICS e al sud globale. Le barriere doganali introdotte da Trump colpiranno non solo i paesi a cui sono imposte, ma forse, in modo ancora più radicale, gli Usa stessi. Sono una vera e propria mossa d’azzardo. Se Trump fallisce accelera notevolmente i tempi del declino e potrebbe condurre:

- all'indebolimento del dollaro come moneta internazionale e quindi al venir meno del «privilegio esorbitante» di comprare merci in cambio di carta straccia (la più importante produzione «industriale» Usa è stata semplicemente, per decenni, stampare dollari);

- alla messa in discussione della finanziarizzazione che aveva garantito l’egemonia degli Usa e dell’Occidente;

- all’ulteriore sfilacciarsi della globalizzazione fondata sul dollaro e sulla finanza a comando Usa, con una spaccatura politica ancora accentuata con i Brics e il sud del mondo;

- al possibile «crollo» di questo tipo di capitalismo, costruito su una gigantesca accumulazione finanziaria speculativa, sganciata dalla produzione reale di ricchezza e basata sull'impoverimento generale e sull’indebitamento infinito.

Non vorrei essere frainteso: l’«evento» Trump ha creato dei possibili che prima semplicemente non esistevano, aprendo un tempo carico di kairos, di occasioni da cogliere. Intervenire su questi possibili (il «crollo» di questo capitalismo, della finanziarizzazione ecc.) significa orientare, in funzione dello scopo voluto, la modificazione dei rapporti di forza, ora in movimento continuo. È in questo modo che ragionavano i rivoluzionari della prima metà del XX secolo: lo scoppio delle contraddizioni capitalistiche non è che la condizione per la presa del potere, il cui successo non è garantito da nessuna filosofia della storia, ma da una strategia politica e una lotta senza quartiere. Mao poteva dire «la situazione è eccellente» perché aveva un partito, un esercito, una volontà soggettiva di rottura sistemica degli imperi coloniali che lo rendeva capace di cogliere il momento e di sfruttare le opportunità. Il capitalismo è profondamente cambiato da allora, ma ci porta sempre a questa accelerazione del tempo dove si può e si deve decidere.

Qualche giorno fa, l’uomo della finanza statunitense (e quindi mondiale), Larry Fink – a capo del fondo d’investimento più importante (12.000 miliardi di dollari) – ha inviato una lettera ai suoi clienti/investitori dove preconizzava:

- che il debito pubblico e i debiti privati degli Usa sono insostenibili;

- la possibilità che, prossimamente, il dollaro possa non costituire più la moneta di scambio e di riserva internazionale. I bitcoin (moneta privata) potrebbero infatti sostituirlo;

- un nuovo – e positivo – ruolo dell’Europa, in cui lo stesso fondo d’investimento sta agendo per costruire una bolla degli armamenti. Quando i capitali vorranno fuoriuscire dalla Borsa statunitense che Trump sta minando, essi avranno bisogno di un approdo.

- l’estensione della democratizzazione della finanziarizzazione – ossia la «finanza per tutti» – perché Trump, con le sue politiche di industrializzazione, rischia di distruggere i fondamenti su cui essa si basa.

La nota sull’Europa di Larry Fink, merita una prima precisazione. Tutto cambia molto velocemente, il «tempo è uscito dai suoi cardini»: la corsa agli armamenti della Dis-Unione europea e dei fondi di investimento americani, al primo scossone delle borse causato dall’introduzione dei dazi di Trump, ha dimostrato tutta la sua debolezza. I valori delle industrie d’armi sono crollati come tutti gli altri. I capitali non sanno più dove andare, neanche l’oro, oggi, è un bene rifugio. In Germania, unico paese europeo che ha la disponibilità finanziaria per armarsi veramente, emergono anche grossi problemi politici. La CDU ha subito un tracollo dei sondaggi dopo l’annuncio del grande indebitamento voluto da Merz. Secondo alcuni sondaggi, il partito conservatore è allo stesso livello dei fascisti, secondo altri l’AfD ha addirittura superato la CDU. Gli elettori non hanno perdonato il volta faccia di Merz: in campagna elettorale aveva promesso di non sottoscrivere nessun nuovo debito.

Il progetto di costruire intorno al riarmo una finanziarizzazione (quindi una nuova bolla) e un mercato unico dei capitali (come voleva Draghi), convogliando al suo interno il risparmio europeo, ne esce ridimensionato.

È ancora difficile definire con precisione lo scenario del cambiamento epocale che stiamo vivendo perché la Casa Bianca sembra indecisa sulle politiche da seguire. Avanziamo alcune ipotesi che si tratterà di precisare in seguito, seguendo passo dopo passo le mosse del nemico di classe.

Non ho mai capito perché molti, dopo il 2008, continuassero a parlare di neo-liberalismo, quando questo sistema era evidentemente morto. Le barriere doganali hanno ora celebrato il definitivo funerale del mercato, della concorrenza, del libero scambio, tutte ideologie sotto cui erano celate la formazione delle più grosse centralizzazioni e dei più estesi monopoli della storia del capitalismo.

La situazione attuale è figlia della crisi finanziaria del 2008, determinata dalla follia dell’ideologia capitalista secondo cui un problema sociale (ossia la casa per tutti) può essere risolto dalla finanza (con la creazione dei mutui subprime). Le politiche promosse dagli Stati e delle banche centrali non hanno avuti gli effetti sperati. La crisi non è stata risolta, ma solo tamponata, ed è stata fatta pagare al resto del mondo. Fare oggi la stessa operazione sarà molto più difficile, se non impossibile. Alla fine, i nodi vengono al pettine. Nel capitalismo c’è un «eterno ritorno» delle guerre per uscire dalle crisi sistemiche.

Il fallimento economico

L’unica promessa mantenuta dalla controrivoluzione iniziata da Thatcher e Reagan è la distruzione della classe operaia e delle sue organizzazioni, accompagnata, però, dalla distruzione delle economie degli Usa e del Regno Unito.

Trump ha ereditato una situazione economica con tutti i «fondamentali» in rosso: la bilancia dei pagamenti e l’esposizione finanziaria netta in passivo, il grande indebitamento dello Stato, delle imprese e delle famiglie. Tutti indici fuori controllo ed in accelerazione continua. La stampa di regime non ha mentito solo sull’Ucraina ma anche sull’economia statunitense celebrandone, durante la presidenza Biden, le performance. L’unica cosa che ha funzionato è stata la crescita della bolla delle imprese hi-tech, accompagnato da una crescente pauperizzazione della popolazione – questo è oggi il sogno americano: il 44% degli statunitensi non riesce neanche ad affrontare una spesa imprevista di 1000 dollari.

L’esposizione finanziaria netta negativa, che registra il disavanzo finanziario con l'estero, conferma il fallimento di Biden, che non è riuscito a invertire la tendenza, anzi. Il passivo finanziario con l’estero è salito a 26.200 miliardi. Per avere un’idea dell’enormità di questa cifra: Berlusconi è stato spodestato dalla Dis-Unione Europea per un passivo netto di 300 miliardi nei conti italiani ed è stato sostituito con un «tecnico», Mario Monti, che ha tagliato tutta la spesa sociale che poteva, puntando sulle esportazioni.

Ma è l’accelerazione di questo passivo che lascia veramente stupefatti: nell’ultimo trimestre esso è aumentato di più di 2000 miliardi. Un esempio per avere un’idea dei numeri in gioco: Trump è entusiasta perché gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso di investire una cifra di circa 1500 miliardi in 10 anni, ossia meno di quanto l’economia americana brucia in un trimestre.

Il segretario al commercio Howard Lutnick, ha dichiarato: «Occorre risettare e ridefinire i rapporti degli Usa, sia nei confronti degli alleati che nei confronti dei nemici. L’idea che tutti i paesi del mondo possano accumulare eccedenze commerciali e acquisire con il ricavato i nostri asset, è insostenibile. Nel 1980 eravamo investitori netti, possedevano cioè più asset del resto del mondo. Oggi gli stranieri posseggono 18.000 miliardi di asset in più rispetto a noi (in realtà sono 26.000 miliardi!, ndr). Sono diventati creditori netti. La situazione continua a peggiorare di anno in anno e alla fine non saremo più proprietari del nostro paese che apparterrà al resto del mondo».

I numerosi deficit degli Usa non sono il frutto di «ingiustizie» perpetrate dal resto del mondo, ma il risultato logico della finanziarizzazione e della dollarizzazione imposte da loro stessi a tutti, su cui hanno lucrato per cinquanta anni, vivendo a scrocco e molto al di sopra delle proprie possibilità.

La guerra dei dazi

Trump (o qualsiasi altro presidente al suo posto) non poteva non intervenire. Lo ha fatto accelerando e radicalizzando lo scontro, sia interno che esterno. Ha affermato chiaramente che la finanza ha messo in ginocchio l’economia americana, trasformandola in una grande bolla speculativa, smantellando l’industria, distruggendo posti di lavoro e creando grandi ineguaglianze e povertà – per il proletariato bianco, l’unico soggetto di cui ha preoccupazione il tycoon.

Ma la ricetta «dazi» potrebbe accelerare la fine dell’Impero invece di ricostruire la «manifattura», primo obiettivo dichiarato dell’isolazionismo – il progetto di far rientrare le produzioni grazie a agevolazioni e finanziamenti pubblici è già fallito con i democratici. Gli Usa non hanno le filiere d’approvvigionamento e le infrastrutture industriali necessarie ma, soprattutto, hanno perduto tutti i saperi industriali e mancano di una forza lavoro qualificata, ad ogni livello, per far funzionare le imprese – solo il 7% degli studenti americani seguono un corso di ingegneria, contro il 25% in Russia e i milioni di ingegneri che escono dalle Università cinesi. Per sottolineare la volontà di re-industrializzare, Trump, nella conferenza del 2 aprile in cui ha annunciato i dazi, era accompagnato da un operaio di Detroit. Il suo successo sembra molto improbabile e comunque necessiterebbe di anni prima di potersi realizzare. Tempo che l’Impero non ha.

La seconda strategia trumpiana potrebbe essere centrata sui servizi. La mossa del tycoon, ad oggi, sembra tutta concentrata sui beni e pare ignorare il terziario. Se l’importazione dei primi fa degli Usa un paese in deficit, l’esportazione dei secondi è largamente in attivo.

In cambio di un abbassamento delle barriere doganali, Trump potrebbe chiedere una penetrazione della finanza, delle assicurazioni, delle banche americane nel circuito dei vari paesi, per un’ulteriore e definitiva predazione. Privatizzare i servizi e appropriarsi di tutto il risparmio – ricordiamo: gli americani non risparmiano, vivono a debito – per investirlo in assicurazioni private per la salute, per le pensioni, ecc., eliminando il sempre più malandato welfare. Sempre Larry Fink, nella sua lettera, ha definito la nuova frontiera dell’appropriazione: i monopoli naturali (gestione dell’acqua, ecc.) e i servizi pubblici comunali (gestione dei rifiuti ecc.).

Si potrebbe interpretare in questo senso la dichiarazione di Trump «stiamo aprendo la Cina». Ossia: una volta entrati con i nostri capitali, fare razzia del suo risparmio e delle imprese più redditizie. Quello che non sopportano gli americani è che la Cina, controllando i flussi di capitale, non sia disponibile a farsi saccheggiare come tutti gli altri paesi dai nuovi eserciti coloniali della finanza. La Cina ha già fatto sapere che «combatterà fino alla fine» contro il «tipico caso di unilateralismo, protezionismo e bullismo economico» di Trump.

Il tycoon aveva dato l’impressione di voler riconoscere le altre potenze mondiali, di accettare il multipolarismo. Inizialmente sembrava che volesse far passare il risanamento dell’economia Usa attraverso negoziati con Cina, Russia ecc. Invece oggi afferma che gli Usa possono farcela da soli perché sono i più forti.

Autarchia contro la globalizzazione. Un unipolarismo isolazionista molto aggressivo fondato sul presunto strapotere statunitense che non lascia presagire niente di buono perché già incardinato sul sentiero che conduce alla guerra tra grandi potenze. Dopo meno di una settimana, Trump ha dovuto fare un passo indietro, arrivando finalmente al nocciolo della strategia di tutte le amministrazioni d’oltre oceano: la guerra alla Cina. È molto probabile che ne escano sconfitti – così come Biden ha perso con la Russia – perché gli Usa non hanno nient’altro da offrire al resto del mondo se non la loro stessa egemonia e il ristabilimento di un’economia predatrice e imperialista, sviluppando incertezza, caos e imprevedibilità. La guerra dichiarata alla Cina è la guerra dichiarata ai Brics e al sud globale che ha l’arrogante pretesa di non essere più disponibile alla schiavitù.

Ci aspetta sicuramente un’altra campagna mediatica di disinformazione, di falsità e di volgarità sulla Cina, dopo quella sulla Russia. La Dis-Unione Europea dovrà allinearsi con i suoi padroni, in un’altra guerra all’insegna della «democrazia contro l’autocrazia», della «libertà contro la dittatura».

Scontro tra oligarchie

Trump ha già adesso non pochi problemi in casa. Il crollo del listino dei valori borsistici impatta direttamente sulla vita di milioni di americani. I risultati negativi della Borsa, in un’economia finanziarizzata, incidono sulla vita delle classi medio/alte: 1/3 dei loro redditi è legato alla performance della finanza. Wall Street è il corrispettivo americano di Inps, ministero della Sanità e Welfare. Quando la Borsa va giù, perdono valore anche le capitalizzazioni per la pensione, per la salute, ecc.

La strategia dei fondi, sostituire il welfare con l’investimento in titoli (tramite assicurazioni individuali) è andata molto avanti con Biden, che ha alimenta la bolla americana fino a portarla al limite dello scoppio. Sgonfiarla è una necessità: ma come farlo senza intaccare pensioni, sanità, «welfare» finanziarizzato, ecc.?

Trump ha le mani legate dalle politiche monopolistiche dei fondi che raccolgono il risparmio mondiale e che non condividono le sue scelte di industrializzazione, proprio come la Fed, che non obbedisce ai suoi ordini. BlackRock e JP Morgan hanno attaccato direttamente la sua politica accusandolo di mettere sul lastrico milioni di risparmiatori, manifestando uno scontro sempre più violento all’interno delle oligarchie Usa.

La battaglia tra velleità «industriali» (rappresentati da Trump) e finanza «reale» (rappresentata dai fondi) è stata vinta dalla seconda: quattro/cinque giorni di caduta dei titoli (e di evoluzione dei tassi sui titoli sul debito) hanno costretto il presidente a indietreggiare. I motivi per cui Trump è stato eletto (riportare l’industria, il lavoro e l’impiego negli States) sono difficilmente realizzabili per un miliardario e la sua cricca. Anche perché il suo progetto è altamente contraddittorio: per industrializzare, ammesso e non concesso che ci sia ancora tempo per farlo, avrebbe bisogno di un grande welfare che abbassi tutti i costi (educazione, comunicazioni, infrastrutture, ecc.) per le imprese. Invece il governo attuale sta distruggendo il welfare.

Gli Usa non risolveranno nessuno dei loro problemi e, con tutto l’Occidente, rischiano di implodere più velocemente del previsto. La situazione diventa sempre più pericolosa.

Solo quando si parla di Cina le pesanti divergenze tra oligarchie si appianano e le loro volontà convergono. Tutti vorrebbero appropriarsi della produzione cinese, dei suoi beni, dei suoi capitali secondo le regole del più classico degli imperialismi.

Il resto dell’Occidente non è messo molto meglio. Faccio notare che Francia e Regno Unito sono nella stessa situazione deficitaria degli Usa. La prima, con 800 miliardi di dollari di esposizione finanziaria netta, è praticamente fallita, tenuta in piedi solo da capitali tedeschi; il secondo è in situazione ancora peggiore. Infine, il «regime change» operato dalla guerra in Ucraina non ha funzionato con la Russia, ma con la Germania. Privata dell’energia russa a basso costo, caduta in recessione, i tedeschi sono passati dall’ordo-liberalismo del pareggio di bilancio – che ha imposto austerità, povertà ed espropriazione di risorse a tutta l’Europa – alla finanziarizzazione della loro economia e alla sottoscrizione di astronomici debiti per il riarmo.

Il bellicismo europeo che vedrà al suo centro il pericolosissimo sciovinismo tedesco (in Germania si parla già di dotarsi dell’atomica), non è nella maniera più assoluta in rottura con gli Usa.

Lo scontro con i Brics

La grande incertezza e confusione delle strategie di Trump trovano ragione nella situazione inedita in cui si trova ad agire: i rapporti di forza sono radicalmente mutati nel mercato mondiale. È questo il principale risultato delle rivoluzioni del XX secolo che hanno distrutto la divisione coloniale su cui si fondava il dominio occidentale sin dalla conquista dell’America. Le rivoluzioni socialiste del XX secolo sono finite, ma i rapporti di forza tra nord e sud sono cambiati per sempre. Trump fa finta di niente, ma deve gestire la sconfitta strategica del suo paese nella guerra in Ucraina, che ha mostrato al sud del mondo la debolezza anche militare dell’Occidente.

Il paragone con la prima crisi egemonica degli Usa a cavallo degli anni Sessanta e Settanta è molto significativo. L’economia americana non riusciva già allora a tenere il passo con la competitività della Germania e del Giappone. Nel 1971, contestualmente alla decisione di dichiarare l’inconvertibilità del dollaro in oro, trasformando la valuta statunitense in moneta-segno tutta politica a disposizione degli yankees, Nixon, impose barriere doganali del 10% per negoziare e imporre la volontà dell’Impero, proprio come Trump. Quattro mesi dopo tutti i vassalli occidentali accettarono un apprezzamento delle loro valute. Il Giappone nel 1985, accettò di rivalutare lo yen per salvare la competitività Usa, facendo completo harakiri: da quel momento in poi, la sua economia ha conosciuto un declino inarrestabile. In quel momento il paese del Sol Levante era all’avanguardia dal punto di vista della produttività e dell’innovazione. Ma la Cina di oggi non è un paese occupato militarmente e asservito come il Giappone degli anni Ottanta, quindi la speranza che possa accettare supinamente i diktat statunitensi rimarrà inevasa.

Anche se Trump crede di ricattare il resto del mondo – perché gli Usa funzionano come «importatore di ultima istanza» di beni – la loro azione si dispiega in un mondo di rapporti di forza radicalmente mutato. All’inizio degli anni Settanta, l’Occidente deteneva l’essenziale della produzione mondiale e dell’innovazione tecnologica. Oggi la Cina e i Brics sono potenze industriali e tecnologiche, paragonabili all’Occidente da quel punto di vista. Inoltre posseggono gran parte delle materie prime ed energetiche e non hanno nessun interesse a salvare la pelle dell’Imperialismo occidentale ripianando i passivi della loro bilancia dei pagamenti, svalutando le loro monete, distruggendo le loro economie, aprendo le porte alla finanza di Wall Street. Non sono vassalli dell’Impero come gli europei. Agli Usa non resta che spellare l’Europa, sempre pronta al sacrificio, ma è troppo poco.

L’Occidente è condannato da Trump a un ulteriore isolamento, perché i Brics e il sud globale continueranno a sviluppare catene produttive e commerciali alternative, cercando una moneta in sostituzione al dollaro, incrementando brevetti, tecnologie, ecc. come hanno fatto in occasione della guerra in Ucraina.

Guerra e lotta di classe

Prima della guerra commerciale contro il mondo intero, c’erano due alternative sul campo: da un lato i democratici puntavano alla guerra mondiale, di cui hanno seminato le premesse con l’Ucraina e il genocidio di Gaza – il New York Times ha pubblicato un’inchiesta dove dimostra che la guerra in Ucraina è stata gestita in prima persona dagli Usa – dall’altro, Trump sembrava piuttosto orientato verso una guerra civile interna.

Negli Stati Uniti, la guerra civile ha sempre avuto una connotazione razziale, sin dalle origini della Repubblica. A partire dal New Deal, la guerra civile razziale è anche al centro della strutturazione del welfare: ogni estensione di quest’ultimo rischia di far saltare le gerarchie di razza su cui è organizzata l’«unica vera democrazia» (citazione di Hanna Arendt). Già ai tempi della «Great society» degli anni Sessanta, le politiche sociali avevano suscitato l’odio razziale dei bianchi che le interpretavano come riduzione delle differenze tra loro e gli afroamericani. Anche il timidissimo Obamacare (e Obama stesso) aveva suscitato reazioni di questo genere. I «proletari» bianchi che stanno con Trump hanno reagito, sentendosi e pensandosi «razza bianca». La finanziarizzazione ha smussato le gerarchie razziali impoverendo i bianchi rendendoli sempre più vicini ai «neri», scatenando nuove forme di fascismo e razzismo.

I tagli alle spese sociali che Musk sta programmando devono essere accompagnati dal ristabilimento di gerarchie razziali (e di genere). La riorganizzazione delle spese sociali è capitalistico-razziale e la reindustrializzazione, se mai vi sarà, sarà dominata dalla razza bianca. Se invece l’obiettivo è la mega predazione finanziaria, il proletariato statunitense nel suo insieme sarà ridotto a «plebe». Quando l’imperialismo Occidentale si radicalizza, la «razza bianca» è il soggetto che supporta il conflitto con il resto del mondo (vedi il genocidio suprematista in Palestina).

Come si vede le difficoltà esterne – i Brics – e interne – le «minoranze» razziali che stanno diventando la maggioranza, la povertà, lo scontro tra oligarchie, ecc. – sono enormi, e sono tutte questioni politiche. Trump vuole l’industrializzazione, ma non vuole – o meglio non può – mollare la finanza e il dollaro, fattori che hanno causato la delocalizzazione della produzione. Trump vuole un dollaro deprezzato, ma che, allo stesso tempo, resti la moneta su cui sono incentrati gli scambi mondiali. Inoltre vuole industrializzare, ma anche la finanza che cattura capitali e li convoglia negli Usa per pagare il debito. In parole povere, Trump vuole la «botte piena e la moglie ubriaca».

Se siamo immersi in un regime di guerra è perché le difficoltà economiche Usa e le contraddizioni che generano sembrano insormontabili. La guerra, come sempre, resta la miglior soluzione per i capitalisti e i loro Stati: far saltare il banco, così «Dio riconoscerà i suoi». Però, come spiegavamo, a differenza di Nixon, gli Usa non hanno più tutte le «carte in mano».

Tutti questi bei ragionamenti di geo-politica fanno i conti senza l’oste. Come nella tradizione delle analisi che partono dalle grandi potenze economico-politico-statuali, si ignora lo scontro di classe. Le forze emerse nelle manifestazioni del 5 aprile (1400 cortei in tutto il paese) contro le politiche di Trump, sembrano le uniche capaci di scongiurare l’esito catastrofico che seguirà al probabile fallimento dell’Occidente. La mossa d’azzardo del capitalismo potrebbe aprire un inedito fronte di classe negli Usa, facendo saltare il patto razziale, anche se la radicalizzazione dello scontro trova i movimenti impreparati da un punto di vista politico e teorico.

Il pensiero critico, ma anche l’azione dei movimenti, ha analizzato lo sfruttamento del capitalismo su ogni relazione sociale (conoscitiva, biologica, immaginaria, sessuale, razziale, ecologica e così via, all’infinito) ma, in maniera irresponsabile, per non dire opportunista, ha eliminato la guerra e la guerra civile, fondamento delle divisioni di classe, di razza e di genere. Il XX secolo ha stabilito che guerra e pace, economia e guerra, politica e guerra, militare e civile, politica ed economia, convivono, determinando una «dimensione intermedia» dove gli opposti convivono. Carl Schmitt, da un punto vista conservatore, arriva a conclusioni molto simili a quelle di Rosa Luxemburg, già citata nel testo precedente: «La guerra viene condotta su un nuovo, più solido terreno, come attuazione non più semplicemente militare di ostilità (...), anche settori extra-militari (l’economia, la propaganda, le energie psichiche e morali dei non combattenti) vengono coinvolti nella contrapposizione di ostilità. Il superamento del dato puramente militare (...) non significa perciò un’attenuazione, bensì un’intensificazione dell’ostilità». Ma né l’economia, né la critica dell’economia politica sembrano capaci di integrare questa realtà: il capitalismo non è una realtà puramente economica.

Inoltre, bisognerebbe interpretare diversamente il comportamento delle élite, non soltanto con categorie psicologizzanti, che oggi vanno alla moda ma che servono a poco. L’apparente razionalità delle politiche delle classi dirigenti capitalistiche del dopoguerra è figlia delle due guerre mondiali. Ricordiamo che già negli anni Trenta del secolo scorso la finanziarizzazione ha rischiato di far crollare il capitalismo. Inoltre, sono le rivoluzioni che hanno parzialmente bloccato la razionale irrazionalità del capitalismo, che raggiunge il suo apice con la finanza. Tolta la forza del nemico rivoluzionario, le élite sono tornate quelle del primo imperialismo, come sta accadendo oggi.

Lo stretto rapporto tra capitale e Stato che esiste sin dall’emersione dell’accumulazione capitalista e che si è continuamente risaldato e approfondito, mostra come nei periodi di «accumulazione originaria» come questa, il plus-valore economico ha bisogno del «plus-valore politico» (geniale definizione di Schmitt coniata a partire dal concetto marxiano) per imporre un nuovo ordine, une nuova divisione internazionale del lavoro e della rendita. Il capitalismo finanziarizzato, sviluppando contraddizioni insanabili, non può mutare, trasformarsi, fare scaturire il nuovo in maniera immanente alla sua «produzione». Può farlo solo ricorrendo alla violenza extra economica della guerra (militare e economica), della guerra civile, del genocidio. Il plus-valore politico è in funzione del plus-valore economico futuro, ma queste due variabili non sono della stessa natura. Solo una volta che il plus-valore politico ha stabilito un nuovo ordine, nuove regole, nuovi poteri (ossia chi comanda e chi obbedisce) nel mercato mondiale, il plus-valore economico può essere prodotto.

La fine possibile del capitalismo – contro l’ideologia irresponsabile del «è più probabile la fine del mondo» – che preoccupa i nostri dirigenti, deve tornare dentro l’orbita percettiva, cognitiva e politica dei «movimenti». Il capitalismo potrà crollare solo se una volontà organizzata spingerà in questa direzione.

Fonte

14/04/2025

Armarsi per salvare il capitalismo finanziario!

Dopo «Perché la guerra?», «Le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale» e «I vicoli ciechi del pensiero critico occidentale» (I) e (II), un nuovo articolo di Maurizio Lazzarato per inquadrare i fenomeni politici contemporanei e capire la natura del riarmo europeo e della guerra.

Secondo l'autore, è in corso, dal punto di vista capitalistico, una lotta feroce tra Trump e le élite sconfitte nelle elezioni presidenziali statunitensi, che hanno ancora forti presenze nei centri di potere, soprattutto in Europa.

Così, la corsa agli armamenti non assume la forma di «keynesismo militare» perché ha una logica differente: garantire surplus finanziari ai fondi di investimento, non adeguatamente rappresentati dal governo del tycoon. Una guerra che è scontro politico, tra diversi fattori soggettivi capitalistici.

*****

Per quanto grande sia una Nazione, se ama la guerra perirà; per quanto pacifico sia il mondo, se dimentica la guerra sarà in pericolo
dal Wu Zi, antico trattato militare cinese

Quando diciamo sistema di guerra intendiamo un sistema quale è appunto quello vigente che assume la guerra anche solo programmata e non combattuta come fondamento e culmine dell’ordine politico, cioè del rapporto tra i popoli e tra gli uomini. Un sistema dove la guerra non è un evento, ma una istituzione, non è una crisi ma una funzione, non è una rottura ma un cardine del sistema, una guerra sempre deprecata e esorcizzata, ma mai abbandonata come possibilità reale
Claudio Napoleoni, 1986

L’avvento di Trump è apocalittico nel senso letterale del termine: getta via ciò che copre, toglie il velo, disvela. L’agitazione convulsiva del tycoon ha il grande merito di mostrare la natura del capitalismo, il rapporto tra guerra, politica e profitto, tra capitale e Stato – di solito occultato dai meccanismi democratici, dai diritti dell’uomo, dai valori e dalla missione della civilizzazione occidentale.

La stessa ipocrisia è al centro della narrazione costruita per legittimare gli 840 miliardi di euro per il riarmo che l'Unione Europea impone, attraverso il ricorso allo stato di eccezione agli Stati membri. Armarsi non significa, come dice Draghi, difendere «i valori cha hanno fondato la nostra società europea» e hanno «garantito per decenni, ai suoi cittadini la pace, la solidarietà e con l’alleato americano, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza», ma significa salvare il capitalismo finanziario.

Non c’è neanche bisogno di fare grandi discorsi e documentate analisi per mascherare la pochezza di queste narrazioni. È bastato un altro massacro di 400 civili palestinesi per far emergere la verità dell’indecente chiacchiericcio sull’unicità e la supremazia morale e culturale dell’Occidente.

Trump non è un pacifista, si limita a riconosce la sconfitta strategica della Nato nella guerra in Ucraina, mentre le élite europee rifiutano l’evidenza. Per queste ultime, «pace» significa tornare allo stato catastrofico in cui hanno ridotto le loro nazioni. La guerra deve continuare perché per loro, come per i democratici e il deep state Usa, è il mezzo per uscire dalla crisi cominciata nel 2008, in un processo simile alla grande crisi del 1929. Trump pensa di risolvere i problemi privilegiando l’economia senza rinnegare la violenza, il ricatto, l’intimidazione, la guerra. È molto probabile che né gli uni né gli altri riescano nel loro intento perché hanno un problema enorme: il capitalismo, nella sua forma finanziaria, è in profonda crisi e proprio dal suo centro, gli USA, arrivano segnali «drammatici» per le élite che ci governano. I capitali, invece di convergere verso gli Stati Uniti, fuggono verso l’Europa. Grande novità, sintomo di grandi rotture imprevedibili che rischiano di essere catastrofiche.

Il capitale finanziario non produce merci ma bolle – che si gonfiano negli Usa e scoppiano tutte a danno del resto del mondo – vere e proprie armi di distruzione di massa. La finanza americana succhia valore (capitali) da tutto il mondo, lo investe in una bolla, che presto o tardi scoppierà, obbligando le popolazioni del pianeta all’austerità, ai sacrifici per ripagare i suoi fallimenti: prima la bolla di internet, poi la bolla dei subprime che ha causato una delle più grandi crisi finanziarie della storia del capitalismo, aprendo le porte alla guerra. Hanno tentato di far gonfiare anche la bolla del capitalismo green – che non è mai decollata – e quella, incomparabilmente più grande, delle imprese high tech. Per tamponare le falle dei disastro dei debiti privati scaricati sui debiti pubblici, la Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno inondato i mercati di liquidità, che invece di «sgocciolare» nell’economia reale, è servita proprio ad alimentare la bolla high tech e lo sviluppo dei fondi di investimento, come i cosiddetti «Big Three»: Vanguard, BlackRock e State Street – trio che rappresenta il più grande monopolio della storia del capitalismo, gestendo 50.000 miliardi di dollari, azionista di riferimento in tutte le più importanti imprese quotate in borsa. Ora anche questa bolla si sta sgonfiando.

Neanche dimezzando il valore di capitalizzazione del listino della Borsa di Wall Street ci avvicineremmo al valore reale, infinitamente minore, delle imprese high tech, i cui titoli sono stati gonfiati proprio dai fondi per mantenere alti i dividendi per i loro «risparmiatori» – i democratici, in realtà, contavano anche di sostituire il welfare con la finanza per tutti, come prima avevano delirato sulla casa per tutti gli americani.

Ora la pacchia volge al termine. La bolla ha raggiunto il suo limite e i valori scendono con il rischio concreto di un crollo. Se aggiungiamo l’incertezza che le politiche di Trump, rappresentante di una finanza che non è quella dei fondi di investimento, stanno introducendo in un sistema che i fondi stessi erano riusciti a stabilizzare con il concorso dei democratici, possiamo comprendere le paure dei «mercati». Il capitalismo occidentale ha bisogno di un’altra bolla perché funziona come riproduzione del sempre uguale. Il tentativo trumpiano di ricostruire l’industria manifatturiera negli Usa è destinato a un insuccesso sicuro.

L’identità perfetta di «produzione» e distruzione

L’Europa, che spende molto più della Russia in armi – sono attribuite alla Nato il 55% delle spese in armamenti a livello mondiale, alla Russia «solo» il 5% – ha deciso un grande piano di investimenti di 800 miliardi di euro per aumentare ancora la spesa militare.

In Europa sono ancora attivi reti politiche ed economiche e centri di potere che fanno riferimento alla strategia rappresentata da Biden, uscita sconfitta dall’ultima elezione presidenziale. Per questo motivo l'Europa è lo spazio giusto, affondando sulla guerra, per costruire una bolla fondata sugli armamenti che compensi le crescenti difficoltà dei «mercati» statunitensi. Da dicembre, i titoli delle imprese che producono armi sono già oggetto di speculazione, passando di aumento in aumento e funzionando da rifugio sicuro per i capitali che reputano la situazione statunitense troppo rischiosa. Al centro dell’operazione, i fondi di investimento, tra i maggiori azionisti delle principali compagnie di armamenti. Essi detengono quote significative in Boeing, Lockheed Martin e RTX ed influenzano la gestione e le strategie di queste società. Anche in Europa sono presenti nel complesso militare-industriale: il titolo di Rheinmetall – società tedesca che produce i Leopard e che è il più grande produttore di munizioni d'Europa – è aumentato del 100% negli ultimi mesi, superando, in termini di capitalizzazione, la principale casa automobilistica del continente, Volkswagen, ultimo segno del crescente appetito degli investitori per i titoli legati alla difesa. Ovviamente, Rheinmetall ha come azionisti principali Blackrock, Société Générale, Vanguard ecc.

L’Unione europea vuole raccogliere e convogliare il risparmio continentale verso gli armamenti, con conseguenze catastrofiche per il proletariato e una ulteriore divisione dell’Unione. La corsa agli armamenti non potrà funzionare da «keynesismo di guerra» perché gli investimenti in armi intervengono in una economia finanziarizzata e non più industriale. Costruita con soldi pubblici, darà profitti a una piccola minoranza di privati, mentre peggiorerà le condizioni della stragrande maggioranza della popolazione.

La bolla degli armamenti non potrà che produrre gli stessi effetti della bolla americana delle imprese high tech. Dopo il 2008, le somme di denaro catturate per essere investite nella bolla delle tecnologie, non sono mai «sgocciolate» verso il proletariato statunitense. Hanno invece prodotto una sempre più intensa deindustrializzazione, posti di lavoro dequalificati e precari, bassi salari, una povertà dilagante, la distruzione del poco di Welfare ereditato dal New Deal e la conseguente privatizzazione di tutti i servizi. È ciò che, senza ombra di dubbio, la bolla finanziaria produrrà in Europa. La finanziarizzazione porterà non solo alla completa distruzione dello Stato sociale e alle definitive privatizzazioni dei servizi, ma anche all'ulteriore frammentazione politica di ciò che resta dell’Unione Europea. I debiti, contratti da ogni Stato separatamente, dovranno essere ripagati e produrranno delle enormi differenze tra gli Stati europei nella capacità di onorarli.

Il vero pericolo non è la Russia ma la Germania. Il riarmo da 500 miliardi – con ulteriori 500 miliardi pronti per le infrastrutture – costituisce un passo determinante nella costruzione della bolla. L’ultima volta che il paese teutonico si è riarmato ha combinato disastri mondiali – pensate ai 25 milioni di morti solo nella Russia sovietica, alla soluzione finale ecc. Da qui la celebre affermazione di François Mauriac: «amo talmente la Germania che ne preferisco due». Aspettando gli ulteriori sviluppi del nazionalismo e dell’estrema destra – già al 21% – che il «Deutschland ist zurück» produrrà inevitabilmente, essa imporrà la solita egemonia imperialista sugli altri paesi Europei. I governanti tedeschi hanno rapidamente abbandonato il credo ordo-liberale, che aveva un fondamento politico, non economico, e hanno abbracciato fino in fondo la finanziarizzazione anglo-americana, ponendosi lo stesso obiettivo: comandare e sfruttare l’Europa. Il Financial Times racconta di una decisione presa da Merz, uomo di BlackRock, e dal ministro del tesoro Kukies, uomo di Goldman Sachs, con l’avvallo dei partiti di «sinistra» SPD e Die Linke, che, come i loro predecessori nel 1914, si assumono un’altra volta la responsabilità di carneficine future.

Solo il piano tedesco sembra avere qualche credibilità nel progetto complessivo europeo. Per quanto riguarda gli altri Stati, vedremo chi avrà il coraggio di tagliare ancora più radicalmente pensioni, sanità, istruzione, ecc. per una minaccia inventata.

Se il precedente imperialismo interno tedesco era fondato sull’austerità, sul mercantilismo delle esportazioni, sul blocco dei salari e sulla distruzione dello Stato sociale, il prossimo sarà fondato sulla gestione di un’economia di guerra europea, gerarchizzata sui differenziali dei tassi di interesse da pagare per rimborsare il debito contratto.

I paesi già pesantemente indebitati – Italia, Francia, ecc. – dovranno trovare gli acquirenti dei titoli emessi per pagare il debito in un «mercato» europeo sempre più concorrenziale. Agli investitori converrà comprare titoli tedeschi – più precisamente quelli emessi dalle imprese di armamenti su cui giocherà la speculazione al rialzo –, e titoli del debito pubblico europeo, sicuramente più sicuri e redditizi di quelli di paesi super indebitati. Il famoso «spread» giocherà ancora un suo ruolo come nel 2011. I miliardi necessari a pagare i mercati non saranno disponibili per lo Stato sociale. L’obiettivo strategico di tutti i governi e di tutte le oligarchie da cinquanta anni a questa parte, ossia la distruzione e la privatizzazione della spesa sociale per la riproduzione del proletariato, sarà raggiunto. Ventisette egoismi nazionali si batteranno tra loro con nessuna posta in gioco, perché la storia – che, secondo alcuni, «siamo gli unici a sapere cosa sia» – ci ha messi in un angolo, inutili e irrilevanti dopo secoli di colonialismo, guerre e genocidi.

La corsa agli armamenti è accompagnata da una martellante giustificazione della guerra contro tutti – cioè Russia, Cina, Corea del Nord, Iran, Brics+ – che non può essere abbandonata e che rischia di realizzarsi perché questo delirante quantitativo di armi deve comunque «essere consumato».

La lezione di Rosa Luxemburg, Kalecki, Baran e Sweezy

Solo gli sprovveduti possono dirsi stupefatti da quello che sta succedendo. Tutto si sta invece ripetendo in un contesto differente, un capitalismo finanziario e non più industriale come nel XX secolo.

La guerra e gli armamenti sono al centro dell’economia e della politica da quando il capitalismo è diventato imperialista. E sono anche il cuore del processo di riproduzione del capitale e del proletariato, in feroce concorrenza tra loro. Ricostruiamo rapidamente il quadro teorico fornito da Rosa Luxemburg, Kalecki, Baran e Sweezy, saldamente piantato, a differenza delle inutili teorie critiche contemporanee, sulle categorie di imperialismo, monopolio e guerra, che ci offre uno specchio della situazione contemporanea.

Partiamo dalla crisi del 1929, che affonda le sue radici nella Prima guerra mondiale e nel tentativo di uscirne attraverso l’attivazione della spesa pubblica tramite l’intervento dello Stato. Secondo Baran e Sweezy (d’ora in poi B&S) negli anni Trenta il problema era costituito dal volume della spesa pubblica, incapace di contrastare le forze depressive dell’economia privata monopolistica:
Considerato come operazione di salvataggio dell’economia degli Usa nel suo complesso, il New Deal fu quindi un palese fallimento. Anche Galbraith, il profeta della prosperità senza commesse belliche, ha riconosciuto che nel decennio 1930 - 1940, «la grande crisi» non terminava mai.
Se ne uscirà solo con la Seconda guerra mondiale: «Poi sopraggiunse la guerra, e con la guerra la salvezza [...] la spesa militare fece ciò che la spesa sociale non era riuscita a compiere» perché la spesa pubblica passò da 17,5 a 103,1 miliardi di dollari.

B&S dimostrano che la spesa pubblica non riuscì a portare agli stessi risultati di quella militare perché fu limitata da un problema politico che è ancora il nostro. Perché il New Deal, e la conseguente spesa pubblica, non riuscirono a raggiungere un obiettivo che «era a portata di mano, come poi dimostrò la guerra»? Perché sulla natura e sulla composizione della spesa pubblica, cioè della riproduzione del sistema e del proletariato, si scatenò la lotta di classe.
Data la struttura di potere del capitalismo monopolistico degli Usa, l’aumento di spesa civile aveva quasi raggiunto i suoi limiti estremi. Le forze che si opponevano alla ulteriore espansione erano troppo potenti per essere vinte.
Le spese sociali entravano in concorrenza o arrecavano danno alle imprese e alle oligarchie, sottraendo loro potere economico e politico.
Poiché gli interessi privati controllano il potere politico i limiti della spesa pubblica sono rigidamente fissati senza alcuna preoccupazione dei bisogni sociali, per quanto possano essere vergognosamente evidenti.
E questi limiti valevano anche per spese, sanità e istruzione, che all’epoca, a differenza di oggi, non erano direttamente in concorrenza con gli interessi privati delle oligarchie.

La corsa agli armamenti permette l’aumento della spesa pubblica da parte dello Stato, senza che questa si trasformi in aumento dei salari e del consumo del proletariato. Quindi, come investire denaro pubblico, per evitare la depressione economica che il monopolio porta con sé, evitando il rafforzamento del proletariato? Spendendo «per armamenti, per più armamenti, per sempre più armamenti».

Michael Kalecki, lavorando sullo stesso periodo, ma concentrandosi sulla Germania nazista, riesce a delucidare altri aspetti del problema. Contro ogni economicismo – che minaccia sempre la comprensione del capitalismo da parte delle teorie critiche, anche quelle marxiste – egli mette in evidenza la natura politica del ciclo del capitale:
La disciplina nelle fabbriche e la stabilità politica sono più importanti per i capitalisti dei profitti correnti.
Il ciclo politico del capitale che ormai può essere garantito solo dall’intervento dello Stato, deve ricorrere alla spesa in armamenti e al fascismo. Anche per Kalecki, il problema politico si manifesta nella «direzione e nei fini della spesa pubblica». L’avversione alla «sovvenzione dei consumi di massa» è motivata dalla distruzione che determina «delle basi dell’etica capitalista “ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte” (a meno che tu non viva dei redditi del capitale)».

Come fare perché la spesa pubblica non si tramuti in aumento di occupazione, consumo e salari e quindi in forza politica del proletariato? Le oligarchie risolvono l’inconveniente col fascismo. Così facendo, la macchina statale è sotto controllo del grande capitale e dei vertici fascisti e «la concentrazione delle spese statali negli armamenti», mentre la «disciplina di fabbrica e la stabilità politica è assicurata dallo scioglimento dei sindacati e dai campi di concentramento. La pressione politica sostituisce qui la pressione economica della disoccupazione».

Da qui l’immenso successo dei nazisti presso la maggior parte dei liberali, sia inglesi che americani.

La guerra e la spesa per armamenti sono centrali per la politica americana anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale, perché è inconcepibile una struttura politica senza una forza armata, senza cioè un monopolio del suo esercizio. Il volume dell’apparato militare di una nazione dipende dalla posizione occupata nella gerarchia mondiale dello sfruttamento.
Le nazioni più importanti avranno sempre bisogno del massimo e l’entità del loro fabbisogno (di forza armata) varierà a seconda che sia o no in corso tra loro una lotta vivace per il primo posto.
Le spese militari continuano dunque a crescere nel centro dell’imperialismo:
Naturalmente la maggior parte dell’espansione della spesa pubblica ha avuto luogo nel settore militare che è passata da meno dell’1 a più del 10% del PNL, e che rappresenta circa i due terzi dell’aumento complessivo di spesa pubblica a partire dal 1920. Questo massiccio assorbimento del surplus in preparativi militari è stato il fatto centrale della storia americana del dopoguerra.
Kalecki fa notare che nel 1966 «oltre la metà dell’accrescimento del reddito nazionale si risolve nell’accrescimento delle spese militari».

Ora, nel dopoguerra, il capitalismo non può più contare sul fascismo per controllare la spesa sociale. L’economista polacco, «allievo» di Rosa Luxemburg, fa notare:
Una della funzioni fondamentali dell’hitlerismo fu di vincere l’avversione del grande capitale alla politica anticongiunturale su larga scala. La grande borghesia aveva dato il suo assenso all’abbandono del laisser-faire e all’accrescimento radicale del ruolo dello stato nell’economia nazionale, alla condizione che l’apparato statale si trovasse sotto controllo diretto della sua alleanza con il vertice fascista
e che la destinazione e il contenuto della spesa pubblica fosse determinata dagli armamenti. Nei trenta gloriosi, dovendo abbandonare il fascismo che assicurava la direzione della spesa pubblica, gli Stati e i capitalisti sono costretti a un compromesso politico. Rapporti di forza determinati dal secolo delle rivoluzioni, obbligano lo Stato e i capitalisti a concessioni che sono comunque compatibili con i profitti che raggiungono tassi di crescita prima sconosciuti. Ma anche questo compromesso è di troppo perché, malgrado i grandi profitti, «i lavoratori diventano in tale situazione “recalcitranti” e i “capitani di industria” diventano ansiosi di “dar loro una lezione”».

La contro-rivoluzione, dispiegatasi a partire dalla fine degli anni Sessanta, avrà al suo centro la distruzione della spesa sociale e la feroce volontà di orientare la spesa pubblica verso i soli ed esclusivi interessi delle oligarchie. Il problema, a partire dalla Repubblica di Weimar, non è mai stato quello di un generico intervento dello Stato in economia: la questione è di come lo stesso Stato fosse stato investito dalla lotta di classe e costretto a cedere alle richieste delle lotte operaie e proletarie.

Nei tempi di «pace» della guerra fredda, senza l’ausilio del fascismo, l’esplosione delle spese militari necessita di una legittimazione, assicurata da una propaganda capace di evocare continuamente la minaccia di una guerra incombente, di un nemico alle porte pronto a distruggere i valori occidentali: «I creatori ufficiosi e ufficiali della pubblica opinione hanno pronta la risposta: gli Stati Uniti devono difendere il mondo libero dalla minaccia dell’aggressione sovietica (o cinese)».

Kalecki, per lo stesso periodo specifica: «I giornali, il cinema, le stazioni radiofoniche e televisive cha lavorano sotto l’egida della classe dominante, creano un’atmosfera che favorisce la militarizzazione dell’economia».

La spesa per armamenti non ha solo una funzione economica, ma anche di produzione di soggettività assoggettate. La guerra esaltando la subordinazione e il comando «contribuisce a creare una mentalità conservatrice».
Mentre la massiccia spesa pubblica per l’istruzione e il benessere tende a minare la posizione di privilegio dell’oligarchia, la spesa militare fa il contrario. La militarizzazione favorisce tutte le forze reazionarie (...) si determina un rispetto cieco per l’autorità; si insegna e si impone una condotta di conformismo e di sottomissione; e l’opinione contraria si considera come un fatto anti patriottico o addirittura un tradimento.
Il capitalismo produce un soggetto che, proprio per la forma politica del suo ciclo, è seminatore di morte e distruzione, piuttosto che un promotore del progresso. Ce lo dice Richard B. Russel, senatore conservatore del Sud degli USA già negli anni Sessanta, citato da B&S:
C’è qualcosa nei preparativi di distruzione che induce gli uomini a spendere denaro più spensieratamente che se si trattasse di scopi costruttivi. Perché succede questo non lo so; ma da trent’anni circa che sono al Senato ho capito che nell’acquistare armi per uccidere, distruggere, cancellare città dalla faccia della terra ed eliminare grandi sistemi di trasporto c’è qualcosa che spinge gli uomini a non calcolare la spesa con la stessa attenzione impiegata quando si tratta di pensare ad alloggio decenti e a cure sanitarie per gli esseri umani.
La riproduzione del capitale e del proletariato si è politicizzata grazie alle rivoluzioni del XX secolo. La lotta di classe investendo anche questa realtà ha fatto emergere une opposizione radicale tra la riproduzione della vita e la riproduzione della sua distruzione che, dagli anni Trenta, non ha fatto altro che approfondirsi.

Come funziona il capitalismo?

La guerra e gli armamenti, esclusi praticamente dall’insieme delle teorie critiche del capitalismo, funzionano da discriminanti nell’analisi del capitale e dello Stato.

È molto difficile definire il capitalismo semplicemente come «modo di produzione», come faceva Marx: economia, guerra, politica, Stato, tecnologia sono, infatti, elementi strettamente intrecciati e inseparabili. La «critica dell’economia» non basta per produrre una teoria rivoluzionaria. Già con l’avvento dell’imperialismo, un cambiamento radicale nel funzionamento del capitalismo e dello Stato era stato introdotto, reso evidente in maniera cristallina da Rosa Luxemburg. Secondo quest'ultima, l'accumulazione ha due aspetti: il primo «riguarda la produzione del plus-valore – nella fabbrica, nella miniera, nello sfruttamento agricolo – e la circolazione delle merci nel mercato. Considerata da questo punto di vista, l’accumulazione è un processo economico la cui fase più importante è una transazione tra il capitalista e il salariato». Il secondo aspetto ha il mondo intero come teatro, una dimensione mondiale irriducibile al concetto di «mercato» e alle sue leggi economiche.
Qui i metodi impiegati sono la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica delle sfere di interesse, la guerra. La violenza, la truffa, l’oppressione, la predazione si sviluppano apertamente, senza maschera, ed è difficile riconoscervi le leggi rigorose del processo economico nell’intrecciarsi di violenze economiche e brutalità politiche.
La guerra non è la continuazione della politica ma coesiste, da sempre, con essa, e questo è palese se guardiamo al funzionamento del mercato mondiale. Qui, dove guerra, truffa e predazione convivono con l’economia, la legge del valore non ha mai veramente funzionato. Il mercato mondiale sembra molto differente da quello tratteggiato da Marx. Le sue considerazioni sembrano non valere più. O meglio, vanno specificate: solo nel mercato mondiale il denaro e il lavoro diventerebbero adeguati al loro concetto, portando a compimento la loro astrazione e la loro universalità. Al contrario, ciò che possiamo constatare è che il denaro, la forma più astratta e universale del capitale, è sempre la moneta di uno Stato. Il dollaro è la moneta degli Stati Uniti e regna solo in quanto tale. L’astrazione della moneta e la sua universalità (e i suoi automatismi) sono appropriate da una «forza soggettiva» e vengono gestite secondo una strategia che non è contenuta nella moneta.

Anche la finanza, come la tecnologia, sembra essere oggetto di appropriazione da parte di forze soggettive «nazionali», molto poco universali. Nel mercato mondiale anche il lavoro astratto non trionfa in quanto tale, ma incontrando invece altre tipologie di lavoro, radicalmente diverse (lavoro servile, lavoro schiavistico ecc.).

L’azione di Trump, lasciato cadere il velo ipocrita del capitalismo democratico, ci svela il segreto dell’economia: essa può funzionare solo a partire da una divisione internazionale della produzione e della riproduzione definite e imposte politicamente, cioè con l’uso della forza che implica anche la guerra.

La volontà di sfruttamento e di dominio, gestendo contemporaneamente rapporti politici, economici e militari, costruisce una totalità, che non può mai chiudersi su se stessa, ma resta sempre aperta, scissa da conflitti, guerre, predazioni. In questa totalità scissa convergono e si governano l’insieme dei rapporti di potere. Trump interviene su vari aspetti della vita politica e quotidiana statunitense nello stesso momento in cui vorrebbe imporre una nuova collocazione mondiale, sia politica che economica, agli USA. Agisce dal micro al macro: azione politica che i movimenti contemporanei non hanno proprio negli orizzonti dei pensieri.

La costruzione della bolla finanziaria, processo che possiamo seguire passo dopo passo, avviene allo stesso modo. Gli attori che concorrono alla sua produzione sono molteplici: l’Unione Europea, gli Stati che devono indebitarsi, la Banca europea, la Banca degli investimenti europei, i partiti politici, i media e l’opinione pubblica, i grandi fondi di investimento (tutti statunitensi) che organizzano il traghettamento di capitali da una borsa all’altra, le grandi imprese. La bolla economica e i suoi automatismi potranno funzionare solo quando lo scontro/cooperazione tra questi centri di potere avrà emesso il suo verdetto. L'ideologia sul «funzionamento automatico» di questo processo è da sfatare. Il «pilota automatico», soprattutto a livello finanziario, esiste e funziona solo dopo che è stato istituito politicamente: non c'era nei Trenta gloriosi perché si era deciso politicamente in tal senso; funziona dalla fine degli anni Settanta, per esplicita volontà politica.

La molteplicità di attori che si agita da mesi è tenuta insieme da una strategia. Ci sono due elementi soggettivi che intervengono in maniera fondamentale. Dal punto di vista capitalistico, è in corso una lotta feroce tra il «fattore soggettivo» Trump e il «fattore soggettivo» delle élite sconfitte nelle elezioni presidenziali, che hanno ancora forti presenze nei centri di potere negli Usa e in Europa.

Ma affinché il capitalismo funzioni, dobbiamo prendere in considerazione anche un fattore soggettivo proletario. Esso gioca un ruolo decisivo: o si farà il portatore passivo del nuovo processo di produzione/riproduzione del capitale o tenderà a rifiutarlo e a distruggerlo. Constatata l’incapacità del proletariato contemporaneo, il più debole, il più disorientato, il meno autonomo e indipendente della storia del capitalismo, la prima opzione sembra la più probabile. Ma se non riuscirà a opporre una sua strategia alle continue innovazioni strategiche del nemico, capace di rinnovarsi continuamente, cadremo dentro una asimmetria di rapporti di potere che ci riporterà ad una situazione antecedente alla rivoluzione francese, in un nuovo/già visto «ancien régime».

Fonte

13/04/2023

[Contributo al dibattito] - Leggere Lazzarato a Pechino

Guerra o rivoluzione di Maurizio Lazzarato (DeriveApprodi 2022) è un libro capace di suscitare vivaci discussioni attorno alle sue ipotesi. In questo articolo Gabriele Battaglia analizza il rapporto tra macchina Stato-capitale e guerra a partire dalla complessità dell’esperienza cinese. Andando oltre il dibattito su che cosa ci sia di socialista in Cina, l’autore si interroga proprio sul nesso deterministico tra crescita e guerra, connubio che è stato ed è decisivo nel modello di egemonia americano, come il conflitto in Ucraina dimostra.

*****

Lunedì 28 marzo 2023, le cronache riportano che il più noto imprenditore cinese è ricomparso dopo oltre due anni nella natia Hangzhou provocando un brivido di eccitazione nei media e sui mercati. Jack Ma è il fondatore di Alibaba, la più grande azienda di e-commerce al mondo dopo Amazon. Figura leggendaria per le giovani generazioni cinesi, l’ex insegnante di inglese è uno di quegli imprenditori ispirazionali che assumono lo status di guru e fanno tendenza: nel 2017, al meeting annuale della sua azienda, si mise a danzare sul palco travestito da Michael Jackson, copiandone tutte le mossette, per il delirio delle masse. Da sempre brillante, scaltro, attento a non pestare i piedi sbagliati, propenso alle enunciazioni profetiche e perciò astratte, Jack Ma è sempre stato perfettamente in simbiosi con il Partito comunista, tant’è che nel 2015 Xi Jinping se lo portò in delegazione negli Usa. Tuttavia, nell’ottobre del 2020, l’imprenditore-guru si montò forse un po’ troppo la testa e definì pubblicamente «banco dei pegni» il sistema finanziario cinese incentrato sulle grandi banche di Stato. Dopo pochi giorni, in rapida successione, le autorità di controllo fecero saltare la collocazione del braccio finanziario di Alibaba – Ant o Alipay – alla borsa di Hong Kong e iniziarono un giro di vite non solo sul conglomerato dell’e-commerce, ma su tutte le grandi imprese tecnologiche cinesi e soprattutto sulle loro propaggini finanziarie. Dopo tutto, imprese IT e finanza online si erano espanse troppo e senza controllo, rischiavano di destabilizzare il sistema finanziario cinese, la regolamentazione era nell’aria.

Da quel momento, Jack Ma assume un bassissimo profilo, viaggia all’estero, fa la sua apparizione una volta in Olanda, dove sembra particolarmente interessato alla coltivazione dei tulipani e infine, due anni e mezzo dopo, rispunta in una scuola fondata da lui stesso medesimo a Hangzhou, dove annuncia l’avvento di «un’era digitale guidata da intelligenza, creatività, responsabilità e pensiero indipendente».

Al momento, su questo grande ritorno sono due le interpretazioni, che non si escludono a vicenda: Jack Ma fa da testimonial al governo cinese che intende tranquillizzare la comunità imprenditoriale e attirare gli investitori internazionali dopo i chiari di luna degli anni segnati dal Covid; Jack Ma annuncia l’avvento di un nuovo «balzo tecnologico», per cui tutta la Cina è chiamata a mobilitarsi.

L’imprenditore non può vivere senza Stato cinese e lo Stato ha bisogno dell’imprenditore.

La macchina Stato-capitale

Mai, come nel caso cinese, appare chiaro che stato e capitale sono due facce della stessa medaglia; e Guerra o rivoluzione (DeriveApprodi 2022), di Maurizio Lazzarato, è il libro necessario per i tempi che viviamo.

Partendo dal dilemma dell’ultimo Latour, che di fronte agli eventi ucraini non trovava più un filo conduttore e un nesso con la propria ecologia politica, Lazzarato ricompone guerra e devastazione ambientale come esito di un’era inaugurata dalla Grande guerra nel 1914, quando dopo l’illusione della Belle époque inizia la «distruzione assoluta» e quindi l’Antropocene. È in quel momento che, per la prima volta nella storia, si crea una mobilitazione e integrazione totale di Stato, economia, società, scienza e tecnica, lavoro – con la complicità dei partiti socialisti – per espandere la produzione finalizzata alla macchina da guerra: «produzione totale» determinata dalla «guerra totale». Produzione finalizzata alla distruzione. La Prima guerra mondiale sussume quindi l’intera società al capitale ed è lì che si gettano anche le premesse per quello sfruttamento al limite delle risorse che genera il degrado dell’ecosistema.

Con la mobilitazione generale si realizza per altro anche il general intellect concepito da Marx, perché la produzione non dipende più solo dal lavoro vivo strettamente inteso, bensì dalla cooperazione di tutta la società attraverso reti, relazioni. Solo che in Marx non c’è la guerra come esito, mentre nella realizzazione concreta del general intellect è proprio lo scontro tra imperialismi che completa e integra il tutto. È Lenin il primo a vedere che la produzione è sia sociale, sia finalizzata alla distruzione, in un capitalismo che si configura definitivamente come macchina Stato-capitale, dove i due termini si rapportano a geometrie variabili a seconda delle fasi: la violenza originaria che permette l’inizio di un ciclo di accumulazione è organizzata dallo Stato sotto forma di lotta di classe o guerra civile; il capitale gestisce poi una fase di «falsa pacificazione», come la parentesi neoliberale che abbiamo appena vissuto (ma attenzione, solo nel Nord globale, altrove la guerra continua o viene esportata); la guerra è l’esito inevitabile della contraddizione tra la tendenza del capitale a espandersi all’infinito e la natura dello Stato, che presuppone confini, conflitti, sovranità, nazionalismi, violenza organizzata, fascismi.

È qui che si colloca l’irruzione del Sud globale sulla scena del mondo – e quindi della Cina – che pone due problemi. Primo, il neocapitalismo adottato dalle ex colonie estende a tutto il mondo l’accoppiata produzione/distruzione, rendendo irreversibile la devastazione cominciata con la «grande accelerazione» del 1914; secondo, l’affermazione delle ex colonie, paradossalmente generata da quella globalizzazione che nelle intenzioni degli statunitensi doveva gettare le premesse per un «nuovo secolo americano», riaccende il conflitto tra imperialismi, che Washington progetta di trasformare in guerra aperta (perché è sul piano militare, oltre che sull’egemonia del dollaro, che può ancora esercitare dominio).

E qui siamo già in Ucraina, siamo all’allargamento a est della Nato, al tentativo di «contenimento» della Cina. Illuminante è per altro l’osservazione di Lazzarato a proposito del «divenire fascista» di un’opinione pubblica europea trascinata nella nuova crociata, fenomeno a cui assistiamo quotidianamente sui cosiddetti «media indipendenti» euroatlantici e subiamo anche intellettualmente ed emotivamente come ennesima violenza. Una lunga lista di scrittori postcoloniali – da Franz Fanon a Samir Amin, passando per la letteratura di Amitav Ghosh – parlerebbero forse di orgoglio ferito del colonialista. Del resto, il fascismo non è anche il vittimismo aggressivo del più forte?

Il grande altro cinese

Dunque la Cina. Questo grande altro dove il capitalismo in quanto macchina Stato-capitale si caratterizza perfettamente come in una rappresentazione teatrale e che è al tempo stesso sia ex colonia – colonia di tutti, verrebbe da dire – sia civiltà da sempre a vocazione imperiale (attenzione, non necessariamente imperialista), concorrerà inevitabilmente alla «trappola di Tucidide» che gli statunitensi cercano di evitare anticipando i tempi della guerra? È l’ennesima macchina Stato-capitale che aspetta solo il momento giusto per colpire a sua volta? Questo concetto è stato ribadito recentemente da Maurizio Lazzarato in un’intervista per il podcast Il Cielo Sopra Pechino (piccolo spot). Per lui, apparentemente, è solo questione di tempo: anche la Cina prima o poi scatenerà una guerra, quando si sentirà abbastanza forte e sempre che non abbiano già provveduto gli Usa.

Non ne sono così sicuro. È una visione troppo determinista.

Quando in Italia partecipo a incontri pubblici incentrati sulla Cina, arriva sempre la domanda: «Cosa c’è ancora di socialista in Cina?». Di solito rispondo ragionando a voce alta sulla forte presenza dello Stato, sulla ragion politica che domina sul capitale, sul patto non scritto tra imperatore e popolazione – e poi tra Partito e masse – per cui il potere si giustifica solo se rende benefici a tutti, sul volontarismo rivoluzionario che a partire dal 1978 si trasferisce nell’energia delle forze ctonie del mercato, sull’avanguardia rivoluzionaria e sulla mobilitazione di massa come strategia di fronte alle emergenze.

Ribaltando il quesito – la Cina è capitalista? – di recente, mi è capitato di intervistare l’economista della diseguaglianza Branko Milanovic, che ha riaffermato quanto già scritto in Capitalismo contro capitalismo (Laterza): «Per essere capitalista, una società deve essere tale per cui la maggior parte della produzione viene condotta utilizzando mezzi di produzione privati (capitale, terra), la maggior parte dei lavoratori sono salariati (non devono essere legalmente legati alla terra né lavorare in maniera autonoma utilizzando il proprio capitale), e la maggior parte delle decisioni sulla produzione e sui prezzi sono prese in modo decentralizzato (cioè senza che nessuno le imponga alle imprese). La Cina è decisamente capitalistica su tutti e tre i fronti».

Accettiamo senz’altro questa definizione e chiediamoci allora se il capitalismo cinese implichi un imperialismo simile a quello statunitense oppure no. Giovanni Arrighi ha a suo tempo ben argomentato in Adam Smith a Pechino che la «pacifica ascesa» cinese richiede un mondo di stabilità e non di caos, sarebbe troppo lungo argomentare qui come questo abbia a che fare con un percorso di lungo periodo che nasce da un modello di sviluppo agrario contrapposto a quello mercantilista.

Questa macchina Stato-capitale di nome Cina continua a investire nel comparto militare molto meno di quanto facciano gli Usa, sebbene la sua forza non sia al momento paragonabile a quella del «concorrente strategico» (definizione statunitense e non cinese). All’ultimo Lianghui – la doppia sessione annuale dei parlamenti cinesi – l’aumento del budget militare per il 2023 è stato posto al 7,2%, più o meno come l’anno scorso (7,1), ed è dal 2016 che le spese per esercito e armamenti crescono a cifre singola. In compenso, sono stati decisi una crescita del 12% per l’attività diplomatica – cioè la presenza della Cina nel mondo – che l’anno scorso era cresciuta solo del 2%; e del 6% nella pubblica sicurezza – l’anno scorso era solo del 4 – che rivela un’attenzione particolare nel controllo/repressione interno.

Se consideriamo le portaerei, cioè il dispositivo principe per una proiezione militare all’esterno, la Cina ne ha tre, di cui forse solo una è al momento in grado di operare. Certo, il programma portaerei della Cina conferma l’intento di ampliare il bacino operativo delle forze armate, dalle acque regionali dei «mari vicini» ai «mari lontani» (yuanhai). Ma per fare cosa? Se consideriamo le basi militari all’estero, alle circa 800 degli Usa si contrappone l’unica base cinese inaugurata a Gibuti, nel 2017, per controllare gli approvvigionamenti che passano attraverso il golfo di Aden e soprattutto in funzione anti pirateria e nel quadro di operazioni internazionali.

Solo questione di tempo oppure siamo di fronte proprio a un altro modello?

Sintetizzando: per la Cina, la pace è un prerequisito della crescita; la guerra invece è caos, distruzione, miseria diffusa.

Pace cinese?

Consideriamo allora l’attività diplomatica, in particolare rispetto alla guerra in Ucraina. Il 24 febbraio, nell’anniversario dell’invasione russa, la Cina ha presentato nero su bianco la propria posizione in 12 punti per una «soluzione politica», che sui media occidentali è stata definita frettolosamente «proposta di pace», ma che tale non è: si tratta appunto di una «posizione» e, per dirla tutta, è la stessa che la Cina ha mantenuto dal 25 febbraio 2022, cioè da quando il ministero degli esteri di Pechino si espresse per la prima volta sulla «operazione militare speciale» appena cominciata. Pochi giorni prima, Pechino aveva diffuso un «documento concettuale sull’Iniziativa di sicurezza globale» che sistematizzava in senso più generale alcuni dei principi presenti nella «posizione» (l’Iniziativa di sicurezza globale è uno slogan lanciato da Xi Jinping nel 2022 che getta le basi per quel mondo multipolare così caro sia a lui sia a Putin). Chiamiamolo documento di programma.

Il senso della «pace cinese» è che, quando un conflitto non sembra risolvibile, per amor di pace bisogna congelare la situazione sul campo così com’è, facendo quindi e soprattutto tacere le armi. Poi i negoziati possono durare mesi oppure anni, ma intanto non muore nessuno. In Asia – va detto – ogni tanto una non-soluzione è già una soluzione e Pechino – con Delhi – applica già questa tipologia nelle reciproche schermaglie himalayane scaturite dalla guerra del 1963, per tacere del tormentone Taiwan, in cui un sostanziale status quo pende ciclicamente da una parte o dall’altra con tanta enfasi mediatica e nessuna conseguenza reale, almeno finché qualcuna delle forze in campo – Cina, Taiwan, Usa – non deciderà di superare qualche linea rossa. La posizione cinese sembrerebbe dunque una «soluzione coreana», in riferimento all’armistizio che nel 1953 mise fine alla guerra di Corea anche se in seguito non c’è mai stata una vera pace. La Cina ribadisce alcuni principi: rispetto della sovranità territoriale di ogni paese – quindi anche dell’Ucraina – ma fine della cosiddetta «mentalità da guerra fredda», cioè la politica statunitense dei blocchi contrapposti, ovvero l’espansione della Nato a Oriente. Questo è ciò che va discusso con calma perché una cosa si lega all’altra, sono indissolubili, una non può essere la precondizione dell’altra. Nel frattempo si sospenda la guerra e si avviino colloqui di pace, mentre si ricostruisce l’Ucraina con una pioggia di investimenti, si tutela la vita dei suoi abitanti e si tiene in piedi la filiera globale. E quindi si metta anche fine alle sanzioni, una politica che Pechino non ha mai digerito e la Russia neppure. Poi chissà, tra qualche anno il benessere farà mutare le circostanze e la guerra non sarà più un’opzione, così come la questione territoriale. Non si sa quanto a Pechino si aspettassero che la loro «posizione» venisse presa in considerazione – e infatti è stata preventivamente liquidata dagli Usa – ma l’alternativa è la guerra senza fine.

Qui, va rimarcato che la «posizione cinese» si discosta da quella occidentale perché considera di fatto i propositi di allargamento della Nato a Oriente un atto ostile al pari dell’invasione russa. Di conseguenza, bisogna sì rispettare l’integrità territoriale, ma anche prendere in considerazione le «legittime preoccupazioni» del tuo vicino. Tu non puoi ottimizzare la tua sicurezza se questo va a scapito della sicurezza – o della percezione di sicurezza – altrui.

Questa è una vera e propria ipotesi di pace post-westfaliana – ancorché embrionale – e arriva da Oriente: ogni Stato-nazione non ha il diritto di ottimizzare la propria sicurezza fino a limiti sanciti dal diritto internazionale, un diritto creato in un ben preciso momento storico e nel quadro di ben precisi rapporti di forza, poi puntualmente disatteso dalla potenza dominante. Bisogna invece porsi dei limiti in partenza, assumere su di sé l’impegno a non «preoccupare» il vicino.

Ciò che importa sottolineare è che l’approccio cinese sembra discendere non solo da interessi e circostanze del momento – che pure ci sono, in primis la partnership necessaria con la Russia nel quadro delle attuali tensioni internazionali – ma da un pensiero che arriva da lontano, lontanissimo.

Zhao Tinyang, filosofo politico, professore all’Accademia cinese di scienze sociali di Pechino, ha rielaborato in anni recenti un modello politico che reggeva la Cina tremila anni fa, ai tempi della dinastia Zhou: quello del Tianxia, ovvero «tutto sotto il cielo» (di Zhao è accessibile in inglese il libro All Under Heaven: the Tianxia system for a possible world order, University of California Press).

Il Nuovo Tianxia di Zhao presuppone tre principi o concetti: l’internalizzazione del mondo. Tutto il mondo diventa un problema interno, non esiste più l’esterno. «Questo risolve un vecchio problema spinoso delle scienze politiche ed economiche, il ritenere che tutte le sfide e le difficoltà derivino da negatività esterne. Se tutto viene internalizzato, non esistono più negatività esterne. Rimangono le contraddizioni, ma del tipo che Mao chiamava le contraddizioni all’interno del popolo. Se le contraddizioni nei confronti del nemico si possono trasformare in contraddizioni interne sono più facilmente risolvibili, senza per questo negarle», ci ha detto Zhao in una recente intervista.

Poi c’è la razionalità relazionale – contrapposta alla razionalità individuale dell’Occidente – secondo cui la minimizzazione dei danni reciproci deve avere la priorità sulla massimizzazione degli interessi di parte. Infine c’è il miglioramento confuciano, che si ispira al miglioramento paretano (di Vilfredo Pareto), secondo cui va bene il miglioramento individuale che non incide sulla condizione degli altri perché, aritmeticamente parlando, determina comunque un aumento dell’efficienza complessiva del sistema. Il miglioramento confuciano di Zhao considera positivo il miglioramento della condizione economica di un individuo solo se questo ingenera anche un miglioramento della condizione degli altri, non basta il «non peggioramento» della situazione altrui. «Io invece penso in termini psicologici», ci ha detto Zhao. «Non possiamo essere contenti se Elon Musk si arricchisce ogni giorno di più mentre noi restiamo fermi dove siamo. Penso che la sola matematica non basti. Se una società diventa ricca, ogni suo membro deve essere coinvolto, anche se in diversa misura, in questo arricchimento».

Si tratta di un approccio morale invece che legale alle relazioni internazionali – con tutto ciò che comporta in positivo e negativo – ma è indubbio che sulla base di questi tre principi non ci sarebbe mai stata una «Nato globale» e quindi, probabilmente, una guerra in Ucraina.

La leadership cinese si ispira a questi principi? Sicuramente, oltre che nell’elaborazione recente di una pace possibile, si trovano degli indizi di teoria del Tianxia in alcune costanti della politica cinese sia interna che esterna. Cito ad esempio il mantra del rapporto «win-win» (in cui vincono tutti) e il principio di non intromissione (quindi di non espansione del proprio modello/interesse) nelle relazioni internazionali; in politica interna, il patto non scritto tra governante e governati, per cui l’esclusiva del potere deve essere a beneficio di tutti, oppure il freno politico posto a quei settori dell’economia che sembrano espandersi troppo, destabilizzando l’economia.

Proprio come nel caso del Jack Ma da cui eravamo partiti.

Siamo lì, attraversiamo il fiume tastando le pietre – come diceva Deng Xiaoping – osserviamo senza essere troppo sicuri delle conclusioni, ma ci sentiamo di dire che la Cina potrebbe (condizionale d’obbligo) scompaginare un modello eccessivamente deterministico per cui il capitalismo, a partire dal 1914, produce inevitabilmente guerra. Ferma restando la violenza intrinseca al capitalismo stesso e la contraddizione rappresentata dalla sua pretesa di infinita espansione.

Fonte