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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/04/2026

A passo svelto verso l’andare a piedi

Con gli eventi militari dell’attacco all’Iran che sembrano scivolare verso una perversa “normalità” – lo scambio di bombardamenti e missili appare in questo momento meno intenso e significativo – sarà bene rivolgere l’attenzione alle conseguenze economiche di questa guerra priva di logica.

È quasi superfluo ribadire che accendere un cerino in un deposito di gas e petrolio – questo è il Golfo Persico per l’economia globale – non è un gesto geniale. Far partire una guerra è letteralmente suicida.

In questo momento tutti i vertici politici ed economici del Pianeta stanno rifacendo i loro conti cercando di definire i diversi scenari possibili intorno ad un’unica variabile: i prezzi di petrolio e gas.

Dal punto di vista dell’autosufficienza gli Stati Uniti sembrano essere messi meglio, tra i paesi industriali. Posseggono giacimenti estesi, anche se ormai vengono sfruttati soprattutto quelli di scisto, ad alto costo di estrazione, il che conferma che i giacimenti “normali” sono quasi del tutto esauriti. Del resto petrolio e gas si sono formati nel Mesozoico, decine di milioni di anni fa, e non è che possano “riprodursi”.

Ma il mercato mondiale dell’energia è uno solo, e il prezzo anche. Ad una riduzione globale dell’offerta (il Golfo rappresenta circa il 20% delle forniture) corrisponde immediatamente un’esplosione dei prezzi (oltre il 40%, nel primo mese di guerra).

Quindi, anche se gli Usa hanno ancora molti idrocarburi, il prezzo al consumo aumenta anche per loro, con gravi effetti sia sui trasporti pubblici e privati, sia – a maggior ragione – sulla produzione industriale. Pesa insomma su tutto il ciclo e su tutti i soggetti, con la differenza che le imprese possono scaricare i maggiori costi sul cliente finale – il consumatore – mentre quest’ultimo può solo svuotarsi le tasche o ridurre i propri consumi.

Ma i consumatori votano, e questo diventa un problema politico serio.

Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump – dicono le solite fonti ben informate” che fanno da gola profonda per i media – sta da giorni studiando vari scenari di prezzo (fino a 200 dollari al barile, anche se già i 150 sono definiti “un incubo”) e quindi varie possibilità di ridurre i prezzi dei carburanti nel mercato interno.

Vanno in questa direzione certamente i ripetuti annunci della ultime ore – “la guerra finirà entro due o tre settimane al massimo” – per smorzare un po’ della tensione sui mercati finanziari. Ma l’ipotesi più pericolosa per i paesi importatori di idrocarburi è che gli Usa decidano di chiudere i rubinetti delle esportazioni pur di calmierare i prezzi interni a fini sia produttivi che elettorali.

Se ciò dovesse avvenire ci sarebbe una seconda falla nelle forniture globali, oltre al semi-blocco dello Stretto di Hormuz, proprio mentre aumenta la richiesta di fonti alternative. E dunque anche il prezzo “per tutti gli altri”.

Qualcosa si vede già ora, specie in Asia, che è la principale cliente del greggio del Golfo. Le ultime navi da trasporto che avevano fatto il pieno laggiù prima del blocco stanno arrivando ora nei porti asiatici (ed europei). Ma già dalla prossima settimana non arriverà più granché e questo già ora sta provocando un aumento nelle offerte di acquisto e dunque del prezzo.

Perché la produzione di greggio e gas è sostanzialmente anelastica. Tutti o quasi i paesi produttori viaggiano normalmente vicino al limite massimo delle loro capacità. Possono facilmente ridurla, ma non aumentarla (bisognerebbe prima trovare nuovi giacimenti, impiantare i macchinari e le pipeline verso i porti più vicini). Solo l’Arabia Saudita ha un margine (spare capacity) significativo, ma – appunto – la maggior parte della sua produzione passa proprio per Hormuz.

La dinamica è però particolarmente tragica per l’Europa, che pure non era particolarmente esposta alle forniture dal Golfo, da cui dipendeva per solo il 6% del greggio e meno del 10% del suo gas naturale. Il problema è l’assenza di alternative immediate in grado di coprire anche questo deficit (ricordiamo che per effetto delle sanzioni alla Russia e della distruzione del gasdotto Nord Stream, operato da ucraini e Nato, non arriva quasi più nulla del gas russo a basso costo).

Friedrich Merz, Cancelliere tedesco, avverte che le conseguenze economiche della guerra all'Iran rischiano di pesare “tanto quanto abbiamo sperimentato di recente durante la pandemia di Covid o all’inizio della guerra in Ucraina”.

L’analisi di queste conseguenze, fatta da POLITICO, somiglia alle sette piaghe d’Egitto.

Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetica capo per il team Europa presso l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, segnala che “Mentre le crisi degli anni ’70 eliminarono il 7% delle forniture globali, la chiusura dello Stretto di Hormuz ne colpisce il 20%”. Il triplo quasi esatto. E se finora la preoccupazione riguardava soltanto il livello dei prezzi, ora si fa strada anche il timore di una scarsità fisica delle forniture.

Col passare delle settimane, e soprattutto l’aumento delle distruzioni negli impianti (iraniani o sauditi, qatarioti, emiratini, ecc.), anche una cessazione della guerra non si tradurrebbe in un veloce ritorno alla normalità. Tra impianti da riparare o ricostruire, navi da far arrivare, riempire, farle tornare “a casa”, per qualche mese la situazione sarebbe comunque critica.

Nelle cancellerie europee si fanno i calcoli e tra le ipotesi è apparsa anche la “distruzione della domanda”. Ossia la limitazione d’autorità della circolazione e della produzione non strategica o essenziale. In pratica, una riedizione delle “domeniche a piedi” degli anni ‘70... 

Ma si accentuerebbe anche il declino industriale europeo, già avviato con la “resistenza” opposta dalle imprese alla “transizione ecologica” che ha portato l’industria automobilistica ad un passo dalla chiusura o della riconversione al militare (vedi Volkswagen in Germania). Su questo fronte la concorrenza cinese sembra ormai inarrestabile, per la qualità dei prodotti oltre che per il prezzo.

Lo scenario complessivo è così quello della stagflazione, la compresenza micidiale di crescita zero e alta inflazione che già negli anni ‘70 fu un problema pressoché irrisolvibile per le leadership occidentali e fece da base materiale per la distruzione del “modello sociale europeo” e quindi dal welfare ai diritti dei lavoratori. La colpa di tutto fu data al “modello keynesiano” e ci si accodò velocemente verso le follie neoliberiste di Reagan e Thatcher.

Oggi quel “margine di grasso” da tagliare non c’è più. La spesa pubblica di tutti i paesi – peraltro stressata da austerità, bassa tassazione per i redditi alti e per le imprese, spesa militare da raddoppiare – è gravata soprattutto dal “servizio del debito”, ossia dagli interessi da pagare sui titoli di stato.

La stagflazione sarebbe sicuramente affrontata dalla Bce con un rialzo violento dei tassi di interessi e quindi una “inchiodata” dell’economia da esodo biblico.

Che genialata, la guerra di Trump e Netanyahu...

Fonte

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