di Roberto Romano
La guerra capitalista di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, arricchita dalla postfazione di Roberto Scazzieri, riprende e attualizza una delle più importanti tesi di Marx: la tendenza verso la centralizzazione del capitale, “una tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani, che disgrega l’ordine liberaldemocratico e alimenta la guerra militare tra nazioni”. Come sottolineano gli autori nell'introduzione, all’interno del libro viene spiegato e approfondito “il legame tra centralizzazione capitalistica e assedio alla democrazia” (p. 9). L’intuizione di Marx relativa al processo di centralizzazione dei capitali viene pertanto trattata e approfondita alla luce delle recenti dinamiche economiche internazionali. La forza della legge relativa alla centralizzazione del capitale viene aggiornata e sistematizzata grazie alla network analysis. Gli autori calcolano un nuovo indice di network control che misura la percentuale degli azionisti detentori dei pacchetti di controllo della parte preponderante del capitale azionario quotato nelle borse (p. 99-137). In tal modo è possibile pervenire al “valore intrinseco del capitale controllato seguendo tutti i percorsi diretti e indiretti delle partecipazioni azionarie” (p. 107).
Attraverso l’impiego di un modello vettoriale autoregressivo bayesiano (che viene ben spiegato in modo molto chiaro nella appendice a cura di Milena Lopreite e Michelangelo Puliga) Brancaccio, Giammetti e Lucarelli possono mettere in relazione la politica monetaria delle Banche Centrali con gli indici di centralizzazione precedentemente ricavati: una politica monetaria restrittiva, cioè un aumento dei tassi di interesse, “conduce a una riduzione del net control, ovvero alla riduzione della frazione di azionisti di controllo del capitale” (p. 124). Questo risultato sorprende gli autori (la novità in effetti esiste, se si considera l’analisi econometrica), ma è dentro la logica e il funzionamento del sistema capitalistico: se infatti consideriamo i recenti aumenti dei tassi di interesse della BCE – senza entrare nel merito della utilità o meno dell’operazione – è del tutto evidente che sono poche le società che possono generare dei profitti sufficienti per compensare l’aumento dei tassi. Pensando all’Europa, l’aumento dei tassi determinerà non tanto la morte di alcune imprese, piuttosto una riorganizzazione verticale delle stesse dal basso verso l’alto o, in altri termini, dalla periferia al centro.
L’analisi di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli relativa alla centralizzazione/concentrazione dei capitali è puntuale e per molti versi condivisibile, tuttavia, dal mio punto di vista, è necessario sottolineare la superiorità di un’analisi storica che non ricorra per forza alle tecniche econometriche per presentarsi come scientifica. Esistono per esempio alcune variabili che non possono essere trattate all’interno dei modelli econometrici che gli autori utilizzano per sostenere le loro tesi: la centralizzazione dei capitali e financo della proprietà sono condizionate dalla dimensione di scala necessaria per realizzare beni e servizi su cui incide anche la dimensione geopolitica. Non c’è solo la concentrazione dei capitali finanziari che danno luogo a relazioni conflittuali fra debitori e creditori, poiché la fine dell’era del dollaro presuppone un problema politico fondamentale irriducibile alle dinamiche finanziarie. Mi riferisco alla ricerca di un equilibrio superiore rispetto alla nuova geografia economica. Con questo termine – che riprendo in particolare dal quadro concettuale ricavabile dai lavori di Paolo Leon – intendo un assetto dell’economia mondiale caratterizzato dall’impiego di tecniche in grado di sfruttare al meglio le conoscenze tecnologiche disponibili, ciò che comporta una riorganizzazione delle catene del valore su scala globale. Questa riorganizzazione delle catene del valore si risolve per l’appunto in una nuova geografia economica. Quando nei miei scritti parlo di Storia con la s maiuscola, intendo proprio riferirmi a questa complessa dinamica che non è riducibile a una mera analisi quantitativa.
Anche gli autori riflettono sulla Storia economica recente e sul nuovo assetto finanziario internazionale (p. 19-95). Un passaggio di fondamentale importanza nella comprensione del fenomeno lo troviamo quando Brancaccio, Giammetti e Lucarelli discutono la tesi di Rudolf Hilferding per chiarire i nuovi assetti istituzionali del capitale: “i settori del capitale industriale, commerciale e bancario, un tempo divisi, vengono posti sotto la direzione comune dell’alta finanza”, secondo un processo che “ha come base il superamento della libera concorrenza” (p. 39), oppure quando citano The Economist (2018): “Le più grandi aziende del mondo non solo stanno diventando più grandi in termini assoluti, ma stanno anche trasformando un numero enorme di aziende più piccole in mere appendici” (p. 27).
Qual è l’esito politico di queste tendenze? Riferirsi genericamente alla categoria di imperialismo appare molto problematico, e gli autori ne sono consapevoli (si veda in particolare l’appendice a cura di Emiliano Brancaccio e Carmen Vita). In cosa consiste il nuovo conflitto imperialista che nel libro emerge come esito della centralizzazione dei capitali? Un testo che andrebbe ripreso, costruendo una comparazione con la situazione contemporanea – testo che gli autori citano, ma che a mio avviso non discutono in modo adeguato – è Moneta e Impero. Economia e finanzia internazionale dal 1890 al 1914 di Marcello De Cecco: ripercorrendo la storia del sistema aureo e della sua crisi De Cecco dimostra infatti che non furono tanto i meccanismi spontanei di mercato a garantire l’aggiustamento degli squilibri, quanto i rapporti gerarchici fra nazioni che si creavano negli scenari politici internazionali . È mia convinzione che solo una ricostruzione storica delle relazioni internazionali che si sviluppano attorno alla evoluzione dei sistemi economici possa condurre ad una reale comprensione della nuova geografia economica, dunque anche a una spiegazione delle tensioni belliche che la caratterizzano. Il rischio che si corre trascurando un approccio come quello di De Cecco è che l’analisi politica venga eccessivamente ridimensionata. La mia impressione è che la politica economica (normativa) nel testo di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli resti soffocata da una sorta di ineluttabilità del movimento del capitale.
Cosa comporta sul piano storico, o meglio sul piano della evoluzione istituzionale, che i capitali maggiori battono i minori, per dirla con lo Schumpeter studioso di Marx? Nel Capitale Marx cercava le leggi di movimento della società moderna, ma non la fine della Storia. La Storia e la società in Marx non sono regolate una volta per sempre, sono invece il riflesso dello sviluppo tecnico e organizzativo della società. L’aumento di capitale può e deve essere la conseguenza di un nuovo mercato, cioè di una nuova struttura istituzionale costruita per lo sfruttamento di nuove opportunità economiche. In questa prospettiva un capitalismo senza crisi è inconcepibile. Dobbiamo pur considerare che l’economia capitalistica “è costantemente rivoluzionata dall’interno da nuove intraprese, cioè dall’immissione, nel quadro esistente della struttura industriale, di nuove merci, o di nuovi modi di produzione, o di nuove opportunità di commercio”. Questa costante rivoluzione della struttura industriale non è di fatto considerata ne La guerra capitalista. Tuttavia, la mia tesi è che da essa dipendano principalmente gli scontri sul piano giuridico che precedono il protezionismo e il friend shoring, l’anticamera delle tensioni belliche, su cui Brancaccio, Giammetti e Lucarelli si concentrano. L’insieme di moduli e di tecniche giuridiche utilizzate da chi dispone delle risorse e della capacità di trasformarle è almeno tanto importante quanto gli squilibri finanziari fra debitori e creditori che per gli autori sembrano rappresentare la principale causa della guerra: “Una risorsa, una volta codificata legalmente, può generare ricchezza per chi la detiene. La codifica giuridica del capitale è un processo ingegnoso senza il quale il mondo non sarebbe mai arrivato ai livelli di ricchezza attuali, eppure il processo in sé è stato in genere celato”.
Quanto ricordato, in fondo, può spiegare le principali conseguenze della centralizzazione del capitale in sempre meno mani. Come scrivono gli autori: “i creditori liquidano e assorbono i debitori, a colpi di esportazioni di capitale, acquisizioni e fusioni” (p. 9). Il fatto però che “una centralizzazione imperialista del capitale [sia] destinata a riscrivere nel sangue il quadro dei rapporti di forza, tra nazioni e tra le classi” (p. 10) appare una conclusione troppo perentoria. Come sottolinea anche Paul Sweezy le così dette leggi di Marx non sono propriamente predizioni del futuro. Anche Joseph A. Schumpeter (1955) restituisce un Marx analista della Storia, che possiamo condensare in due preposizioni: “le forme e le condizioni di produzione sono le determinanti fondamentali delle strutture sociali, che, a loro volta, alimentano comportamenti, modi di azione, civiltà”. L’evoluzione istituzionale fa ogni tanto capolino all’interno del libro; non è un caso che gli autori siano costretti a misurarsi con Norberto Bobbio (p. 95) allorquando accusò la sinistra, specialmente quella marxista, di non avere una teoria dello Stato: tutta la riflessione dei comunisti, a suo parere, concerneva soltanto la questione della presa del potere statuale, non anche quella del modo in cui codesto potere, una volta “preso”, avrebbe dovuto essere esercitato. Tuttavia, Brancaccio, Giammetti e Lucarelli sembrano ricondurre questi aspetti del problema alla “legge” della centralizzazione dei capitali.
Qual è il nesso fra la centralizzazione dei capitali e la guerra? La terza parte del libro, che raccoglie interventi del solo Emiliano Brancaccio cerca di rispondere principalmente a questa domanda: “La tendenza verso la centralizzazione, insomma, potrebbe dar vita a un vero conflitto, una guerra capitalista tale da retroagire sullo stesso meccanismo di movimento, che potrebbe quindi divenire più tortuoso e incerto” (p. 143). È difficile non essere catturati dalle tesi enunciate in questa parte del testo, ma ancora una volta la più grande contesa internazionale e la necessaria rigenerazione delle istituzioni del capitale internazionale restano sacrificate all’interno di un discorso che riduce a spazi angusti l’analisi politica. In particolare, vorrei invitare gli autori a considerare che sebbene Russia e Ucraina “combattano” una guerra fatta per procura in cui i contrasti da risolvere rinviano a quelli esistenti fra gli Stati Uniti e l’area Euro-asiatica, dobbiamo pur considerare le specificità cinesi. La Cina ha un interesse che non è in nessun modo riconducibile a questo conflitto. Essa ha una domanda potenziale enorme davanti a sé, mentre Stati Uniti ed Europa hanno una domanda declinante che gli Stati Uniti vogliono tutta per sé. Forse la BCE può favorire una ulteriore centralizzazione del capitale in Europa attraverso l’incremento dei tassi di interesse, ma il capitale su cui l’Europa può fare affidamento, sebbene diversamente concentrato, è troppo piccolo e subalterno agli Stati Uniti. La Cina sembra giocare un’altra partita. Una partita molto più grande che non riguarda solamente il problema della domanda declinante che stanno invece affrontando Unione Europea e Stati Uniti.
La postfazione di Roberto Scazzieri, che riconosce l’importanza del lavoro condotto da Brancaccio, Giammetti e Lucarelli, ha il pregio di completare e chiarire un quadro concettuale che nel libro appare troppo spesso sottinteso: “Questa ricerca propone un’economia politica delle relazioni internazionali secondo una prospettiva che unisce all’analisi delle interdipendenze materiali la considerazione del contesto istituzionale di un’economia di mercato globalizzata, e di relazioni fra Stati che in parte riflettono asimmetrie e tensioni generate nella sfera stessa dei rapporti economici internazionali […] I tentativi di affermare e sostenere posizioni egemoniche attraverso la centralizzazione, così come il contrasto a questi processi, sono, secondo gli autori, un elemento fondamentale per spiegare i conflitti fra Stati-economia che partecipano al sistema globale delle interdipendenze fra mercati” (p. 230 e p. 232).
In ragione delle considerazioni avanzate da Scazzieri possiamo porre la seguente domanda: esiste un quadro di riferimento tecnico e politico per riconfigurare gli equilibri che gli autori reputano in qualche misura immutabili?
Le considerazioni di Scazzieri aiutano a sviluppare un discorso urgente che La guerra capitalista ha il merito di introdurre: “i conflitti generati all’interno di un’economia di scambio possono essere considerati come espressione di contrasti per il controllo di scarsità effettive o potenziali (…) Ci si può chiedere se i processi di controllo della scarsità attraverso centralizzazione e conflitti possano essere modificati da dinamiche tecnologiche e istituzionali capaci di intervenire sull’antagonismo-coesistenza fra scarsità e producibilità attraverso il contenimento delle scarsità artificiali”. (p. 234)
Le considerazioni sollevate conducono a delle questioni che mi pare importante analizzare: le asimmetrie sottese all’analisi del libro – e che appaiono in superficie come relazioni fra paesi debitori e paesi creditori – sono relative alla conoscenza? All’alta tecnologia? Alle economie di scala?
Non è il caso di aprire in questa sede una riflessione puntuale sulle domande appena formulate (alle quali andrebbe aggiunta anche una domanda sulla rilevanza della demografia come fattore di polarizzazione dello sviluppo), ma tutte concorrono a considerare quelle asimmetrie nel mercato che solo l’azione pubblica potrebbe correggere. Ma l’azione pubblica, soprattutto di fronte allo spettro di una guerra mondiale, deve essere collocata a un livello geopolitico adeguato. In gioco c’è la nuova geografia economica, o meglio, la Storia.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/01/2023
[Contributo al dibttito] - Note su "La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista"
19/04/2019
Italia, un paese di rentier e lavoratori poveri
E’ dagli anni Settanta, da Berlinguer in poi, che agli italiani si dice che stanno “vivendo al di sopra dei propri mezzi”, una vulgata che passa dai partiti ai media, dagli intellettuali ai cosiddetti economisti.
Poi capita che vai sul sito della banca centrale italiana e vedi tutt’altro. Ci riferiamo al Bollettino Economico uscito ieri e al comunicato Bilancia dei Pagamenti.
Incominciano con il primo. Ebbene, i funzionari del capitale italiano ci informano che la posizione finanziaria netta, vale a dire il saldo tra attivi e passivi finanziari, è lievemente debitoria. Vi è un passivo di 67 miliardi alla fine del 2019, il 3,9% del pil, dovuto alla discesa dei corsi azionari globali.
Per fare un raffronto, in Usa il saldo è negativo per il 35% del Pil, nella tanto decantata Spagna addirittura dell’86%. Questo paese, cioè, come prima della crisi del 2008, cresce grazie ai prestiti esteri, mentre l’Italia ha ridotto in questi cinque anni la posizione finanziaria netta di 20 punti percentuali e ormai la percentuale è irrisoria.
Significa che paghiamo i debiti e soprattutto abbiamo una mole enorme di attivi finanziari investiti all’estero.
Per avere un’idea, basti dire che a febbraio di quest’anno il surplus delle partite correnti (merci, servizi, redditi) è aumentato a 46 miliardi di euro, il 2,6% di pil, un’enormità. Stiamo dunque vivendo molto al di sotto delle nostre possibilità e dei nostri mezzi, contrariamente a quanto dice la vulgata corrente.
Al calo del surplus delle merci, da 55 a 49 miliardi, dovuto alla risalita dei prezzi energetici, ha fatto da contraltare il surplus dei servizi dovuto alla voce “spese dei turisti stranieri”, ma soprattutto il boom dei redditi primari.
Questi sono cedole, interessi, affitti, plusvalenze finanziarie di attivi investiti all’estero. Il surplus di questa voce è passata da 9,4 miliardi a 17,3 miliardi, più di un punto percentuale di pil.
L’Italia campa di rendita, insomma. O perlomeno alcuni italiani: quelli ricchi.
Gli attivi finanziari italiani spostati all’estero, almeno quelli ufficiali, sono pari a 900 miliardi di euro, ma c’è da aggiungere che dal 1963 vige la regola dello spallone, vale a dire l’esportazione illegale di capitali. Lo stock di questa voce è praticamente sconosciuto, ma si tratta senz’altro di un’enormità.
C’è poi un’altra voce da tenere d’occhio, il risparmio gestito. Negli ultimi 8 anni ha avuto un boom e ormai vengono amministrati circa 2.200 miliardi di euro, al 95% investiti in attività finanziarie estere.
Chi ha tutti questi capitali? Nei giorni scorsi abbiamo informato del dato Istat sul tasso di profitto delle imprese non finanziarie, pari al 41.7% (il più alto della media dell’eurozona), contro un tasso di investimento pari al 21,2%. Una differenza di 20 punti percentuali, spostati in attività finanziarie.
Banca d’Italia informa inoltre che è cresciuta la liquidità delle imprese non finanziarie e ormai si porta al 13% del valore aggiunto. Insomma, i capitalisti industriali sono pieni di soldi ma non investono.
Marcello De Cecco inquadrava questo costume sin dal 1963, con la stretta creditizia di Carli e lo “sciopero degli investimenti”. Si protrae da allora. Ma allora faceva da contraltare il sistema delle partecipazioni statali che programmavano, negli anni delle lotte sociali, massicci investimenti. Tolti di mezzo questi, grazie al volere dell’Unione Europea, non è rimasto più nulla.
Si campa – chi può farlo – sugli stock di rendita, non sui flussi. E ai metalmeccanici, grazie ai sindacati confederali, gli si dà un aumento mensile di 1,5 euro...
Fonte
Poi capita che vai sul sito della banca centrale italiana e vedi tutt’altro. Ci riferiamo al Bollettino Economico uscito ieri e al comunicato Bilancia dei Pagamenti.
Incominciano con il primo. Ebbene, i funzionari del capitale italiano ci informano che la posizione finanziaria netta, vale a dire il saldo tra attivi e passivi finanziari, è lievemente debitoria. Vi è un passivo di 67 miliardi alla fine del 2019, il 3,9% del pil, dovuto alla discesa dei corsi azionari globali.
Per fare un raffronto, in Usa il saldo è negativo per il 35% del Pil, nella tanto decantata Spagna addirittura dell’86%. Questo paese, cioè, come prima della crisi del 2008, cresce grazie ai prestiti esteri, mentre l’Italia ha ridotto in questi cinque anni la posizione finanziaria netta di 20 punti percentuali e ormai la percentuale è irrisoria.
Significa che paghiamo i debiti e soprattutto abbiamo una mole enorme di attivi finanziari investiti all’estero.
Per avere un’idea, basti dire che a febbraio di quest’anno il surplus delle partite correnti (merci, servizi, redditi) è aumentato a 46 miliardi di euro, il 2,6% di pil, un’enormità. Stiamo dunque vivendo molto al di sotto delle nostre possibilità e dei nostri mezzi, contrariamente a quanto dice la vulgata corrente.
Al calo del surplus delle merci, da 55 a 49 miliardi, dovuto alla risalita dei prezzi energetici, ha fatto da contraltare il surplus dei servizi dovuto alla voce “spese dei turisti stranieri”, ma soprattutto il boom dei redditi primari.
Questi sono cedole, interessi, affitti, plusvalenze finanziarie di attivi investiti all’estero. Il surplus di questa voce è passata da 9,4 miliardi a 17,3 miliardi, più di un punto percentuale di pil.
L’Italia campa di rendita, insomma. O perlomeno alcuni italiani: quelli ricchi.
Gli attivi finanziari italiani spostati all’estero, almeno quelli ufficiali, sono pari a 900 miliardi di euro, ma c’è da aggiungere che dal 1963 vige la regola dello spallone, vale a dire l’esportazione illegale di capitali. Lo stock di questa voce è praticamente sconosciuto, ma si tratta senz’altro di un’enormità.
C’è poi un’altra voce da tenere d’occhio, il risparmio gestito. Negli ultimi 8 anni ha avuto un boom e ormai vengono amministrati circa 2.200 miliardi di euro, al 95% investiti in attività finanziarie estere.
Chi ha tutti questi capitali? Nei giorni scorsi abbiamo informato del dato Istat sul tasso di profitto delle imprese non finanziarie, pari al 41.7% (il più alto della media dell’eurozona), contro un tasso di investimento pari al 21,2%. Una differenza di 20 punti percentuali, spostati in attività finanziarie.
Banca d’Italia informa inoltre che è cresciuta la liquidità delle imprese non finanziarie e ormai si porta al 13% del valore aggiunto. Insomma, i capitalisti industriali sono pieni di soldi ma non investono.
Marcello De Cecco inquadrava questo costume sin dal 1963, con la stretta creditizia di Carli e lo “sciopero degli investimenti”. Si protrae da allora. Ma allora faceva da contraltare il sistema delle partecipazioni statali che programmavano, negli anni delle lotte sociali, massicci investimenti. Tolti di mezzo questi, grazie al volere dell’Unione Europea, non è rimasto più nulla.
Si campa – chi può farlo – sugli stock di rendita, non sui flussi. E ai metalmeccanici, grazie ai sindacati confederali, gli si dà un aumento mensile di 1,5 euro...
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28/08/2018
Discutendo di privatizzazioni
Nelle esagitate discussioni sulle privatizzazioni che sono avvenute dopo il crollo del ponte di Genova è forse necessario introdurre dei fattori di razionalizzazione e di storicizzazione.
Uno di questi può essere l’indagine conoscitiva della commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione la quale nella seduta del 7 Dicembre 2000 si servì della consulenza di rappresentanti delle maggiori sigle sindacali e poi del Professor Marcello De Cecco.
Dopo interventi sindacali brevi e scarsamente significativi (data l’incoerenza tra le osservazioni fatte e il sostanziale appoggio alle privatizzazioni), interessante appare, invece, l’intervento di De Cecco che esordisce dicendo non a caso:
Poi De Cecco parla della crisi del modello e dice:
Fonte
Uno di questi può essere l’indagine conoscitiva della commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione la quale nella seduta del 7 Dicembre 2000 si servì della consulenza di rappresentanti delle maggiori sigle sindacali e poi del Professor Marcello De Cecco.
Dopo interventi sindacali brevi e scarsamente significativi (data l’incoerenza tra le osservazioni fatte e il sostanziale appoggio alle privatizzazioni), interessante appare, invece, l’intervento di De Cecco che esordisce dicendo non a caso:
“Vorrei preliminarmente rilevare che le mie opinioni sul tema delle privatizzazioni non sono molto di moda. Considero gran parte di quello che è stato scritto sulle privatizzazioni animato più da ideologia che da principi economici. D’altronde tutti gli economisti hanno dietro un’ideologia. E’ importante – però – non scambiare l’una con l’altra: i ragionamenti economici vanno limitati al campo dell’economia; se poi alcune opinioni derivano da ideologie basta dirlo. Ho voluto premettere queste parole per sottolineare che dal punto di vista della teoria economica non c’è nessun motivo per cui lo Stato non dovrebbe essere proprietario di imprese, anche manifatturiere: si può essere contro o a favore, ma le posizioni favorevoli o contrarie – del tutto legittime – sono necessariamente da ricondursi ad una ideologia di base. A mio avviso l’economista in quanto tale non deve prendere posizione: infatti, dal punto di vista dei rendimenti economici di un sistema capitalistico privato, un’impresa privata può essere gestita male e un’impresa pubblica può essere gestita molto bene (così come è possibile anche il contrario)”.E aggiunge:
“Mentre in paesi come la Francia e la Germania la percentuale di imprese direttamente o indirettamente nelle mani di istituzioni pubbliche – soprattutto in alcuni settori – è ancora molto elevata (oggi molto più che da noi), in Italia con l’esperienza delle privatizzazioni la «mano pubblica» (una bella espressione della nostra lingua) si è ritirata dall’economia per una buona parte del totale e in pratica di pubblico è rimasto veramente poco.”De Cecco poi si sofferma sulla natura delle imprese di Stato e dice:
“Le società pubbliche italiane, cioè la parte dell’industria italiana che si trovava nelle mani di enti pubblici o direttamente dello Stato, avevano una caratteristica: erano gestite senza capitale. Si diceva infatti che il capitale era nelle mani dello Stato; dunque esse erano essenzialmente gestite attraverso l’emissione di obbligazioni, sostituendo il debito al capitale. Per quale motivo? Perché l’impresa pubblica italiana è nata non da una ideologia, ma dall’emergenza e da fattori contingenti: dalla crisi degli anni trenta e dalla necessità di costruire velocemente le infrastrutture dello Stato italiano (ferrovie, strade e quant’altro) in un paese che si affacciava allo sviluppo in ritardo, seguendo quanto stava accadendo soprattutto nella Germania guglielmina, nella Germania imperiale, cioè nel paese che dal 1870 in poi aveva fatto registrare la più impressionante esperienza di sviluppo”A proposito della Germania guglielmina De Cecco aggiunge:
“La Germania funzionava con sistemi di finanziamento molto avventurosi, che l’Italia copiò: sistemi che richiedevano una presenza dello Stato pressante e continua, proprio perché funzionavano senza capitali. Il sistema previdenziale tedesco, per esempio, adottò per primo nel mondo il modello a contribuzione al posto di quello a capitalizzazione: non avendo i soldi, davano la pensione ai vecchi sulla base dei contributi dei giovani (che all’epoca erano tanti, sia in Germania sia in Italia). Anche le banche tedesche (la fonte del «guaio», cioè del modo in cui l’industria italiana divenne pubblica) effettuavano i servizi di credito senza avere i soldi. Infatti è la banca tedesca (e non quella inglese) a creare i depositi: essa partecipa alle imprese, le finanzia; poi i soldi tornano indietro e diventano depositi. Questi sistemi di credito e di previdenza sono due modi per mangiare la propria torta e nello stesso tempo continuare ad averla. Hanno funzionato molto bene, ma sono estremamente rischiosi; sono sensibili a tutte le oscillazioni del ciclo mondiale ed hanno una forte fragilità finanziaria”Quanto l’Italia abbia copiato dalla Germania viene così descritto:
“Gli italiani hanno copiato sia la previdenza sia la banca tedesca. La banca mista – in particolare – è servita a creare una quantità di imprese: essenzialmente il moderno sistema industriale italiano è stato creato dalle banche miste di origine tedesca importate da Crispi in Italia dopo la grande crisi bancaria dei primi anni novanta. Sono queste le banche che fecero il grande boom giolittiano. Anche la prima guerra mondiale in Italia fu portata avanti con una forte presenza della mano pubblica: direttamente come regia dell’intera economia di guerra, indirettamente tramite queste banche, che nelle imprese da loro dipendenti potevano contare sulle commesse pubbliche e che poi alla fine della guerra – e specialmente dopo la quota 90 della lira – si trovarono in grave difficoltà. La crisi internazionale e nazionale che è seguita indusse un’emergenza, risolta dal governo del tempo con la creazione dell’IRI. Così, con la nascita dell’IMI e poi dell’IRI, fu creata l’impresa pubblica in Italia.”E a proposito del sistema bancario bancario di allora
“L’IRI fu creata sulle spoglie di due banche: la Banca commerciale italiana e il Credito italiano. La Comit era ancora in mani tedesche: quindi era un istituto di credito del nemico che aveva perso la guerra. Contro di essa si rivolsero le vendette della classe politica ed economica italiana, che a quei tempi era fortemente nazionalista; prova ne sia che le proprietà industriali del Credito italiano (che non era più tedesco, essendo stato nazionalizzato) furono restituite dallo Stato italiano ai proprietari. Il gruppo torinese che ancora esiste (Pirelli, Agnelli e così via) ha riavuto quello che stava in pegno al Credito italiano, mentre i tedeschi sono stati trattati peggio. Dalle spoglie di quella Banca commerciale nacque l’IRI. La Banca commerciale italiana, il Credito italiano e l’industria di proprietà di queste due banche tornarono all’Italia e passarono nella mano pubblica.”Quindi abbiamo un quadro che è molto diverso da quello che potremmo immaginare seguendo l’ideologia dominante. Ma non è finita. Circa i rapporti tra industria privata e industria pubblica De Cecco dice:
“Si potrebbe dire che per un lungo periodo lo sviluppo dell’industria privata – grande e piccola – è dipeso dalla presenza dell’industria pubblica che forniva servizi a prezzi bassi. Infatti l’industria pubblica italiana di base – fatta di grandi impianti, con un forte immobilizzo di capitali e con l’utilizzazione di economie di scala – è riuscita a fornire prodotti a prezzi convenienti per gli utilizzatori.”E ancora:
“L’industria privata italiana grande e piccola (per esempio tutti gli utilizzatori dei metalli) ha lavorato i prodotti dell’industria pubblica con grande beneficio. Lo stesso vale per il petrolio, con la creazione dell’ENI. Senza industria pubblica, quella che forse è l’ultima grande filiera che sopravvive della grande industria italiana, cioè il settore automobilistico, non esisterebbe: infatti le autostrade sono state costruite dall’IRI, mentre l’ENI ha provveduto agli impianti di distribuzione di benzina. Oggi non ci si pensa, ma quando le pompe di benzina furono realizzate richiesero un enorme investimento su tutto il territorio. Chi avrebbe potuto farlo, se non questa grande istituzione pubblica? Se fosse toccato al privato, si sarebbe potuto aspettare un bel po’. Come sapete, invece, l’Autostrada del sole è stata costruita in cinque anni e la famosa automobilizzazione precoce dell’Italia è avvenuta nello stesso periodo. Ora, tranne qualche episodio sporadico – come nel caso dell’Alfa Romeo – le automobili in Italia sono sempre state costruite dai privati. Si tratta quindi di una simbiosi molto forte tra industria pubblica e privata”.Nello spiegare come mai questo circuito si è interrotto, De Cecco prima accenna al fatto che in realtà sono stati pochi i casi nei quali l’industria pubblica è finita nelle mani dei nostri proprietari privati poi aggiunge:
“È successo che il livello di concorrenza internazionale, la globalizzazione e l’integrazione dei mercati, la creazione del mercato unico europeo hanno fatto sì che la concorrenza sui beni commerciati a livello internazionale è diventata estremamente forte per i produttori italiani sul loro stesso mercato e quindi essi hanno teso a ritirarsi nei settori meno esposti alla concorrenza internazionale: mi riferisco ai servizi nei quali fino a quel momento era prevalsa la mano pubblica. In quell’ambito essi hanno ritenuto di poter occupare spazi e di poterlo fare vantaggiosamente.”.Dunque non una ricerca di maggior efficienza, ma una ritirata delle nostre imprese.
Poi De Cecco parla della crisi del modello e dice:
“Guardando all’intera esperienza del settore manifatturiero possiamo dire che la siderurgia (e un certo tipo di meccanica) era il comparto criticamente in perdita per via dell’accumulazione di interessi passivi diventati giganteschi a causa dell’aumento dei tassi di interesse internazionali. Non è sbagliato dire che è stata la siderurgia pubblica a portare a fondo l’industria pubblica italiana, perché l’accumularsi delle perdite ed il finanziamento delle medesime senza capitali e a tassi di interesse elevati è risultato assolutamente impossibile a partire dagli anni ottanta e fino all’inizio degli anni novanta: a quel punto non è stato più possibile sostenere le perdite. Ci si è trovati quindi di fronte ad una situazione di emergenza. In altri casi si può essere anche verificata una scelta, ma il vero e proprio fattore scatenante è stata la crisi della siderurgia, determinata essenzialmente dal fatto che quell’industria – sensibile ai mutamenti del ciclo economico – nel periodo delle vacche grasse non aveva accumulato depositi in banca ed aveva realizzato vari tipi di diversificazione non particolarmente riusciti; arrivato poi il periodo delle vacche magre, l’industria si è trovata a sostenere senza capitali tassi di interesse molto elevati sui propri debiti. Ciò ha impedito che l’esperimento delle partecipazioni statali – cioè dell’economia mista italiana – potesse continuare nel settore manifatturiero di base."Poi De Cecco quasi sbotta:
“Dopo tutto l’industria di Stato è dei cittadini e sarebbe stato dovere degli eletti del Parlamento italiano difendere il valore di queste imprese, che apparteneva appunto al cittadino che paga le tasse: a me come a tutti gli altri. Personalmente, per esempio, non ho capito cosa io abbia guadagnato da queste privatizzazioni e, come me, cosa abbiano guadagnato molti altri tax payers; ma questa è un’espressione inglese che da noi non è stata mai usata troppo. In Italia le ragioni del cittadino che paga le tasse non vanno molto di moda: più che altro contano le ragioni dei produttori e quelle dei consumatori quando sono industriali, ma mai quelle del cittadino che paga le tasse; a mio modesto avviso devo dire che queste ultime non rientrano mai tra i motivi ispiratori della politica italiana. Sarà un bene o un male, ma è così. Per pagare gli interessi, negli ultimi dodici anni prima dell’inizio del processo di privatizzazioni si è accumulato un enorme debito pubblico, che non dipendeva unicamente dall’industria pubblica”Quanto alla corruzione e ai boiardi di Stato De Cecco contestualizza:
“In proposito va sottolineato che la classe dirigente dell’industria pubblica nata negli anni trenta dal salvataggio dell’industria privata era migliore del management privato: ci teneva ad esserlo e ci teneva ad avere modi di vita e di gestione assolutamente contrapposti a quelli dei privati, per mostrare che si poteva fare meglio. Ed effettivamente così fu per lungo tempo, durante gli anni in cui due classi politiche – prima quella del regime fascista e poi quella dei primi dieci-quindici anni della nuova Italia – contennero le proprie brame e mantennero nei posti di responsabilità le persone che avevano salvato l’industria privata spostandola nelle mani pubbliche. Era stata così compiuta un’importante riforma istituzionale, che oggi si studia nei libri e che ebbe enorme risalto in tutto il mondo: quando ero studente a Cambridge, tutti venivano in Italia a studiare l’economia mista del nostro paese e in un paio d’anni sull’argomento furono pubblicati due o tre libri, perché a quei tempi era considerata la via del futuro. Ma ad un certo punto, come succede a tutte le classi dirigenti senza ricambio, ci si cominciò ad espandere anche in settori nei quali dovrebbe invece prevalere la capacità di gestione. E quando si cominciò ad invocare le tessere anche in quel campo, poco dopo si determinò la situazione che tutti conoscete meglio di me: i boiardi di Stato e la corruzione. Si tratta appunto di uno dei fattori che ha determinato la successiva scelta di procedere alla privatizzazione. Non che nel settore privato questi fenomeni non esistessero, ma nella mano pubblica facevano più impressione e questo elemento nuovo indusse un modo piuttosto peculiare di risolvere il problema: gettare via la creatura insieme al bagnetto. In altre parole, invece di mandare via quei boiardi di Stato – sostituendoli con persone paragonabili ai vecchi manager indipendenti dai partiti – per eliminare quelle figure è stato necessario abbattere l’edificio. In realtà poi alcuni, usciti dalla finestra, sono rientrati dalla porta delle istituzioni create successivamente. Come metodo per eliminare una classe dirigente non è stato poi molto efficace; anzi, sicuramente è stato molto costoso.”De Cecco parla anche del rapporto tra processo di privatizzazione e composizione del debito pubblico e afferma:
“Nel momento in cui l’industria italiana è stata privatizzata, si è verificato anche un mutamento strutturale nella gestione del debito pubblico. Quest’ultimo nella fase dell’emergenza – dal 1980 al 1992 – era stato assorbito dai privati, cioè venduto alle famiglie senza intermediazione: caso quasi unico al mondo, i cittadini italiani benestanti di una certa età acquistavano direttamente dallo Stato le cartelle del Tesoro e le tenevano in banca a custodia. Il fenomeno, che può sembrare molto comune, costituisce in realtà quasi un unicum, nel senso che altrove non è avvenuto o comunque è avvenuto molto raramente. Di solito si acquistano le cartelle dalle banche, che a loro volta le hanno comprate dallo Stato; qui invece si è venduto direttamente al pubblico, proprio perché durante la ripresa dell’economia italiana negli anni ottanta le banche avevano bisogno di finanziare le imprese (per ristrutturazioni o comunque per finalità produttive) e quindi affidarono ai privati i titoli pubblici dei quali esse erano ampiamente in possesso. Per vendere titoli pubblici ai privati occorreva però modificarne la natura, perché mentre le banche sono capaci di commerciare con questi prodotti i privati li volevano solo conservare in cassaforte, come forma di risparmio. Il debito pubblico italiano si è così trasformato in una forma di risparmio previdenziale ed è diventato la previdenza integrativa degli italiani della classe medio-alta (non è mai stato detenuto dai poveri, ma sempre dai benestanti, a partire da coloro che a quei tempi guadagnavano circa 50 milioni all’anno)."Poi aggiunge:
“Infatti, come il governatore della banca d’Italia ha ricordato in più occasioni, oggi il debito pubblico italiano è per il 50 per cento nelle mani di soggetti stranieri (mentre quando i fatti che ho descritto sono accaduti quella percentuale era inferiore al 5 per cento): in sostanza oggi circa un milione di miliardi di debito pubblico è in mano a operatori stranieri. Non si tratta di debito classato, come si dice in gergo: anche se è debito di lungo periodo (perché, come si dice, la vita del debito è stata allungata), queste somme non sono più nelle mani – come in passato – dei proprietari di bottega (questa volta francesi, magari, invece che italiani) che vogliono assicurarsi una pensione integrativa: vanno invece alle banche straniere, che le tengono quanto loro conviene (un giorno, un anno o dieci anni, a seconda della convenienza) e poi le vendono. È un aspetto importante, perché significa che, come si dice al mio paese, bisogna «farli ridere», cioè occorre rendere continuamente conveniente la detenzione di questi buoni italiani.”.Inutile dire che il ruolo delle banche in questo processo è stato esiziale. Sull’argomento De Cecco conclude dicendo che:
“Questo tipo di proprietà implica una relazione continua e costante con quell’ambiente di settanta banche di investimento che si sono occupate di collocare presso il pubblico le quote di privatizzazione italiane; più o meno sono le stesse che oggi gestiscono il debito pubblico. Bisogna continuamente dare a questi istituti motivi per guadagnare: non certo illecitamente, ma dalle commissioni e dalle parcelle (parcelle professionali per le consulenze delle banche di investimento, commissioni per il collocamento, l’acquisto e in generale la gestione). Si tratta dell’attività più redditizia per le banche internazionali: negli ultimi dieci anni le banche hanno guadagnato facendo questo e non raccogliendo il denaro presso i risparmiatori o prestandolo alle imprese: e poiché così si guadagna bene, tutti si sono lanciati in questo settore. Le banche che lo hanno sempre fatto sono quelle che lo fanno meglio. Non mi riferisco alle banche italiane e nemmeno (se non in misura ridotta) a quelle europee: essenzialmente si tratta delle merchant banks inglesi e delle investment banks americane (ormai le prime sono state vendute in forme varie e di proprietà inglese non ce ne sono più). In definitiva oggi c’è un’opinione finanziaria internazionale che determina i prezzi del debito pubblico (dell’Italia, ma anche della Germania) classato internazionalmente. Credo quindi che l’esperienza delle privatizzazioni debba essere integrata in questa necessità di grande trasformazione strutturale e istituzionale della proprietà del debito pubblico italiano, che si è compiuta proprio nello stesso periodo.”De Cecco continua parlando del dopo privatizzazione e afferma:
“All’inizio degli anni novanta Romano Prodi, quando pensava ancora di poter trasformare le partecipazioni statali senza smantellarle, diceva che i gruppi pubblici italiani avrebbero potuto dire la loro nella ristrutturazione oligopolistica che si sarebbe sviluppata negli anni novanta e che poi si è puntualmente verificata. Questo fenomeno sta continuando tuttora e si chiama globalizzazione. Ebbene, nell’ambito della globalizzazione la grande industria italiana è presente soltanto in un paio di casi, con soggetti privati; per il resto non abbiamo carte da giocare, mentre i francesi e i tedeschi le hanno ancora in mano, poiché non hanno privatizzato quasi niente (gli stessi spagnoli hanno venduto le imprese agli stranieri, ma si sono tenuti le banche). Dal punto di vista della possibilità di intervenire sui mercati in quelle forme, quindi, l’Italia non dispone più degli strumenti che aveva un tempo”.Sulle prospettive De Cecco dice:
“Va detto che oggi l’Italia è protagonista soltanto nella piccola dimensione; e non so fino a quando, senza l’ombrello protettivo che in precedenza era costituito da questi grandi gruppi pubblici, potranno durare nel tempo le esperienze dei piccoli produttori che oggi sono maggiormente esposti alle oscillazioni dei prezzi internazionali. Non stiamo parlando dei piccoli produttori di altri paesi, ma di quelli italiani, che non possono più fare affidamento sui prezzi dei prodotti di base e sul costo dei servizi pubblici ottenibili ai tempi delle partecipazioni statali. Non dimentichiamo che il prezzo basso – quindi non remunerativo – di un servizio pubblico comporta che qualcuno (non soltanto il consumatore, ma anche il produttore) paghi di meno rispetto a quello che dovrebbe; questa componente entra nei costi di produzione e ne abbassa il livello. Purtroppo a livello di sistema paese non possiamo più contare su un fronte di ricerca applicata (e anche, in qualche misura, di ricerca di base) capace di sostenere la concorrenza degli altri sistemi: la somma di tanti lillipuziani non equivale ad un soggetto grande, perché i lillipuziani non fanno né ricerca né invenzioni. Oggi i brevetti italiani sono pochi; inferiori, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, a quelli degli altri principali paesi. Tutte queste attività sono molto più difficili oggi di quanto non lo fossero per grandi imprese che nel calderone dei loro bilanci potevano anche assorbire ricerche che duravano anni (magari non portavano a niente, però nel frattempo veniva mantenuta in piedi una struttura di ricerca che poi in un altro momento poteva inventare qualcosa di importante). Tutto questo lo abbiamo perduto.”Verso la fine dell’audizione però Laura Pennacchi pone alcune questioni al Prof. De Cecco una delle quali è la questione della rigidità del mercato del lavoro e dei salari. La risposta di Marcello De Cecco è ambigua ed è significativa dei problemi che sono propri dell’attuale cultura di sinistra. Egli infatti dice:
“Io ritengo che quei problemi affliggano la gran parte dei paesi: si tratta di questioni che fanno parte della creazione del consenso nei nostri sistemi, in quello tedesco così come in quello italiano (in quest’ultimo in particolare, anche se si assomigliano molto fra loro). Se si ammazza quel tipo di creazione del consenso, allora bisogna crearne un altro. Su questo tema si sta dibattendo sia in Germania sia in Italia.”Sembra quasi (da quest’ultima citazione) che le lotte per il salario e per il mercato del lavoro facciano parte solo di una questione che riguardi la gestione del consenso, mentre l’esperto dovrebbe ammettere che effettivamente queste lotte e questi processi siano stati alla fine non del tutto positivi per i paesi europei. E’ una riserva mentale che tocca molti economisti cosiddetti di sinistra (il tanto citato Krugman nel 1996 diceva che “la preoccupazione per i deficit di bilancio delle nazioni occidentali non può più essere considerata un problema ideologico, ma anzi è oggi un problema di pura ragioneria e per vederla in altro modo bisogna proprio nascondere la testa sotto la sabbia” per poi assumere posizioni molto diverse dopo la crisi che lui non pare abbia previsto) i quali forse, guardando le cose dal punto di vista di chi fa politica economica, finiscono per assumere una prospettiva interclassista di mediazione di istanze di classi diverse. Tuttavia, come si è visto, è interessante il lavoro di De Cecco di demistificazione dell’atteggiamento di chi legge il problema delle privatizzazioni solo nell’ottica del mainstream.
Fonte
06/03/2016
Un eretico della globalizzazione
L’economista Marcello De Cecco è morto ieri, a Roma. Nato a Lanciano nel 1939, ha insegnato in vari atenei italiani ed esteri, tra cui Norwich, Siena, la Scuola Normale di Pisa e la Luiss di Roma. Raffinato interprete della storia della moneta e della finanza, De Cecco conquistò uno spazio nella ricerca accademica internazionale per i suoi contributi alla comprensione del funzionamento del «gold standard», il sistema aureo vigente fino alla prima guerra mondiale. Il suo Money and Empire, pubblicato nel 1974 da Basil Blackwell, è considerato un esempio di analisi storico-critica dei rapporti tra moneta e potere economico, fondata su un’interpretazione rigorosa delle fonti documentali ed espressamente scettica verso ogni tentativo di esaminare le relazioni economiche internazionali in base a teoremi astratti e decontestualizzati.
In quest’ottica De Cecco ha avanzato spesso obiezioni verso la tradizione di pensiero economico dominante, sostenitrice dei cosiddetti «meccanismi di aggiustamento automatico», secondo i quali le forze spontanee del mercato dovrebbero essere in grado di garantire l’equilibrio degli scambi commerciali e finanziari tra i diversi paesi. Per gli esponenti di questa visione, il funzionamento del gold standard era garantito dal meccanismo spontaneo secondo cui, per esempio, l’eccesso di importazioni di un paese avrebbe dato luogo a un deflusso d’oro tale da generare un calo di domanda interna e quindi dei prezzi nazionali, con conseguente aumento della competitività e riequilibrio tra import ed export.
Tale meccanismo, per De Cecco, in realtà non ha mai avuto rilevanza concreta. A suo avviso, piuttosto, le relazioni economiche tra paesi sono strutturate su basi perennemente squilibrate, imperialistiche, condizionate dalle scelte politiche e finanziarie dei governi e dipendenti in ultima istanza dai rapporti di forza tra capitalismi nazionali. In questo senso De Cecco ha suggerito che il gold standard prebellico poté sopravvivere solo fino a quando l’Impero britannico fu in grado di imporre uno specifico regime di governo coloniale dei flussi finanziari internazionali, in base al quale l’India avrebbe dovuto assorbire i titoli del debito emessi dalla Gran Bretagna per coprire il proprio disavanzo estero.
Una concezione basata su meccanismi di aggiustamento automatico è stata, in fin dei conti, anche alla base della fiducia con cui molti economisti accolsero la nascita della moneta unica europea. Questa visione semplicistica, potremmo dire «idraulica», del funzionamento dell’Unione monetaria europea, è sempre stata criticata da De Cecco, il quale anche al caso dell’euro ha applicato i suoi complessi schemi di lettura storica dei rapporti economici internazionali. In particolare, egli ha più volte segnalato che la tendenza della Germania ad accumulare surplus commerciali verso l’estero genera il paradosso di un paese egemone che, anziché svolgere il ruolo tradizionale di creatore e diffusore della moneta all’interno del sistema che esso domina, tende piuttosto a risucchiarla presso di sé: una contraddizione che non ha precedenti nella storia dei regimi monetari, e che pregiudica la sostenibilità futura del processo di unificazione europea.
I dubbi manifesti sull’efficacia dei meccanismi di aggiustamento automatico interni all’Unione monetaria non hanno tuttavia mai indotto De Cecco a contestare il progetto europeo. Membro del consiglio degli esperti economici dei governi Prodi e D’Alema negli anni Novanta, tra i fondatori del Partito Democratico nel 2007, De Cecco ha condiviso fino in fondo il percorso politico che ha legato i destini della sinistra di governo italiana alle speranze di successo dell’integrazione europea. Anche quando nel 2010 fu tra i firmatari di una lettera di trecento economisti che evocava la possibilità di una rottura dell’eurozona, in privato De Cecco contestò ai suoi promotori, tra cui il sottoscritto, una frase finale del documento che esplicitamente contemplava una opzione politica di uscita di uno o più paesi dalla moneta unica.
La sua estrema sfiducia verso un’opzione del genere era fondata sul timore che un abbandono dell’euro sfociasse semplicemente in un mero deprezzamento del cambio, magari lasciato alle forze erratiche del mercato: una soluzione che a suo avviso avrebbe solo favorito quegli spezzoni di piccolo capitalismo, arretrato e talvolta parassitario, sui quali non riteneva possibile fondare alcuna reale speranza di sviluppo economico ed emancipazione civile del paese.
Tale conclusione, tuttavia, non colloca l’economista di origine abruzzese tra i rassegnati alle lacrime e al sangue dell’attuale processo di integrazione europea. Sia pure con discrezione e senza clamori, Marcello De Cecco ha sempre portato avanti, in accademia e in campo divulgativo, una tesi assolutamente eretica e controcorrente: vale a dire l’idea di avviare una riflessione critica sugli effetti della indiscriminata apertura ai movimenti internazionali di capitali e di merci, e di immaginare delle ipotesi di ripristino di forme coordinate di controllo degli scambi tra paesi.
Nella introduzione al suo ultimo libro, nel 2013, egli giunse a scrivere che l’aver screditato e messo da parte per più di un cinquantennio soluzioni come il protezionismo e la regolamentazione degli scambi «come se si trattasse di pulsioni peccaminose e indegne di una nuova e superiore organizzazione internazionale, è stato colpevole e persino stupido, perché in forma blanda esse dovevano rimanere in voga» mentre oggi ci si ritrova a ripristinarle «velocemente e in dosi assai maggiori, senza usufruire dei vantaggi che sarebbero derivati da dosi moderate, e correndo in pieno il pericolo di precipitare il mondo intero in un nuovo disordine internazionale» (Ma che cos’è questa crisi, Donzelli). La sgradevole sensazione di trovarsi in un periodo di profondo riflusso verso il nazionalismo e il razzismo come eterogenesi dei fini del globalismo e dell’europeismo acritico degli anni passati.
Uno spunto su cui sarebbe utile riflettere, specie a sinistra.
Fonte
In quest’ottica De Cecco ha avanzato spesso obiezioni verso la tradizione di pensiero economico dominante, sostenitrice dei cosiddetti «meccanismi di aggiustamento automatico», secondo i quali le forze spontanee del mercato dovrebbero essere in grado di garantire l’equilibrio degli scambi commerciali e finanziari tra i diversi paesi. Per gli esponenti di questa visione, il funzionamento del gold standard era garantito dal meccanismo spontaneo secondo cui, per esempio, l’eccesso di importazioni di un paese avrebbe dato luogo a un deflusso d’oro tale da generare un calo di domanda interna e quindi dei prezzi nazionali, con conseguente aumento della competitività e riequilibrio tra import ed export.
Tale meccanismo, per De Cecco, in realtà non ha mai avuto rilevanza concreta. A suo avviso, piuttosto, le relazioni economiche tra paesi sono strutturate su basi perennemente squilibrate, imperialistiche, condizionate dalle scelte politiche e finanziarie dei governi e dipendenti in ultima istanza dai rapporti di forza tra capitalismi nazionali. In questo senso De Cecco ha suggerito che il gold standard prebellico poté sopravvivere solo fino a quando l’Impero britannico fu in grado di imporre uno specifico regime di governo coloniale dei flussi finanziari internazionali, in base al quale l’India avrebbe dovuto assorbire i titoli del debito emessi dalla Gran Bretagna per coprire il proprio disavanzo estero.
Una concezione basata su meccanismi di aggiustamento automatico è stata, in fin dei conti, anche alla base della fiducia con cui molti economisti accolsero la nascita della moneta unica europea. Questa visione semplicistica, potremmo dire «idraulica», del funzionamento dell’Unione monetaria europea, è sempre stata criticata da De Cecco, il quale anche al caso dell’euro ha applicato i suoi complessi schemi di lettura storica dei rapporti economici internazionali. In particolare, egli ha più volte segnalato che la tendenza della Germania ad accumulare surplus commerciali verso l’estero genera il paradosso di un paese egemone che, anziché svolgere il ruolo tradizionale di creatore e diffusore della moneta all’interno del sistema che esso domina, tende piuttosto a risucchiarla presso di sé: una contraddizione che non ha precedenti nella storia dei regimi monetari, e che pregiudica la sostenibilità futura del processo di unificazione europea.
I dubbi manifesti sull’efficacia dei meccanismi di aggiustamento automatico interni all’Unione monetaria non hanno tuttavia mai indotto De Cecco a contestare il progetto europeo. Membro del consiglio degli esperti economici dei governi Prodi e D’Alema negli anni Novanta, tra i fondatori del Partito Democratico nel 2007, De Cecco ha condiviso fino in fondo il percorso politico che ha legato i destini della sinistra di governo italiana alle speranze di successo dell’integrazione europea. Anche quando nel 2010 fu tra i firmatari di una lettera di trecento economisti che evocava la possibilità di una rottura dell’eurozona, in privato De Cecco contestò ai suoi promotori, tra cui il sottoscritto, una frase finale del documento che esplicitamente contemplava una opzione politica di uscita di uno o più paesi dalla moneta unica.
La sua estrema sfiducia verso un’opzione del genere era fondata sul timore che un abbandono dell’euro sfociasse semplicemente in un mero deprezzamento del cambio, magari lasciato alle forze erratiche del mercato: una soluzione che a suo avviso avrebbe solo favorito quegli spezzoni di piccolo capitalismo, arretrato e talvolta parassitario, sui quali non riteneva possibile fondare alcuna reale speranza di sviluppo economico ed emancipazione civile del paese.
Tale conclusione, tuttavia, non colloca l’economista di origine abruzzese tra i rassegnati alle lacrime e al sangue dell’attuale processo di integrazione europea. Sia pure con discrezione e senza clamori, Marcello De Cecco ha sempre portato avanti, in accademia e in campo divulgativo, una tesi assolutamente eretica e controcorrente: vale a dire l’idea di avviare una riflessione critica sugli effetti della indiscriminata apertura ai movimenti internazionali di capitali e di merci, e di immaginare delle ipotesi di ripristino di forme coordinate di controllo degli scambi tra paesi.
Nella introduzione al suo ultimo libro, nel 2013, egli giunse a scrivere che l’aver screditato e messo da parte per più di un cinquantennio soluzioni come il protezionismo e la regolamentazione degli scambi «come se si trattasse di pulsioni peccaminose e indegne di una nuova e superiore organizzazione internazionale, è stato colpevole e persino stupido, perché in forma blanda esse dovevano rimanere in voga» mentre oggi ci si ritrova a ripristinarle «velocemente e in dosi assai maggiori, senza usufruire dei vantaggi che sarebbero derivati da dosi moderate, e correndo in pieno il pericolo di precipitare il mondo intero in un nuovo disordine internazionale» (Ma che cos’è questa crisi, Donzelli). La sgradevole sensazione di trovarsi in un periodo di profondo riflusso verso il nazionalismo e il razzismo come eterogenesi dei fini del globalismo e dell’europeismo acritico degli anni passati.
Uno spunto su cui sarebbe utile riflettere, specie a sinistra.
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